Dalla famosa serie: "Un bel silenzio non fu mai scritto".
Era già a noi noto che la presunta "oggettività" non esiste;
anche oggi abbiamo avuto conferma del trionfo della soggettività (che fa rima con i personali gusto, punto di vista, preferenza, ecc.).
Non possiamo che esserne felici, noi che apprezziamo la multiformità di Dio!
Marco Paleari, 221231


Determinazione. Darsi una scadenza per l’attesa
di Nunzio Galantino
"Il sostantivo determinazione” e l’aggettivo “determinato” hanno una sfera semantica molto ricca. Pur nel rispetto della etimologia, che vede entrambi i termini derivare dal verbo latino determinare (porre confini precisi), composto da de e terminus (limite, confine), torna di grande utilità riferirsi alla mitologia. Terminus infatti era uno dei nomi di Giove, attribuitogli non solo per il suo essere considerato testimone e custode dell’impegno di fissare i confini tra poderi, ma anche per essere il protettore dei confini stessi. Così la “determinazione” è sia la risoluzione con la quale vengono precisati i confini sia l’atteggiamento fermo con il quale ciò viene fatto. È sull’atteggiamento che vogliamo riflettere.
La determinazione e l’essere determinati non hanno nulla a che vedere con la cocciutaggine, che è solo il frutto amaro di egoistica caparbietà, di ingiustificato orgoglio e di irrealistiche pretese. Facendo leva sulla classica virtù cardinale della fortezza, la determinazione si nutre di grandi ideali e di progettualità concrete. (...)
La determinazione, che difficilmente ha successo quando è praticata “contro” qualcuno, è una qualità che va esercitata “per” realizzare progetti. L’essere determinati è lo stato interiore e mentale di chi è risoluto nel definire l’ambito del proprio impegno per una vita riuscita. Per questo motivo è necessario che il pensare e l’agire con determinazione siano il frutto combinato di una convinta fiducia nelle proprie abilità e di una chiara e realistica consapevolezza del valore degli obiettivi. Oltre a contribuire a dare carattere di determinazione alle proprie azioni e parole, ciò costituisce premessa indispensabile per rafforzare le ragioni delle scelte personali.
La determinazione smette, a questo punto, di essere il semplice, seppur legittimo, desiderio di raggiungere un obiettivo e impone di fare i conti in forma viva e costante con il contesto nel quale sono nati e del quale continuano a nutrirsi i propri “perché”. Anche per fare questo ci vuole determinazione. Solo così, infatti, la persona procederà su binari che permettono di tenere la rotta della propria vita, soprattutto nei momenti in cui il percorso si fa irto di difficoltà. Ci si accorgerà, allora, che pensare in grande agendo con fermezza - questo è, in fondo, essere determinati - può significare, in talune circostanze, essere pronti anche a fare qualche passo indietro e a darsi una data di scadenza per le proprie attese".
in “Il Sole 24 Ore” del 21 marzo 2021

#il ghiaccio
di Gianfranco Ravasi
"La coscienza deve ricevere larghe ferite perché è così che diventa più sensibile a ogni morso. Bisognerebbe leggere soltanto i libri che mordono e pungono. Se il libro che stiamo leggendo non ci sveglia come un pugno che ci martella nel cranio, perché dunque lo leggiamo?... Un libro dev’essere un’ascia che rompe il ghiaccio che è dentro di noi".

Sono le righe più note e citate di una lettera che Franz Kafka aveva indirizzato nel novembre 1903 all’amico Oskar Pollack. Parla dei libri: la cartina di tornasole della loro validità è nella loro capacità di «mordere» la coscienza ottusa, di picconare il mare di ghiaccio dell’indifferenza, di ferire l’insensibilità del cuore facendolo sanguinare, di inquietare e spettinare, non di addormentare e accarezzare. Pensiamo solo a certe frasi di Cristo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra e come vorrei che fosse acceso… Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra, sono venuto a portare una spada». I Vangeli sono appunto libri inquietanti e provocatori. I grandi capolavori dell’umanità sono destinati a non lasciar indenne il lettore, una volta che ha chiuso l’ultima pagina. In un tempo in cui domina lo sfarfallio non di rado vano e vacuo dello schermo del computer o della televisione, dovremo più spesso impugnare l’ascia della lettura meditata che squarcia la superficialità della vita e che ci costringe ad affacciarci sulle profondità dell’anima, a scoprirne il fremito d’amore o il groviglio di male che vi si annida.
in “Il Sole 24 Ore” del 11 dicembre 2022

omelia

Una proposta. Considerato l'imprescindibile dimensione sociale della vita e la connessa fondante dimensione ecclesiale della fede, propongo di celebrare insieme - nello stesso luogo e nello stesso orario - due o più funerali di defunti abitanti nel territorio della medesima parrocchia o comunità pastorale. Identico è l'annuncio della risurrezione di Gesù Cristo (e di noi con Lui) e identica è la richiesta fatta a Dio Padre.
Marco Paleari, 221208

Riflessione a cura di don Marco


Davvero la liturgia non parla più ai fedeli?

di don Antonio Rizzolo
"Il titolo della nostra copertina e il dibattito che trovate all’interno (Jesus, marzo 2021, pagina 28) vuole aiutarci a ri¤ettere su un problema che la pandemia ha semplicemente messo in evidenza, ma che esisteva già. Le questioni sul tavolo sono tante e vanno al di là di come si celebra e della partecipazione dei fedeli, perché toccano la stessa vita cristiana. Fa davvero pensare l’allontanamento sempre più ampio dei giovani, delle donne, non tanto e non solo dalla Messa domenicale, ma da una fede vissuta nelle scelte quotidiane. Addirittura, a volte sono proprio i praticanti, quelli che continuano a frequentare le assemblee liturgiche, i più lontani dal modo di pensare e di agire che ci ha comunicato Gesù Cristo.
Il tema è davvero complesso e riguarda non solo la liturgia e il suo linguaggio, ma la catechesi, la formazione, l’evangelizzazione. Di fatto, il futuro stesso del cristianesimo. Come a†fferma nel nostro dibattito il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, partendo dalla nuova edizione del Messale Romano, «questa traduzione può essere l’occasione non per disquisire se ci andava “rugiada” ma per riflettere effettivamente sulla celebrazione e sulle tante cose che non funzionano».
Credo che, sempre a proposito del Messale, si sia fatto un cattivo servizio, anche a livello di informazione, mettendo in evidenza solo le piccole o grandi variazioni rispetto all’edizione precedente. Poteva, invece, essere l’occasione, anche per i parroci (ma c’è ancora tempo per farlo), di una catechesi rinnovata sul signifi‘cato dell’Eucaristia, dei gesti e non solo delle parole. Un’opportunità per superare l’idea che la liturgia si riduca alla Messa, e per lavorare come comunità parrocchiale, come diocesi, a livello di introduzione, preparazione. Lo spiega ancora monsignor Olivero: «In senso remoto ci andrebbero un sacco di cose per arrivare poi a Messa; servono educazione al silenzio, a invocare, alla preghiera di benedizione, di ringraziamento, di lode…». Se la liturgia è preparata e vissuta, se ci si arriva come a un “culmine”, può anche diventare più facilmente “fonte” per una vita cristiana autentica, da testimoniare nella vita di ogni giorno.
Jesus, marzo 20121