«Un tema ancora diverso è quello che si centra sulla figura del prete bello che buca gli schermi televisivi e che partecipa a programmi messi in scena per altri scopi, per fare cassetta, intrattenere, divertire la gente: preti di spettacolo, preti che diventano attori anche se pensano di non esserlo, anche se le loro motivazioni sono differenti. Insomma il prete come personaggio televisivo.
Perché è evidente che una televisione che presenta la società e la interpreta ha bisogno anche del prete, che è un personaggio della società. Dunque lo assolda (il termine è corretto anche per i cachet che il prete percepisce) per usarlo a proprio scopo, che non è certo la diffusione della fede cattolica. Ai programmi televisivi importa poco della fede, mentre fa comodo avere un prete per metterlo a confronto o in opposizione con un altro attore e così fomentare la discussione spettacolo, ma in questo clima il prete va completamente fuori del suo ruolo e della sua missione, diventa un uomo di televisione.
Naturalmente non tutti possono aspirare a questo ruolo perché esige caratteristiche di spettacolo che non tutti posseggono: bisogna essere televisivamente belli, avere la battuta facile, essere sempre capaci di meravigliare. Essere spiritosi. E in nome di questa apertura mentale il prete bacia la presentatrice che appoggia su quella sacra veste il seno che le precedenti inquadrature hanno mostrato prosperoso e invitante, e che nella visione sacerdotale diventa il seno della Maddalena.
Sono attori ricercati e amati, e ormai sono come le veline, perversamente desiderati. (…)
Per accennare a un altro campo, è indubitabile che esistano preti con

capacità imprenditoriali straordinarie, che sono a capo di imperi economici, nella sanità, nelle organizzazione di servizi sociali in tema di droga, di geriatria, di immobili, e che girano in elicotteri personali ostentando una ricchezza da jet set; ma allo stesso tempo dovrebbe essere chiaro che il loro ruolo di prete non contempla questa funzione né l'appartenenza a un capitalismo di potere milionario. Gli affari si fanno individualmente e non come prete che sale sull'altare in atteggiamento di servus servorum, e che, tolta la pianeta, sale sui mezzi di comando e fa affari alla maniera di un magnate. (…)
Occorre sottolineare che il prete televisivo non è un uomo che si esprime come uomo in tv e come prete in altra sede (ammesso che questo dualismo pirandelliano sia possibile), ma la televisione lo vuole in quanto prete, meglio se prete critico, meglio se prete fuori norma; è chiamato perché è prete e perché i telespettatori lo percepiscono come tale. E si tratta di uomini di spettacolo che sanno perfettamente di essere in video in quanto credono in Dio e recitano il breviario. Dunque sfruttano la loro appartenenza alla Chiesa e fanno spettacolo perché sono preti e senza abito o senza la loro precisa identificazione non sarebbero nemmeno comparse.
Ben lontano da me l'idea di tornare agli anatema sit, e io sono l'ultimo ad augurarlo perché non so giudicare e semmai mi sforzo di capire, ma certo sono un uomo di coerenza e mi indigno di fronte alla flessibilità dei comportamenti che sono poi, in sostanza, gesti di flessibilità morale.
Non sono tanto interessato al fenomeno, però non poteva mancare in queste pagine, perché ci sono uomini e donne che del prete sanno quello che il modello televisivo suggerisce, e dunque l'antipatia per il prete del tal canale diventa una barriera a comprendere il prete, oppure la simpatia per il prete del canale concorrente svaluta tutti i preti che si trovano in parrocchia e che semmai fanno sognare solo quello simpatico della televisione. Il prete bello mostra tutti gli altri brutti oppure il prete che non piace fa pensare che gli altri siano ancora peggio.
Come mi pare sia motivo di giusta indignazione vedere professori che occupano una delle tante cattedre universitarie, usare il nome dell'Università per fare i propri affari, senza rendersi conto che la loro disonestà privata intacca il nome dell'istituzione a cui appartengono. Se occorre rispetto per l'Università, a maggior ragione o per la stessa ragione ciò dovrebbe accadere anche per l'istituzione religiosa a cui si è dedicata la propria vita.
Il prete televisivo è un narciso di Dio, un poveretto che deve trovare la propria identità vedendosi rispecchiato su un teleschermo.
Se non è narciso l'alternativa è l'ipomaniacalità, la convinzione di essere un prete particolare con funzioni speciali che il Padre eterno gli ha attribuito. E la cosa curiosa è che trovano sempre un superiore che cade nel fascino e che permette ciò che Dio proibirebbe.
La terza possibilità è che si tratti di un prete isterico che ha bisogno di chiamare su di sé l'attenzione e dunque si espone sempre, mostrando un coraggio da leone e dunque comportandosi da eroe, e così diventa visibile ed è ricercato dalla televisione degli eroi e dei fatti speciali.
La quarta categoria è quella del prete televisivo che crede di fare apostolato e dunque di servire Dio, e ben presto si accorge che in televisione si è solo omologati al mezzo, prima o dopo, e che l'idea di gestirla è semplice illusione.
Mi dispiace, vorrei citare almeno un prete che dalla televisione abbia servito la missione del prete e ne abbia aumentato il fascino, ma non lo conosco. I casi noti rientrano tutti in quelle categorie che ho richiamato. E proprio per le caratteristiche che li hanno resi televisivi provo per loro un insieme di amore e di malinconica riprovazione.
È anche triste conoscere casi di preti a cui viene negata la possibilità di comportamenti o partecipazioni di piccola tiratura comunicativa e assistere poi a preti televisivi molto "belli" che possono tutto».
Vittorino Andreoli, Uomini di Dio