- Dettagli
per un sorriso- Dettagli
La tv a due velocità: cult, ma non per tuttiIl lancio dei Tudors, testa a testa con gli attesissimi nuovi episodi di Lost sui canali Fox del bouquet Sky, segna il passaggio della tv-tv alla scena digitale. Finora la digi-tv aveva raccolto soprattutto pubblici di nicchia, magari molto importanti, ma pur sempre meno «generalisti» di quelli della tv tradizionale. E' un vero e proprio nuovo divario culturale, il paio del cosiddetto «digital-divide», quello che separa ormai chi si sorbisce la solita vecchia tv, e chi pagando può permettersi di accedere ai canali digitali. In Italia a Sky si sono affiancati i tre nuovi strani canali di Premium Gallery, Joy, Mya e Steel: Mediaset li sta spingendo persino con offerte che si comprano come le ricariche dei cellulari. E il risultato finale è che, secondo i dati dell'indagine di base ufficiale per l'Auditel, sono ormai 8,6 milioni le famiglie italiane digital-televisive. Aldilà degli indici di ascolto effettivi, che sono ancora difficili da calcolare, la svolta è nei fatti. Per esempio, è evidente che se uno spettatore si avvicina allo stile e ai linguaggi della nuova produzione seriale Usa (che peraltro le reti generaliste sacrificano con programmazioni insensate), resta stregato: ed è davvero difficile tornare indietro. (...)
E il «Di più è di più» dei Tudors non è roba da mammolette di Rivombrosa, è davvero crudo. Alla fine il «digital-divide» televisivo è anche una questione di censura, perchè sulle reti generaliste viene tutto ancora massacrato secondo un'improbabile ma ferrea logica moralistico-politica. E quest'anno ci si è messo persino lo sciopero degli autori, che fornisce il pretesto per un nuovo disordine a chi decide le griglie rigide della tv tradizionale. Nella digi-tv le serie vengono mandate e rimandate in onda senza grandi problemi, in perenne «loop». Ogni giorno in tutto il mondo viene vista una qualche puntata di un qualche Csi, ed è così che è diventata la serie record di pubblico di tutta la storia dello spettacolo. Di più è di più, appunto.
- Dettagli
LA CHIESA INGLESE HA DEFINITO L'OPERA «BRILLANTE E INTELLIGENTE»- Dettagli

Donne in cerca dell'amato, 27
- Dettagli
"Il desiderio ritrova le sue radici profonde nella reciprocità. Noi desideriamo essere desiderati e assaporiamo il desiderio degli altri per noi. Proviamo piacere quando l'altro trova piacere in noi. Per questo corriamo il rischio immenso di lasciare che l'altro ci veda in tutta la nostra vulnerabilità, consegnandoci nelle sue mani. Rowan Williams l'ha espresso in modo mirabile:"In modo cruciale nella relazione sessuale io non sono più affidato a me stesso. Ogni esperienza autentica del desiderio mi mette all'incirca in questa situazione: non posso soddisfare da solo il mio desiderio senza snaturarlo o degradarlo. Questo manifesta in modo eminente che l'io non può cavarsela da solo. Perché il mio corpo sia una sorgente di gioia, mi permetta di stare in pace con me stesso, deve essere riconosciuto, accettato, valorizzato da qualcun altro. Questo significa: dipendere dalla creazione della gioia nell'altro, perché solo quando è orientato al godimento e alla felicità dell'altro il mio corpo può essere amato senza riserve. Desiderare la mia gioia è desiderare la gioia di quell'altro che io desidero. Quando cerco il godimento nel corpo dell'altro io tendo a far sì che il mio corpo sia fonte di godimento. Noi proviamo piacere quando doniamo piacere".
L'Ultima Cena è un invito a condividere l'immensa vulnerabilità di Gesù quando egli si consegna nelle mani dei discepoli. Questa vulnerabilità rimane per sempre. Quando Gesù risorge dai morti mostra le ferite delle sue mani e del costato: egli sarà ormai per sempre il Cristo ferito e risuscitato. Abbiamo il coraggio di imparare a essere così vulnerabili all'altro? Il coraggio di rischiare di essere feriti da quelli che amiamo?".
- Dettagli
"Quando gli abitanti di un villaggio della Palestina chiesero a rabbi Yehuda Hanassi di inviare loro per maestro uno dei suoi migliori allievi, questi raccomandò loro rav Levi, profondo erudito e brillante oratore. Il nuovo maestro arrivò e la folla lo ricoprì di elogi, facendolo salire su un palco dal quale pronunciare il suo primo discorso di Torà (Legge). Ma quando rav Levi volle aprire bocca non ne uscì neppure un suono. Il suo cervello era vuoto. La folla cercò di incoraggiarlo con qualche domanda, ma Levi restò muto. Confuso e umiliato tornò dal suo maestro e raccontandogli l'accaduto aggiunse delle parole simili a queste: "Rabbi, mi rendo conto adesso che al momento di salire sul palco ho provato un soffio di fierezza che ha cancellato tutte le mie conoscenze di Torà". È bastato un piccolo inorgoglimento, un soffio di fiato tirato a sollevare il petto in alto e tutta una vita di studio si è ammutolita. Maestro è chi recide ogni giorno il prepuzio di orgoglio che ricresce sulla lingua di chi parla da un pulpito. Già il Trattato dei Padri, nel Talmud, insegna: "Non fare delle parole della Torà una corona per te ingrandendoti con esse". La vicenda di rav Levi mostra che la conoscenza delle scritture sacre non è un possesso neanche dei maestri. Essi la possono soltanto ospitare e tutto il loro studio è solamente il tappetino d'ingresso. La Torà non varca la soglia di chi non l'abbia ben ripulito ogni giorno dalla polvere dell'orgoglio".- Dettagli
Carlà a fumettiSiamo tutti scemi, giornalisti e cittadini? E' un'ipotesi da prendere in considerazione. Più che altro, però, siamo di fretta. Per poterci soffermare sulla retromarcia afghana di Sarkò bisognerebbe prima essersi domandati dov'è Kabul e cosa sia successo ultimamente da quelle parti. Processi logici che richiedono fatica e soprattutto tempo: almeno un minuto di mente sgombra. Impresa improba con il bambino che piange, la vicina che rompe, il telefono che squilla, l'appuntamento che incombe. Così uno si accontenta di sfogliare il mondo come un giornale a fumetti: attraverso immagini e foto, indignandosi moltissimo per lo scadimento dell'informazione, ma concedendosi solo nei giorni di festa il brivido di spingersi fino alle didascalie.
