Parrocchie senza preti, sfida per i laici 
di Sara Melchiori 
Uscire dalla logica del 'purtroppo', dal ripiegamento in se stessi e in una nostalgia del passato o in affannose ricerche di riorganizzazioni funzionali, e guardare al «nuovo che avanza » (i cui segnali si registrano da decenni), come kairòs di un cambiamento che ha il sapore della conversione permanente all’annuncio del Regno e all’essere popolo di Dio in cammino. (...) Per il prete significa tornare a incarnare il Vangelo nella vita quotidiana (...) e per il laico: recuperare la sua corresponsabilità nella vita comunitaria, in funzione del Battesimo. 
«Per le sfide di oggi – ha chiosato nelle conclusioni il vescovo Domenico Sigalini, presidente del Centro di orientamento pastorale – non occorre solo e soprattutto un prete, ma anche una comunità che veramente evangelizza». L’invito quindi a «lavorare per una forma di chiesa popolare, di parrocchia che si sente trasformata» indipendentemente dal numero dei preti, perché non è il loro numero che fa la Chiesa, «ma il popolo di Dio se, in comunione con il suo vescovo e i suoi preti, sa ridire il Vangelo alle giovani generazioni, sa confrontarsi con le nuove domande, accetta la sfida dell’ateo ribelle e dell’ateo praticante». Quindi superare le logiche difensive e conservative accogliendo l’invito forte che già 'urlò' Giovanni Paolo II: duc in altum, Chiesa prendi il largo! (...) Non si tratta allora di mera ingegneria pastorale (alias lavorare solo per accorpamento di parrocchie a fronte di calo di preti e di fedeli), ma di progettualità, non di tattica dell’emergenza ma di strategia evangelica verrebbe da semplificare: «non mettere un laico al posto del prete per clericalizzarlo; non soffocare nei laici la cura accogliente e generosa dei carismi che Dio ha dato loro per una Chiesa in uscita, riducendo il servizio a mestiere», ma gioco di squadra, sinodalità, apertura della Chiesa alla missione e sbilanciamento sulla vita delle persone. (...)
in “Avvenire” del 28 giugno 2019