Ipocrisia.
di Nunzio Galantino 
Nel mondo ellenistico l’ipocrisia non è percepita come comportamento censurabile né l’ipocrita viene presentato come categoria morale. Cosa che invece avviene nell’Ebraismo e nel Nuovo Testamento. Il passaggio è dovuto a un vero e proprio ampliamento semantico della parola ipocrisia. A cominciare dal verbo greco dal quale essa deriva (ypokrìnomai), composto da ypò (sotto) e krìno, che rimanda ad atti propri dello spirito e dell’intelligenza: giudicare, discernere, spiegare. 
Ypokrìnomai è quindi originariamente un giudicare approfondito, che suppone capacità di “critica”, nel senso nobile della parola. Il passo ulteriore di quello che ho chiamato ampliamento semantico riguarda la parola ypokritès che, nella Grecia classica, è strettamente legata all’arte drammatica ed indica colui che ha la capacità di interpretare un personaggio. È l’attore. Nel passaggio dal greco al latino e successivamente alle lingue romanze – ed è il terzo passaggio - l’hypokritès, dall'essere colui che “recita una parte” in teatro, finisce per essere colui che finge e, quindi, inganna. L’hypokritès diviene così il simulatore. (...)
L’ipocrisia, atteggiamento tipico di chi finge virtù, sentimenti e buone qualità che non ha (...) con l’obiettivo di ingannare o conseguire benefici altrimenti non raggiungibili. Più realistico di Hazlitt appare quanto E. Goffman scrive in La vita quotidiana come rappresentazione, dove il sociologo canadese sostiene che il mondo è una grande rappresentazione teatrale. In essa, ognuno indossa una maschera e assume un ruolo, a seconda dei diversi contesti; ognuno crea un’immagine di sé da rappresentare, molto spesso differente da ciò che realmente sente e sa di sé. Nella convinzione che, nella grande rappresentazione che è il nostro mondo, bisogna fingere per ottenere dei vantaggi, o più semplicemente per permettere alla propria vita di scorrere in modo più agevole, senza scossoni e colpi di scena. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 18 agosto 2019