«Colpisce che la gente sia pronta a gridare: «Osanna al Figlio di Davide!», per poi cambiare idea solo pochi giorni dopo e urlare con la stessa intensità: «Crocifiggilo, crocifiggilo!».
La gente. La gente è stufa, era stufa quel giorno a Gerusalemme, è stufa oggi e probabilmente lo sarà sempre. Sembra sia una caratteristica identitaria della gente, trasversale a ogni identità. Non il primo né l’ultimo, Gesù viene osannato dalla gente, stufa delle vessazioni dei padroni, delle commistioni dei propri capi, dei compromessi, di sentirsi raccontare che una volta si stava meglio.
Entrando in Gerusalemme sul dorso di un’asina, Gesù richiama l’attenzione della gente. Da quelle parti il re vittorioso e liberatore non entra con un cavallo bianco, ma su un’asina, quasi a volersi mostrare più vicino alla dimensione della gente, che infatti esulta.
È il Rubicone di Gesù perché, richiamando l’attenzione della gente, si consegna a essa, al suo giudizio, alla sua condanna. «Tu non sei quello che volevamo»: questa in definitiva l’accusa del violentissimo Tribunale del Popolo, che non ammette appello. La gente si lamenta del potere, ma spesso inconsciamente dimentica di essere il potere, di incarnarlo nella sua variante più spietata.
Anche il più terribile dei Pilati può provare pietà, può graziare un condannato, ma la gente mai. La gente non perdona. Reclama la certezza della pena, quella stessa gente che s’ingegna a eludere i diritti altrui e i doveri propri.
Gesù sa che cosa lo attende, ma sa anche che, solo offrendosi alla gente, ci sarà la suprema epifania dell’amore di Dio per gli esseri umani».
Peter Ciaccio, in “Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 23 marzo 2018