«[con la complicità di una canzone di Aznavour e di un calice di vino]
Da sempre c'è qualcuno/a dei miei amici/amiche che decide (o cui capita) di mettere al mondo un figlio/a.
Naturalmente ogni volta la notizia mi allieta. Poi tra me, in solitudine, penso che forse no, non è una cosa così lieta. Penso che occorre un certo grado di incoscienza per saturare ancora di più un pianeta già così saturo di umani e delle loro nefandezze.
Stasera, con le complicità di cui sopra, questo schema di pensiero si è rifatto vivo. Un po' si è incrinato e un po' si è chiarito. Conseguentemente mi sono detto che: 1) la mia coscienza di quell'incoscienza è data da una catena casuale di coscienze-incoscienze che ha prodotto anche me, dunque perché io sì e un altro no? 2) son certo (ho fede che) tutti gli amici "incoscienti" faranno sì che la loro incoscienza biologica si tramuti in maggior coscienza culturale; 3) ma soprattutto: la mia coscienza attuale viene comunque interpellata dalla coscienza potenziale di chi nascerà che mi chiederà conto del senso del mio ragionamento, e che potrà anche dirmi: "guarda che io sarò migliore di te". E forse potrà anche dimostrarmelo, e affondare i miei solidi argomenti anti-natalisti. 
Si tratta di fede, più che di logica. Almeno credo.
Ora però non so più che faccia farò, che emozioni proverò, quando qualcuno mi darà la lieta notizia.
Quella che Hanna Arendt esaltava come l'unica vera buona novella: "Un bambino è nato fra noi [...] Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare".
Magari qualcosa di nuovo».
Mario Domina, su FB, 20.10.2018



Scuola di preghiera - 3 - adorazione:
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"Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto".
don Lorenzo Milani

«Vorremmo, meditando su Maria Maddalena, essere introdotti dalla sua storia nel cuore di Dio, nel cuore di Gesù, perché se è là che ha il suo luogo, essa è il segno dell'eccesso cristiano, è il segno dell'andare al di là del limite, è il segno del superamento, è il segno di quella verità profonda che contempleremo più volte in questi giorni, cioè che non si raggiunge il vero equilibrio se non andando al di là, con qualche gesto coraggioso".
Carlo Maria Martini, Maria Maddalena, 18

Maria di Nazareth
di Óscar Arnulfo Romero
«Avete soffocato l'afflato rivoluzionario di Maria di Nazareth, esaltandone il divino e mettendo da parte la sua umanità. Maria è donna, donna sola con un figlio, vedova in un tempo in cui la vedovanza era un abominio. Era un'ebrea in una terra oppressa dai Romani, rifugiata in Egitto per sfuggire alla persecuzione. Maria fu una profuga. Madre affannata, che spese la vita a seguire un Figlio che talvolta non capiva (Mc 3,21), un folle, suo figlio. Maria, donna libera, che segue per le vie della Palestina il figlio, viaggiatrice, teologa, scrutatrice. Maria donna dell'assemblea, che presiede la celebrazione della Pentecoste secondo i costumi del suo popolo. Statue e immaginette l'hanno legata, rappresentata in posa statica tra nubi e lune, lei che spese tutta la sua vita a camminare, il cui cuore non conobbe tregua. Donna dai sandali consunti per le passeggiate montane, per far visita alla sua parente, per annunciare. Ed è per questo che con tutto il cuore la chiamo "Madre!". Come la mia mamma era una lavoratrice instancabile e donna del popolo».

Così san Paolo VI disse sì alla moschea di Roma - «La Chiesa non si abbassa a questi livelli», fu il commento del Pontefice bresciano di fronte a chi in Vaticano pretendeva reciprocità chiedendo che venissero costruite chiese in Arabia Saudita
di Andrea Tornielli, 13.10.2018
«Aveva un enorme rispetto per tutti i suoi interlocutori. Considerava che, certamente, la verità non è qualcosa di opinabile, però bisognava fare in modo che chiunque avesse la possibilità di esprimere la sua verità e il suo concetto di verità. Non a caso, quando si cercò di tirarlo in mezzo per ostacolare la creazione della moschea a Roma, la sua risposta fu proprio all’opposto. Disse: No, questo arricchirà il carattere di civiltà universale della nostra città, che certamente è la Roma “onde Cristo è romano”, ma è anche la Roma dove tutti devono avere la possibilità di parlare e di esprimersi». 
La risposta di Papa Montini a quanti nella Curia romana lo pregavano di bloccare l’iniziativa in nome della mancata reciprocità, dicendogli: «A noi in quei Paesi non consentono di costruire neanche una cappellina o di esporre una croce, e dovremmo permettere che costruiscano una moschea sotto le finestre del Papa?». Paolo VI fu lapidario: «La Chiesa non si abbassa a questi livelli». Vale a dire: non è che il mancato rispetto della libertà religiosa da parte di certi Paesi può far sì che noi ci comportiamo allo stesso modo. 
Fu Papa Montini a dare un contributo decisivo nella tormentata e discussa redazione della Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, il documento che sancì un cambio significativo nell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti delle altre religioni, con il passaggio dalla “tolleranza” al riconoscimento che la libertà religiosa è un diritto umano e nessun uomo può essere costretto a professare una religione o impedito a seguire il proprio credo. 
Del resto proprio Papa Montini, pochi anni prima, in un discorso pronunciato di fronte a una delegazione di musulmani ugandesi durante il suo viaggio in Africa per rendere omaggio ai primi martiri cristiani africani uccisi alla fine dell'Ottocento dai re che professavano le religioni tribali, era arrivato a fare un paragone mai più ripetuto, associando al martirio anche dei credenti musulmani: «Noi siamo sicuri di essere in comunione con voi», disse rivolgendosi agli esponenti di fede islamica nella nunziatura di Kampala, «quando imploriamo l'Altissimo, di suscitare nel cuore di tutti i credenti dell'Africa il desiderio della riconciliazione, del perdono così spesso raccomandato nel Vangelo e nel Corano». Aggiunse: «E come non associare alla testimonianza di pietà e di fedeltà dei martiri cattolici e protestanti la memoria di quei confessori della fede musulmana, la cui storia ci ricorda che sono stati i primi, nel 1848, a pagare con la vita il rifiuto di trasgredire le prescrizioni della loro religione?». (...)
http://www.lastampa.it/2018/10/13/vaticaninsider/cos-san-paolo-vi-diede-disse-s-alla-moschea-di-roma-07kejU4fk8kjMVub5wSWHL/pagina.html

"Qualsiasi cosa farò, non me lo impedisca. Anzi, mi aiuti". Stava per cominciare la messa quando Paolo VI prese da parte don Pasquale Macchi, il suo segretario, e gli disse queste precise parole. Macchi non capì.
Erano in Cappella Sistina, per una liturgia di ringraziamento a dieci anni dalla remissione delle scomuniche tra cattolici e ortodossi. Con loro c'era Melitone di Calcedonia, il vescovo inviato dal patriarca Dimitrios in sua rappresentanza.
Alla fine della celebrazione, Paolo VI si alzò e andò verso Melitone. Poi, improvvisamente, cadde in ginocchio davanti a lui. E nello stupore di alcuni, e nel gelo incredulo di altri, il papa di Roma, la Sua Santità ancora costretta dalla tradizione a troneggiare sulla sedia gestatoria tra i flabelli, in ginocchio baciò i piedi del confratello vescovo d'Oriente. Quattro secoli e mezzo prima, al Concilio di Firenze, era stato un altro papa, Eugenio IV, a pretendere lui, inutilmente, il bacio del piede dai patriarchi ortodossi.
Melitone uscì dalla Sistina profondamente commosso. Rientrando in Turchia, un giornalista constatò con lui che "solo un uomo veramente grande può umiliarsi così”. Melitone precisò: “Solo un santo”.



