Per fare memoria delle cose belle e importanti!
 


Quando si dice
- essere sul pezzo, in vera comunione col papa e la sua "Amoris laetitia";;
- essere capaci di acume e profondità;
- essere in ascolto e in con-lavorazione col santo popolo di Dio, in tutte le sue espressioni;
- essere seri nel formulare un impianto che regga un anno pastorale;
- essere gratuiti (online il pdf di 64 pagine).
Grazie dell'esempio, vescovo Erio!
 
 
don Chisciotte Mc


Una immagine che - anche senza testo - lancia un messaggio chiaro ed efficace, relativo ad un pulitore di superfici.
Come mai noi che abbiamo da annunciare la Notizia Buona e Bella non siamo capaci di forme di comunicazione così dirette ed efficaci?!
don Chisciotte Mc
 

Voglio dire il mio grazie 
a tutti coloro che mi danno fiducia e mi circondano di affetto.
Mi spiace di non riuscire a corrispondere in modo adeguato.
don Chisciotte Mc
Siate vigili 
di Nunzio Galantino 
Quando si parla di “attenzione”, immediatamente pensiamo a quella che si mette in atto in certi momenti per evitare dei pericoli, come per esempio l’attenzione che si deve prestare di fronte ai segnali stradali; oppure si pensa all’attenzione nei confronti degli altri, intesa come cura o premura rivolte a una persona. Capita di mancare di attenzione, quando si è stanchi, distratti, demotivati.
“Attenzione”: dal latino attentio, derivato del verbo attendere, a sua volta composto da ad – tendere, non nel senso di “aspettare”, ma di “tendere verso”, “rivolgere l’animo”, “applicarsi a un compito”.
Un’etimologia accorta arricchisce il termine “attenzione” di ulteriori significati, perché la collega alla vigilanza, all’essere desti nei confronti di un oggetto che muove il desiderio, l’interesse e la passione. È “attento”, per Sant’Agostino, chi è consapevolmente presente davanti a ciò che vive, fermandosi su di esso, amandolo e spendendosi per esso; tanto che lo stesso Agostino arriva ad affermare che «quod amatur, non laboratur». L’attenzione dipende dall’atto volontario di un essere libero e richiede cura, premura, dedizione e sforzo. L’atteggiamento contrario all’attenzione è la trascuratezza, la superficialità, il pressappochismo. Dall’attenzione, come esercizio del pensiero, dipende la 

«Signore, donaci il tuo Spirito perché possiamo conoscere la via per la quale camminare.
Noi tutti abbiamo bisogno di te, Spirito santo, perché il nostro cuore sia aperto, inondato dalla tua consolazione al di là delle parole e dei concetti che ascoltiamo.
Concedici di cogliere la tua presenza nella Chiesa, in ciascuno di noi, tu che sei l'ospite permanente che continuamente modella in noi la figura e la forma di Gesù.
Fa' che possiamo intuire la tua azione nella storia dell'umanità, nei suoi cammini incerti verso la conoscenza della verità.
Tu che costruisci il corpo di Cristo nella storia, che promuovi la testimonianza di fede, riempici di fiducia e di pace anche in mezzo alle tribolazioni e alle difficoltà».
Carlo Maria Martini, Le confessioni di Pietro, 69

Quello che più colpisce nella vicenda della campagna del Ministero della Salute circa i cosiddetti "Stili di vita corretti" è che molti dei posti di responsabilità (dai quali dipendono non pochi aspetti della vita sociale, culturale, ecclesiale) siano occupati da persone incompetenti, supponenti, ignoranti.
Si badi bene: non si tratta anzitutto di una valutazione morale del singolo, bensì della amara constatazione di una esperienza che tanti fanno ogni giorno: ci aspetteremmo ben altra competenza, passione, disposizione al servizio e al lavoro collegiale in coloro che ricoprono incarichi di responsansabilità.
Ciò che in questo caso ha suscitato scalpore e ha richiesto un pronto intervento "riparatore", ogni giorno capita in mille forme non molto differenti, che abitualmente la gente deve subìre.
don Chisciotte Mc

