Un fratello ritrovato è un arricchimento per tutta la comunità 
di Marcello Semeraro, vescovo di Albano
“Possiamo scegliere di vivere in una comunità perché è dinamica, calorosa e irradiante. È là che siamo felici. Ma se sopraggiunge una crisi che comporta tensione e agitazione, cominciamo a dubitare della saggezza della nostra scelta. Non bisogna cercare la comunità ideale. Noi scegliamo sempre i nostri amici, ma non scegliamo i nostri fratelli e le nostre sorelle: ci sono dati. È lo stesso in comunità”. Le parole sono di Jean Vanier, fondatore di una comunità di accoglienza per persone con disabilità; si trovano scritte in un suo libro intitolato "La comunità. Luogo del perdono e della festa". 
Sono parole e titolo in grado d’aiutarci a entrare nel cuore della pagina evangelica di questa Domenica (Matteo 18, 15-20). Comincia, difatti, con la parola fratello e con l’ipotesi di un dissenso. 
Fra due cristiani? Nella stessa comunità? Importa relativamente, perché il tutto è comunque sigillato fra due segni contrapposti. All’inizio c’è il richiamo di una contesa (“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te”); al termine, invece, un modello di unione fra i discepoli di Gesù (“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”). Cosa e come scegliere? Vivere nella Chiesa non è stare in una comunità modello, ma avere Gesù come

centro di unità e come vincolo d’unione. Se è così, anche le dissonanze e i disaccordi possono accordarsi e diventare sinfonie (“se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo…”, dice Gesù). Nel brano scelto come seconda lettura, san Paolo fa eco: “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole… pienezza della Legge è la carità” (Ai Romani 13, 8-10). (...)
In un prezioso scritto riguardante la vita in comune, D. Bonhoeffer – un testimone di Cristo nel lager nazista – ha scritto che il primo servizio da rendere al prossimo è quello di ascoltarlo e ha spiegato: “Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. È per amore che Dio non solo ci dà la sua Parola, ma ci porge pure il suo orecchio. Altrettanto è opera di Dio se siamo capaci di ascoltare il fratello”. Il testo del Vangelo, certo, dice: se il tuo fratello ti ascolterà e, anche, se non ti ascolterà! È vero, però, che alcune capacità di ascoltare sono condizionate, o annullate da un certo modo di parlare… Se la parola è gridata, o urlata, diventa un po’ difficile ascoltare. È, anzi, assordante. Potrei addirittura voler parlare sì da non essere ascoltato! 
C’è, poi, un secondo verbo ed è guadagnare: “Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello”. Gli esegeti spiegano che il verbo del testo greco è quello dei rapporti di tipo commerciale; tale è anche la nostra espressione: “lasciar perdere qualcuno”. Nella logica del Vangelo, in ogni caso, importante è scegliere tra il “guadagnare il mondo intero” (Mt 16, 26) e il “guadagnare il proprio fratello”. (...)
Portare e sentire la responsabilità del prossimo è il richiamo che giunge pure dalla prima lettura (Ezechiele 33, 1. 7-9). Dio chiederà conto del nostro aver guadagnato, o avere lasciato perdere il fratello. L’annuncio di fondo è che un fratello ritrovato, perché convertito dalla colpa e rientrato nell’amore, è un arricchimento, sempre e per tutti. Senza di lui, invece, si è più poveri.
in “il Fatto Quotidiano” del 10 settembre 2017