#Dire e fare

di Gianfranco Ravasi
“Il mondo si divide tra persone che realizzano le cose e persone che ne prendono il merito. Cerca, se puoi, di appartenere al primo gruppo. C'è molta meno concorrenza”
Così scriveva a suo figlio Dwight Morrow, diplomatico e senatore statunitense morto nel 1931, introducendo una linea di demarcazione tra il dire e il fare, linea che è ancor oggi ben netta in tutti i settori dell'esistenza e della storia. Anche Gesù formulava un principio analogo per la stessa esperienza di fede: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7, 21). Nella frase di Morrow ci sono, però, due elementi ulteriori che si potrebbero sottolineare.
Innanzitutto egli colpisce quelli che non solo dicono e non fanno, ma che «se ne prendono il merito». È, questo, un dato di fatto scandaloso: sopra il paziente lavoro di molti spesso si impianta il vessillo di chi si attribuisce il merito dell'opera. È l'atteggiamento altezzoso e arrogante di chi sa di poter controllare l'opinione e la comunicazione; è il comportamento di chi riesce a sgomitare e a mettersi sempre in prima fila; è la fermezza delle facce di bronzo che non hanno pudore nel falsificare la realtà, facendolo anzi in modo convincente. Morrow, poi, ricorda al figlio che l'ambito dei veri operatori ha minore concorrenza perché molti si preoccupano più dell'apparire e dell'inganno.
È, dunque, nell’orizzonte della generosità umile, silenziosa e paziente che ci sono i pochi veri «eroi»
in “Il Sole 24 Ore” del 11 aprile 2021