Il cammino sinodale inizia dalle Chiese particolari e dai "luoghi" di esercizio di questa sinodalità 
di Dario Vitali 
Parlare di conversione missionaria per le Chiese locali, e soprattutto per le parrocchie, suona come un sogno, un'utopia. Quale capacità di trasmissione della fede potrà mai avere nella società attuale una comunità cristiana che comunità non è, ma un centro o un'agenzia che eroga servizi religiosi? Se molte — troppe — parrocchie non sembrano più capaci di offrire un'autentica esperienza cristiana, come si potrà chiedere che da questi ambienti salga una testimonianza di fede significativa, in grado di trasmettere la fede? 
I dubbi sulla capacità missionaria della parrocchia vanno di pari passo con i dubbi sulla sua (in)capacità a una pratica sinodale. La sinodalità, prima e più che l'organizzazione, tocca la natura della Chiesa. E rimanda a uno stile, a un modo di essere: «Camminare insieme», dice la formula syn odos; «Chiesa e Sinodo sono sinonimi», asseriva Giovanni Crisostomo, che papa Francesco ha citato per dire che «la Chiesa è costitutivamente sinodale». 
In un famoso discorso, in cui disegnava il volto sinodale

della Chiesa, Francesco ha detto che il cammino sinodale inizia dalle Chiese particolari, indicando gli organismi di comunione come "luogo" di esercizio della sinodalità: il consiglio presbiterale, il consiglio pastorale diocesano ma anche il consiglio pastorale parrocchiale. Nella costituzione apostolica Episcopalis communio (2018), che trasforma il Sinodo dei vescovi da evento in un processo articolato in fasi, egli dice che la prima fase consiste nella consultazione del popolo di Dio nelle Chiese particolari. Certo, il documento non dice espressamente che questa prima fase deve cominciare nelle parrocchie. Ma che consultazione del popolo di Dio sarebbe se non si ascoltassero le comunità sparse sul territorio della diocesi, che costituiscono la trama della portio populi Dei affidata al vescovo come principio di unità della sua Chiesa? 
Se, però, si volesse attivare la consultazione, il riscontro con la realtà sarebbe desolante: queste comunità, in genere, sono incapaci di incontro, dialogo e corresponsabilità. Non solo i suoi membri hanno scarsa formazione, ma anche debole senso di appartenenza. Più che realtà vive, le parrocchie rischiano di essere agenzie religiose che erogano servizi. Come potrebbero sostenere la sfida della sinodalità delle "scatole vuote", come le chiama Roberto Repole? Come potrebbero esercitare la sinodalità in modo maturo e consapevole soggetti ecclesiali così deboli? La sinodalità è pratica che esige maturità, capacità di ascoltarsi, di interagire, di discernere e costruire insieme un cammino di Chiesa. La cartina al tornasole è camminare insieme, come comunità. E il compito primo dei vescovi e dei loro presbiteri sarà di educarsi e di educare il popolo di Dio alla sinodalità, se non vorranno ritrovarsi da soli su una strada che nessuno frequenta più, perché non ha conosciuto la gioia di essere popolo di Dio che cammina verso il Regno.
in “Vita Pastorale” del giugno 2019