2022_09
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"Dal momento in cui il saluto dà inizio a qualcosa, apre a qualcosa di nuovo, ho cominciato a chiedermi se non fosse un gesto più profondo di quello che ci appare comunemente nella nostra esperienza. Ci salutiamo per istinto, perché ci hanno insegnato le buone maniere; ma con il saluto inauguriamo la relazione, diamo vita al rapporto con gli altri. Questo lo verifichiamo in un’infinità di circostanze, più volte al giorno. Il saluto è quindi la porta attraverso la quale intessiamo rapporti con gli altri e dimostriamo loro che ci interessano, che fanno parte del nostro mondo. Di fatto, si tratta di instaurare un contatto ogni volta da capo, anche con chi vediamo ogni giorno: è un rito, che si basa sulla reiterazione dei nostri rapporti personali e di fiducia, continuamente rinnovati. Siamo abituati a salutare da sempre il nostro prossimo, più vicino, come i famigliari, o lontano, come il nostro collega, e ripetiamo lo stesso gesto fino all’ultimo, fino alla morte (se pensiamo al funerale dei nostri cari, non si tratta d’altro che di un estremo saluto). Potrebbe quindi essere considerato come l’emblema della circolarità della vita: inaugura e conclude, come una benedizione che noi facciamo per gli altri.
Nella tradizione cristiana, ebraica, e musulmana antica si è soliti dire una preghiera appena svegli, la Preghiera del Mattino, che in realtà è una preghiera sul mattino, sul fatto che ci sia dato di vedere il sole un altro giorno. Noi diamo per scontato di andare a dormire e ogni volta di risvegliarci con corpo e mente sani e di vedere la luce. La Preghiera del Mattino, che ebraismo, cristianesimo e Islam ci insegnano, è la benedizione che noi diamo al nuovo giorno riconnettendoci con il resto del mondo. Noi come parte del mondo.
Un’altra delle ragioni che mi hanno spinto a riflettere su questo, è quando, studiando i PirkeiAvot,ho trovato una frase di un maestro contenuta nel capitolo 4 di questo testo molto antico e prezioso della tradizione ebraica, che raccoglie gli insegnamenti di maestri vissuti nell’arco di cinque secoli. Ivi leggiamo, nella Mishnah 20, che Rabbi Matyah, figlio di Cheresh, soleva dire: “Saluta per primo chiunque" (...) Letteralmente si legge: “Anticipa nella pace”. Shalom è il saluto ebraico per eccellenza: nella radice della parola, è contenuto anche il termine shalem, che significa integrità. Anticipa gli altri nel salutare, dunque. Molte volte, invece, aspettiamo che siano gli altri a iniziare, o se non lo fanno, non ci consideriamo tenuti a fare il primo passo. Il lascito ebraico ci esorta a precedere il nostro prossimo, nel saluto, nella pace, nell’integrità, ovvero a essere modello di un altro nel comportamento.
Nell’essere in anticipo rispetto agli altri nell’offrire la pace è contenuta in nuce la radice dell’etica: saper precedere l’altro nel gesto dell’offerta. Spesso si dice: “porgere i saluti, porgere il saluto nel nome di un altro”. Un porgere che implica un sacrificio, all’interno di una ritualità che rimanda, a sua volta, ai riti di sacrificio nei templi, compiuti per la pace e la riconciliazione. Si tratta di un insegnamento molto profondo, che ci dice che per essere delle persone integre, bisogna essere in grado di fare il primo passo, di prendere l’iniziativa".
Massimo Giuliani, da "Portare il saluto"
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"L'atteggiamento mistico essenziale sembra quindi essere l'attesa, l'ascolto, l'apertura, la cavità dell'uomo che si fa nido, culla, utero alla perenne incarnazione del Signore. Come abbiamo già detto si tratta dello stesso atteggiamento religioso della creatura che, proprio in quanto creatura (creata) viene costituita nel ricevere. Riconoscere questa situazione è essere religiosi; promuovere quest'attitudine di attesa significa vivere di fede, di preghiera: essere mistici, nel senso più vero e più profondo".
Adriana Zarri, Nostro Signore del deserto. Meditazioni sulla preghiera, Rubbettino 2013, pag. 102
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Stare seduti
di Gianfranco Ravasi
"Vi sono momenti nei quali dovremmo semplicemente metterci a sedere senza far nulla. Per chi ha permesso che la sua attività lo portasse completamente all’esteriorità, nulla è più difficile di stare seduto zitto e quieto. L’atto di fermarsi è il più duro e coraggioso. Per agire saggiamente o vivere
un’esperienza pienamente umana, dobbiamo riprendere il dominio di noi stessi".
È stato uno dei mistici più letti e ascoltati anche da chi non era credente: Thomas Merton, nato in Francia nel 1915, convertitosi e divenuto monaco trappista negli Stati Uniti e morto a Bangkok nel 1968, durante una delle sue trasmigrazioni spirituali, parla ancor oggi, anzi, soprattutto nei nostri
giorni così frenetici e stressanti, attraverso il testo che abbiamo tratto da una sua opera, "Nessun uomo è un’isola" (1953). (...)