- Dettagli
Preferisco vivere- Dettagli

Parrucca per gatti l'ultima stravaganza Usa
http://www.lastampa.it/lazampa/girata.asp?ID_blog=164&ID_articolo=215&ID_sezione=352&sezione=Segnalato+dalla+rete
- Dettagli
LA PROPOSTA IN IN GRAN BRETAGNA27 marzo 2008
- Dettagli
- Dettagli
Questo video merita le nostre risate, ma merita anche di essere visto da tante persone... tante volte!!
- Dettagli
Quest'anno la giornata di memoria dei martiri missionari coincide con il Lunedì dell'Angelo. Nello splendore pasquale ricordiamo la necessità del sacrificio, di Cristo e poi dei suoi seguaci, segno che la verità e l'amore non hanno abbandonato la terra.
- Dettagli
- Dettagli
C.M. Martini, Le tenebre e la luce, 119-12
- Dettagli
- Dettagli
STOLA E GREMBIULE
"Forse a qualcuno può sembrare un'espressione irriverente, e l'accostamento della stola col grembiule può suggerire il sospetto di un piccolo sacrilegio.Sì, perché, di solito, la stola richiama l'armadio della sacrestia, dove, con tutti gli altri paramenti sacri, profumata d'incenso, fa bella mostra di sé, con la sua seta e i suoi colori, con i suoi simboli e i suoi ricami. Non c'è novello sacerdote che non abbia in dono dalle buone suore del suo paese, per la prima messa solenne, una stola preziosa.Il grembiule, invece, ben che vada, se non proprio gli accessori di un lavatoio, richiama la credenza della cucina, dove, intriso di intingoli e chiazzato di macchie, è sempre a portata di mano della buona massaia. Ordinariamente, non è articolo da regalo: tanto meno da parte delle suore per un giovane prete. Eppure è l'unico paramento sacerdotale registrato dal vangelo.Il quale vangelo, per la messa solenne celebrata da Gesù nella notte del giovedì santo, non parla né di casule né di amitti, né di stole né di piviali. Parla solo di questo panno rozzo che il Maestro si cinse ai fianchi con un gesto squisitamente sacerdotale.Chi sa che non sia il caso di completare il guardaroba delle nostre sacrestie con l'aggiunta di un grembiule tra le dalmatiche di raso e le pianete di camice d'oro, tra i veli omerali di broccato e le stole a lamine d'argento! - continua - il testo completo su:
- Dettagli
- Dettagli
- Dettagli
Dunque gli uomini pensano secondo misura,
Mentre un'antropologia puramente della proporzione, dell'equilibrio, tenderebbe a intendere maturazione come armonico assestamento dei diversi piani, una vera antropologia cristiana richiede un al di là, un andare oltre.
- Dettagli
- Dettagli

- Dettagli
MILANO
- Dettagli
"Il reciproco servizio, l'amore vicendevole che Gesù insegna con questo gesto sconcertante, è dunque una delle beatitudini insegnate da Gesù. L'evangelista Giovanni ricorda due beatitudini: quella della fede, per la quale chiama beati quelli che credono senza vedere (Gv 20), e quella dell'amore, per la quale sono beati coloro che si amano a vicenda (Gv 13). La Parola di Vita ci invita a godere di questa seconda beatitudine, che si raggiunge comprendendo l'insegnamento di Gesù e mettendolo in pratica. «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri». Lavare i piedi... Non c'è dubbio: questo gesto di Gesù è un'illustrazione chiara, concreta ed efficace del comando dell'amore; Gesù vuoi dare ai suoi discepoli un insegnamento di quell'umiltà che è base dell'amore. (
Chiara Lubich, fondatrice e presidente dei Focolarini, e' morta
Fondatrice del Movimento dei Focolari, nato in tempo di guerra e che in poco più di 60 anni ha raggiunto una diffusione mondiale in 182 Paesi.
- Dettagli
http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=18339
- Dettagli
- Dettagli
6/3/2008 - INCHIESTA/1. FENOMENO IN FORTISSIMA CRESCITACoca da pazzi. I consumatori in città sfiorano i 10 mila.
di MASSIMO NUMA e GRAZIA LONGO
Mète finali, Milano e Torino. Ancora: Roberto Mollica, responsabile dell'Osservatorio dipartimento dipendenze patologiche Asl di Milano, non ha dubbi. Ha terminato uno studio sui dati nazionali. Morale: Nel 2010 i consumatori di cocaina potrebbero aumentare ancora del 40 per cento, rispetto al 2007. Quanti? Tra 800 mila e 1 milione e 100 mila, il 3 per cento degli italiani. Queste sono le premesse. A Torino, c'è ancora una certa cautela a individuare, in un numero preciso, i consumatori abituali. Ma sommando i dati dei denunciati, degli arrestati e dei segnalati (solo per il possesso di stupefacenti), si sfora ampiamente quota 10 mila. Nel 2005, i ricercatori dell'istituto «Negri», analizzando le tracce di cocaina nelle acque del Po, avevano sentenziato: 8 mila consumatori. Tanto per non essere catastrofisti. Sulla strada, spacciano gli africani, spiegano polizia, carabinieri e Finanza. Il ritratto di uno, vale per gli altri. Nome di battaglia, Tyson, gigantesco gabonese di circa 30 anni. Il nome? E chi lo sa. Documenti falsi, impronte abrase. E' il boss assoluto di Tossic Park. Guida un esercito di pusher, manovra chili di droga pesante. Roba chimica. Cocaina di pessima qualità, tagliata spesso con farmaci. Arrestato più volte, e mille volte uscito. E' lui il tramite tra i trafficanti e la rete. I tossici, i consumatori occasionali, non lo hanno mai visto. Viveva in un alloggio all'ultimo piano, in un anonimo condominio di via Stradella.