Scuola di preghiera - 2:
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Perchè lo odiano 
di Raniero La Valle
(...) Perché vogliono distruggere papa Francesco fino a chiederne le dimissioni e a volere un nuovo Conclave? La cosa è diventata chiara all’apertura del Sinodo dei giovani. Dopo tanto parlare della crisi dei giovani, del loro sbandarsi senza la bussola di una vocazione, del loro aver perduto la fede, il papa nel discorso dall’altare all’apertura dell’assise ha chiesto loro di “non smettere di profetizzare”; ma perché questo avvenga, perché i giovani amplino i loro cuori alla dimensione del mondo, sono gli adulti o anziani, a cominciare dai vescovi, che devono cambiare, “allargare lo sguardo”. (...) Anziani e giovani, secondo il papa, devono sognare insieme, e noi anziani dobbiamo sperare facendoci carico insieme a loro di lottare contro ciò che impedisce alla loro vita di svilupparsi con dignità, e di lavorare per rovesciare le situazioni di precarietà di esclusione e di violenza alle quali sono esposti; e così si ispiri ai giovani “la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo” contro i profeti di calamità e di sventura. 
Ancora una volta dunque il papa annuncia la gioia, come nell’ “Evangelii gaudium”, nella “Veritatis gaudium”, la “Misericordiae vultus”, la “Laudato sì”, la “Gaudete et exsultate”, l’ “Amoris laetitia”. 
Gli avversari non vogliono la gioia, sono intenti ad infliggere dolore: senza dolore il potere non regge, le guerre non si possono fare, i poveri non possono essere esclusi, i naufraghi non possono essere fatti affondare, i porti non si possono chiudere, l’economia non può uccidere, le armi non si possono vendere. Il dolore ci vuole, l’amore deve produrre tormento e non gioia, la massa dannata deve essere soggiogata con la legge e ricattata con la “morte seconda”, la perfetta letizia predicata dal Francesco di Assisi deve essere spregiata come una bambinata buonista. (...)
Per questo motivo oggi viviamo nella contraddizione - e in gran parte è una nuova contraddizione – di una Chiesa ed un papa che militano per la gioia, e un’antichiesa e un mondo che lottano per il dolore. (...) Da qui nasce la nostra sofferenza di oggi, che potremmo chiamare una sofferenza messianica, perché si fa carico del futuro quando ne va dell’avverarsi o del fallire della promessa di salvezza che dai tempi antichi fino ad oggi ha accompagnato e lenito l’arduo cammino dell’umanità.
in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 5 ottobre 2018 


Banale. La realtà non è mai qualcosa di scontato 
di Nunzio Galantino 
Dal francese ban - è il proclama emanato del signore feudale - si passa a banal con riferimento a qualcosa che si estende a tutto il villaggio, divenendo proprietà comune. Nell’antichità feudale, infatti, un luogo, un edificio, uno strumento era ritenuto “banale” se il suo uso era permesso alla comunità. Si spiega così la corrispondenza che si è stabilita tra banale e (di uso) comune. Solo più tardi si è ritenuto banale tutto ciò che manca di originalità e, quindi, col significato di ovvio, prevedibile e, per certi versi, inutile. 
Insomma, dal significato oggettivo e neutro che definiva banale tutto ciò che era comune, si è passato, con il tempo, ad attribuire al termine banale un senso dispregiativo per indicare, come si diceva, una realtà priva di eccezionalità e già abbondantemente nota. In questo senso, un discorso senza alcuna novità è banale, un romanzo che non evoca suggestioni nuove è banale, un’opera d’arte che non suscita emozioni forti è banale. 
In realtà, il più delle volte la vita è fatta di sentimenti, esperienze e incontri che non provocano emozioni forti e, anzi, possono rendere particolarmente faticosa la vita. Eppure, non necessariamente sentimenti diffusi ed esperienze comuni sono privi di significato. Come non sono mai banali – solo perché sempre attesi e prevedibili - certi tramonti, certi panorami, certi profumi, certe relazioni. (...) 
Siamo sicuri che si vive bene solo quando la vita è fatta di esperienze estreme, di incontri imprevedibili, di vacanze sbalorditive, di spettacoli mozzafiato? Oppure, una vita degna di questo nome può essere fatta anche di una prevedibilità che non è frutto della mancanza di iniziativa ed è fatta di accoglienza per tutto ciò che, pur ripetendosi, domanda passione sempre nuova e partecipazione piena? 
Di ciò che è “banale” - nel senso di “comune” - sono fatte le nostre giornate e i nostri incontri quotidiani. È una banalità che dà la sicurezza di appartenere a una comunità, quella umana, capace di restituire la quiete e la fiducia necessarie per esplorare strade inedite perché «l’apparizione della banalità è spesso utile nella vita, perché serve a rallentare delle corde troppo tese e fa ritornare in sé chi si era abbandonato a sentimenti troppo fiduciosi» (I. Turgenev).
in “Il sole 24 Ore” del 19 agosto 2018

«Ecce Homo! Così il corpo interroga il cristiano»

di Enzo Bianchi

In Gesù Cristo Dio ha vissuto l’esperienza dell’umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo. Scrive Ippolito di Roma: «Noi sappiamo che il Verbo si è fatto uomo, della nostra stessa pasta (uomo come noi siamo uomini!)». Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell’umano: «Ecce homo! Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Ha dato sensi umani a Dio consentendo a Dio di fare esperienza del mondo e dell’alterità umana e al mondo e all’uomo di fare esperienza dell’alterità di Dio.

