"Indossare quei cosi... chiamati vestiti?! Mah!".
Già capire l'etichetta è una lotta: tra ideogrammi veteroegiziani comprensibili solo a casalinghe archeologhe e false notizie date da devote e loquaci commesse ("E' di pura lana"... quando invece quel capo di abbigliamento ha sentito l'odore delle pecore solo da un furgoncino delle consegne, se passa per la campagna laziale).
A proposito di lana: definirei come minimo "antipatico" il gesto di tosare in modo massivo le povere bestie, oltretutto senza riconoscere loro una giusta ricompensa per la loro non-spontanea donazione.
E che dire della fine del baco da seta?! Che orrore!
Il cotone?! Si, è naturale! Ma vi ricordate il lavoro nei cotonifici, nelle tessiture? E quanti prodotti chimici per la lavorazione abbiamo riversato nei nostri fiumi?!
Evvai con l'abbigliamento tecnico: leggero, waterproof, indistruttibile alle abrasioni... davvero indistruttibili dalla percentuale di plastiche che contengono! I capelli si rizzano non per l'energia elettrostatica prodotta dallo sfregamento tra le cosce, bensì per l'allergia che si scatena sulla pelle.
Oggigiorno un operaio che in oriente prepara per noi i vestiti riceve uno stipendio mensile che è più o meno la metà del costo in occidente di una maglietta firmata. E' tangibile - invero - l'arricchimento degli stilisti e questo non sembra del tutto in linea con la dottrina sociale della Chiesa.
E se un cane fosse passato proprio sulla montagna dei tessuti, in qualche laboratorio nascosto in un sottoscala? Ho intravisto dei magazzinieri che hanno starnutito (quando ancora si poteva starnutire senza essere lapidati) sulle pile dei magliocini e presumo che non pochi clienti in camerino si siano provati i jeans senza prima aver cambiato le mutande.
Il capitolo della estetica. Fiumi di persone che hanno dimenticato di guardarsi allo specchio prima di uscire di casa... o forse li hanno rotti tutti - gli specchi - dopo i primi improbabili accostamenti di colori e fogge.
La pace sociale è messa a dura prova da inguardabili mucchi di indumenti in offerta al mercato, dove si scatena la legge primordiale del più forte.
Se porgessimo l'orecchio alla flebile voce di un biblista, ci direbbe senza alcun dubbio che il Creatore fece l'uomo e la donna nudi, proprio per evitare i danni di cui sopra.
Il maldestro tentativo di sfoggiare foglie di fico irritò l'epidermide di Adamo ed Eva e incrinò irrimediabilmente il rapporto tra loro. Non sortì effetto migliore la proposta di abiti di pelle di animale: la LIPA intervenne quasi subito e ci furono manifestazioni in tutto l'Eden.
Possiamo dunque avere più di una obiezione nell'indossare dei vestiti. Ci penserò bene stamattina, prima di aggiungere sul mio corpo qualche capo al minimo indispensabile.
Se questa società accedesse finalmente al nudismo 365 giorni all'anno... staremmo tutti meglio e sconfiggeremmo la lobby di Big Garments!
don Chisciotte Mc, 211231

Sono sempre stato sostenitore dell'obbligo di indossare vestiti per chi intende partecipare alla messa. Ora (d'inverno) più di prima.
don Chisciotte Mc, 211230

Sono sempre stato promotore dell'introduzione del GreenPass obbligatorio per chi intende partecipare alla messa. Ora più di prima.
don Chisciotte Mc, 211229

«Il Verbo di Dio pose la sua abitazione tra gli uomini
e si fece Figlio dell’uomo,
per abituare l’uomo a comprendere Dio
e per abituare Dio a mettere la sua dimora nell’uomo
secondo la volontà del Padre».
sant'Ireneo (Smirne, 130 - Lione 220)


Ponte. Saper dare più valore all’alterità

di Nunzio Galantino
(...) L’etimologia della parola ponte rimanda alla radice path, conservata nel sanscrito panths col significato di via, sentiero, cammino. A questi significati, il greco póntos aggiunge - si pensi! - quello di mare, visto come unica possibilità di stabilire relazioni per una qualsiasi realtà insulare.
Sta di fatto che, negli ambiti più diversi, è dato registrare la contrapposizione tra chi si spende per costruire ponti e chi invece innalza muri, fisici e metaforici. Molto più rumorosi sono i secondi, che privilegiano prospettive animate dalla paura dell’altro e dal bisogno di mettere al sicuro il proprio territorio da pericolose contaminazioni. Polarizzati entrambi in comportamenti che talvolta arrivano al dileggio e alla reciproca delegittimazione.
La scelta di farsi costruttori di ponti ha poco di romantico e molto di audacia creativa, che può coltivare solo chi, come scrive Ivo Andri, «ha incontrato un ostacolo e non si è arrestato». Né dinanzi alla particolare configurazione del terreno o di una realtà idrografica né di fronte a chi o a tutto ciò che è alterità.
In ogni caso, il ponte non è un simbolo facile. E costruire un ponte è sempre una sfida, che appare in tutto il suo realismo quando la generica metafora del ponte prende il nome e assume il volto di realtà che attraversano la nostra vita di singoli o di comunità. Il ponte infatti, oltre a unire due sponde e a rendere possibile il transito dall’una all’altra, crea situazioni e relazioni nuove e impreviste. Queste reclamano sempre attenzione e assunzione di responsabilità. Ma anche sana ostinazione, soprattutto quando i ponti da costruire riguardano le sponde che caratterizzano la nostra vita interiore o quella delle comunità alle quali apparteniamo. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 5 dicembre 2021


"E cielo e terra e mare invocano
la nuova luce che sorge sul mondo:
luce che irrompe nel cuore dell’uomo,
luce allo stesso splendore del giorno.
Tu come un sole percorri la via,
passi attraverso la notte dei tempi
e dentro il grido di tutto il creato,
sopra la voce di tutti i profeti.
Viviamo ogni anno l’attesa antica,
sperando ogni anno di nascere ancora,
di darti carne e sangue e voce,
che da ogni corpo tu possa risplendere.
Per contemplarti negli occhi di un bimbo
e riscoprirti nell’ultimo povero,
vederti piangere le lacrime nostre
oppur sorridere come nessuno.
A te che sveli le Sacre Scritture
ed ogni storia dell’uomo di sempre,
a te che sciogli l’enigma del mondo,
il nostro canto di grazie e di lode".
p. David Maria Turoldo

"A cosa serve il sangue? Che fine fanno i globuli rossi e gli altri emocomponenti frutto del gesto etico, volontario e non remunerato di migliaia di donatori? Sono alcune delle domande che, spesso legittimamente, in molti si pongono per conoscere non tanto il “percorso", quanto per capire a cosa servono le sacche raccolte.
L’Italia è da tempo autosufficiente per quel che riguarda i globuli rossi: ogni giorno circa 1800 pazienti vengono trasfusi e le strutture sanitarie hanno a disposizione scorte per le sale operatorie e le terapie oncoematologiche. Tuttavia, proprio in ambito medico-scientifico, è nata l’esigenza, anche sulla spinta di ricerche effettuate in altre nazioni, di svolgere uno studio per capire quali siano le principali aree di utilizzo del sangue, la tipologia di pazienti che lo ricevono e l’emocomponente principalmente trasfuso".
Leggi: https://www.avis.it/it/come-viene-utilizzato-in-italia-il-sangue-dei-donatori?fbclid=IwAR39dfwxWUXg1BjyQt-dxj-t0A26cHQm0aahzWstJQ-dehSjy7c-3jYOTTI