Pericoloso e crudele, con i suoi uomini. Calmo e suadente, con gli inquirenti, le rare volte in cui è incappato in un controllo. E' uno spacciatore di alto livello, lui. Uno dei suoi tanti «soldati», un senegalese, un musicista, fu preso. Come Malì Senè, senegalese d'origine con mamma nata in Francia, è finito in una cella delle Vallette. Lui, che fa il dj nella discoteca Mercury di via Stradella, fu sorpreso dagli agenti con un migliaio di dosi di cocaina. Cifre e statistiche non bastano. Ci sono le storie. Non c'è un solo settore della società civile, che sfugge alla contaminazione: nella lista nera dei segnalati allo «psico-sbirro» della prefettura, sono caduti, via via: il figlio del magistrato, la top model, l'atleta, il manager, il professionista, il bamboccione che sta per ereditare fortune cospicue, l'attore di soap opera, centinaia, migliaia di signori Rossi qualunque. Donne e uomini. Ragazzi. Pure minori. Un dramma senza nome che, alla fine del tunnel, schianta le famiglie nel profondo.
Altri scenari. Lei è un personaggio del jet set. Quello vero, non quello tarocco. La cocaina che tira è quella buona. Arriva dai narcos calabresi, non dai neri di Tossic Park che vendono droga trash. Principio attivo altissimo, tagli secondo i manuali di chimica. Ha un colore che dà sul rosa, in controluce. La porta a Torino, da Milano, un'irreprensibile coppia di imprenditori, ramo tessuti.
Con ufficio-atelier in pieno centro. Palazzo d'epoca, vicini di casa docenti universitari e antiche famiglie torinesi. La cocaina è nella valigetta 24 ore. Vai a vedere i campionari delle griffe ed esci con la bustina da 20, 30 dosi. Ci vogliono migliaia di euro. Servirà ad animare le feste private, in una villa sulla collina di Moncalieri. Sarà al centro di un vassoio d'argento o di cristallo. I pochi attrezzi necessari vicini. Lei e il suo compagno la offrono, generosi. La regola degli ospiti è una sola: ricambiare alla prossima. Anche per dividere il rischio. E Giuseppe Brignolo, 24. Preso nella sua casa della Crocetta. Aveva 11 chili di cocaina nel garage. Famiglia bene, madre hostess, un lavoro di copertura, quello di titolare di una ditta di soccorso auto. Condannato recentemente, non ha mai voluto collaborare con gli inquirenti. Nulla si sa dei narcos che gli affidarono la droga.
http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/cronaca/200803articoli/6096girata.asp
- Dettagli
Un buon matrimonio è quello nel quale ciascuno fa dell' altro il custode della sua solitudine e gli accorda questa fiducia, la più grande possibile
- Dettagli
10/3/2008 (8:16) - LA STORIA
La sbronza dei bravi ragazzi
Bevono fino a stordirsi, ma solo di sabato: sette minorenni su cento si divertono così
di Elena Lisa
MILANO - Un bicchierino di rum e ancora uno. Poi quello di whisky e subito dopo il cognac. Ma meglio il rum, quello dolce, al miele. Uno dietro l'altro. Marta, tredici anni, il sabato sera si diverte così. Sballa con alcuni compagni di classe, una terza media in zona Porta Vittoria, vicino al centro di Milano. Si fa di «calette», piccoli bicchieri di superalcolico che si buttano giù, appunto «si calano» (il gergo è quello usato per le pasticche) in una, al massimo due sorsate. Se la gradazione è troppo alta e il sapore intenso, per continuare a bere si aiuta con un bicchierino identico, pieno di succo di frutta. Così stempera la botta di alcol. Marta è una «binge drinker», beve con l'obiettivo di ubriacarsi una volta a settimana. Mischia drink e lo fa velocemente così lo stordimento arriva prima. Con gli amici ha scelto la serata migliore per farlo: il sabato sera. Ogni sabato del mese. Si ubriaca da settembre e non lo nasconde, perché, racconta, «lo fanno tutti, ma non siamo alcolizzati». I suoi studi, assicura, non ne risentono: «Non lo faccio in settimana perché ho la scuola. Sono la prima della classe. Bevo solo nel weekend quando i miei genitori mi permettono di uscire e di far tardi».
«Binge»: baldoria, festa rumorosa, ma anche «attività frenetica». E' un fenomeno nato nelle università americane, esportato nei college inglesi e ora in voga in Italia. I dati delle indagini evidenziano due fattori a rischio, l'età bassissima di chi lo pratica e lo scopo preciso: non si beve per divertirsi, ma solo per stordirsi. Sono i ragazzi tra gli undici e i diciotto anni a essere sotto osservazione dalle ricerche che si occupano di alcol, dipendenze e salute. E' in questa fascia d'età che il numero di bevitori è cresciuto vertiginosamente. Il discrimine tra ieri e oggi è proprio questo: i minorenni bevevano anche prima, ma non era necessario «sballare» a tutti i costi. L'ufficialità dei numeri di Osservasalute, Istituto Superiore della Sanità e Istat, fotografa una situazione decisamente nuova per l'Italia e per alcune regioni: Lombardia e Piemonte, insieme a Trentino e Veneto, sono ai primi posti della classifica dei «baby-binge drinkers». E colpiscono le percentuali alte che riguardano le ragazzine. «Usciamo con gli amici e ci divertiamo così. Quando mi ubriaco mi sento libera», spiega Marta che tiene per mano Alessia, la sua migliore amica.
