Sinodalità, nel Dna della Chiesa 
di Stefania Falasca 
«L’attuazione della sinodalità esige che alcuni paradigmi spesso ancora presenti nella cultura ecclesiastica siano superati, perché esprimono una comprensione della Chiesa non rinnovata dalla ecclesiologia di comunione». È quanto afferma l’ultimo documento dato alle stampe dalla Commissione teologica internazionale - «La sinodalità nella vita e nella missione della Chiesa» - approvato dal Papa e dalla Congregazione per la dottrina della fede. Un testo che considerando a tutto tondo la sinodalità come «dimensione costitutiva della Chiesa» intende offrire alcune linee utili all’approfondimento teologico insieme a qualche orientamento pastorale riguardo alle implicazioni che ne derivano per la missione della Chiesa.
«Sinodo – precisa il documento – è parola antica e veneranda nella Tradizione della Chiesa» e si dispiega sin dall’inizio della sua storia «quale garanzia e incarnazione della fedeltà creativa della Chiesa alla sua origine apostolica e alla sua vocazione cattolica». La sinodalità indica perciò lo specifico modus vivendi et operandi della Chiesa Popolo di Dio che manifesta e realizza in concreto il suo essere comunione nel camminare insieme, nel radunarsi in assemblea e nel partecipare attivamente di tutti i suoi membri alla sua missione evangelizzatrice.
E se in conformità all’insegnamento della Lumen gentium papa Francesco ha rimarcato in particolare che la sinodalità «ci offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico» e che, in base alla dottrina del sensus fidei fidelium, tutti i membri della Chiesa sono soggetti attivi di evangelizzazione», ne consegue che la messa in atto di una Chiesa sinodale è presupposto indispensabile per un nuovo slancio missionario che coinvolga l’intero popolo di Dio. Ma a oltre cinquant’anni di distanza, molti - precisa il testo - restano i passi da compiere nella direzione tracciata dal Concilio. Oggi, anzi, «la spinta a realizzare una pertinente figura sinodale di Chiesa, benché sia ampiamente condivisa e abbia sperimentato positive forme di attuazione, appare bisognosa di

principi teologici chiari e di orientamenti pastorali incisivi». Per la Commissione teologica è necessario ancora «intensificare la mutua collaborazione di tutti nella testimonianza evangelizzatrice a partire dai doni e dai ruoli di ciascuno, senza clericalizzare i laici e senza secolarizzare i chierici, evitando in ogni caso la tentazione di 'un eccessivo clericalismo che mantiene i fedeli laici al margine delle decisioni'». Se papa Francesco ha infatti portato la Chiesa sui cammini della sinodalità, scelta maturata nel solco della Tradizione, certamente decisiva è stata l’esperienza dei Sinodi - quello straordinario del 2014 e quello ordinario del 2015 - durante i quali si è andata precisando una prassi sinodale che ha permesso non solo di recuperare il senso di partecipazione ma anche di comprendere tale dimensione costitutiva della Chiesa.
«Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto – aveva affermato il Papa il 10 ottobre 2015 in occasione del cinquantesimo anniversario di istituzione del Sinodo dei vescovi – l’uno in ascolto degli altri e tutti dello Spirito Santo per conoscere ciò che egli dice alla Chiese». Il Papa aveva indicato le tappe di questo dinamismo: «Il cammino sinodale inizia ascoltando il popolo di Dio… prosegue ascoltando i pastori… culmina nell’ascolto del Vescovo di Roma». In apertura del suo discorso aveva sostenuto che «dobbiamo proseguire su questa strada» perché «proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio».
Si tratta di una scelta per certi versi storica, che va compresa nella sua portata e il documento della Commissione teologica internazionale ora pubblicato va in questa direzione. Ma forse più di altri la portata di questa fondamentale dimensione ecclesiale l’hanno avvertita quanti avversano il Papa ideologicamente, così come hanno fatto con il Concilio Vaticano II, scambiando le 'tradizioni' di una generazione fa con la grande Tradizione a cui non solo Yves Congar riservava la maiuscola e della quale il Concilio è frutto e sviluppo nella comprensione del Vangelo. Quanto sia difficile tale disposizione nonostante anche le affermazioni conciliari sulla ministerialità ecclesiale come servizio, lo dimostrano ad esempio quanti concepiscono ancora il corpo ecclesiale sulla base di una relazione asimmetrica tra gerarchia e fedeli, tra Ecclesia docens e Ecclesia discens. E quanto questa mentalità sia dura a morire lo dimostrano anche le vicende che hanno accompagnato prima la celebrazione dei due Sinodi sulla famiglia e poi la pubblicazione di Amoris laetitia. Lo dimostrano la virulenza della contestazione al Papa, la durezza delle recriminazioni, l’insofferenza a qualsiasi richiamo e soprattutto l’ostinata chiusura a ogni forma di ascolto. Se le strutture ecclesiali che potrebbero e dovrebbero garantire un effettivo esercizio della sinodalità - il Sinodo dei vescovi a livello della Chiesa universale, il Sinodo diocesi e i vari organismi di partecipazione a livello di Chiese - faticano a svilupparsi in questa direzione, tuttavia l’aria è cambiata e i teologi ne prendono atto: partire dall’ascolto obbliga a cambiare atteggiamento a tutti nella Chiesa.
in “Avvenire” del 6 maggio 2018