«(...) A mali estremi, estremi rimedi. Questo è sempre vero. Se viene meno la possibilità di “radunarsi”, si deve trovare un rimedio. Ma siamo sicuri che il rimedio sia “collegarsi alla televisione”, o a “facebook”, per “assistere alla messa senza popolo” da parte del popolo, piuttosto che suscitare forme di “relazione altra con la parola ascoltata e pregata”? La spettacolarizzazione del culto non è la risposta adeguata, perché il culto non può mai avere “spettatori”. La trasmissione televisiva o per internet immunizza dal rito. Questo è il punto grave e troppo debole della risposta ecclesiale alla emergenza. La clausura e il “divieto di raduno” non dovrebbe suscitare un protagonismo episcopale/presbiterale, ma un rilancio del sacerdozio comune, nelle piccole comunità che si radunano “sua sponte”. Alla logica del sacerdozio battesimale, che in questo caso è assolutamente capillare, si è preferita la logica della “messa senza popolo”, cui fare assistere il popolo. Una scelta vecchia e per certi versi ideologica. In questa scelta, indirettamente, si è persa la comunità dal rito, ma si è anche rischiato di immunizzare la Chiesa dal rito. (...)
Ripetiamo senza vero stile ecclesiale il ritornello della “messa senza popolo”. Anche qui, lo si vede bene, il rapporto tra essere Chiesa, esercitare il ministero presbiterale/episcopale e celebrare la fede hanno bisogno di una sostanziosa messa a punto.  Il Concilio Vaticano II sembra senza forza e quasi senza parole. Senza poter in alcun modo assecondare la deriva per cui solo il prete, che dice messa anche da solo, garantisce alla Chiesa di essere se stessa. Senza bisogno di evocare i toni della “pestilenza come maledizione divina”, o della “moltiplicazione delle messe per contrastare il contagio”, anche questo linguaggio formalistico e clericale, che dispensa dai precetti e rispolvera dagli armadi i vecchi arnesi del tempo che fu, pur offrendoli “in rete”, parla in uno stile e manifesta una intenzione che mi pare davvero difficile da sostenere».
Andrea Grillo, 28.02.2020
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