Marta è bruna, ha i capelli lunghi, porta jeans a vita bassa, scarpe da ginnastica, piumino nero e borsetta rosa con dei gattini; Alessia è bionda ed è vestita nello stesso modo, con piccole variazioni: «Non servono grandi cifre, a noi bastano 20 euro a settimana. Usciamo solo al sabato e in discoteca non andiamo quasi mai, anche perché non giriamo coi maggiorenni». Di quelli più grandi che ti offrono da bere, oltretutto, è meglio diffidare. «Ti sfidano per vedere quanti bicchierini riesci a farti e poi ti fregano i soldi - è l'esperienza di Matteo, 14 anni, che confessa di ubriacarsi sempre e solo il sabato sera -. Sono al primo liceo, non posso sgarrare e poi ho gli allenamenti di nuoto».
Sport, niente fumo, studio e la ciucca del fine settimana: «Per noi è un appuntamento fisso - racconta Marco, quasi 14 anni, capo di una piccola banda che gira nei giardini di corso 22 Marzo, a Milano, e che si fa chiamare "The Legends" -, a volte lo facciamo per scommessa per vedere chi si ubriaca prima». I binge drinker si muovono in gruppo. Ci si ubriaca insieme, si inizia attorno alle dieci, ci si muove a piedi o sui motorini. Si può stare tutta la sera nello stesso discobar o sul marciapiede, o ancora si può girare alla ricerca delle offerte. In alcuni locali i gestori sanno essere anche molto generosi, proponendo due consumazioni a cinque euro. Una ne costerebbe tre. Gli sconti qui sono per tutti, minorenni compresi: «Non possiamo mica controllare le carte d'identità - dice Maurizio Pasca, dirigente della Federazione italiana pubblici esercizi -. Ma sono criminali quei gestori che si accorgono di avere davanti un quattordicenne e gli servono superalcolici. Sarebbe bene che a prestare attenzione fossero prima di tutto padri e madri». Ma il quattordicenne Matteo alla parola genitori si fa una risata: «Quando rientro a casa loro dormono già, non si accorgono di niente».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/200803articoli/30904girata.asp
- Dettagli
ALZIAMO I TONI
di Mario Giordano
Ma sì, alziamo un po' i toni. Stracciare il programma è un gesto maleducato? Può darsi. Ma siamo in campagna elettorale, mica al corso di bon ton di Donna Letizia. E se questo gesto davvero ha segnato un cambiamento di passo e un nuovo clima un po' più rovente, evviva: se non altro, così restiamo svegli. Finora, malgrado tutti i nostri sforzi, avevamo avuto qualche difficoltà. Suvvia, diciamocelo: non ne potevamo più di questa atmosfera ovattata, dieci piani di morbidezze. Non ne potevamo più dello scambio di cortesie, ostentazione di fair play. «Caro Silvio», «Caro Walter», smancerie annesse, oh come ci vogliamo bene, trottolini amorosi dudududadada. Non ne potevamo più di quell'odore dolciastro, da deodorante malizia, profumo d'intesa, che permeava e un po' soffocava la scena politica. Il fair play va bene prima della partita, quando ci si stringe la mano, e dopo, quando, terzo tempo o no, si riconosce la vittoria dell'avversario. Ma in campo, santo cielo, no: nessun fair play. In campo ci si mena come fabbri, si fanno tackle e contrasti con grinta, e se è il caso, anche falli e sgambetti ai limiti del regolamento. E alla fine, come sempre, vinca il migliore. Mica il più educato. O il più ossequioso. Anche perché questa coltre perbenista, da ragazzi dell'oratorio in gita premio al santuario, rischia di coprire le peggiori bestialità. (...) Perciò, se proprio dobbiamo scegliere, lo confessiamo: meglio uno scontro scorretto che uno politicamente corretto. (continua)
- Dettagli
Cristiani, Medio Oriente e gli enigmi della Storia
Una presenza tra l'indifferenza dell'Occidente e la minaccia dell'islam
di Andrea Riccardi
Discutere dei cristiani in Medio Oriente non è una novità. Lo si è fatto recentemente a Parigi; lo ha fatto a Roma la Comunità di Sant'Egidio pochi giorni fa. Perché? Le comunità cristiane orientali, non sono paragonabili come numero a quelle nate dalla missione in Africa, Asia o America Latina. Eppure rivestono un significato speciale. Sono considerate così rilevanti, tanto che la Santa Sede istituì nel 1917 una congregazione per i cattolici orientali.I cristiani d'Oriente sono però spesso limitatamente sentiti dai loro correligionari italiani, i quali sono più attenti all'impegno missionario o solidale in Africa o in America Latina. La sorte dei cristiani mediorientali appare come un tema remoto e complesso, mentre la nostra opinione pubblica è affamata di semplificazioni. La complessità è una cifra con cui l'Europa guarda a questo parte del «complesso Medio Oriente», come diceva il generale de Gaulle. Ci sono però tre fuochi importanti che hanno richiamato l'attenzione: la Terra Santa, tornata ad essere spazio di grande attrazione per i cristiani europei. Il secondo aspetto è il Libano: dagli anni Settanta fino a tempi recenti, anche attraverso il coinvolgimento dei militari, questo paese ha ricevuto molta attenzione. Certo l'opinione pubblica fa difficoltà a orientarsi sulle vicende libanesi e si è fermata ad una chiave interpretativa della crisi, quella del conflitto tra cristiani e musulmani, che se mai ha avuto una sua validità, certo non l'ha più da anni. Accenno solo al terzo aspetto di attenzione, l'Iraq, su cui la gran parte dell'opinione pubblica nazionale ha respinto la guerra a Saddam Hussein. Ma oggi tutti sappiamo che il dopoguerra irakeno ha visto quasi dimezzarsi l'antica comunità cristiana di quel paese. La politica italiana non