«Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro Ma c’è chi vorrebbe una Chiesa circondata da muri» 
intervista a Jean Vanier, a cura di Daniele Zappalà (ottobre 2018) (...)
Per lei la felicità è associata al cristianesimo? 
Sì e no. L’idea di amare è cristiana, sì. Ma per certi aspetti, si può ritrovare quest’idea anche altrove. 
Nel buddismo o in certi passaggi del Corano, ad esempio. Avevamo qui uno psichiatra che non esercitava più in ospedale perché amava giocare a pallavolo con i suoi pazienti. Per questo, certi suoi colleghi lo disprezzavano. È stato il nostro psichiatra per 31 anni. Era felice di vivere in una comunità in cui ognuno era rispettato, al di là del proprio handicap. Possiamo davvero dire di non aver mai visto un uomo tanto umano. Aveva un tale desiderio di ascolto che riusciva sempre a spingere tutti a parlare. Era felicissimo di vivere in una comunità cattolica, ma diceva di desiderare la fede e di non averla. Personalmente, lo trovavo più cristiano di tanti cristiani. Tutto il mistero del cristianesimo è di amare l’altro. Era quello che lui viveva. Ci sono cristiani che vorrebbero una Chiesa più chiusa, circondata di muri, ma il cristianesimo non è questo. Non è la paura dell’altro. È invece ciò che papa Francesco ci mostra, rivelandoci Gesù. Gesù e il cristianesimo sono l’apertura all'altro, verso ogni essere umano. S’impara così la saggezza che c’è in ogni essere umano. In Italia, mi piace oggi osservare l’esempio della Chiesa che è aperta verso chi migra, molto più dello Stato. 
La Chiesa sta imparando a coltivare più che in passato la cultura dell’incontro? 
Sì e no. Seguo con fervore il Papa. Lo ascolto, lo guardo. Il Papa mi ricorda Gesù, va incontro alle persone. Ma percepisco un doppio movimento. C’è pure una Chiesa che vuole ancora mantenere i propri muri, proprio mentre il Papa incontra tutti. Gesù promise ai poveri il Regno di Dio. Lo fece in mezzo a tante forze opposte (...). Ancor più che Giovanni Battista, Gesù disturbava molti nel Tempio. 
Certe comunità cristiane hanno conosciuto di recente delle derive anche gravi. Cosa dovrebbe essere una comunità? 
Non un luogo sicuro, ma una missione nella quale le persone si amano fra loro. In questo modo, una comunità è un luogo di liberazione. Quando si vive assieme, sorgono problemi, ma si può riconoscere che gli altri, nella comunità, hanno la stessa missione. Si impara quanto sia importante aver bisogno gli uni degli altri. La comunità è una scuola per imparare ad accettare l’altro e non per coltivare una visione personale. (...)».
in “Avvenire” dell'8 maggio 2019