La corporeità è il luogo essenziale di questa narrazione che rende l’umanità di Gesù di Nazaret sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù e, in particolare, la parola, ma poi i sensi, le emozioni, i gesti, gli abbracci e gli sguardi, le parole intrise di tenerezza e le invettive profetiche, le pazienti istruzioni e i ruvidi rimproveri ai



Scuola di preghiera - 1:
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Un fratello ritrovato è un arricchimento per tutta la comunità 
di Marcello Semeraro, vescovo di Albano
“Possiamo scegliere di vivere in una comunità perché è dinamica, calorosa e irradiante. È là che siamo felici. Ma se sopraggiunge una crisi che comporta tensione e agitazione, cominciamo a dubitare della saggezza della nostra scelta. Non bisogna cercare la comunità ideale. Noi scegliamo sempre i nostri amici, ma non scegliamo i nostri fratelli e le nostre sorelle: ci sono dati. È lo stesso in comunità”. Le parole sono di Jean Vanier, fondatore di una comunità di accoglienza per persone con disabilità; si trovano scritte in un suo libro intitolato "La comunità. Luogo del perdono e della festa". 
Sono parole e titolo in grado d’aiutarci a entrare nel cuore della pagina evangelica di questa Domenica (Matteo 18, 15-20). Comincia, difatti, con la parola fratello e con l’ipotesi di un dissenso. 
Fra due cristiani? Nella stessa comunità? Importa relativamente, perché il tutto è comunque sigillato fra due segni contrapposti. All’inizio c’è il richiamo di una contesa (“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te”); al termine, invece, un modello di unione fra i discepoli di Gesù (“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”). Cosa e come scegliere? Vivere nella Chiesa non è stare in una comunità modello, ma avere Gesù come


Mancano preti e il funerale diventa fai-da-te 
di Paolo Rodari 
Quella che sembrava essere solo un’ipotesi per il futuro è divenuta realtà. La diocesi di Bolzano-Bressanone permetterà di qui in avanti che a officiare i funerali siano non soltanto preti e diaconi, ma anche uomini e donne debitamente preparati. Come la vicina Austria che da tempo ha adottato questa modalità, così si farà in Italia, in una delle diocesi del Paese più dinamiche sul piano pastorale. 
Ciò che ha suggerito al vescovo Ivo Muser l’idea è stata la necessità. E cioè la scarsità di clero presente nella stessa diocesi. E, insieme, la consapevolezza che le esequie sono da tempo compito di tutta la comunità, non soltanto del prete: comportano la preparazione, la vicinanza alla famiglia, l’aiuto all’elaborazione del lutto, un coinvolgimento insomma di più soggetti. 
I numeri nella diocesi parlano chiaro: entro vent’anni i sacerdoti scenderanno da 177 a 50. Spiega Reinhard Demetz, direttore dell’Ufficio pastorale della diocesi: solo tre sono i seminaristi in tutta la diocesi (due altoatesini e uno dell’Est Europa), le unità pastorali passeranno presto da 71 a 32, i preti vivranno un sovraccarico pastorale. È inevitabile che «la responsabilità operativa delle parrocchie passi gradualmente ai laici». 
Sul settimanale diocesano Il Segno del 17 novembre scorso si racconta di un incontro formativo presso lo Studio teologico di Bressanone in cui i laici e i parroci interessati all’iniziativa potranno essere ragguagliati su ogni dettaglio inerente il rito. E non è escluso che presto possa nascere anche un corso che prevede 16 giorni di formazione distribuiti nell’arco di alcune settimane. 
I laici che guideranno le liturgie funebri non frequenteranno il corso di loro iniziativa. Dovranno essere segnalati dai parroci e inviati dalle loro comunità parrocchiali. E non saranno soli, perché il corso prevede anche la partecipazione attiva dei parroci e, come momento formativo, anche dei diaconi permanenti (che già possono celebrare i funerali). 
Spiega Demetz che la selezione dei candidati sarà severa perché «si tratta di un ambito pastorale molto importante e molto delicato… un compito che deve essere assunto con grande responsabilità e consapevolezza». Sui candidati c’è anche un identikit: età minima 25 anni, esperienza in campo liturgico, vita di fede, capacità di lavorare in rete, capacità comunicativa, salute psichica e maturità affettiva e, naturalmente, nessun impedimento canonico.
in “la Repubblica” del 15 dicembre 2017


Confronto. Se vissuto con lealtà aiuta a crescere 
di Nunzio Galantino 
Parola derivata dal latino medioevale "confrontare" (mettere di fronte, paragonare) - composta da "cum" (insieme) e "frons-tis" (fronte) - è l’atto del mettere di fronte due o più persone/eventi/cose per stabilirne somiglianze o diversità. Oppure per stabilire la superiorità di un elemento su un altro. (...) 
Il ricorso alla parola "confronto" nel Diritto penale porta a vedervi un porre, una di fronte all’altra, ragioni e circostanze che contribuiscono a definire il grado di responsabilità, formulare un giudizio, superare un conflitto e ri/stabilire un diritto. 
Così inteso, il confronto presenta per lo più grandi difficoltà. Chi si predispone al confronto, infatti, lo farebbe per difendere la propria tesi piuttosto che per trovare un’intesa. Lo fa per rimarcare la verità della propria posizione e l’inconsistenza delle ragioni altrui. È per questo che alla parola e all’esperienza del confronto si accompagna, di norma, il disagio, la paura e lo stress. L'avversario provoca invece sospetto e quindi il bisogno di anticipare ed attaccare per rendere innocue le provocazioni.
Tutto sarebbe meno complicato se l’altro venisse percepito come compagno di strada o come concorrente e non solo e sempre come un avversario; il compagno di strada stimola a muoversi nella direzione giusta ed il concorrente spinge a dare il meglio di sé per il raggiungimento di un obiettivo. Il confronto vissuto con lealtà e senza furbizie, nella complementarità dei ruoli e nella differenza di vedute, fa sempre crescere. Infatti, «Se due individui sono sempre d’accordo su tutto – ha scritto Freud - vi posso assicurare che uno dei due pensa per entrambi». 
Purtroppo, al confronto spesso faticoso viene preferita una convivenza di facciata. Il confronto franco infatti è ritenuto pratica pericolosa, quasi una lotta che suppone sempre un vinto e un vincitore. Ma è così solo quando manca la capacità di ascolto, l’interesse per le parole e le opinioni degli altri; quando manca un buon livello di sicurezza e di autostima. Sono tutti deficit, questi, che impediscono la presa in carico delle opinioni altrui. 
Al confronto ci si educa e si educa. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 30 settembre 2018 


"Che cos'è il Cielo? Dove si trova? Il Cielo non si trova né sopra né sotto, né a destra né a sinistra: il Cielo è esattamente nel centro del petto dell'uomo che ha fede!".
Salvador Dalì


Che la transizione ecologica rappresenti un’opportunità di cambiamento e di crescita alternativa rispetto a quella dettata dal modello attuale è stato ribadito da università, istituti di ricerca, conferenze internazionali. Eppure in molti non sembrano ancora convinti dell’interesse non solo ambientale e climatico, ma anche economico del cambiamento. Leggi:
https://valori.it/come-creare-65-milioni-di-posti-di-lavoro-basta-salvare-il-clima/

