Algoritmo. Manca quello della felicità 
di Nunzio Galantino 
Dal latino medievale algoritmus o algorismus, a sua volta derivato dal nome del matematico arabo Muhammad Ibn MusaAl-Khwarizmi (IX secolo), algoritmo sta diventando un termine/concetto cruciale per l’informatica, e non solo. Proprio per questo, le definizioni che lo riguardano variano a seconda dell’ambito di impiego: dalla matematica all’informatica.
È convinzione che l’algoritmo risolva tutti i problemi e risponda a tutte le domande. E, in parte, è vero. Infatti, tra istruzioni e operazioni, un passo dopo l’altro, l’algoritmo conduce a una meta. In maniera rigida, determinata e fredda. Se non che la matematica Cathy O’Neil getta un’ombra su questa sicurezza. Un invito, il suo, che alimenta una riflessione inquietante: «Gli algoritmi sono opinioni inserite in un codice. La gente pensa che siano oggettivi ma è un trucco del marketing». 
Una volta cioè dettati i parametri... niente sentimenti, sorprese, variabili incontrollate o incontrollabili. Niente affidamento ingenuo e spontaneo. Solo fede nella rigidità delle procedure e nella certezza del risultato. Insomma, l’algoritmo non ammette l’imprevedibilità. Tutto ciò, sia chiaro, non ha niente a che vedere col culto della razionalità come unico faro. L’algoritmo è solo un’implacabile successione di istruzioni in codice binario. 
Negli ultimi anni, senza chiedere permesso, l’algoritmo è entrato

sempre più nella quotidianità delle nostre vite quale soluzione a ogni dubbio, strada per raggiungere qualsiasi traguardo ignoto in partenza se non per pochi e singoli elementi. Un algoritmo per proteggere una password, un algoritmo per individuare un risultato complesso, per replicare modelli socio-economici, capire i cambiamenti della foresta tropicale e riuscire a quantificarli attraverso la misurazione della densità delle piante e la loro struttura. L’algoritmo ha anche deciso il licenziamento della mamma di due bimbi, uno dei quali disabile. Mandata via poiché non capace di rispettare i turni fissati... dall’algoritmo. C’è addirittura chi vuole che algoritmo diventi patrimonio immateriale dell’umanità, protetto dall’Unesco: una «tra le conquiste più alte della comunità, degne di essere considerate parte del nostro patrimonio culturale immateriale». 
Ma la vita alla quale sempre più spesso viene applicato l’algoritmo... è altra cosa! Lo stesso primo giorno dell’anno non è, come vorrebbe la “logica” dell’algoritmo, un “principio principiante”. Il primo giorno dell’anno è solo un “principio numerico”. Nel senso che i giorni successivi al primo giorno dell’anno restano giorni “aperti”: a una vita nuova, diversa, imprevedibile e a una passione più o meno intensa. A patto che lo si voglia e che si realizzino condizioni e possibilità nuove. 
Insomma, e per fortuna, manca ancora un algoritmo per raggiungere la felicità, non ce n’è uno affidabile per generare sentimenti e alimentare il bene. Eppure è di questo che si vive ed è questo che segna l’incontro dei volti.
in “Il Sole 24 Ore” del 7 gennaio 2018