ha fatto mai dei cristiani d'Oriente una priorità. Nel pendolo dell'interesse italiano dell'ultimo mezzo secolo, i poli sono stati il mondo arabo, i palestinesi e Israele. Tradizionalmente l'interesse per i cristiani d'Oriente ha avuto qualche punta in chiave antifrancese. Ma è stato solo un passaggio. Tuttavia anche in Italia oggi è divenuto impossibile disinteressarsi del mondo cristiano d'Oriente, perché è divenuto impossibile disinteressarsi del Medio Oriente. I cristiani d'Oriente possono essere una delle chiavi per avvicinarsi alla situazione mediorientale. Per la prima volta, il mondo italiano ha scoperto, a livello di massa, l'Oriente cristiano. E per un insieme di motivi. Innanzi tutto l'islam: dalla crisi petrolifera degli anni Settanta, poi con il terrorismo, infine con i fondamentalismi, ci siamo accorti che l'islam riguarda in modo diretto anche l'Europa. E i cristiani d'Oriente sono quelli che vivono con l'islam. D'altra parte gli europei hanno preso a guardare in modo più interessato alla vita religiosa in genere. L'interesse è accresciuto dal fatto che i cristiani d'Oriente vivono una transizione difficile: il loro numero si assottiglia per l'emigrazione, la loro percentuale si riduce rispetto ai musulmani loro compatrioti, la loro sopravvivenza è a rischio. Un grave errore sarebbe assumere un atteggiamento di aggiornata protezione da potenze cristiane verso i cristiani d'Oriente. E' una storia antica, carica di ambiguità, in cui si è visto l'uso strumentale, da parte delle potenze europee, dei cristiani d'Oriente fino agli albori del nostro secolo. E' una politica che spesso ha condotto a un processo di estraniazione dei cristiani dal loro ambiente. Ma la storia dei cristiani arabi o arabofoni è andata in altro senso. Il patriottismo arabo li ha visti protagonisti di tante battaglie nazionali. La Santa Sede, prima con Propaganda Fide e poi con la congregazione orientale, ha lottato per affermare una visione religiosa della vita e degli interessi dei cattolici orientali, sganciata dalla politica delle potenze.C'è un altro uso strumentale, molto diffuso, dei cristiani d'Oriente: quello di vittime di un islam imbarbarito. La storia dei dolori del mondo cristiano orientale è lunga e poco nota. Per limitarci a quella del Novecento, basta pensare al genocidio degli armeni, che ha portato alla trasformazione della composizione etnica e religiosa di intere regioni dell'Anatolia. E' significativo che, con l'allontanarsi degli eventi, non diminuisca l'interesse per quella triste storia che conosce un revival di studi e di memorialistica. Appare sempre più chiaro lo scenario di una strage nazionalista che, per affermarsi in Anatolia, diventò anticristiano, mobilitando con i motivi religiosi il mondo anatolico. Accanto agli artefici maggiori, appare come le potenze dell'intesa non ebbero interesse a garantire la sopravvivenza cristiana in Medio Oriente: l'abbandono degli assiri da parte degli inglesi e il ritiro della Francia dalla Cilicia sono esempi chiari di come tali paesi considerassero i cristiani d'Oriente quantité négligéable. I cristiani non sono solo vittime della storia e di un presente che li spinge ad una posizione di cittadini di seconda categoria; sono anche a loro modo protagonisti del presente. Possono esserlo, nonostante la condizione non sempre piena della loro cittadinanza. La situazione dei cristiani d'Oriente è ricca, complessa, sofferta: nasconde potenzialità grandi. Questi cristiani non sono solo le vittime dell'intolleranza musulmana, ma sono una grande chance per il mondo musulmano, per non essere solo con se stesso. Nonostante il loro numero ridotto, sono organizzati in comunità che hanno una loro vita interna e internazionale: hanno figure di riferimento di spicco, producono una riflessione.Due modeste ma convinte idee ci muovono. La solidarietà cristiana con le Chiese orientali comporta una scambio di doni, di storia, di spiritualità; ma anche la convinzione che i cristiani sul Mediterraneo debbono rinnovarsi: le comunità cristiane, secondo le loro diverse tradizioni, di fronte alle molteplici sfide del mondo contemporaneo, hanno necessità di un ressourcessement. Ma tale rinnovamento non si fa da soli, ma in un quadro di intensa comunione. Forse dovremmo interrogarci meglio su come è stato recepito il Vaticano II dai cattolici orientali, sul rinnovamento copto di Shenouda III, su quello del patriarcato antiocheno. Del resto è difficile isolare i cristiani d'Oriente dalla prossima Chiesa di Cipro, dal patriarcato di Costantinopoli, dalla Chiesa cattolica nel suo complesso.La seconda convinzione è che il mondo musulmano, senza i cristiani, è destinato a un'involuzione verso forme totalitarie: si aprirà il problema delle altre minoranze religiose, etniche, linguistiche. Infatti la presenza dei cristiani, in nome di una bimillenaria tradizione, è quella dell'alterità, la più antica, la più legittima. La scomparsa dell'altro non è soltanto la sua fine, ma anche la fine della base per la convivenza pacifica e per la democrazia.
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200803articoli/30835girata.asp
- Dettagli
Quanta spesa dal negozio all'immondizia
Il 10% degli acquisti non viene consumato. Ogni anno 4 miliardi di euro in fumo
di Daniela Daniele
- Dettagli
Quanto mi era piacevole, pure, sotto la spinta interiore della vita, o nel gioco di una favorevole casualità, abbandonarmi alla tua Provvidenza!