«"No! Non comprerò mai una pistola, perché io non sono capace di ammazzare un altro uomo come me, anche se è un delinquente. Anzi, penso proprio che se avessi avuto un'arma in casa sarei morto io. E' lo Stato che deve difenderci".
Queste parole non le ha pronunciate un radical chic buonista che contrasta le folli politiche sulla legittima difesa di Salvini.
Queste sono le parole di una persona di 69 anni, Carlo Martelli, che è ricoverato in ospedale per una rapina in casa avvenuta l'altra notte. Una violentissima rapina in cui sua moglie ha perso il lobo di un orecchio - tranciato neanche fossero in Arancia Meccanica - ed in cui entrambi hanno rischiato la vita, svegliati alle quattro del mattino da una gragnola di pugni in faccia per poi essere in balia di quattro folli criminali.
"E' lo Stato che deve difenderci". (....) Parole di una semplicità - di una logicità - "disarmante", specie perché pronunciate da chi ha ancora sulla pelle e negli occhi il terrore e la violenza. Parole che consolano. E parecchio, anche.
Perché c'è ancora tanta, tantissima gente che non è disposta ad abbandonarsi all'odio, al tutti contro tutti e all'infimo "Far West" vendicativo e ignorante.
Grazie Carlo, per la tua lucidità. Spero che venga fatta presto giustizia e che tu e tua moglie possiate rimettervi al meglio, lasciando alle spalle questo tremendo e inaccettabile incubo. Vi abbraccio forte».
Marco Furfaro su FB, 24 settembre 2018


“La riconciliazione non è abbandonare la giustizia, ma è una forza ulteriore della giustizia”.
mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna
“Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia”.
papa Francesco


Bene comune patrimonio dimenticato 
di Enzo Bianchi 
Esiste un’espressione che appartiene al patrimonio ereditato come società civile, ma che oggi pare dimenticata quando non addirittura contestata: il bene comune. Siamo tutti consapevoli che la nostra società occidentale, e l’italiana in particolare, attraversa da alcuni anni una crisi. “Crisi” è parola tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: viene da krísis, passare al vaglio e indica separazione, giudizio. 
Ai giorni nostri l’applicazione di questo concetto a una corpo sociale, alla polis, alla società, indica una situazione di deperimento, di decrescita, di decadenza. Ci troviamo, e lo affermiamo, in una situazione di crisi, ma dovremmo dire innanzitutto che la nostra crisi è sociale, culturale, etica, antropologica e, quindi, è anche politica ed economica. Politica perché la politica è astenica, debole e anche afona: paradossalmente “grida” con voce forte perché non ha nulla da dire in verità; democratica, perché vediamo qua e là affiorare tentativi di manovre di tirannia compatibile con

Caltanissetta, nuovi percorsi di formazione al matrimonio proposti con “L’anello della fede”
12 settembre 2018
“L’anello della fede”: è questo il titolo del nuovo percorso di formazione al sacramento del matrimonio, inaugurato domenica scorsa nella diocesi di Caltanissetta. Un progetto che coinvolge 250 persone: 110 coppie di laici più 40 sacerdoti, che hanno seguito un percorso di formazione di oltre due anni coordinato dall’Ufficio diocesano di pastorale familiare, nel corso del quale sono stati elaborati i temi dei 18 incontri che da quest’anno nella diocesi siciliana saranno l’unica esperienza necessaria per accostarsi al matrimonio cristiano. A cura della diocesi, è stato pubblicato il testo-guida per le equipes che opereranno a livello parrocchiale o inter-parrocchiale che per ognuno dei temi sviluppa gli obiettivi, la preghiera, l’icona biblica di riferimento, la Parola “svelata”, gli approfondimenti e le attualizzazioni, con gli interrogativi da proporre per riflettere insieme su ogni tematica. Ai fidanzati verrà consegnato il “Quaderno” che completa il testo con gli schemi di riflessione e le preghiere. Il nuovo percorso di preparazione al matrimonio punta sulla corresponsabilità dei laici e dei sacerdoti, impostando la pastorale familiare nei confronti delle famiglie in formazione come un percorso di consapevolezza del senso pieno del matrimonio cristiano, che continua nell’accompagnamento della coppia anche dopo la celebrazione del matrimonio da parte di tutta la comunità parrocchiale. “È un progetto organico – spiega il vicario generale, Giuseppe La Placa – che innova profondamente nella Chiesa nissena la pastorale familiare e contemporaneamente la vita di tutte le comunità parrocchiali che accoglieranno le nuove famiglie, attivando reti di relazioni significative e solidali, in uno spirito di corresponsabilità tra sacerdoti e laici”. “È una svolta davvero storica – afferma il vescovo di Caltanissetta, mons. Mario Russotto – perché cambia tutto: la comunità parrocchiale o inter-parrocchiale è coinvolta nella responsabilità di formazione e accompagnamento dei fidanzati. I quali vengono da situazioni difficili: molti ormai sono già conviventi, diversi sono già genitori. È un lavoro difficile, che possiamo portare insieme se abbiamo l’umiltà e il coraggio di tessere relazioni e di vivere una trama di comunione e di comunicazione. Noi vogliamo raggiungere i lontani, quelli che non ascoltano più, o per sordità o per indifferenza, o perché nessuno ha mai parlato loro di Gesù. Noi vogliamo avvicinare i lontani e convertire i vicini, perché tutti acquistino la capacità della parola, creando non isole, ma arcipelaghi in comunione, nella rete delle nostre comunità parrocchiali e delle nostre associazioni”.
https://www.agensir.it/quotidiano/2018/9/12/diocesi-caltanissetta-nuovi-percorsi-di-formazione-al-matrimonio-proposti-con-lanello-della-fede/


"La gente si lamenta sempre delle cose brutte che gli capitano senza che se le sia meritate, ma non parla mai delle cose belle. Di cosa ha fatto per meritarle. Io non ricordo di aver mai dato a nostro Signore motivi particolari per sorridermi. Però lui mi ha sorriso".
Cormac McCarthy, "Non è un paese per vecchi"


«Ma sì, sarà il carattere 
o la malinconia 
che sta dietro al carattere 
come una gelosia 
sarà il pensiero vergine 

che ha la fantasia 
vissuta dal carattere 
come la frenesia 

Cuanta pasiòn en la vida 
cuanta pasiòn 
es una historia infinita 
cuanta pasiòn 
una illusiòn temeraria 
un indiscreto final 
ay, que pasiòn visionaria 
y teatral! 

Le vigne stanno immobili 
nel vento forsennato 
il luogo sembra arido 
e a gerbido lasciato 
ma il vino spara fulmini 
e barbariche orazioni 
che fan sentire il gusto 
delle alte perfezioni 

Cuanta pasiòn en la vida 
cuanta pasiòn 
es una historia infinita 
cuanta pasiòn 
una illusiòn temeraria 
un indiscreto final 
ay, que vision pasionaria 
trascendental! 

