Mancano preti e il funerale diventa fai-da-te 
di Paolo Rodari 
Quella che sembrava essere solo un’ipotesi per il futuro è divenuta realtà. La diocesi di Bolzano-Bressanone permetterà di qui in avanti che a officiare i funerali siano non soltanto preti e diaconi, ma anche uomini e donne debitamente preparati. Come la vicina Austria che da tempo ha adottato questa modalità, così si farà in Italia, in una delle diocesi del Paese più dinamiche sul piano pastorale. 
Ciò che ha suggerito al vescovo Ivo Muser l’idea è stata la necessità. E cioè la scarsità di clero presente nella stessa diocesi. E, insieme, la consapevolezza che le esequie sono da tempo compito di tutta la comunità, non soltanto del prete: comportano la preparazione, la vicinanza alla famiglia, l’aiuto all’elaborazione del lutto, un coinvolgimento insomma di più soggetti. 
I numeri nella diocesi parlano chiaro: entro vent’anni i sacerdoti scenderanno da 177 a 50. Spiega Reinhard Demetz, direttore dell’Ufficio pastorale della diocesi: solo tre sono i seminaristi in tutta la diocesi (due altoatesini e uno dell’Est Europa), le unità pastorali passeranno presto da 71 a 32, i preti vivranno un sovraccarico pastorale. È inevitabile che «la responsabilità operativa delle parrocchie passi gradualmente ai laici». 
Sul settimanale diocesano Il Segno del 17 novembre scorso si racconta di un incontro formativo presso lo Studio teologico di Bressanone in cui i laici e i parroci interessati all’iniziativa potranno essere ragguagliati su ogni dettaglio inerente il rito. E non è escluso che presto possa nascere anche un corso che prevede 16 giorni di formazione distribuiti nell’arco di alcune settimane. 
I laici che guideranno le liturgie funebri non frequenteranno il corso di loro iniziativa. Dovranno essere segnalati dai parroci e inviati dalle loro comunità parrocchiali. E non saranno soli, perché il corso prevede anche la partecipazione attiva dei parroci e, come momento formativo, anche dei diaconi permanenti (che già possono celebrare i funerali). 
Spiega Demetz che la selezione dei candidati sarà severa perché «si tratta di un ambito pastorale molto importante e molto delicato… un compito che deve essere assunto con grande responsabilità e consapevolezza». Sui candidati c’è anche un identikit: età minima 25 anni, esperienza in campo liturgico, vita di fede, capacità di lavorare in rete, capacità comunicativa, salute psichica e maturità affettiva e, naturalmente, nessun impedimento canonico.
in “la Repubblica” del 15 dicembre 2017