In questi giorni ho questa impressione, come in altre occasioni:
alcune persone non mi ascoltano, in determinati contesti, perché "è normale" che un prete non venga ascoltato, poiché è opinione comune che dica cose non utili;
altre persone sentono le mie parole, ma in realtà non le ascoltano davvero, perché ritengono che ciò che dico sia sì bello, ma quasi incredibile.
E' la Buona Notizia, così Bella da sembrare incredibile.
E spesso sembrano irrealizzabili alcune scelte spirituali e pastorali che scaturiscono dalla Pasqua.
Lasciamo che agisca lo Spirito Santo, dono del Signore Risorto... e vedremo cose maggiori di queste (cfr Gv 1,50)!
don Chisciotte Mc
 

Il mondo che espelle la pietà
di Antonio Scurati
Viviamo in un mondo osceno. Viviamo nel tempo dell'oscenità trionfante. Ciò che va perduto in questo tempo è la compassione, ciò che viene espulso da questo mondo è la pietà. L'esistenza che quotidianamente conduciamo nella casa di vetro della trasparenza mediatica è un'esistenza spietata.
Violenza e sesso. Sesso e violenza. Entrambi i fondamentali antropologici della nostra «parte maledetta», se sottoposti ad analisi, dimostrano alla nostra triste scienza questa amara verità.
È più facile vederlo riguardo alla violenza. La rivoluzione tecnologica dei media elettronici ci ha messo nella condizione storicamente inaudita di poter assistere immediatamente e continuamente a scene terminali di violenza estrema che annientano vite che non sono la nostra. Da molto tempo, guerre, assassini, catastrofi, cataclismi sono il nostro pasto quotidiano, la nostra abituale dieta mediatica. Ci gonfiamo, così, in una obesità cinica. Ingolfati da questa sugna d'immagini truculente, perdiamo la basilare capacità umanistica di immedesimarci nella sofferenza altrui. È una drammatizzazione della vita senza tragicità.
Quando nella rappresentazione della morte altrui viene meno l'interdetto che nella tragedia greca proibiva di portare in scena il momento cruento, la catarsi, la purificazione dei nostri sentimenti di pietà e terrore, diventa impossibile. In platea rimangono solo passioni impure: sollievo egoistico, godimento perverso, paura onanistica. Nel paesaggio mediatico contemporaneo il tragico è stato sostituito dall'osceno, da ciò che 


«Ho un diario, ma vorrei dedicarmici di più e meglio: la vita si scolora se non la scrivi».

Alexandra Harris

«Fate del vostro ministero un’icona della Misericordia, la sola forza capace di sedurre ed attrarre in modo permanente il cuore dell’uomo. Anche il ladro all’ultima ora si è lasciato trascinare da Colui in cui ha “trovato solo bene” (cfr Lc 23,41). Nel vederlo trafitto sulla croce, si battevano il petto confessando quanto non avrebbero mai potuto riconoscere di sé stessi se non fossero stati spiazzati da quell’amore che non avevano mai conosciuto prima e che tuttavia sgorgava gratuitamente e abbondantemente! Un dio lontano e indifferente lo si può anche ignorare, ma non si resiste facilmente a un Dio così vicino e per di più ferito per amore. La bontà, la bellezza, la verità, l’amore, il bene – ecco quanto possiamo offrire a questo mondo mendicante, sia pure in ciotole mezze rotte.
Non si tratta tuttavia di attrarre a sé stessi: questo è un pericolo! Il mondo è stanco di incantatori bugiardi. E mi permetto di dire: di preti “alla moda” o di vescovi “alla moda”. La gente “fiuta” – il popolo di Dio ha il fiuto di Dio – la gente “fiuta” e si allontana quando riconosce i narcisisti, i manipolatori, i difensori delle cause proprie, i banditori di vane crociate. Piuttosto, cercate di assecondare Dio, che già si introduce prima ancora del vostro arrivo».
papa Francesco, ai nuovi vescovi, n. 5.1, 16 settembre 2016

Il corso si propone di presentare i fondamenti dell’Islam, la sua ricchezza e i punti di dialogo con il cristianesimo. In un mondo globalizzato l'incontro tra religioni e culture è un tema attuale e urgente che interessa non solo la teologia e richiede una conoscenza e un dialogo che eviti forme di sospetto reciproco. Il corso propone, in cinque incontri, un'ipotesi di lettura e di comprensione della regione islamica, della sua società, del culto e preghiera alla luce dei testi sacri.
L'obiettivo è ricercare e scoprire l'originalità dell'identità religiosa islamica ma anche presentare terreni comuni per un concreto cammino di incontro.
http://www.villacagnola.it/corsoislam

Meningite a 11 anni,
medaglia d'oro a 19 anni.




