I giovani e l'educazione alla vita 
di Enzo Bianchi 
Ci stiamo preparando a un sinodo voluto da papa Francesco come momento privilegiato per interrogare tutta la chiesa sul suo esercizio del discernimento, sui giovani: la loro vita, le loro storie e, di conseguenza, la loro vocazione. Vocazione significa “chiamata”, ma quando se ne parla nella chiesa subito il pensiero corre all’itinerario di figure ecclesiali che da sempre si vogliono obbedienti a una vocazione specifica: presbiteri, religiosi e religiose, monaci e monache. Dal concilioVaticano II in poi si parla di vocazione battesimale, di chiamata universale dei fedeli alla santità, ma poi si attua una “pastorale delle vocazioni”, si organizza la “giornata delle vocazioni”, si intraprendono iniziative per i giovani pensando sempre a quelle vocazioni specifiche, soprattutto oggi che queste si sono rarefatte, segno inequivocabile di una mancanza di fecondità del grembo ecclesiale. 
Dobbiamo ammettere che i giovani di oggi nella nostra

società difficilmente si pongono il problema della vocazione nel senso più profondo e vasto, anche quando hanno una vita ecclesiale di una certa intensità. Come se l’avventura umana potesse fare a meno di questa inquietudine e delle domande che naturalmente sorgono e abitano nel cuore di chi dall’adolescenza entra nella pienezza della vita. 
Per questo è urgente che si parli innanzitutto di vocazione umana, vocazione alla vita, prima ancora di qualsiasi determinazione e assunzione di forme di vita specifiche. 
Ciascuno, credente o non credente, cristiano o no, è chiamato a vivere: questa vocazione alla vita è costitutiva e decisiva per ogni essere umano. Ma come si percepisce questa vocazione, in che modi risuona questa chiamata? È come una voce che sta nell’intimo di ogni persona, voce che chiede di uscire, di lasciare, di partire… È la voce sottile udita daAbramo: “Lech lechà,Va’ verso te stesso!” (Gen 12,1). È la voce percepita da Mosè come eco della sofferenza del suo popolo e invito a intervenire in suo aiuto (es 3,7 ss.). È quel fuoco che Geremia avverte dentro di sé senza riuscire a contenerlo (Ger 20,9). È la voce che chiede a ogni giovane di camminare per aprire davanti a sé un cammino. In questa chiamata c’è qualcosa che appartiene a quella pulsione a vivere che ognuno di noi ha già vissuto nell’utero della propria madre. È un ascolto personalissimo e originario che chiede di essere accolto in vista della pienezza di vita e della felicità. È l’esperienza dell’emergenza del sé. 
Non è facile parlare di questa vocazione umana, perché è unica per ciascuno, unica e irripetibile: nessuno può destare dall’esterno questa chiamata e, infatti, quando in un giovane non si trova senso alla vita e dunque non risuona questa voce, noi restiamo impotenti. Resta tuttavia vero che chi è vicino ai giovani e vuole porsi nei loro confronti come traghettatore può fare molto, può “insegnare”, nel senso di fare segno, può favorire l’ascolto destando fiducia e speranza. Niente di più, ma niente di meno. 
Ognuno di noi ha sentito la vocazione decisiva quando ha potuto aver fiducia negli altri e da altri ricevere fiducia, quando ha compreso che qualcuno poteva attendersi qualcosa da lui. Certo, per i cristiani è sempre il Signore all’origine di questa voce, ma oggi, in questa situazione in cui sembra sia diventato più difficile discernere la presenza di Dio nel quotidiano, occorrono uomini e donne che – accanto e al di là dei genitori – siano presenti e capaci di ascolto delle nuove generazioni, in modo che queste abbiano figure di riferimento diverse ma autorevoli, e possano così attingere alle energie di una vita vissuta come buona, bella e, per quanto possibile, felice. La vita di ciascuno di noi è una e una sola: è un dono e, proprio per questo, una chiamata, una vocazione e, in ultima istanza, una responsabilità. Oggi, prima di preoccuparci fino all’ansia per le vocazioni specifiche nella chiesa, facciamo in modo che ogni giovane che incontriamo senta che è chiamato a vivere e, se è cristiano, che Dio lo chiama innanzitutto alla vita umana in pienezza. Allora, sarà anche possibile che quella vita ricevuta in dono, accolta e coltivata, sia poi donata agli altri, in forme e modalità che ciascuno saprà riconoscere come rispondenti alla propria verità.
in “Jesus” del febbraio 2018