Il primato della parola e dell'ascolto 
di Enzo Bianchi 
Quando cerchiamo di leggere la relazione tra parola di Dio e popolo di Dio ci risulta evidente che, oggi, tale legame è garantito quasi esclusivamente dalla liturgia eucaristica domenicale, in cui la proclamazione della Parola e l'omelia del presbitero che presiede l'assemblea raggiungono gli orecchi dei fedeli ascoltatori. 
Nonostante la fine dell'esilio della Bibbia dalla comunità cristiana avvenuta con il concilio Vaticano II, non è ancora maturata l'assiduità personale con la parola di Dio, tramite la lettura o la lectio divina al di fuori del contesto liturgico. Restano pochi quelli che, ogni giorno, attingono al Vangelo per nutrire la loro vita di fede e per orientare il loro agire nella storia e nel mondo. In pochissime comunità la lectio divina comunitaria settimanale e l'omelia nella liturgia eucaristica sono articolate come due momenti distinti, con una propria forma, un proprio stile, un'adeguata collocazione nel ritmo liturgico.
È importante interrogarsi su come l'omelia è fatta e recepita, essendo un atto decisivo, la cui efficacia e ricezione plasmano la fede e la vita dei battezzati. Che cosa ci sembra urgente precisare? Oggi — va riconosciuto — quasi tutte le omelie vogliono essere ispirate dalle letture liturgiche, in particolare dal Vangelo, e tuttavia poche sono realmente capaci di essere euanghélion, buona e bella notizia per gli uomini e le donne del nostro tempo. 
E' vero: è sempre meno attestata un'omelia segnata dal letteralismo, dove cioè la lettera del testo è ridetta senza la fatica dell'interpretazione e del discernimento. È ugualmente rara l'omelia che attraversa i testi come siti archeologici, fermandosi in modo noioso alla redazione o all'analisi storico-critica. Si è, però, ancora lontani dall'assunzione della parola di Dio comprensibile solo nella storia e nell'ascolto del mondo. Il predicatore deve, innanzitutto, essere un ascoltatore non solo del Signore che parla nelle Scritture ma anche del popolo destinatario della Parola, qui e ora. 
Nell'Evangelli gaudium papa Francesco ha dedicato un'ampia sezione all'omelia (135-175), talmente ampia da sembrare sproporzionata rispetto all'intera Esortazione, ma l'ha fatto nella consapevolezza del cambiamento necessario in questa diaconia della Parola. Tutto il suo insegnamento ruota attorno alla necessità che il predicatore, evangelizzato dalla Parola, sia un evangelizzatore capace di esortare il popolo. Francesco fornisce anche indicazioni molto pratiche sia per la preparazione, sia per il linguaggio e lo stile da adottare. 
Ma ciò che mi pare più rilevante nella sua Esortazione sull'omelia è una duplice urgenza: primato della Parola e primato dell'ascolto concreto, quotidiano. Ascolto sia della comunità che è "profetica", capace di sensus fidei, sia dell'umanità che attende una parola in grado di rendere sensata la vita di ciascuno.
Cosa occorre, dunque, affinché

l'omelia sia realmente quella buona notizia che invita alla conversione e spinge ad aderire, a credere a questa Parola ricolma di efficacia, capace di salvezza? In primo luogo occorre guardare a Gesù, nella cui vita umanissima Dio ha voluto rivelarsi. Gesù ha predicato il vangelo di Dio, mostrando di essere abitato da una sapienza (sophía) umana, che gli era riconosciuta nel suo annunciare, predicare, dialogare con quelli che incontrava. E se la gente si stupiva del suo insegnamento (didaché), ciò era dovuto all'autorevolezza (exousía) che emanava dalle sue parole. Gesù appariva come un maestro, un profeta credibile e affidabile perché vi era coerenza tra il suo vivere e il suo parlare. Questa sua integrità, questa sua pratica umana della fede suscitava l'esclamazione: «Mai un uomo ha parlato come costui» (Gv7,46). E non perché ci fosse in lui qualcosa di sovrumano,ma proprio per la sua umanità! 
