«Non siamo abituati a pensare che Dio sorrida» 
intervista a Carlo De Marchi, a cura di Riccardo Maccioni 
Il primo a testimoniare quanto chiede è proprio il Papa. Sin dall’inizio del suo pontificato, Francesco ha colpito tutti per i modi affabili, il gusto del sorriso, l’allegria che trasmette a chi lo incontra. Non stupisce allora che nella recente Esortazione apostolica Gaudete et exsultate Bergoglio abbia indicato proprio nel buonumore uno dei tratti caratteristici della santità. «In Perù a gennaio scorso – ricorda don Carlo De Marchi, vicario dell’Opus Dei per l’Italia Centro Sud – il Papa ha proposto come meta per ciascuno l’avere “una coscienza gioiosa di sé”. A me pare essenziale cogliere anche questo insegnamento pratico: l’umiltà è convincente. Ancora di più quella forma speciale di umiltà che è l’autoironia. Noi preti lo sappiamo bene: se quando parlo riesco a scherzare su me stesso, immediatamente l’uditorio ascolta con interesse. Se mi prendo sul serio invece la gente si annoia». De Marchi è autore del saggio, agile e ricco di aneddoti, “La formula del buonumore. Con i 5 rimedi contro la tristezza” (Edizioni Ares, pagine 144, 13 euro), in cui, citando campioni della gioia come Tommaso Moro, il cardinale Newman e Josemaria Escrivá, sottolinea l’importanza dell’eleganza, della buona educazione, del sorriso. «Il libro – aggiunge – parte dalla constatazione che siamo tutti sempre un po’ arrabbiati: basta pensare a come viviamo un ingorgo, una riunione di condominio o anche solo la prima colazione un lunedì mattina. A me pare che esista una vera “emergenza buonumore”. L’affabilità, il buonumore, il sorriso nella vita quotidiana sono la risposta cristiana a un bisogno avvertito da tutti. La Gaudete et exsultate è ancora più chiara: “il malumore non è un segno di santità”. Non esiste santità cristiana senza il sorriso». 
Un’indicazione largamente disattesa. Tra i credenti sembra

avere il sopravvento la dimensione della consapevolezza “seria” delle proprie responsabilità. 
Nietzsche diceva che avrebbe creduto al Salvatore predicato dai cristiani se avesse visto in loro «un aspetto più da gente salvata». Papa Francesco sembra quasi essere d’accordo con questa critica quando ripete che non è credibile presentare il Vangelo mostrando una “faccia da funerale”. L’evangelizzazione è molto più efficace se chi parla evita di porsi in modo serioso, come uno che si crede chissà chi o che pensa di aver capito tutto. Il Vangelo è un annuncio di salvezza serio, anzi decisivo per la vita, ma gli evangelizzatori sono difettosi, come si vede fin dagli inizi negli sbagli e nei litigi degli Apostoli. Non si tratta di prendere il Vangelo alla leggera, ma piuttosto di non prendere troppo sul serio me stesso come evangelizzatore. 
Perché è importante sorridere? I Vangeli non ci dicono che Gesù lo facesse… 
Chesterton immagina che Gesù si nascondesse quando rideva, perché la sua risata era qualcosa di così travolgente che le persone intorno a Lui non erano ancora pronte ad accoglierla. A parte i paradossi, è vero che il Vangelo non racconta risate di Gesù (mentre assistiamo a Gesù che «scoppia in pianto»); tuttavia lo descrive come accogliente, affabile, simpatico. Infatti i bambini erano attratti da lui: se un adulto non è simpatico, un bambino non gli si avvicina. Non è difficile intravedere il sorriso di Gesù, mentre parla con Zaccheo, con Nicodemo, con i discepoli di Emmaus che Gesù risorto guarisce proprio dal loro “volto triste”. 
Ma non è irriverente pensare che Dio sorrida? 
Nella Gaudete et exsultate il Papa cita il profeta Neemia: «la gioia del Signore è la vostra forza». Il problema è nostro, perché non siamo abituati a pensare a Dio che sorride. Invece dovrebbe essere la cosa più naturale, come del resto dice il Salmo 2 («Dio ride in Cielo»). Dio Padre e Creatore, quando guarda una sua creatura, cioè in ogni momento, sorride di gioia. Sentirsi un po’ ridicoli, anche davanti a Dio, è un modo di sentirsi creature. Siamo difettosi? D’accordo: ma se Dio non avesse voluto i miei limiti, mi avrebbe creato senza di essi. Poi ognuno è chiamato a lottare contro i propri difetti, ma a partire da questo ottimismo creaturale. In un romanzo classico di fantascienza, Ray Bradbury dice che senz’altro Dio ha il senso dell’umorismo: «e come potrebbe non averlo il creatore dell’ornitorinco, del cammello, dello struzzo e dell’uomo?». 
Che cosa consigliare al cristiano che voglia avere un approccio un po’ più sorridente della vita senza rinunciare alla serietà? Dove imparare? 
Suggerisco di allenarsi innanzitutto a cercare il sorriso di Dio nella preghiera. E poi a guardare i propri difetti e sbagli con un sorriso, imparando ogni giorno - per dirla con Romano Guardini - ad «accettare sé stessi». A partire da questi due sorrisi si impara a sorridere e ad aprirsi agli altri, perché la condivisione, come dice il Papa, «moltiplica la nostra capacità di gioia». Poi si tratta forse di esercitarsi un po’ a sorridere anche nel traffico, in una riunione di condominio, facendo colazione un lunedì mattina.
in “Avvenire” del 27 maggio 2018