"Voi siete così giovine, così al di qua d’ogni inizio, e io vi vorrei pregare quanto posso, caro signore, di aver pazienza verso quanto non è ancora risolto nel vostro cuore, e tentare di aver care le domande stesse come stanze serrate e libri scritti in una lingua molto straniera. Non cercate ora risposte che non possono venirvi date perché non le potreste vivere. E di questo si tratta, di vivere tutto. Vivete ora le domande. Forse v’insinuate così a poco a poco, senz’avvertirlo, a vivere un giorno lontano la risposta. Forse portate in voi la possibilità di formare e creare, quale una maniera di vita singolarmente beata e pura; educatevi a questo compito, - ma accogliete in grande fiducia quanto vi accade e se solo vi accade dal vostro volere, da qualche necessità del vostro intimo, prendetelo su voi stesso e non odiate nulla".
Rainer Maria Rilke

Oblio. Mnemosine e lete, non separabili
di Nunzio Galantino
"A chi ritiene essere l’oblivium - composto da ob (verso) e dalla radice liv (cancellare, scolorire, levar via) - esclusivamente una dura e imbarazzante condanna, va ricordata la vicenda di Ireneo, protagonista dell’amaro racconto fantasy di J. L. Borges: Funes, o della memoria. L’aver perso, in seguito a un incidente, la capacità di dimenticare diviene per Funes una vera e propria maledizione. Lo rende prigioniero di dettagli numerosi, incapace di ordinarli, rielaborarli e valorizzarli.
Attraverso la drammatica vicenda di Funes, lo scrittore argentino ha voluto dirci che l’oblio è parte della vita di ognuno di noi. Facciamo tutti i conti con la tendenza a cancellare il passato, soprattutto quello segnato da esperienze dolorose, inflitte o subite. Per cui è proprio vero quanto scrive T. Todorov: «La memoria non si oppone per niente all’oblio. I due termini in opposizione sono la cancellazione (l’oblio) e la conservazione; la memoria è, sempre e necessariamente, un’interazione dei due» (Gli abusi della memoria). Insomma, la memoria che tiene legati, fino a dar loro senso, i diversi momenti della storia individuale e collettiva, vuole paradossalmente l’oblio.
Lo sapevano bene i Greci che consideravano gemelle, e quindi inseparabili, Mnemosine e Lete, rispettivamente divinità del ricordo e dell’oblio. Quasi a dirci che il dovere della memoria non esclude, anzi ha bisogno di un «oblio felice» (P. Ricoeur), che aiuti a riequilibrare i pezzi sconnessi della storia individuale e collettiva, in vista di una costruzione nuova, sensata e bene ordinata.
Si apre così la strada al superamento di una concezione mortifera dell’oblio, facendocene scoprire il valore vivificante, quasi salvifico. Come quello delle mitiche acque del Lete, fiume del mondo dei morti e della dimenticanza. Bisognava necessariamente immergersi in esse per avere accesso all’oltretomba; per poter cioè godere di una condizione di beatitudine. Ne erano convinti il Platone della Repubblica (X Libro), Virgilio nell’Eneide, Goethe nel Faust e Baudelaire nelle sue poesie. In Dante, accanto alle acque del fiume Lete che fanno dimenticare le colpe riconosciute ed espiate, vi sono le acque dell’Eunoè. Immergersi in esse rinverdisce la memoria del bene compiuto ed apre le porte della beatitudine (Inferno, XIV, 136-137; Purgatorio, XXVIII, 121ss.). Lungi allora dal rappresentare un rifugio dall’ossessione paralizzante del proprio passato, l’oblio, soprattutto l’oblio del superfluo, fa parte della vita, «non quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla» (G. G. Marquez).
in “Il Sole 24 Ore” del 3 ottobre 2021

“La speranza ha due bellissime figlie. I loro nomi sono rabbia e coraggio; rabbia per come stanno le cose e coraggio per cambiarle”.
sant'Agostino


"Il terrificante rapporto sugli abusi sessuali del clero d'Oltralpe non si può risolvere con la solita logica delle «mele marce»: c'è qualcosa che va cambiato nei nostri modi di essere Chiesa".
"Adesso lo stesso coraggio della Chiesa francese devono averlo le realtà ecclesiastiche di altri Paesi. Mi auguro anche l'Italia. La Chiesa non è immacolata e purtroppo è fatta anche di peccato e crimini".
Ha parlato con i vescovi francesi? "Li ho incontrati due settimane fa. Erano consapevoli dell'eco che il Rapporto avrebbe avuto e insieme riconoscevano che la strada della verità e della sincerità è l'unica che si deve percorrere. Ammettere i crimini del passato e le responsabilità è l'unico punto di partenza. Le responsabilità sono sistemiche e istituzionali. I crimini sono stati trattati in modo negligente e sono stati anche colpevolmente e attivamente nascosti".
Ci sono resistenze nella Chiesa affinché s'indaghi e si faccia pulizia? "Sì, anche perché guardare in faccia questa realtà è difficile per molte persone che pensano che la Chiesa sia immacolata, un luogo senza peccato e crimini. Non è così. Al di là del piano teologico, la realtà umana è fatta anche di uomini che sbagliano, che commettono crimini e che li coprono. Ci sono persone ferite nella Chiesa e loro devono stare al primo posto. Molto è cambiato dal 2019 ad oggi, da quando Francesco convocò le vittime in Vaticano e cambiò le Norme del diritto canonico in senso più restrittivo. Questa è la strada e indietro non si può tornare".
Hans Zollner, gesuita tedesco di 54 anni, uomo di fiducia di papa Francesco sul tema degli abusi (su "Repubblica", 5.10.2021).