Dopo aver scoperto la gioia di utilizzare ogni forma di sviluppo per farti, o lasciarti crescere in me, fa' che io acceda senza sgomento a quell'ultima fase della comunione nella quale io ti possederò perché diminuirò in Te.
Dopo aver scoperto in Te Colui che è un "più di me stesso", fa' che io sappia pure riconoscerti, venuta la mia ora, sotto le apparenze di ogni potenza, estranea o nemica, che sembrerà volermi distruggere o soppiantare.
Quando sul mio corpo (e ancor più sul mio spirito!) il logorio dell'età comincerà a segnare la sua impronta; quando su di me piomberà dall'esterno, o quando, dall'interno, nascerà in me il male che diminuisce o rapisce; nel minuto doloroso in cui, tutto a un tratto, mi accorgerò di essere malato o d'invecchiare; in quel momento ultimo, soprattutto, in cui mi sentirò sfuggire a me stesso, totalmente passivo nelle mani delle grandi forze ignote che mi hanno formato; in tutte quelle ore cupe concedimi, o Signore, di intuire che Tu stesso (purché la mia fede sia abbastanza grande) apri un varco doloroso nelle mie fibre, per penetrare fin nel cuore della mia sostanza, e per rapirmi in Te».
Theillard de Chardin, L'ambiente divino
- Dettagli
L'estinzione dei nonni-sitter
Nel 2050 ci sarà un anziano ogni tre persone
Costretti a fare da badanti ai vecchi genitori non hanno più tempo per crescere i nipotini
di Marina Cassi
La società organizza ancora i suoi tempi sul modello fordista mentre predica arcigna che le donne devono diventare madri prolifiche. L'equilibrio andrebbe in mille pezzi se non ci fossero i nonni a surrogare, garantire, educare i nipoti. Il 54 per cento delle donne lavoratrici affida i bambini a genitori o suoceri. Solo 13 anziani su cento non si occupano dei nipoti; per contro, una schiera di indomiti pensionati - pari all'86% del totale - è a districarsi tra pappe e compiti, play station e prime cotte adolescenziali dei nipoti.
Un bel surrogato di Welfare, una bella valvola di sfogo per le famiglie. Peccato che stia per finire e che le dinamiche demografiche siano implacabili: nel 2050 ci sarà un anziano ogni tre persone. Secondo l'Istat il 7,8% della popolazione italiana avrà più di 85 anni; è il 2 adesso. E avrà più di 65 anni il 34%: ora è il 19,5. Non è novità. Non lo è, ma dal Piemonte arriva un allarme: abbastanza in fretta accadrà che i nonni non potranno più occuparsi dei nipoti, perché impegnati a curare i genitori malati.
Lo sostiene l'Ires Piemonte che ha analizzato ed elaborato - in una delle regioni con un altissimo numero di anziani - un modello sul futuro prossimo. Nel 2025 ci saranno 528 mila persone tra i 65 e i 75 anni che dovranno occuparsi di 673 mila ultrasettantacinquenni. Di questi in 256 mila avranno più di 85 anni e 78 mila tra i 90 e i 94 anni. E non è detto che ci sia una seconda soccorrevole generazione di immigrate a curare i nostri anziani; raramente le figlie vivono gli stessi percorsi delle madri. In Piemonte fino al 2015 si avranno più anziani oltre i 75 anni che sopra, da allora però gli over 75 supereranno quelli tra 65 e 74 mentre gli adulti tra i 40 e i 64 anni cesseranno di crescere. E su di loro si scaricherà il diluvio: sostituire i giovani assenti dal mercato del lavoro, curare i più vecchi perdendo per giunta ogni aiuto dalla generazione precedente.
Ma non è solo la bruta dinamica demografica a far temere l'estinzione dei nonni. Il sociologo Luciano Abburrà dell'Ires - che ha analizzato il fenomeno - spiega che «il Piemonte indica una tendenza qui più esasperata, ma comune all'Italia; la differenza può stare solo nella intensità del tempo necessario per arrivare allo stesso risultato». E elenca le concause: «Dei nipoti si occupano soprattutto le nonne; ma nel prossimo futuro ci saranno meno donne in età giovanile a andare in pensione. Adesso ce ne sono che hanno smesso di lavorare sotto i 50 anni o poco sopra».
Già in questi anni ancora abbondanti di nonni - e in una regione dove «gli anziani più giovani» sono per adesso tanti, il 13% tra 55 e 64 anni e il 17 tra 65 e 74 - qualcosa incomincia a incrinarsi. Si parla di generazione sandwich: è quella nata a cavallo degli Anni ‘40, contesa tra l'assistenza ai nipoti e quella ai genitori anziani. Ma inesorabilmente le cose cambieranno in peggio; non accadrà in un attimo, ma accadrà.
Ed è adesso che è necessario attrezzarsi per il futuro. Quei numeri e quelle tendenze non cambieranno, al massimo si ritoccheranno un poco, ma il modello sociale può mutare. Abburrà ha qualche idea e una certezza: «Le società messe di fronte ai problemi cambiano, per forza. Non credo sia necessario inventarsi nulla; basta guardare a che cosa accade negli altri paesi europei».
E racconta che in Italia 66 madri con figli piccoli su cento lavora. E lo fa spesso in settori industriali con un orario a tempo pieno, tra le 36 e le 40 ore alla settimana, ma con una bella fetta che arriva alle 50. E' chiaro che senza i nonni boccheggiano, anzi annegano. Ma - dice Abburrà - se il part-time superasse l'attuale quota del 24% le cose cambierebbero. E cita l'immortale esempio olandese: «Lì la quota di donne che lavora a tempo parziale è arrivata addirittura al 75%. La società ha fatto questa scelta, ha stipulato un contratto: uno stipendio e mezzo per famiglia, ma in cambio c'è un equilibrio basato sul tempo disponibile per la cura dei figli».