Più son


L’umanità è piena solo se tuteliamo le differenze 
di Gianfranco Ravasi 
Uno dei più autorevoli statisti tedeschi del secolo scorso, Konrad Adenauer (1876-1967), dichiarava: «Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte». La sua è una considerazione che intreccia due coordinate. L’una è verticale ed è l’unità «celeste» del genere umano: in tutti noi corre la stessa linfa e abbiamo il medesimo tessuto «adamico», siamo creature umane basilarmente uguali. L’altro asse è orizzontale e si sfrangia in mille prospettive, rivelando così la pluralità e quindi le differenze. C’è una suggestiva metafora rabbinica che afferma: Dio ha fatto tutti gli uomini con lo stesso conio ma, a differenza delle monete che risultano uguali, le creature umane sono tutte diverse (si pensi solo alle impronte digitali). Unica è la dignità, ossia l’appartenenza all’essere umano, infinita è la pluralità dei volti, delle anime, dei pensieri. 
Significativa è, perciò, la titolatura del Cortile di Francesco dedicato a questo tema secondo angolature e prospettive diverse. Si afferma, infatti, la «necessità» delle differenze per la pienezza dell’umanità stessa. Anzi, il dialogo tra voci diverse, è a sua volta una dimostrazione del tema. 
Come scriveva il noto filosofo viennese Karl Popper (1902-94), non si deve credere «all’opinione diffusa che, allo scopo di rendere feconda una discussione, coloro che vi partecipano debbano avere molto in comune.Anzi, più diverso è il loro retroterra, più feconda sarà la discussione. Non c’è nemmeno bisogno di un linguaggio comune per iniziare: se non ci fosse stata la torre di Babele, avremmo dovuto costruirne una». 
Il sogno dell’imperialismo di Babilonia era quello di imporre un «unico labbro», come si dice nell’originale ebraico del cap. 11 della Genesi, cioè una sola lingua, una sola cultura, una sola concezione della vita, precettata a tutti. È ciò che sta alla radice anche del razzismo e della xenofobia che purtroppo sta riaffacciandosi col suo volto aggressivo nei social, nei vari populismi attuali e persino nel nostro Paese segnato da una civiltà dialogica così alta. 
Contro questa arroganza che disprezza l’altro, condannata da Dio, è necessario tutelare la ricchezza dei colori dell’arcobaleno delle culture e delle etnie volute dal Creatore. Uno degli antichi maestri degli ebrei mitteleuropei detti Chassidim, cioè i «pii», affermava: «In ogni uomo c’è qualcosa di prezioso che non si trova in nessun altro. Si deve, perciò, rispettare ognuno secondo le virtù che egli solo possiede e che non ha nessun altro».
in “Corriere della Sera” del 15 settembre 2018 


"Non dimenticare che dare gioia dà anche gioia".
Friedrich Nietzsche

Internet e le reti sociali ci aprono molte possibilità. Ma bisogna usarle bene e per il bene. Non per isolarci, ma per comunicare meglio. Non per diffondere menzogne, ma per raccontare verità.


"La gentilezza, rimane la migliore arma di distinzione dalla massa".
Antonio Malgeri


# Il carro del vincitore
di Gianfranco Ravasi
«"L’uomo dabbene in mezzo a’ malvagi rovina sempre: e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace e a giudicar dall’evento".
È, questa, una triste legge della storia: salire sul carro del vincitore, correndo in suo “soccorso”, mentre si lascia a terra lo sconfitto che nella maggior parte dei casi era «l’uomo dabbene». Ci ricorda questa amara realtà una delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo, quella datata 17 aprile. Il giusto è spesso un perdente sul quale si accanisce l’ipocrita che, prima, lo aveva esaltato per il suo rigore morale, ma che, poi, non esita a calpestarlo. Tutti dicono di amare i buoni, ma poi o li sfruttano o li abbandonano. Tutti proclamano di detestare i corrotti e i potenti, ma quando si è invitati nei loro palazzi ci si mette a scodinzolare come cagnolini obbedienti. Il coraggio di andare controvento rimane il più delle volte solo un buon proposito retorico. Alla fine è più facile curvarsi come giunchi al soffio del vento dominante. Oppure è facile scagliarsi a parole, con insulti e volgarità, contro il potere quando non lo si ha, pronti però a goderne tutti i vantaggi personali quando lo si conquista».
in “Il sole 24 Ore” del 9 settembre 2018

L'Africa è un continente con un potenziale enorme. I suoi giovani rappresentano il suo futuro, un futuro splendido se accompagnato dall'istruzione e dalla possibilità di lavoro.


«La dottrina di Nicea e di Calcedonia e, in generale, l'approccio sistematicamente antinomico del mistero per i Padri greci, hanno creato un tipo di pensiero per tensioni che è rimasto oggi la molla dello spirito di ricerca (...). Se Cristo è allo stesso tempo vero Dio e vero uomo in una sola Persona, se questa Persona, a sua volta, è allo stesso tempo distinta e consustanziale nel seno della Trinità, ne deriva l'obbligo di "pensare insieme" dei termini opposti».
Olivier Clément, Il senso della terra, 76


«Ki ha consumato il suo Dio a furia di pregarlo e di ripregarlo,
per la paura di viver tutto e di non capire,
per la vergogna mai digerita di dover anche morire».
Davide Van De Sfroos, Ki (2014)

«Camminavo perduto nella mia musica, quando li ho incontrati. 
Insieme avranno fatto un secolo e tre quarti. Lei vestita più leggera, con un cappello di paglia sulla nuca e un bizzarro prendisole; lui col giubbotto e le spalle ben coperte (so da mio padre che a quell'età il gelo filtra nelle ossa, anche in piena estate). A passi corti, avanzavano sotto il sole già più lieve di settembre, mano nella mano. 
Non visto, ho scrutato a lungo l'incedere lento delle loro figure, l'una accanto all'altra, quasi confusa nell'altra - ed è stato impossibile non venire sopraffatti da tanta tenerezza.
Ho pregato gli dèi che quei loro passi insieme fossero baciati dall'eternità».
Mario Domina, post del 3.9.2018