Certo, lo stare seduti col sombrero abbassato sugli occhi assonnati, ai bordi della strada nell’inerzia di un pomeriggio caldo, come si aveva in un’immagine pubblicitaria del passato, non è l’immagine da sovrapporre alle parole di Merton. Il suo, infatti, non è un invito al puro e semplice stacco
dall’affanno della vita moderna. È, invece, il «rientrare nell’uomo interiore», per usare un’espressione di sant’Agostino, cioè è il fermarsi, tacere e guardarsi dentro l’anima.
in "giornale", 22.02.2021
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Non ditemi che c'è ancora chi crede che Dio Padre guardi oggi l'anima (e il resto della persona) del defunto ricordato nella messa... e non tutti gli altri.
Non ditemi che c'è ancora qualcuno che crede che Dio Padre porti in Paradiso oggi la persona defunta ricordata nella messa... e allora cosa aveva fatto il buon Padre l'anno scorso (o il mese scorso), quando era stato ricordato nella precedente messa (più volte in più anni)?!
A quale dio stiamo pensando quando proponiamo questo come il suo modo di guardarci e di agire?!
E' certamente segno di amore che la Chiesa madre ricordi nella preghiera eucaristica tutti i defunti; è legittimo che una comunità ricordi in un certo giorno soprattutto alcuni suoi figli e figlie. Su questa terra vi è un legame tra il ricordo dei defunti nella preghiera e l'azione amorevole verso coloro che ancora vivono.
Ma oggi - dopo gli sviluppi teologici, magisteriali, spirituali - non è più onesto attribuire a Dio Padre certe azioni "umane, troppo umane" (tipo: "Guardo te perché oggi vieni ricordato nella messa"; "Oggi ti porto in Paradiso perché sei stato ricordato nella messa"... espressioni che avrebbero come corollari: "Non ti guardo in modo salvifico gli altri giorni"; "Se nessuno ti ricorda mai nella messa, ti lascio là dove sei" (dove?); "Se preghi in altro modo che non sia la messa, non vale come fraterno ricordo orante" (dimenticando che "dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro").
Sono sicuro che questo ragionamento evangelico troverà tutti concordi.
don Chisciotte Mc, 220907
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"Se il tuo fratello commette una colpa, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, dillo all'assemblea; e se non ascolterà neanche l'assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano" (Mt 18,15-17).
"Nel vangelo si testimonia anche la possibilità che la correzione fraterna abbia un esito negativo: il fratello che ha peccato può non voler essere corretto né tanto meno cambiare atteggiamento, convertendosi dalla strada intrapresa in contraddizione con il Vangelo. Che fare in questo caso? Accettando senza rancore il rifiuto opposto dal fratello, occorrerà cercare una via ulteriore rispetto a quella percorsa, magari ricorrendo all’aiuto di altri fratelli e sorelle della comunità: “Se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ‘ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni’ (Dt 19,15)”. Anche in questa opzione non si legga un procedimento giuridico rigido da parte di Gesù! Si colga invece lo spirito di tali ingiunzioni, che vogliono salvare il fratello o la sorella, non rendere pura la comunità, percorrendo vie di esclusione. Chiedere l’aiuto di altri fratelli significa cercare il terzo che aiuti la riconciliazione quando non c’è possibilità di accordo nel faccia a faccia, significa cercare la parola autorevole di altri, che aiuti a discernere meglio quale sia la strada della conversione.
Se poi anche questa via risulta insufficiente, allora – dice Gesù – si può chiedere all’assemblea, alla chiesa (ekklesía) di intervenire perché il conflitto sia risolto e il richiamo alla conversione sia espresso con la massima autorevolezza. Ma anche quest’ultimo tentativo può non avere successo, e allora? Non si dimentichi che comunque l’assemblea non è un tribunale di ultima istanza, ma un’occasione per ascoltare la voce dei fratelli e delle sorelle nel corpo di Cristo, la chiesa: “Se non ascolterà neanche la comunità, la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano (ho ethnikòs kaì ho telónes)”. Questo atteggiamento, assunto da chi è stato offeso o ha visto il peccato, ha corretto e non è stato ascoltato, non è la scomunica, parola usata con accezioni o interpretazioni fantasiose. No! Gesù dice che, se vengono esauriti tutti i tentativi di correzione fraterna e di riconciliazione, allora occorre prendere le distanze per conservare la pace e non incattivire il fratello, occorre considerarlo come se fosse un appartenente alle genti (un pagano) o un pubblicano. Cioè uno che Gesù amava ed era disponibile a incontrare (cf. Mt 9,11; 11,19), un malato che abbisogna di essere guarito, un peccatore che necessita di perdono".
https://www.monasterodibose.it/preghiera/vangelo/11740-l-arte-della-correzione-fraterna
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Nell’uomo, osserva san Tommaso, la grazia non distrugge la natura, ma ne porta a compimento le potenzialità (quelle che trova, se le trova): “Gratia non tollit naturam, sed perficit” (Summa Theologiae, I,1,8 ad 2).
«Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l'umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ché mi contenterei l'umanità si fermasse ai mezz'uomini. E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi".
Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta
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Preti diocesani fidei donum in altre diocesi nel mondo. Preti diocesani che iniziano esperienze monastiche. Preti diocesani che collaborano con gli uffici della curia vaticana. Preti diocesani che fanno gli educatori di strada. Preti diocesani cappellani. Preti diocesani che frequentano i corsi in facoltà varie.
Saranno certamente tutti bravi e motivati... ma preti diocesani che stanno nelle parrocchie diocesane ne abbiamo?!
don Chisciotte Mc, 220906

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Se consideriamo i frutti della formazione umana, civica e cristiana delle epoche che ci hanno preceduto - guardo gli anziani e gli adulti di oggi - dobbiamo riconoscere mancanze gravi e storture imbarazzanti.
Assumiamoci le nostre responsabilità e diamo fiducia all'oggi e al domani, facendo in modo diverso da quello che hanno fatto coloro che ci hanno preceduto.
don Chisciotte Mc, 220905
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Il 31 agosto, al termine del solenne pontificale presieduto dal neo porporato nella Cattedrale di Como per la solennità di sant’Abbondio, patrono della città e della diocesi, monsignor Delpini ha preso la parola, davanti a tutti, per rivolgere, in qualità di presidente della Conferenza episcopale lombarda, il suo augurio a Cantoni.
“Sono veramente impressionato – ha affermato monsignor Delpini – di questa celebrazione, della partecipazione così corale, così festosa, dell’organizzazione, della presenza delle autorità, delle forze dell’ordine. Sono veramente ammirato. Forse c’è ancora un margine di miglioramento sul tenere accese le candele dell’altare, però, per il resto diciamo che sono veramente ammirato per questo. Mi faccio voce della Conferenza episcopale lombarda, di tutte le nostre chiese, per dirti l’augurio, l’affetto che questo evento ci ha regalato e credo che è un modo per intensificare il rapporto di affetto con il Santo Padre, Papa Francesco, che sceglie i cardinali perché siano collaboratori stretti, consiglieri attenti del suo servizio alla Chiesa universale. Quindi voglio farmi voce di tutti i vescovi lombardi, anche di quelli che oggi non hanno potuto esserci, per dire l’affetto al Santo Padre, la gratitudine e per augurare a te che il tuo servizio possa essere veramente di aiuto al Santo Padre”.
L’arcivescovo di Milano ha aggiunto: “Ci sono state anche delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita per fare il cardinale e abbia scelto, invece, il vescovo di Como. Ora io credo che ci siano delle buone ragioni per questo. Naturalmente interpretare il pensiero del Santo Padre è sempre un po’ difficile perché forse vi ricordate quell’espressione altissima di una sapienza antica che diceva: ‘Ci sono tre cose che neanche il Padre eterno sa: una è quante siano le congregazioni delle suore, l’altra è quanti soldi abbiano non so quale comunità di religiosi e l’altra è cosa pensino i gesuiti’. Però in questa scelta mi pare che si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre”.
“Perché – ha proseguito monsignor Delpini – ha scelto il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? Io ho trovato almeno tre ragioni. La prima è che il Papa deve aver pensato che l’arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha pensato di dare un po’ di lavoro anche a te. La seconda ragione: probabilmente il Papa ha pensato: ‘Quei bauscia di Milano non sanno neanche dov’è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nelle cose del governo della Chiesa universale’. Forse c’è anche un terzo motivo per cui ha fatto questa scelta che, se mi ricordo bene, il Papa è tifoso del River, che non ha mai vinto niente, e quindi ha pensato che quelli di Como potrebbero essere anche un po’ in sintonia perché si sa che lo scudetto è a Milano”.
“Però – ha concluso monsignor Delpini – quei tre pensieri così saggi del Santo Padre dicono anche l’augurio un po’ più serio cioè: lavora. Ecco il Papa chiede a noi, in particolare ai cardinali, di dedicarsi senza risparmio, di lavorare per la Chiesa, di servire la Chiesa come hai detto tu fino al sangue, cioè una dedizione che non si risparmia, lavora, lavora per la Chiesa. È il secondo augurio è la Chiesa universale. Ciascuno di noi per forza di cose si concentra molto sulla sua diocesi, ma chiamarti a essere cardinale vuol dire che questo amore per la Chiesa deve raggiungere tutti i posti, deve preoccuparsi di tutte le situazioni drammatiche in cui i cristiani sono perseguitati, in tutti i luoghi dove la fede si spegne, ecco abbi a cuore la fede universale. E la terza cosa che riguarda le squadre di calcio. Ecco mi pare che il Papa suggerisca: ‘Tu fai il tifo per i perdenti. Stai dalla parte di quelli che sono più deboli, di quelli che perdono’. Questo è l’augurio che voglio farti. Ti chiede di lavorare, di lavorare tanto. Però io vorrei concludere dicendo se per caso Roma ti chiede di lavorare troppo, secondo me tu potresti cedermi qualche valle di quella tua diocesi che ti risparmia un po’ di lavoro”.
https://youtu.be/459Z4bNgiT8?t=8060