- Dettagli
Per non far finta di niente!
http://tv.repubblica.it/home_page.php?playmode=player&cont_id=18029
- Dettagli
Per ora, l'Onu ci spiega solo, con il dito puntato, che questi artisti maledetti fanno male due volte, a se stessi e ai giovani cui si rivolgono, perché rendono alla moda il consumo di sostanze proibite. Soprattutto ci dice, l'Onu, che è sbagliato non punirli in maniera esemplare. Beh, non dice proprio così, ma Philip Emafo, firmatario del rapporto, è abbastanza diretto: «Se hanno commesso dei reati, devono pagare per quello che hanno fatto». In Inghilterra, spiega l'avvocato Julian Young, non è così semplice, «e anche quando le accuse sono provate, il Tribunale preferisce cercare soluzioni riabilitative». Come a dire che vale per tutti, non solo per i divi. L'elenco ufficiale, citato dalla Bbc nel dar la notizia, non è molto lungo, e alla fine i nomi sono sempre quelli, la solita Kate Moss, il suo ex fidanzato Pete Doherty, e pure la cantante Amy Winehouse, che rifiuta da sempre qualsiasi cura, e che lo ripete pubblicamente a destra e a manca, anche nelle sue canzoni più famose. La Bbc cita solo questi. Volendo si potrebbero aggiungere quelli di Britney Spears, Eva Mendes, Boy George e Kirsten Dunst, che prima o poi sono passati da qualche clinica per intraprendere un percorso riabilitativo che non si mai bene dove ha portato.
Molte fra queste illustri vittime della droga sono state colte sul fatto, e la Kate Moss addirittura immortalata sulla prima pagina di un giornale mentre sniffava, e «le conseguenze sono sempre state poche», come sottolinea la relazione stilata dal Comitato Internazionale per il Controllo dei Narcotici per conto dell'Onu. (continua)
- Dettagli
"Toccare con mano Dio: se questo è possibile, penso che lo sia solo attraverso l'animo di un altro, di un Amico".
- Dettagli
Forse la difficoltà ad arrivare alla fine del mese non è solo di queste settimane!
Chiedo scusa per qualche espressione un po' "pesante", ma soprattutto per chi non ha studiato questa lingua!
- Dettagli
Una giornalista Usa di 30 anni condivide sul web le sensazioni e riflessioni nate da lunghe serate lontani da cellulari, pc e tvAriel ha deciso inoltre di rendere pubblica la sua personale battaglia contro la internet dipendenza aprendo un blog nel quale racconta, come in un conto alla rovescia verso la rinascita, le sue serate disconnesse.
Si scopre così che il problema della videofilia, come gli esperti definiscono la tendenza delle nuove generazioni di dipendere dagli schermi, negli Stati Uniti viene trattato già da tempo con workshop mirati alla ricerca dell'equilibrio tra tecnologia ed anima. Proprio dalla partecipazione a uno di questi corsi, frequentati soprattutto da giovani professionisti del settore della comunicazione e del marketing, Ariel Meadows trae l'idea del sito terapeutico.
A prima vista 52nightsunplugged, letteralmente cinquantadue notti senza spina, sembra il corrispettivo virtuale di quei circoli fumosi nei quali i protagonisti dei film americani vanno per smettere di bere. Ognuno ha la sua sedia, che qui è rappresentata da una pagina web nella quale accanto ad una foto ed a una breve descrizione di se stessi, si deve rispondere a tre domande: qual è il sintomo più preoccupante della tua dipendenza tecnologica, perché vuoi staccare la spina e quali sono i tuoi progetti per le tue cinquantadue notti libere? Le risposte lasciano senza parole. Elise da San Francisco crede di aver toccato il fondo giocando ad una partita di solitario con il cellulare mentre ascoltava musica dal lettore mp3 e guidava, Lawrence ammette di non riuscire a percorrere serenamente il tragitto da casa al lavoro perché sente di star perdendo di vista le notizie del web e le mail nella sua casella. E ancora. Lily riconosce di tenere d'occhio in maniera compulsiva i social network ai quali è iscritta per controllare eventuali risposte.
Quasi per tutti la decisione di allentare il rapporto ossessivo con gli apparecchi tecnologici nasce dal desiderio di trascorre il tempo libero rimasto dopo il lavoro facendo qualcosa di diverso dal mirare ottusamente uno schermo. Per quanto riguarda poi i buoni propositi per occupare il ritrovato tempo libero settimanale ce n'è per tutti i gusti. Dal gettonatissimo leggere un libro al preoccupante fare sesso, dal romantico scrivere lettere a mano al modaiolo fare la maglia.
Il meccanismo del sito si basa proprio sul confronto delle esperienze e gli utenti, dopo essersi presentati, possono lasciare dei commenti sulle pagine altrui o conoscersi discutendo sul forum. Gli argomenti più seguiti sono le brevi descrizioni delle notti senza spina. Eddie racconta che per la sua prima "nigth unplugged" ha scelto di leggere un libro ma dopo solo poche pagine si è ritrovato davanti al computer, non senza provare un enorme senso si colpa. Nel testo era citata una frase in francese e doveva assolutamente chiedere a Google cosa significasse. Altri racconti, più di successo, sono quelli che fa l'ideatrice Ariel. Alla sua seconda notte di fioretto ha riscoperto il piacere di una cena con un vecchio amico e alla terza ha ritrovato la passione per la danza che aveva abbandonato da tempo.
Insomma il sito sembra proprio funzionare come un corso per tabagisti che vogliono smettere di fumare. I benefici si iniziano a vedere dopo alcune settimane ma per tutti c'è l'euforia di fare un sacrificio che fa bene al corpo e alla mente.
