Battaglia verso nuove vie. Avversità
di Nunzio Galantino
«Adversae res edomant et docent; secundae res trudere solent a recte consulendo atque intelligendo». Non so quanti, nel bel mezzo di una vita segnata da avversità, sarebbero disposti a far proprie le parole di Catone il Vecchio, riportate da A. Gellio in Noctes Atticae: «Le avversità domano e ammaestrano; le cose favorevoli sogliono sviare dal pensare e dal comprendere rettamente» (VII,3).
Non lo saprei proprio immaginare. Soprattutto quando la parola avversità - al di là del significato etimologico di «ciò che è sfavorevole/contrario» - assume il volto preciso della cocente delusione per un tradimento, dell’insopportabile lacerazione affettiva per la perdita improvvisa di una persona cara o della devastante malattia che, per la sua gravità, sembra precludere ogni prospettiva di ripresa. Sono esperienze, queste, che chiamiamo avversità perché, irrompendo in maniera imprevista nella nostra vita, creano disorientamento e provocano disagio. Lo fanno con una violenza tale che non tardano a tradursi in uno stato d’animo negativo, accompagnato da senso di inadeguatezza e perdita di fiducia in se stessi e negli altri. È l’esperienza di chi si sente gettato in una sorta di abulìa che deprime.
Né fatalismo né vittimismo trasformano le avversità in opportunità di crescita, come sembra assicurarci Catone. È da superficiali pensare che le avversità abbiano subito e tutte un senso in sé. Le avversità non sono sinonimo di crescita. Anzi, con una certa frequenza, quando non spingono verso l’autoesclusione da una vita di relazione, esse si trasformano in rabbia, cinismo e aggressività.
Per quanto negativi, si tratta di emozioni e di atteggiamenti che attendono di essere riconosciuti ed accettati. Rinunziando a vivere in fuga dalle avversità e senza nutrirsi di ottimismo cieco e senza sfumature, fonte inevitabile di autoinganno e terreno di coltura per sterili sensi di colpa o sentimenti di inadeguatezza.
L’invito a trasformare gli ostacoli in potenzialità e le avversità in opportunità rischia di essere una pura emissione di suoni, una comoda ma inconcludente via di fuga, finché non ci si decide a considerare parte della propria vita la rabbia, la tristezza o la sofferenza che certe avversità portano con sé. Tentare solo di reprimerle vuol dire sentirsi presto chiamati a prendere atto che ci stiamo logorando dall’interno, perdendo altri pezzi di noi. E se ingaggiassimo con noi stessi una faticosa ma nobile battaglia alla ricerca di nuove strade per ricomporci in modo diverso, risollevandoci dopo eventi negativi, senza sottostimare quanto di bello comunque colora, in alcuni momenti, le nostre giornate?
in “Il Sole 24 Ore” del 9 maggio 2021