Cristo e il suo amico 
di Arnaud Montoux 
Su un'antichissimo icona egiziona si vede accanto a Cristo un vecchio abate tenuto per la spalla. Ma il legame più misterioso tra il Salvatore e del salvato appare nei loro occhi. 
Questa icona, ben conosciuta da coloro che frequentano la comunità diTaizé, è comunemente chiamata “Cristo e il suo amico”. È una delle più antiche icone conservate. Bisogna andare al museo del Louvre per incrociare lo sguardo di Cristo e di Menas, che fu l'abate del monastero egiziano di Baouit nelVII o nell'VIII secolo. Questo dipinto su legno è stato ritrovato nel 1900 da un archeologo francese, Jean Clédat, nel corso degli scavi di quel vasto monastero del Medio Egitto. 
Un Dio che si fa prossimo 
L'interpretazione contemporanea dei fratelli diTaizé ci conduce al cuore del mistero cristiano. Cristo, nelVangelo secondo Giovanni, dichiara: “Vi chiamo amici perché tutto ciò che ho sentito dal Padre mio ve l'ho fatto conoscere” (Gv 15,15). Banalizzare questo tesoro sarebbe un crimine spirituale. Il discepolo di Gesù ha il dovere sacro di meravigliarsi di questa Grazia di cui non è neppure in grado di sondare la profondità: è il Signore onnipotente che si è fatto prossimo, in Gesù Cristo. È accanto al vecchio abate, senza altro segno di maestà divina che quello della Croce che segna la sua aureola di santità fin nellaVita dell'eternità. Se il Salvatore (la parola è scritta a destra di Cristo, in greco) ha posato la mano sulla spalla dell'abate, in un gesto di presentazione e di prossimità, ognuno di noi è invitato a prendere sul serio la presenza amica di Colui che cammina al nostro fianco, fino alla Croce. Cristo non è solo un interlocutore divino, vuole essere per ogni uomo un amico, un fratello per il quale

tutti possono accedere al Padre. L'umile via dell'amicizia diventa in Lui la via possibile della santificazione. 
Una vicinanza senza imposizione 
Si potrebbe essere sorpresi della lunghezza del braccio di Cristo se non vi si vedesse l'immagine di una vicinanza che non è imposizione. Dio in Gesù Cristo si è fatto fratello e amico manifestando la sua tenerezza infinita per noi, ma non ha mai voluto abolire la distanza che ci permette di restare noi stessi, di respirare, di muoverci in questo mondo per rispondergli liberamente. Ci insegna in questo modo che cosa è il vero amore, ciò che le nostre relazioni devono imparare ad essere lasciandosi convertire a Lui. Quando Giovanni ci dice che “chi ama è nato da Dio e conosce Dio” (1Gv 4,7), ci invita a considerare i nostri più grandi slanci d'amore con la loro fragilità e la povertà, nella prospettiva di questo amore perfetto manifestato in Gesù Cristo. Il suo amore contemplato fa nascere in noi una traiettoria, un itinerario, un'aspirazione che niente arresterà più. 
Uno sguardo che scruta l'invisibile 
Lo sguardo di Menas appare proprio come quello del Maestro. Quest'uomo è un vecchio, è senza dubbio stato plasmato, nel corso della sua lunga vita e del suo ministero, dalla preoccupazione di guidare con giustizia e misericordia coloro che gli erano affidati. Ha imparato a guardare i suoi fratelli con lo sguardo di Cristo. Ha attraversato tutti i dilemmi e tutte le sfide della crescita di una comunità in vista del Regno. I suoi occhi sono stati lavati dalle lacrime di un altro e sono stati trasformati, giorno dopo giorno, fino a riflettere la Speranza contenuta nelle lacrime del suo Maestro.
in “La Croix” del 5 maggio 2018 (traduzione: www.finesettimana.org

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* Montini-Paolo VI, Invito alla gioia, pp. 94



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