Interesse. Forza che coinvolge e trasforma 
di Nunzio Galantino 
Interesse (infinito del verbo latino intersum), composto da inter (tra) ed esse [sottinteso negotia alicuius]¸ vuol dire letteralmente “stare tra le cose di qualcuno”. In senso lato, è l’ essere/sentirsi coinvolto, il partecipare pienamente, l’intervenire. 
La derivazione dal verbo intersum ed il suo significato portano a considerare l’interesse come il legame che si stabilisce tra qualcuno e qualcosa, una persona o un progetto. Interessarsi è quindi prestare attenzione fattiva e stabilire una relazione con realtà o persone altrimenti distanti tra loro.
L’interesse non è comunque un semplice ponte che unisce due sponde. È un legame che provoca coinvolgimento fino a dar luogo a qualcosa di nuovo e talvolta di imprevedibile.
È proprio vero quello che si attribuisce a Napoleone. Per il generale francese «…ci sono due modi per far muovere gli uomini: l’interesse e la paura». Senza interesse per la vita, per il prossimo, per il diverso, per il lavoro, per l’arte, difficilmente si è portati a investire energie e a mettersi in gioco. Si possono svolgere funzioni e ricoprire ruoli di grande importanza, ma senza interesse, rimanendo cioè distanti da quello che si fa o si dice. Si può spendere del tempo senza che questo porti frutti per sé e per gli altri. È l’interesse che trasforma la distanza in prossimità, la solitudine in rete partecipata e la presenza in forza che trasforma.
È inutile negarlo, la parola interesse porta molto spesso con sé una accezione negativa. Si parla infatti di conflitto d’interessi o di interesse personale per riferirsi a un egoistico tornaconto o al vantaggio guadagnato a scapito di altri. Anche in realtà nate per curare gli interessi della comunità e per perseguire il bene comune, come la politica, siamo costretti a registrare esempi di interessi personali ed esercizio del potere per fini distanti dal Bene comune. 
In economia l’interesse, di per sé neutrale - in quanto valore economico stabilito, che “sta nel mezzo” tra il prestito e la restituzione - riveste spesso un significato negativo. Soprattutto quando chi lo determina non “sta nel mezzo” delle situazioni e delle cose in maniera corretta ed equilibrata e vede tutto e tutti in chiave utilitaristica, monetizzando tutto, anche le relazioni. Quando ciò avviene, l’interesse torna ad esclusivo beneficio di una persona (che presta del denaro) a scapito di un’altra (che lo riceve). L’interesse, in questo caso, finisce per essere lontano mille miglia dal suo significato etimologico. Si assiste insomma alla corruzione della parola. 
Si parla di interesse anche in amore. Qui l’interesse è coinvolgimento e partecipazione. Tanto che per mantenere vivo un rapporto di amore, occorre non perdere interesse verso la persona, verso la sua vita, verso i suoi desideri e vero progetti comuni nati per amore. È l’interesse che, soprattutto in momenti di difficoltà, porta a «osare, [che] è la più bella dimostrazione di interesse» (Goethe). 
in “Il Sole 24 Ore” del 2 settembre 2018 

Si chiama “Amori grammaticalmente scorretti” ed è un gruppo Facebook dal successo crescente (oltre 90 mila i fan). L’obiettivo è semplice: raccogliere le scritte d’amore (ma non solo) sui muri più sgrammaticate e ridicole. E darle in pasto ai commenti, perfidissimi, degli iscritti al social network. D’altronde, quando si scrive in fretta, l’errore è dietro l’angolo.
http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/14_gennaio_22/amori-grammaticalmente-scorretti-9704d762-8353-11e3-9ab1-851e2181383b.shtml


Anni 70 - Scrive l'articolista: Boncompagni, Carrà, Arbore, fotografati "con un'amica di colore". Questo era il livello di arretratezza culturale che favorivano i media. Mi piace restituire alla piccola storia, una piccola verità: nella foto, ARETHA FRANKLIN, con tre amici.
Ornella Medda - 27 agosto

«35. Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa.
36. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha affermato che « esiste un ordine o piuttosto una “gerarchia” delle verità nella dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana » (UR 11). Questo vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale.
37. San Tommaso d’Aquino insegnava che anche nel messaggio morale della Chiesa c’è una gerarchia, nelle virtù e negli atti che da esse procedono.[39] Qui ciò che conta è anzitutto « la fede che si rende operosa per mezzo della carità » (Gal 5,6). Le opere di amore al prossimo sono la


“Il clericalismo è una componente della crisi degli abusi sessuali nella Chiesa” 
intervista a Stéphane Joulain
Il clericalismo comincia quando questa cultura clericale scade in corporativismo: cioè quando i preti si concedono dei privilegi, e quando la protezione degli interessi del loro gruppo prevale su quella dell'integrità fisica e psicologica di altri. Ciò che il papa denuncia sono quei preti che mettono il loro potere e la loro autorità a proprio profitto, che, in quanto pastori, si riconoscono una sorta di superiorità che li mette su un piedestallo. Quando una persona comincia a sentirsi speciale, è facilmente tentata di concedersi dei privilegi speciali... Il papa la pensa diversamente: l'autorità e il potere sono affidati dalla Chiesa ai suoi pastori solo perché essi si mettano a servizio della comunità, fino a “conoscere l'odore delle pecore”. 
Effettivamente, il clericalismo può stabilirsi solo se è imposto dai preti e accettato dai laici. (...) Ritenere che, dato che si è stati ordinati, si ha diritto ad una forma di riverenza, è un errore, di cui certi non esitano ad abusare... La cultura e la storia di un paese hanno un ruolo in questo: negli Stati Uniti, ma anche in Africa, dove lavoro in questo momento, i laici vivono una forte sottomissione nei confronti dei preti. (...)
Come sempre, bisogna unire prevenzione, sanzione ed educazione. Per prevenire, la prima cosa da fare è “inquadrare” il potere dei chierici, obbligarli a rendere conto del modo in cui usano la loro autorità. Un potere non “inquadrato” diventa dittatoriale e il rischio è ulteriormente accresciuto quando lo si ritiene di origine divina. 
La convocazione dei vescovi cileni a Roma, l'accettazione da parte dei papa delle dimissioni di alcuni di loro ma anche del cardinale McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, sono segnali forti che mostrano che l'autorità che la Chiesa affida loro non li rende intoccabili. 
Quanto alle sanzioni, è evidente che un vescovo deve reagire adeguatamente quando viene informato e non accontentarsi di spostare il prete. (...) 
Infine, i futuri preti devono essere educati ad una buona gestione della loro sessualità e della loro autorità. L'ideale sarebbe che ci fosse alla base un lavoro teologico, in ecclesiologia: come si percepisce la Chiesa? Come un corpo perfetto o come una comunità umana che cerca di essere fedele alla chiamata del Signore? - in teologia morale, ecc. 
padre Stéphane Joulain, psicoterapeuta, ha seguito in terapia circa 200 pedofili e tiene in diversi paesi numerosi corsi di formazione in materia di istruzione e di prevenzione.
in “www.la-croix.com” del 17 agosto 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)


«Ciò che amiamo ci dice chi siamo». 
san Tommaso d'Aquino


È scomparso Arcabas, pittore celebre e apprezzato per il suo impegno nell'arte sacra e per le sue immagini religiose, come La cena in Emmaus o la Natività. La sua fonte principale d'ispirazione è stata la Bibbia, dando vita a un'arte sacra semplice e accattivante, intrisa di un senso fiabesco ma attenta alle istanze del moderno, seppure addolcite; il suo stile era molto apprezzato per l'uso esuberante e festoso del colore, in cui abbondava l'uso - anche simbolico - dell'oro... vedi il resto dell'articolo: https://www.avvenire.it/agora/pagine/morto-arcabas-pittore-arte-sacra