Nonostante il tifo di don Renato,
ormai in una Super Tribuna d'Onore,
ieri il Celtic ha perso 7-0 contro il Barcellona.
Ma che stile nel riconoscere la superiorità degli avversari!
Don Renato ne sarà orgoglioso, come sempre!
don Chisciotte Mc



A volte, questa è la "esaltazione" della Santa Croce.

 

Prima di "commentare" a casaccio, sarebbe meglio almeno conoscere un po' di più... e magari invocare la Sapienza nel riflettere e nel comunicare.

«L'intelligenza non teme il confronto,
lo spera».
«L'atto del credere è, pertanto, un atto di morte dell'io solitario e di apertura di quel sepolcro rappresentato dall'io individuale, che colloca il credente nella compagnia di Dio e dei fratelli di fede. (...) "La fede è già in partenza un appello alla comunione, all'unità dello spirito attraverso l'unità della parola"; e dice, d'altro canto, che l'uomo incontra Dio solo nel momento in cui incontra i fratelli in umanità e che, per converso, "Dio vuole giungere all'uomo solo tramite l'uomo; egli non cerca l'uomo in altro modo che nella sua fraternità con gli altri uomini" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 85).
(...) Nella chiesa, il noi è perciò più profondo dell'io: l'io c'è solo nell'orizzonte del noi ecclesiale. "Appare evidente come la fede non sia il risultato di un'elucubrazione solitaria", ma sia "la risultante di un dialogo che mediante la reciprocità di 'io' e 'tu' inserisce l'uomo nel 'noi' della comunità dei credenti" (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo, 82)».
Roberto Repole, L'umiltà della chiesa, 70-71
«L'apostolo Paolo si pone domande imbarazzanti (...) Paolo sente questi interrogativi come parte del mistero di Cristo e del mistero di Israele e si sforza di dare risposte, a sé e agli altri, partendo non da un ragionamento, ma da una esperienza affettiva. Cercando di partire dal cuore, egli elabora un pensiero acuto e intuitivo. Mi preme farvi notare che Paolo c'insegna uno stile di discernimento: non rifletteremo mai con intelligenza senza una forte componente emotiva. Paolo ha trattato il problema in maniera organica e sistematica? Alcuni direbbero di sì. Io non oso dire tanto, perché questi quattro capitoli sono una serie di tentativi, di flash e non proprio un discorso organico. Quindi Paolo aggiunge pezzi di pensiero in una riflessione mai terminata».
Carlo Maria Martini, Le ali della libertà, 72-73

Buon riposo
come un bimbo sereno in braccio a suo Padre
(cfr Salmo 130).

Undici anni iniziavo a postare (non ancora regolarmente) su http://seiunoseitre.blogspot.it/.
Ecco - a mo' di esempio - il post del 6 giugno 2006:

