«Da più parti si comincia a pensare al “dopo”. È presto, ma è anche il modo di non rassegnarsi al presente, di guardare avanti, senza correre, “restando a casa” ma non semplicemente da prigionieri. (...) Provo a farlo dal punto di vista di una parrocchia, e delle sue pratiche pastorali che, in questa “sospensione”, sono state messe in discussione, chiedono e possono essere ripensate.
Dopo, che cosa succederà? Torneremo semplicemente a fare le cose di sempre, le liturgie di sempre, il catechismo ecc.? Già prima avevamo la percezione che si dovessero ripensare le pratiche pastorali in nome di un cambiamento d’epoca che stiamo vivendo e nella direzione di una Chiesa “in uscita” come piace dire a Francesco. Ma temo che l’inerzia sarà forte se non sorretta da un pensiero che non faccia passare inutilmente il tempo che stiamo vivendo.
Ho provato allora a fare un semplice esercizio: penso a che cosa è successo a...» (continua a leggere:
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