Come parlare di Dio. Anti-manuale di evangelizzazione 
di Monique Hébrard 
Fabrice Hadjadj, Comment parler de Dieu aujourd'hui?, Anti-manuel d'évangélisation, ed. Salvator. Il libro è la riscrittura di una conferenza pronunciata dall'autore all'assemblea plenaria del Pontificio 
Consiglio per i laici nel novembre 2011

Come parlare di Dio? Parlare di Dio è all'opposto delle “strategie di comunicazione”. Non ha niente a che vedere con il discorso fondamentalista, né con quello dell'ateo, per i quali è sufficiente dire Dio, perché tutto sia risolto, “o per una promozione meccanica, o per un'utopica liberazione”. 
Non bisogna comunque neppure accontentarsi di essere lievito nella pasta. Il levito nascosto nella pasta ricorda il talento sotterrato della parabola... e “come il fondamentalismo provoca la reazione dell'ateismo, l'anonimato dei cristiani, in nome dell'umiltà e del primato degli atti sulle parole, provoca la reazione dell'agnosticismo”.
Parlare di Dio comporta almeno due tipi di obblighi: verso colui di cui si parla, e verso colui a cui si parla. 
Non si può pretendere di parlare di Dio senza cominciare col sapere a chi se ne parla: non c'è parola di Dio se non rivolta a qualcuno e attualizzata nell'oggi. L'autore sviluppa questa idea nella linea di Gaudium et Spes, un'idea che ha molto in comune con l'ultimo libro di Jean Vanier (Les signes du temps à la lumière de Vatican II, ed.Albin-Michel) sul Concilio Vaticano II: non si può parlare di Dio senza metterlo nel cuore delle cose della vita e delle persone, con una parola “sempre attenta alle creature, sempre ospitale, che si fa sempre tabernacolo o cattedrale: ogni essere

vi è ricevuto in un'ampiezza verticale che ne raccoglie il cuore e lo innalza nella luce”. 
Ma prima di parlare di Dio è opportuno cominciare con il mettersi in ascolto della Parola, “portarla in sé” come si porta un bambino, lasciarla crescere dentro di sé. “Portare il suo Nome, non significa imporlo, ma piuttosto lasciare che salga dal profondo di ogni realtà”. Solo dopo si potrà “parlare”. La parola “ascolto” apre la Regola di San Benedetto. “L'obbedienza è una dimensione essenziale del nostro essere di parola: obbedire è ascoltare”. 
La parola è sempre fragile. “Il parlar bene si realizza nella preghiera e nel canto, cioè nel balbettio supremo, nella parola spezzata dall'indicibile, aperta all'ineffabile, che rende lo spirito...”. 
Portare la parola di Dio non può mai esser come una lezione di morale, ma “come l'azione di chi cerca una sorgente nascosta e libera le aspirazioni più profonde”. “Parlare di Dio non può essere dissociato dall'amare colui a cui ne parliamo, perché è riverberare la parola che gli dà l'esistenza”. 
“Gesù stesso non parla mai imponendo le cose dall'alto, ma condividendo la nostra esistenza ordinaria, con un'autorità semplice, per porre attenzione allo spazio di un incontro”. (...) “Bisogna predicare la speranza prima di far della morale, annunciare la salvezza prima di denunciare il peccatore”. (...)
in “www.baptises.fr” del 14 novembre 2012 (traduzione: www.finesettimana.org)