«E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita.[2] Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente»[3]. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.
E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo».
papa Francesco, Lettera al popolo di Dio, 20.08.2018


«Ecce Homo! Così il corpo interroga il cristiano»
di Enzo Bianchi
In Gesù Cristo Dio ha vissuto l’esperienza dell’umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo. (...) Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell’umano: «Ecce homo! Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Ha dato sensi umani a Dio consentendo a Dio di fare esperienza del mondo e dell’alterità umana e al mondo e all’uomo di fare esperienza dell’alterità di Dio.
La corporeità è il luogo essenziale di questa narrazione che rende l’umanità di Gesù di Nazaret sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù e, in particolare, la parola, ma poi i sensi, le emozioni, i gesti, gli abbracci e gli sguardi, le parole intrise di tenerezza e le invettive profetiche, le pazienti istruzioni e i ruvidi rimproveri ai discepoli, la stanchezza e la forza, la debolezza e il pianto, la gioia e l’esultanza, i silenzi e i ritiri in solitudine, le sue relazioni e i suoi incontri, la sua libertà e la sua parrhesía, sono bagliori dell’umanità di Gesù che i vangeli ci fanno intravedere attraverso la finestra rivelatrice e opaca dello scritto. E sono riflessi luminosi che consentono all’uomo di contemplare qualcosa della luce divina.
L’alterità e la trascendenza di Dio sono state evangelizzate da Gesù e tradotte in linguaggio e pratica umana. È la pratica di umanità di Gesù che narra Dio e che apre all’uomo una via per andare verso Dio. «Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito... lo ha raccontato (exeghésato)» (Gv 1,18), rivelato una volta per tutte, in modo ultimo e definitivo. Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli (...).
Ecco perché ritengo sia un grave rischio per i cristiani


«Per l'uomo responsabile la domanda ultima non è: "Come me la cavo eroicamente in questo affare?", ma: "Come la generazione che viene potrà continuare a vivere?"».
D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, 64


«E' molto più facile convertire un peccatore incallito che far cambiare vita a un credente sbagliato».
san Bernardo di Chiaravalle


«Il rivoluzionario non trova altro riposo che la morte.
Il rivoluzionario - quando è vero - è guidato da un grande sentimento d'amore».
Francesco Guccini, Canzone per il Che


"Quando si ama non si frequentano le strade maestre".
S. Kierkegaard

Gelosia.
di Nunzio Galantino 
«Parlo della gelosia che (…) piega le gambe, toglie il sonno, distrugge il fegato, arrovella i pensieri, la gelosia che avvelena l’intelligenza con interrogativi sospetti, paure, e mortifica la dignità con indagini, lamenti, tranelli facendoti sentire derubato» (O. Fallaci). 
Dal greco zelos (spirito di emulazione, rivalità), la gelosia esprime un sentimento di ansia e di dubbio provato da chi ha paura che ciò che ama gli venga sottratto. (...) Il successo delle narrazioni sulla gelosia deriva dal forte legame della gelosia con l’amore. Un legame che ha fatto dire a Orage: la gelosia «è la più amara delle emozioni, perché associata con la più dolce». 
L’Otello di Shakespeare è senza dubbio l’opera classica che, più di altre, “celebra” la gelosia. In essa Otello, il Moro di Venezia, ossessionato dal sospetto abilmente instillato in lui dal manipolatore Iago, giunge a uccidere la moglie Desdemona. Non è un caso che la forma di gelosia patologica, ossessiva, non più fisiologica e naturale, è comunemente chiamata «Sindrome di Otello». Essa, secondo Freud, è rivolta non solo alla persona che si ama e che si teme di perdere, ma anche al/alla rivale in amore. La gelosia quindi non è solo un sentimento misto di rabbia e paura verso l’amato, ma è anche invidia verso il/la rivale. (...) 
L’irrazionalità della gelosia - che presenta per lo più carattere morboso, ossessivo e istintivo - causa sofferenza a chi la prova e a chi ne è vittima: è un conflitto continuo fra mancanza di fiducia, desiderio di possesso e bisogno di conferma che, a volte, arma e può essere causa di efferati omicidi/femminicidi. 
Se ben veicolata, se controllata e accettata, la gelosia può trasformarsi in spinta passionale verso l’amato ed emulazione nei confronti del rivale. Potrebbe addirittura alimentare e far sviluppare potenza e forza per dare sempre il meglio all’oggetto d’amore. «Credo di essere una delle persone più gelose del mondo - affermava Andy Warhol -. La mia mano destra è gelosa se la sinistra dipinge un bel quadro».
in “Il Sole 24 Ore” del 13 maggio 2018 


«"Il corpo è compreso come Dio è compreso" (C. Bruaire) e, più in profondità, il modo di relazionarsi con il proprio corpo esprime e riflette il modo in cui ci si relaziona a Dio. Ciò dice bene come l'esperienza spirituale sia essenzialmente un'esperienza corporea; non solo, dunque, si tratta di non fuggire il corpo, ma occorre imparare ad abitarlo in tutta la sua potenzialità relazionale».
Luciano Manicardi, Il corpo, 24

Il Consiglio della Federazione delle chiese evangeliche in Italia approva un documento per dire no alla xenofobia. Ogni forma di razzismo è un’eresia teologica
www.nev.it - 8 agosto 2018
“Da mesi ascoltiamo parole violente e cariche di rancore nei confronti degli immigrati, che nel cuore dell’estate sono state seguite da gesti xenofobi e razzisti verso italiani con la pelle nera, richiedenti asilo, rom. Come cristiani evangelici riteniamo che il limite della tollerabilità di questo linguaggio e di questi atteggiamenti sia stato ampiamente superato e per questo abbiamo deciso di lanciare il messaggio chiaro e forte che noi non ci stiamo”.
Con queste parole il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Luca Maria Negro, presenta il Manifesto per l’accoglienza approvato dal Consiglio FCEI.
“Anche se oggi è impopolare, affermiamo che noi evangelici siamo per l’accoglienza degli immigrati e dei rifugiati, per la tutela delle vite di chi fugge da guerre e persecuzioni attraversando il Mediterraneo, per l’integrazione. Lo facciamo – conclude il presidente della FCEI – con uno strumento semplice ma capillare quale un manifesto che speriamo possa essere affisso sul portone di ogni chiesa evangelica”.
“Ogni forma di razzismo è per noi un’eresia teologica” si legge nel documento, che si apre con alcune citazioni bibliche sull’accoglienza e sui diritti dello straniero. Il Manifesto per l’accoglienza prosegue poi con 8 punti in cui si ribadisce la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, si sottolinea la buona pratica dei corridoi umanitari, si invita allo scambio interculturale nel quadro dei principi della Costituzione, alla protezione internazionale e alla tutela dei diritti, a un linguaggio rispettoso della dignità e a una presa di posizione contro xenofobia e razzismo, si denuncia l’esasperazione del dibattito pubblico sul tema delle migrazioni. Negli ultimi due punti, la FCEI fa appello alle chiese sorelle dell’Europa perché accolgano quote di richiedenti asilo e spingano i loro governi a promuovere politiche di condivisione dei flussi migratori in un quadro di solidarietà e responsabilità condivise, richiamando all’amore di Dio, che è più forte degli egoismi di individui e di nazioni.
Scarica il Manifesto per l’accoglienza in versione integrale:
http://www.nev.it/nev/2018/08/08/manifesto-per-laccoglienza-questa-e-una-chiesa-che-accoglie/