Anche il dottor David Levy, professore presso l'Information School dell'Università di Washington, lo ricorda: "Bisogna fare attenzione. Quello che stiamo vivendo in questi ultimi anni non è sano e non fa bene all'uomo. Condurre una vita qualitativamente soddisfacente significa trovare una forma di equilibrio e un po' di tranquillità. Bisogna domandarsi quali sono i limiti tra mente e corpo e tenere presente i danni che l'inquinamento informatico può causare".
- Dettagli
"Quando si intinge la mano nella bacinella, quando si attizza il fuoco col soffietto di bambù quando interminabili colonne dì cifre vengono allineate nel proprio ufficio di contabile, quando si è bruciati dal sole, o affondati nel fango della risaia, quando si è in piedi davanti alla fornace del fonditore, se proprio allora non si attua la stessa vita religiosa che se si fosse in preghiera nel monastero, il mondo non sarà mai salvato".Gandhi
- Dettagli
Presentiamo, per gentile concessione dell'autore, un calendario preparato da p. Pierbattista Pizzaballa, francescano, parroco della comunità cattolica di lingua ebraica di Gerusalemme, per leggere tutta la Bibbia in un anno.
http://www.seitreseiuno.net/Testi/tabid/174/language/it-IT/Default.aspx
- Dettagli
«Se volete impedire allo Spirito Santo di agire in una fondazione,
- Dettagli
“Clandestini”, dopo tre anni il 76% lavora Tassi di occupazione e istruzione sono paragonabili a quelli degli italiani, ma gli irregolari godono di condizioni abitative deteriori, rivela l'analisi di 38.000 “clandestini” assistiti dal Naga dal 2000 al 2006.
Gli immigrati “clandestini” hanno livelli di istruzione e tassi di occupazione (sebbene non regolare) paragonabili a quelli degli italiani, ma vivono in condizioni abitative lontanissime dagli standard nazionali secondo l'analisi del database dei 38.000 “clandestini” che si sono rivolti al Naga di Milano per ricevere assistenza medica dal 2000 al 2006, condotta da Carlo Devillanova dell'Università Bocconi di Milano insieme a due colleghi dello University College di Londra: Francesco Fasani e Tommaso Frattini.
Anche se sono ovviamente privi di un contratto di lavoro, a tre anni dall'arrivo in Italia il tasso di occupazione dei “clandestini” è del 76%, superiore sia a quello della popolazione italiana (58%), sia a quello della popolazione lombarda (67%). Se si considera l'intero campione (il 70% degli immigrati irregolari, quando compila il questionario Naga, è in Italia da meno di tre anni), il tasso di occupazione si attesta comunque a un notevole 58%, anche se nella metà dei casi il lavoro viene definito “saltuario”. Gli immigrati dall'Africa (sia settentrionale, sia subsahariana) sono i meno occupati.
Il dato sulla condizione lavorativa è in linea con quello sull'istruzione, che risulta paragonabile, se non migliore, a quello nazionale: il 10% dei “clandestini” ha un'istruzione universitaria e più del 50% ha frequentato almeno le scuole superiori.
Si nota una forte correlazione tra istruzione e occupazione, che passa con continuità dal 32,4% degli irregolari analfabeti al 65,6% di chi ha frequentato l'università.
La condizione di clandestino è una delle poche, secondo i dati rilevati dal Naga, che viene alleviata dal fatto di essere donne. Le donne costituiscono il 45% del campione, ma con forte variabilità a seconda della provenienza (si va dall'1% dell'Egitto al 77% dell'Ucraina), sono mediamente più istruite degli uomini, lavorano più spesso (62% contro il 55% maschile) e in modo più permanente (considerano la propria occupazione stabile il 60% delle donne che lavorano, contro il 37% degli uomini). L'età media delle irregolari è un po' più alta di quella dei maschi: 34 anni contro 32.
La più grande emergenza, mostrano i dati, è abitativa, e anche in questo caso le donne godono di qualche vantaggio, se non altro per la frequente occupazione come collaboratrici domestiche o badanti che consente loro, nel 14% dei casi, di vivere presso il datore di lavoro, una percentuale che scende all'1% per gli uomini. All'8% di uomini (e 4% di donne) senza fissa dimora o che vive in insediamenti abusivi è da aggiungere la gran maggioranza dei “clandestini”, che vive in una situazione di sovraffollamento sconosciuta agli italiani: la media di occupanti per stanza è di 2,2 persone, contro le 0,7 della città di Milano.
Le rilevazioni sembrano confermare che quella di “clandestino” è una condizione transitoria per la gran parte degli immigrati “che, anche quando abbiano trovato un'occupazione”, afferma Pietro Massarotto, presidente del Naga, “devono tuttavia aspettare una sanatoria per potersi regolarizzare. L'analisi dimostra con evidenza come la principale carenza dell'attuale sistema sia costituita da un meccanismo legislativo preconcetto e macchinoso, che impedisce la regolarizzazione dei cittadini immigrati una volta che già si trovino sul territorio italiano. L'approccio restrittivo nega a soggetti di fatto già inseriti di ottenere il permesso di soggiorno, relegandoli nella clandestinità”.
“Della frequente transitorietà della condizione di clandestino dovrebbe tenere conto il decisore politico”, afferma Devillanova della Bocconi. “I provvedimenti presi nei confronti dei “clandestini” e delle loro famiglie sono destinati a ripercuotersi sul loro futuro di regolari”.
Il database di 38.000 “clandestini” su cui è stata condotta la ricerca è uno dei più ampi del mondo. Il Naga, un'associazione di volontariato fondata a Milano nel 1987, fornisce visite mediche a immigrati non in regola con il permesso di soggiorno e perciò non coperti dal Servizio sanitario nazionale. Al momento della prima visita viene chiesto ai “clandestini” di compilare un questionario con dati demografici e socio-economici.

























