«Noi facciamo di tutto per non accettare qualcosa che ci appare scandaloso nella sua immensità. Meglio distogliere lo sguardo, meglio non prestare ascolto al grido terribile del mondo. Finché non abbiamo il coraggio di sentire e vedere, però, nessuna mediazione è possibile. Prevale così la paura, che è principalmente paura della pace. Le società contemporanee sono costruite sull’angoscia, che è ormai divenuta un sentimento planetario e, quindi, una minaccia per la nostra stessa sopravvivenza. Se vogliamo vivere, dobbiamo imparare a mediare, anzitutto accettando il paradosso che sta alla radice della mediazione: partire dal conflitto per arrivare alla pace. È un cammino di conversione e, in quanto tale, ci chiede di credere nella possibilità che anche il male si trasformi in bene. La mediazione è un atto di speranza, che trae la sua forza dalla consapevolezza di essere sempre più vicini al fondo dell’abisso. Potrà sembrare strano, ma è proprio mentre si precipita che si aprono gli occhi, scoprendo la bellezza di uno sguardo nuovo. (...) La giustizia retributiva, di norma, non prevede alcun elemento relazionale e proprio per questo è inadatta ad affrontare i cambiamenti di cui siamo testimoni. Presto o tardi, una giustizia che abbia nella legge la sua unica espressione si trova a disumanizzare l’altro».
Jacqueline Morineau, su "Avvenire" del 27.05.2018