Io sono per un cristianesimo popolare.
Capisco tutte le obiezioni a un cristianesimo insipido, inconsapevole, fatto di consuetudini, tiepido.
Io ho anche l'animo dell'apolide e del cosmopolita, ma continuo a preferire la territorialità: almeno per l'oggi, in un fazzoletto di terra vivi, respiri, cammini, mangi, lavori, preghi, incontri, paghi le tasse, ti curano, ami. Poi c'è il globo intero: viaggi, visiti, lavori anche, fai del bene.
L'istituto giuridico "parrocchia" è pieno di problemi e fa acqua da tutte le parti; però resta il fatto che il cristianesimo è nato da un gruppo di persone che vivevano insieme, con-vivevano. E poi le comunità-casa: due-tre nuclei familiari che pregavano insieme in una casa.
In questo modo stavano stretti attorno al Maestro.
Poi c'erano le folle. Gesù il Figlio di Dio non ha disprezzato le folle sulle strade; la folla è variegata, mutevole, instabile; eppure il Messia l'ha preferita ai gruppi dell'ordine costituito.
Lo hanno abbandonato sia i discepoli che la folla. Lo hanno condannato le autorità civili e religiose.
Non me ne abbiano gli eremiti, i tesserati, i movimentati, gli etichettati, i carismatici...
Io sono un cristiano di parrocchia: se abitate in questo territorio, siete parte di questa porzione del santo popolo di Dio e vi vedo, vi saluto, vi accolgo, vi ascolto, vi servo, mi sento parte.
Non siete tutti uguali a me; non siamo concordi; non siamo sempre simpatici gli uni agli altri; non siamo tutti amici;
ma esistete.
In questo momento, qui e ora, mi basta, mentre il mio pensiero corre alle periferie esistenziali e geografiche, che non riesco a raggiungere.
Ma là - ovunque sia questo "là" - ci sarà qualcuno che condivide con te quel tempo e quello spazio.
Mc 250428