Enigma. Nel cuore dei quesiti
di Nunzio Galantino
(...) L’ainígma - dal verbo ainíssomai, col significato di “parlare oscuro” - era per i Greci una delle tre forme di comunicazione conosciuta, oltre a semaíno (spiegare) ed ekphrázo (mostrare). Anzi era l’unica modalità attraverso la quale comunicavano le divinità. Di essa si serviva in particolare Apollo quando voleva rivelare la storia e i destini degli umani.
Che l’enigma sia molto più di un semplice espediente letterario del pensiero mitico, ce lo conferma Aristotele, quando afferma che la natura dell’enigma è questo: «congiungere cose impossibili nel dire cose reali» (Poetica (1458 a 26-30). Pur essendo quindi un modo paradossale e perciò selettivo di comunicare, l’enigma non è un ostacolo alla rivelazione. E, proprio perché assegna alle singole parole un significato diverso da quello a esse comunemente attribuito, l’enigma richiede impegno per poterne cogliere il senso e il messaggio. Soprattutto quando riguarda l’uomo, con le sue domande senza risposta, o un percorso storico, che sempre si sviluppa nella tensione tra ciò che si progetta e ciò che si riesce a realizzare.
La complessità dell’uomo e quella di qualsiasi percorso storico sono altrettanti enigmi e pongono quesiti. Se non si posseggono però le cifre interpretative adatte per introdursi con umiltà nel cuore dell’enigma da essi rappresentato, si corre il rischio di ridurre la storia di una persona a un susseguirsi di giorni senza senso e il percorso storico a un cammino segnato solo da contraddittorie e inconcludenti velleità. La tradizione classica, soprattutto greca, e numerosi riferimenti letterari, filosofici e artistici, riconoscono il carattere enigmatico dell’uomo e dei percorsi personali o comunitari che egli è in grado di attivare. Non autorizzano però a confondere il legittimo carattere enigmatico di essi con la confusione e la inconcludenza.
in “Il Sole 24 Ore” del 11 ottobre 2020