Mancanza di sacerdoti, il percorso della Chiesa udinese 
di Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine
Gentili di Vatican Insider, sono Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine, occasionalmente scrivo per il settimanale diocesano La Vita Cattolica. Quando ho letto il vostro articolo «il vuoto che allarma la Chiesa», mi è sembrato di rivedere considerazioni che, nella nostra Arcidiocesi, furono già espresse dal «Sinodo Diocesano Udinese V», conclusosi nel 1985. Già all’epoca si lavorò per aggregare le comunità, operare in ambiti inter parrocchiali, coinvolgere i laici, già si ragionava di organizzare i sacerdoti in piccoli gruppi che operassero a livello di forania. 
Da allora iniziarono i primi accorpamenti, ma si provarono anche soluzioni audaci, come affidare parrocchie alla cura di diaconi o persino di operatori pastorali laici, si è diffusa anche la prassi delle «Liturgie in Assenza di Sacerdote», celebrate la domenica in alternanza con la santa messa. Questi percorsi ebbero risultati ambivalenti, vuoi perché sperimentali, vuoi perché discontinui, vuoi anche per resistenze, non solo sul fronte interno. 
Su quest’ultimo aspetto, chiarisco che i fedeli della nostraArcidiocesi hanno ben presente la distinzione tra una Liturgia in Assenza di Sacerdote e la santa messa, così come mai salterebbe in mente a un referente laico nostrano di confondersi con il parroco. È quindi impossibile che nella nostraArcidiocesi si sviluppino fraintendimenti analoghi a casi nordeuropei, a meno che non si vogliano cercare pretesti per bloccare l’intraprendenza del laicato. 
Perché dunque queste iniziative non sono state incoraggiate e valorizzate? La fase delle unità pastorali l’abbiamo superata già da un bel po’, i nostri parroci sono condivisi anche tra sette/otto parrocchie, molte in montagna, e l’Arcidiocesi sta lavorando a un nuovo piano di riorganizzazione basato sulle collaborazioni pastorali, sul modello della diocesi di Treviso, da cui è originario l’attuale nostro arcivescovo. 
Già sappiamo che anche questa sarà una soluzione temporanea, in attesa dei

prossimi giri, se non si riuscirà a invertire la tendenza. Ma una tale inversione si può innescare solo partendo dal cuore delle persone e, per esperienza, posso dire che tacciare di campanilismo i fedeli non giova, casomai allontana ulteriormente, perché il termine viene percepito in senso offensivo. Forse sarebbe più conveniente, e più cristiano, ragionare da un lato sulle necessità dei fedeli per contrastare l’abbandono e, dall’altro, su quelle dei sacerdoti per sostenere le vocazioni: sono molto scettico che una vita cristiana si possa soddisfare con degli incontri settimanali in un centro eucaristico che, per quanto sfarzoso e organizzato, non potrà mai esprimere la vicinanza e soprattutto l’intimità di una comunità che si frequenta e si sostiene reciprocamente nel quotidiano, con rapporti consolidati. Tantomeno potranno farlo i social media, meri palliativi di un rapporto faccia a faccia. 
Per quanto riguarda i sacerdoti, chiediamoci quanto il loro impegno è dedicato all’ambito burocratico amministrativo e quanto alla cura d’anime, di conseguenza se uno con la vocazione sacerdotale non finisca col fare l’impiegato amministrativo. 
Per contenere l’abbandono da parte dei fedeli ritengo sarebbe il caso di riflettere su quanto i laici potrebbero fare di propria iniziativa senza poter disporre di un sacerdote, per dirla con le parole di un amico «bisogna che i preti si fidino dei cristiani». 
Per sostenere le vocazioni invece, bisognerebbe partire dalle motivazioni che portano uno a scegliere la strada del sacerdozio, tempo fa i preti della nostraArcidiocesi conclusero che ciò che vogliono fare è «fare i preti» ovvero dedicarsi alla cura d’anime piuttosto che a incombenze burocratico-amministrative. Se si vuole reagire in modo costruttivo alla progressiva scristianizzazione serve una risposta organica e complessa che potrebbe basarsi sul principio di accentrare l’ambito burocratico amministrativo e decentrare l’ambito pastorale relazionale. 
In un contesto culturale che ha spazzato via tutto e tutti per perseguire il dogma del «rendimento», i cristiani sono chiamati a distinguersi e salvaguardare la dimensione degli affetti e dell’intimità, una dimensione relazionale non strumentale che rende l’uomo sociale e nessuno scartabile.
In "La Stampa - Vatican Insider" del 10 dicembre 2017