MA I CATTOLICI SANNO RIDERE?
da www.chiesadimilano.it/ a cura di Francesco Anfossi
I cattolici sono dotati di senso dell’umorismo? In una parola: sanno ridere? Rispondono monsignor Gianfranco Ravasi, biblista, e lo scrittore Vittorio Messori. 
RAVASI «È scomparso totalmente il senso dell’umorismo» 
Monsignor Ravasi, riso e cristianesimo si conciliano? «C’è un famoso asserto riferito alla figura del Cristo nei Vangeli: "Leggo che ha pianto, ma che abbia riso, mai". Se stiamo a Cristo in quanto tale effettivamente è così. Però Luca nel Vangelo usa ben quattro termini diversi per esprimere la felicità. Ciò significa che esisteva il senso gioioso della Buona Novella. Paolo ai Filippesi raccomanda: "Siate sempre allegri nel Signore. Ve lo ripeto: siate allegri". Le radici cristiane conoscono la gioia e la felicità. Una gioia che rasenta l’allegria e perfino la scurrilità. Come nel Risus paschalis: il giorno di Pasqua, per rappresentare la Risurrezione, ci si abbandonava a lazzi di ogni genere, alcune volte anche di cattivo gusto».
E oggi? L’allegria circola tra i cattolici? «Oggi avverto tra i cattolici due correnti antitetiche rispetto alla gioia: da una parte una grande banalità e superficialità. Dall’altra una seriosità che è quasi la reazione all’ottusità del nostro mondo nei confronti dei valori. Il che non è certo esaltante. Anche perché al senso dell’umorismo giova l’intensità dell’esperienza cristiana vissuta dai credenti autentici: la solidarietà, l’amore, le grandi partecipazioni corali. I cattolici d’oggi poi sono sprovvisti di humour, quello che aveva Chesterton, per capirci. Ed è drammatico, perché l’umorismo vero è intelligenza. È saper andare al di là delle cose, trovando il limite, ma senza morire sul limite. Jonesco scriveva: dove non c’è umorismo, c’è il campo di concentramento».
Le viene in mente un personaggio del mondo ecclesiale con uno spiccato senso dell’humour? «Mah, il cardinale di Bologna Biffi, non a caso grande lettore di Chesterton. Poi il vescovo di Ivrea Bettazzi. Tra i laici penso a Santucci, che ha ereditato l’ironia manzoniana. A fatica riesco a trovarne altri».
E, parlando più in generale, chi la fa più ridere? «Le vignette di Giannelli, sul Corriere della Sera. Oppure le strips del Giornalino. In particolare quelle degli Antenati e dell’orso Yoghi».
Difficile immaginare il biblista Ravasi immerso nelle strips degli Antenati...«E perché no? Anch’io sento il bisogno di distrarmi e di rallegrarmi. Concludo con una preghiera di santa Teresa D’Avila: "O Signore, liberami dalle sciocche devozioni dei santi dalla faccia triste"». (...)

Se il predicatore è soporifero
di Gianfranco Ravasi
Era una domenica sera e al terzo piano di una casa della città portuale di Troade; l'apostolo Paolo aveva celebrato l’eucaristia («spezzare il pane») e stava tenendo la sua omelia. Però s’era lasciato prendere la mano e, come accade non di rado ai predicatori, continuava a parlare senza accorgersi che era ormai mezzanotte (...) nonostante le palpebre degli uditori cominciassero ad abbassarsi. Anzi, un ragazzo di nome Eutico, seduto sulla finestra di quella sala affollata, era piombato in un sonno così profondo da precipitare rumorosamente come un corpo morto nella via sottostante. Ci penserà l’apostolo a riportarlo ancora vivo tra i presenti atterriti e, come se nulla fosse, riprenderà il suo sermone fluviale fino all’alba.
È partendo da questo episodio che in una data imprecisata del Settecento il pastore anglicano Jonathan Swift  (autore de "I viaggi di Gulliver") intesse il suo "Sermon upon sleeping in Church". È nota l’ironia sferzante di questo grande autore, capace di usare le spezie letterarie più piccanti fino a raggiungere il sarcasmo. (...) Egli ha subito pronta un’applicazione diretta al suo uditorio per quanto riguarda il citato fatto di Troade: «L’incidente occorso a quel giovane non è bastato a scoraggiare i posteri. Ma, poiché i predicatori di oggi – benché siano in grado di superare san Paolo nell’arte di far addormentare la gente – restano molto al di sotto di lui nel compiere miracoli, la gente si è fatta così prudente da scegliere luoghi e posture più sicuri e più convenienti per i propri riposini, senza pericoli personali...».
In verità, questa scudisciata contro i colleghi soporiferi – che da sempre sono oggetto di critica (spesso fondata) sulla loro capacità di offrire in lunghezza ciò che non sanno dare in profondità, tanto da creare un’impietosa e talora stereotipata antologia di ironie sulla predicazione ecclesiastica – allarga la mira e piomba anche sull’uditorio laico e colpisce il ventre molle dell’indifferenza (...).
in “Il Sole 24 Ore” del 17 luglio 2016

