«La domanda dell'uomo che vive nell'ambiguità della storia del mondo e che si interroga nella preghiera: ma perché questo? — direi così: l'oggetto che fa scattare queste domande è lo scarto, almeno apparente, tra la promessa e ciò che si vede. Se non ci fosse questa grande promessa, saremmo fatalisti: le cose devono andare così, accettiamole; diremmo: Dio si rivela in tutto, si rivelerà anche nella nullità della mia vita! Ma c'è una promessa e la promessa è gioia, è pienezza, è popolo di Dio, fraterna comunione degli uomini. E allora perché non si realizza? Quindi lo scarto doloroso e dolorosamente sentito dall'uomo di fede che è Abramo, lo scarto fra la promessa altissima, ripetuta, scandita, ribadita, e la realtà. Ecco l'origine della preghiera di lamentazione, che, se fatta in stile di amicizia, è un tentativo — come dicono i salmi: "donec intravi in sancta Dei" (Sai 73,17) — di entrare nel santuario di Dio e di capirlo meglio: Mio Dio, chi sei? siccome la tua promessa è vera e non posso dubitarne, siccome la realtà è meschina e ne ho l'evidenza, allora vuol dire che il rapporto tra queste due cose lo troverò in una nuova conoscenza di te; vuol dire che io non ti ho capito, che ti devo capire di più, e prego per capirti di più, e ti offro la mia sofferenza di non capirti abbastanza».
Carlo Maria Martini, Abramo nostro padre nella fede, 105-106