“Lì dentro abbiamo trovato uno strato di materiale biologico alto 80-90 cm steso lungo tutti i 23 metri della nave. Erano persone – racconta Roberto Di Bartolo, ingegnere capo della squadra dei Vigili del fuoco che hanno recuperato la maggior parte delle salme dei mille migranti morti nella più grave tragedia avvenuta nel Mare Nostrum nel dopoguerra – quei poveri cristiani erano ammassati uno sull’altro. Prima di salpare gli scafisti li avevano fatti sedere su tavoloni fissati su vari piani alle murate. Nel momento in cui il peschereccio si è prima ribaltato e poi è colato a picco, sono stati tutti scaraventati giù. E lì sono rimasti”.

“Lavorando su materiale di quel tipo e volendo procedere per fronti di avanzamento, provavamo a tirare questi corpi fuori dal cumulo ma finivamo per romperne dei pezzi e questo fatto non ci faceva stare a posto con la coscienza e non rispettava l’indicazione che avevamo ricevuto di recuperarli in maniera più leggibile possibile. Quindi decidemmo di procedere non più su fronti ma su strati, dall’alto in basso, in quel modo, però, avremmo dovuto lavorare con i piedi sui cadaveri. E noi vigili del fuoco abbiamo una regola non scritta, che osserviamo in tutti i teatri in cui siamo chiamati a operare, dagli interventi ordinari ai terremoti come quelli de L’Aquila o del Centro Italia: non mettiamo mai i piedi sui morti. Per questo a quel punto i nostri ragazzi, piuttosto che camminarci sopra, hanno preferito lavorare stando sdraiati sui corpi. Sa cosa significa? Ma era questione di rispetto”.

3 anni fa, il 18 aprile 2015, si consuma la più grande strage di migranti del mar Mediterraneo. Naufraga, a nord della costa libica, un peschereccio con circa 1000 persone a bordo. Soltanto 28 i superstiti.