Portare il peso delle cose 
di Nunzio Galantino 
Il termine “responsabilità” ha una storia relativamente breve, tant’è che nel latino classico non si trova il suo corrispondente astratto (responsabilitas), presente invece nel Codex iuris canonici. Lo strato di senso originario del termine “responsabilità” si trova nel latino respònsus, participio passato del verbo respòndere (nella sua forma intensiva, responsare): rispondere con grande impegno, rispondere più volte, rispondere seriamente, dar conto consapevolmente a qualcuno o a se stessi delle proprie azioni e delle conseguenze che ne derivano. Un ulteriore arricchimento di significato viene al termine “responsabilità” e al verbo respondere dalla parentela col greco: «concludere un patto e prendersi reciprocamente a garanti». Non so precisamente da dove l’abbia ricavato, ma un mio vecchio professore di Teologia morale collegava “responsabilità” a due parole latine (res - pondus), finendo per attribuire al termine ”responsabilità” il significato del «saper portare/sopportare il peso delle cose». Grande spazio trova il tema della responsabilità nella tradizione ebraica, che riconosce una stretta relazione tra ascolto (Shema’) e responsabilità. Lo Shema’ è inizio e proclamazione della fede nell’unico Dio, ma è anche garanzia di libertà e inizio della responsabilità. Alla fede nell’unico Dio è, infatti, strettamente legato l’impegno di spendere tutto se stesso e tutti i propri beni nella stessa direzione in cui Dio ha impegnato ed impegna se stesso, chiedendo così all’uomo di imitare, secondo l’espressione rabbinica, gli attributi di Dio: «Come Egli è benigno sii anche tu benigno, come Egli è misericordioso sii anche tu misericordioso, come Egli è giusto sii anche tu giusto». Con questo non si vuole e non si può circoscrivere l’esercizio della responsabilità all’orizzonte religioso. Lo Shema’, origine della responsabilità, è anche ascolto attento della coscienza e risposta a tutto ciò che incrocio – persone e/o eventi - nella mia storia. Questo è possibile solo a chi vive nella costante consapevolezza che ciascuno è artefice della propria vita e che «arrendersi e prendersela con Dio, con la vita o con gli altri non richiede alcuno sforzo. Rimettersi in piedi assumendosi la responsabilità della propria vita e della propria felicità spesso ne richiede di grossi; ma questa è la differenza fra vivere e sopravvivere» (C. Rainville, Nati per essere felici, non per soffrire). Questo che fa della responsabilità un atto d’amore verso se stessi e verso gli altri. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 28 agosto 2016

«Il corpo esprime la persona. Esso non costituisce soltanto un oggetto di questo mondo, ma, fondamentalmente, è qualcuno, è la manifestazione, il linguaggio di una persona. E’ il respiro latore del pensiero, è il passo e l’equilibrio, struttura il tempo e lo spazio. (...) La “carne” è dunque l’uomo nella sua interezza, ma, precisiamolo immediatamente, nei suoi limiti di creatura. Se io sono un essere di carne, significa che sono un essere limitato, che non sono Dio».
Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, 6-7.

«Ciò che definisce l’uomo in questa prospettiva è che il corpo non stringe in un rapporto di parentela l’uomo al mondo inferiore (animale, biologico) ma a Dio; che il corpo, come lo spirito, partecipa dell’essere immagine di Dio; che l’economia di salvezza si svolge attraverso un’economia della carne unita all’economia dello spirito; che le due economie evocano il modo della creazione per le due mani del Padre che sono il Figlio e lo Spirito Santo. (...) L’uomo è un corpo e uno spirito capax Dei dalla creazione, o, se così si potesse dire, “prima” del peccato, e tale rimane per tutta la storia, tale è rivelato nella storia tramite l’incarnazione».
Michelina Tenace, Dire l’uomo. 2, 92-93

«La prima forma di creazione che l’uomo incontra non è quella “fuori” di sé, rispetto alla quale dovrebbe instaurare una relazione “ad extra”: l’uomo è creazione, in ciascuno degli elementi che lo compongono: corpo, animo e spirito».
tratto da Marco Paleari, La creazione come iconostasi