«Mi vergogno profondamente». Chiede mille e mille volte «perdono», a nome suo e dell’intera Chiesa di Francia. Si sente umiliato e imbarazzato di fronte al male assoluto delle violenze contro migliaia di bambini inferte da sacerdoti per settant’anni nelle Sacre Stanze d’Oltralpe. Il presidente della Conferenza episcopale, monsignor Eric de Moulins-Beaufort, arcivescovo di Reims, soffre anche e soprattutto per i silenzi postumi di chi non ha voluto ascoltare il grido disperato di alcune delle 330.000 vittime di pedofilia nella Chiesa francese dal 1950 a oggi, secondo il rapporto della Ciase (Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa) voluto dagli stessi vescovi. «L’indifferenza profonda, e anche crudele nei confronti delle vittime. È vergognosa. Il rifiuto di vedere, di sentire, il desiderio di nascondere, la riluttanza a denunciare. La Chiesa in molte sue personalità non è stata capace di - o non ha voluto - sentire, vedere, percepire il grido disperato di migliaia di bambini e giovani. E questo è l’esatto contrario della tenerezza di Dio».
Sono stati 216.000 i minori violentati nella Chiesa francese dal 1950 a oggi, secondo l’inchiesta della Ciase (Commissione sugli abusi sessuali nella Chiesa, che ha lavorato per due anni e mezzo) voluta dagli stessi vescovi francesi. I preti pedofili sono stati in questi 70 anni fra i 2.900 e i 3.200. E il numero degli abusati sale a «330.000 se vi si aggiungono gli aggressori laici che lavorano nelle istituzioni» ecclesiastiche, come sagrestani, insegnanti nelle scuole cattoliche, responsabili di movimenti giovanili.
E ora il primo principio «raccomandato dalla commissione - ha dichiarato il suo presidente, Jean-Marc Sauvé, alto dirigente francese, già membro del Consiglio di Stato e della Corte di Giustizia dell’Unione europea - consiste nel riconoscere la responsabilità della Chiesa» (su "La Stampa", 6.10.2021).

"La Francia siamo noi! (e allora poniamo subito qui una domanda scomodissima ma che bisogna pur farsi: quali risultati darebbe da noi un’inchiesta come quella francese? Siamo sempre sicuri della felice eccezione italiana?). (...) Come comunità di fratelli, che cosa significa questo scandalo per noi? Anche noi laici infatti in questa Chiesa abbiamo vissuto! Di più: ci abbiamo creduto. Abbiamo avuto fiducia in un modo di fare che ci veniva proposto dall’alto, abbiamo accettato una tradizione che vedeva il clero in posizione di indiscutibile superiorità spirituale, abbiamo obbedito – se non per virtù, almeno per quieto vivere o per mantenere la pace" (Roberto Beretta. vinonuovo.it, 6.10.2021).

#Vanità
di Gianfranco Ravasi
"Quel che ci rende insopportabile la vanità degli altri, è il fatto che offende la nostra".
"Lo zero, non volendo andar in giro nudo, s’è vestito di vanità".
Un grande repertorio di spunti tematici sono le Massime di quello scrittore moralista secentesco che fu François de La Rochefoucauld. È attingendo a quell’opera che proponiamo il primo motto. Siamo sempre pronti a ironizzare sulla vanità degli altri e lo facciamo tenendo ben dispiegata la raggiera del nostro pavoneggiarci. «Io, sì, che avrei ragione di vantarmi per quello che faccio»: è il sottile e inconfessato retropensiero che in quel momento ci percorre mente e cuore.
La seconda frase che abbiamo citato e che continua il tema è desunta dai Miserabili, il notissimo capolavoro di un altro scrittore francese, Victor Hugo. La vanagloria è il sontuoso abbigliamento di chi è in realtà uno zero. Vacuo, fatuo, inconsistente, eppure capace di farsi credere solido, ragionevole, pacato, sostanzioso: è questo il ritratto di molti in un tempo segnato dall’apparenza, dall’acconciatura, dall’agghindarsi esteriore. Peggio ancora quando la vanità diventa superbia, boria, presunzione sprezzante, millanteria arrogante. Il fanfarone può essere patetico, ma il megalomane può essere pericoloso e delirante. Si dovrebbero, invece, rincorrere piuttosto questi aggettivi un po’ desueti: modesto, semplice, umile, schivo, riservato, misurato…
in “Il Sole 24 Ore” del 26 settembre 2021