In Gesù vi era anche la capacità di ascolto degli uomini e delle donne ai quali si sentiva inviato. Per questo andava di città in città, di villaggio in villaggio, predicando la venuta del Regno, annunciandolo e rendendolo prossimo alle persone che curava, guariva e dalle quali scacciava demoni. Non stava con le pecore dell'ovile, ma si sentiva «inviato alle pecore perdute della casa di Israele» (Mt 15,24). Aveva compassione delle folle, «perché erano come pecore che non hanno pastore» (Mc 6,34). Manteneva sempre viva questa sua capacità di vicinanza e di compassione, che spesso mostrava anche nel suo interessarsi a chi aveva di fronte. 
A immagine di Gesù, il predicatore dovrebbe sempre cercare nei testi la buona notizia, il Vangelo da trasmettere agli ascoltatori. Non dovrebbe predicare ascoltando le proprie emozioni, le proprie urgenze, ma "dire" la buona notizia. Se un'omelia ne è priva, i destinatari provano noia, fastidio, smettono di ascoltare. Aveva ragione lo scrittore cattolico François Mauriac quando annotava: «Non c'è nessun luogo in cui i volti delle persone sono così inespressivi come in chiesa durante le prediche!». In un'omelia le parole non dovrebbero risultare «una poltiglia melensa e insignificante, come una pietanza immangiabile o, comunque, ben poco nutriente» (monsignor Mariano Crociata). 
Va detto con chiarezza: se non c'è buona notizia, non c'è Vangelo, anche se si predica sul Vangelo! 
Sovente oggi nelle omelie, sebbene partano dal testo evangelico, prevale una dimensione moralistica, magari nutrita di letture antropologiche o psicologiche, ma in ultima analisi colpevolizzante, sempre tesa ad accusare gli ascoltatori, l'assemblea. A volte sembra che l'omelia sia l'occasione per manifestare le proprie ossessioni (sulla sessualità o su altri temi antropologici), trasformate in accuse scaricate sui destinatari. Chi parla in questo modo sembra quasi accecato e non sa discernere che quelle parole di giudizio e di condanna devono innanzitutto essere indirizzate a sé stessi! Si può anche parlare di Gesù Cristo, ma se il discorso si riduce a una lettura fenomenologica del suo dire e operare, non vi è più posto per la buona notizia. Meglio, allora, un'omelia semplice, che può sembrare poco dotta o dallo stile dimesso, che una predica tesa solo a sedurre e non a chiedere conversione. 
Non è facile annunciare Gesù Cristo come buona notizia. Per gli intellettuali la tentazione è quella di fare omelie prive del Vangelo, ricorrendo al proprio bagaglio di conoscenze letterarie o artistiche. 
Ma se il predicatore è in mezzo al suo popolo è più facile che la parola di Dio venga colta tra le sue parole. Francesco, nell'omelia della messa crismale, ha coniato l'espressione "vicinanza di cucina" per chiedere agli annunciatori del Vangelo di stare sempre dove si «cucinano le cose importanti e decisive», cioè dove si discerne il cibo buono della Parola e si conosce, grazie alla vicinanza alla gente, cosa le manca e di cosa ha bisogno. Per fare tutto ciò occorre credere che «il Vangelo è potenza di Dio» (Rm 1,16), che di per sé opera sempre, anche in modo imprevedibile o nascosto; occorre far sentire la presenza di Gesù nella concretezza delle relazioni umanissime, e credere che la debolezza dell'annunciatore non è un ostacolo ma una grazia che fa più spazio al Vangelo. Basta solo non vergognarsi del Vangelo di Dio, e di Gesù Cristo, dimorando in mezzo, vicino agli uomini. 
in “Vita Pastorale” del maggio 2018