Alcuni spunti dalle argomentazioni del professor Telmo Pievani, filosofo bergamasco, ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova, dove è titolare della prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche, raccolte nel suo testo “Nell’epoca delle nuove superstizioni. L’incerta alleanza fra scienza e società”.

La cultura antiscientifica ha radici profonde

Innanzitutto Pievani sottolinea, fatto assolutamente non scontato, che la cultura antiscientifica che stiamo notando in questa fase delicata della nostra storia ha radici profonde e, lungi dall’essere un effetto della mancanza di informazioni, di ignoranza o di rifiuto del sapere scientifico, essa risulta invece trasversale, tanto da trovare seguaci in tutti gli strati sociali e in diversi orientamenti politici e culturali. Adepti di questa cultura antiscientifica sono anche persone con titoli di studio importanti, con lauree e specializzazioni, che, insoddisfatte dalle offerte istituzionali, ritengono di poter capire tutto con una ricerca in Google post cena. Il problema serio, sottolinea il filosofo, sono le fake news, che non sono proposte da gente ingenua, ma frutto del lavoro di diffusori professionisti di disinformazione, nel caso della pandemia sul tema della salute.

 L’atteggiamento di opposizione finisce per rafforzare le “fake news”

Il comportamento di chi diffonde fake news, ad esempio quelle che negano la validità del vaccino, dell’utilizzo delle mascherine e dei distanziamenti, conduce chi

crede nel lavoro degli scienziati e, soprattutto, chi è stato direttamente toccato, magari con un lutto, dalla pandemia, a un atteggiamento di opposizione dura, all’indignazione, all’impegno mirato a smontare punto per punto le loro argomentazioni. Ferma restando l’importanza di smontare le false tesi che questa gente propugna, dagli studi sociologici risulta che un atteggiamento oppositivo verso di loro sia fondamentalmente inutile; come è facile verificare sul web e sui social networks, dove i diffusori di fake news trovano terreno fertile, il rischio è addirittura quello di rafforzare le loro posizioni, in quanto i loro convincimenti si basano sull’auto-conferma e sul vittimismo, così che essi si convincono ulteriormente di avere ragione, in quanto eleggono se stessi come portatori di verità scomode perché contro l’establishment, così che, secondo loro, l’opposizione che trovano è garanzia di verità delle loro asserzioni.

 Raccontare la bellezza dei saperi rigorosi e del metodo scientifico

La scelta migliore, afferma Pievani, è quella di evitare l’atteggiamento di supponenza nel quale spesso cade la scienza, che pone le sue affermazioni e i suoi argomenti per autorità; insomma, la frase ormai famosa “se vuole dibattere su questo con me, si prenda una laurea come me” non risulta una mossa intelligente contro chi vuole affidarsi a ciarlatani senza basi empiriche. Oggi, in un tempo che mostra passione e attrazione verso dietrologie e complotti, segno di una forte crisi nei rapporti tra scienza e società, non basta più denunciare l’infondatezza empirica e argomentativa delle pseudoscienze, ma “bisogna trovare nuove modalità per raccontare, in positivo, la bellezza emancipatrice dei saperi rigorosi e del metodo scientifico, essendo trasparenti nel biasimarne le magagne (prime fra tutti, le intromissioni di interessi economici e geopolitici, nonché le finalità militari) ma appassionati nel difenderne la libertà e il valore sociale”.

 “Il punto di forza della scienza: è un’impresa collettiva”

Va ricordato, spiega con chiarezza Pievani, che se da un lato la “scienza come processo” costituisce un paradigma di democrazia, perché gli scienziati discutono tra loro, possono avanzare critiche purchè argomentate ed è necessario considerare il dissenso di chi è in minoranza (a condizione che questi assumano l’onere della prova ed esibiscano modelli e interpretazioni migliori di quelle che contestano), la “scienza come prodotto” non può essere democratica, perché “il giudice finale di un’asserzione scientifica è l’evidenza empirica, non l’opinione”. Il punto di forza della scienza, sostiene il filosofo, sta nel fatto che essa è un’impresa collettiva che a forza di critiche e revisioni anche radicali aumenta irreversibilmente l’affidabilità e l’estensione delle nostre conoscenze.

 In ambito scientifico l’umiltà è decisiva

Insomma, più la scienza avanza più si scopre di non sapere e ci si accorge che, a volte, non si sapeva di non sapere. Ecco perché, in ambito scientifico, l’umiltà e decisiva! È importante che dinanzi a una domanda inerente un tema ancora carico di incertezze non ci si sbilanci su previsioni speculative, ma si abbia l’umiltà di rispondere “non lo sappiamo ancora”. Questa è l’umiltà necessaria al consenso scientifico ed è ben lontana dal protagonismo di chi, pur scienziato, si presenta in televisione come depositario di verità, magari anche creando un conflitto con scienziati di altro pensiero sul medesimo tema: questo, quando accade, fa certamente bene all’audience della trasmissione, ma non alla scienza e alla percezione della gente, che al contrario rimane sempre più disorientata e sospettosa. È importante spiegare alla gente, con trasparenza, la bellezza e la libertà della ricerca, che è la miglior palestra contro i fanatismi e le fake news che facilmente, soprattutto di questi tempi, attraggono la gente con il loro parlare dogmatico. A fine pandemia, conclude Pievani, scopriremo che a salvarci saranno state proprio “la democrazia della conoscenza, che ci dà gli strumenti per capire e decidere con saggezza, e la solidarietà umana che ci fa sentire tutti parte della stessa comunità di destino”.