Riscopriamo il valore del salutare 
di José Tolentino Mendonça 
Il villaggio globale ci ha reso solo vicini: non ci ha presentato gli uni agli altri. Noi ci dedichiamo alla condivisione di una quantità colossale di informazioni, ma rimaniamo dei perfetti estranei. 
Tutt’al più è cresciuto il voyeurismo che sorvola l’esistenza altrui e ci disperde dalla nostra. Alle nostre società ipertecnologiche mancano i protocolli dell’incontro che, per esempio, gestivano con la più grande naturalezza la quotidianità delle società primitive. Tra i popoli del deserto, quando uno sconosciuto era accettato come ospite si seguiva questo rituale di avvicinamento: «Consìderati il benvenuto! Ricevi il mio saluto. Come procedono i tuoi giorni? Come vanno i figli diAdamo? E la tua famiglia? E la tua tenda? E la tua gente? E tua madre? E come sta andando il viaggio che stai facendo?». 
Si capisce come l’accoglienza implicasse l’ascolto dell’altro in profondità. È questo che sta in gioco in un incontro genuino. Le formule possono essere più o meno lunghe o brevi, l’essenziale è che si conservi uno spirito di cerimonia. Esso umanizza le nostre traiettorie. Nella

Bibbia ebraica troviamo il «Chi sei? Da dove vieni? Dove vai?» scambiato con cordiale curiosità tra viandanti. 
Greci e Romani diffusero la stretta di mano, come si può vedere nei monumenti figurativi e soprattutto nelle steli funerarie. Il bacio è praticamente un’importazione dall’Oriente. Ma tanto i Greci come i Romani conservavano anche l’abitudine di rivolgere ai loro interlocutori dei felici auguri, eredità che abbiamo conservato solo in parte: il greco chaîre, «rallegrati», o érroso, «resta con tutta la tua forza»; o il latino «ave», «Dio ti salvi», o vale, «che tu possa essere in salute». 
In Occidente le formule di saluto sono diventate così sincopate che hanno perso la loro forza espressiva. Il più delle volte sono ripetute in modo automatico. Per questo fa bene ricordare altre possibilità: come tra gli etiopi, dove si fa ricorso a un termine che significa «ti vedo», o presso gli amerindi, che usano un’espressione che si potrebbe rendere con «ricevo adesso il tuo odore». Il protocollo dell’incontro ha ancora una plasticità viscerale che dimostra la sua centralità nelle pratiche sociali - fatto che suonerà bizzarro in un’epoca come la nostra in cui siamo diventati cosmopoliti da un momento all’altro solo perché incrociamo un maggior numero di estranei per strada, senza per questo aumentare il numero di volte che diciamo «buongiorno». Le formule più belle di saluto che io conosca sono quelle che si scambiavano i padri del deserto. Quegli anacoreti, esploratori di silenzi abissali, avevano l’ideale di divenire irreversibilmente estranei al modo comune di attraversare la terra, e di vivere esattamente «come un uomo che non esiste». Ma proprio loro, che comunicavano a monosillabi e a gesti per non ferire la scienza sacra del silenzio, nelle occasioni in cui si incontravano lo facevano con la massima solennità: «Ave, custode del mattino, montagna inaccessibile»; «Ave, colonna che con la tua solitudine reggi l’universo intero». 
Non inganniamoci, però. Le formule con cui il verbo salutare si esprime sono, in fin dei conti, la parte più infima dell’equazione. Ciò che davvero è decisivo per attivarlo è il passaggio dal «costui» e dal «lui» al «tu» , che il filosofo Martin Buber spiega così: «Se guardo a un essere umano come al mio “tu”, se lo introduco nella relazione fondamentale “ io-tu”, egli cessa di essere una cosa tra le cose… Non mi perderò ad analizzare e a mettere alla prova l’uomo a chi dico tu. Entro in relazione con lui, nella sacrosanta parola fondamentale… Qui si trova la culla della vita vera». 
in “Avvenire” del 3 gennaio 2018