«Il corpo esprime la persona. Esso non costituisce soltanto un oggetto di questo mondo, ma, fondamentalmente, è qualcuno, è la manifestazione, il linguaggio di una persona. E’ il respiro latore del pensiero, è il passo e l’equilibrio, struttura il tempo e lo spazio. (...) La “carne” è dunque l’uomo nella sua interezza, ma, precisiamolo immediatamente, nei suoi limiti di creatura. Se io sono un essere di carne, significa che sono un essere limitato, che non sono Dio».
Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, 6-7.


«Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. E’ un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo».
Alessandro Baricco


Vi sono persone che - con la loro presenza e il loro stile - trasformano in lucente diamante tutto ciò incontrano;
altre riducono in polvere ciò che hanno tra le mani.
don Chisciotte Mc

«La libertà è uno dei tratti caratteristici della persona matura. Vogliamo riflettere sulla libertà di Gesù: in quale forma e in che misura Gesù è stato uomo libero? La finalità della nostra riflessione è acquisire i criteri per imparare ad esercitare, come Gesù, la libertà dei figli di Dio.
Il cammino della libertà ha avuto tappe anche nell’ambito della specie umana e Gesù certamente rappresenta un momento significativo di questo processo che ha avuto momenti di involuzione o riflusso e ha registrato salti qualitativi molto decisi.
In questo tipo di riflessione è facile cadere nella idealizzazione e attribuire a Gesù tutte le qualità in modo eminente, prescindendo dalle condizioni storiche e dai limiti culturali del suo tempo, che invece devono essere tenuti presenti.
Sarebbe inutile partire da una definizione astratta di libertà per vederne le applicazioni in Cristo. La libertà ha qualità e dinamiche diverse secondo il grado a cui una persona è pervenuta e secondo lo stile della comunità di appartenenza. In questa prospettiva intendiamo esaminare alcuni aspetti dell’esperienza storica di Gesù, partendo dal presupposto della sua volontà umana».
(continua a leggere...)
di Carlo Molari
http://pietrevive.blogspot.com/2018/02/gesu-uomo-libero-di-carlo-molari.html

"Nell’aldilà non vorrei essere “solo con Dio”, ma anche insieme a quelli che ho amato e mi hanno amato, insieme agli altri, all’umanità intera di cui faccio parte e nella quale sono stato concepito e generato, sono nato e cresciuto, vivendo “mai senza l’altro”. La vecchiaia si costruisce insieme, e solo una cultura umanistica che sappia mettere al centro la persona, con le sue fragilità, può aiutare tale edificazione. Ognuno di noi è chiamato “a morire e a vivere insieme”, scrive Paolo, non da solo; quindi, anche ad attraversare la vecchiaia, non in un viaggio solitario nel deserto ma in un itinerario di persone che camminano insieme, anche se il percorso di qualcuno è più breve. Perché non è vero che “gli altri sono l’inferno”, come affermava Jean-Paul Sartre: il vecchio capisce bene che l’inferno è non amare e non essere amati. Anche nella vecchiaia l’amore è sempre da inventare, ma con gli altri, non nella solitudine".
Enzo Bianchi
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2018/04/enzo-bianchi-la-rimozione-della.html

«Il vero profeta non è un “profeta di sventure”. Il vero profeta è un profeta di speranza» che aiuta a «risanare le radici, risanare l’appartenenza al popolo di Dio per andare avanti. Non è per ufficio un rimproveratore… No, è un uomo di speranza. Rimprovera quando è necessario e spalanca le porte guardando l’orizzonte della speranza. Ma, il vero profeta se fa bene il suo mestiere si gioca la pelle». 
«Quando il profeta arriva alla verità e tocca il cuore o il cuore si apre o il cuore diventa più pietra e si scatena la rabbia, la persecuzione...». «I profeti, sempre, hanno avuto questi problemi di persecuzione per dire la verità».
«Dirò di più: ha bisogno che tutti noi siamo dei profeti», aggiunge. «Non critici, questa è un’altra cosa. Una cosa è sempre il giudice critico al quale non piace niente, nessuna cosa gli piace: “No, questo non va bene, non va bene, non va bene, non va; questo deve essere così...”. Quello non è un profeta. Il profeta è quello che prega, guarda Dio, guarda il suo popolo, sente dolore quando il popolo sbaglia, piange – è capace di piangere sul popolo -, ma è anche capace di giocarsela bene per dire la verità».  
«Che non manchi alla Chiesa – è allora la preghiera conclusiva di Francesco - questo servizio della profezia, per andare sempre avanti».
papa Francesco, 17 aprile 2018
http://www.lastampa.it/2018/04/17/vaticaninsider/la-chiesa-ha-bisogno-di-profeti-non-di-critici-a-cui-non-piace-niente-cMVELtnHVNKtKmunlnxGzM/pagina.html

O Dio, Padre di tutti gli uomini, per te nessuno è straniero, nessuno è escluso dalla tua paternità; guarda con amore i profughi, gli esuli, le vittime della segregazione, e i bambini abbandonati e indifesi, perché sia dato a tutti il calore di una casa e di una patria, e a noi un cuore sensibile e generoso verso i poveri e gli oppressi.

O Dio, che hai voluto che il tuo Figlio donasse la vita per radunare l’umanità dispersa, accogli la nostra offerta e per questo sacrificio eucaristico, segno di unità e di pace, fa’ che tutti gli uomini si riconoscano fratelli.

O Dio, che ci hai nutriti con l’unico pane e l’unico calice, suscita in noi uno spirito nuovo di umana comprensione e di ospitalità evangelica verso i nostri fratelli lontani dalla famiglia e dalla patria, e fa’ che un giorno meritiamo di ritrovarci tutti insieme nella tua casa.

O Padre, che hai mandato il tuo Figlio a condividere le nostre fatiche e le nostre speranze e hai posto in lui il centro della vita e della storia, guarda con bontà a quanti migrano per lavoro lungo le vie del mondo, perché trovino ovunque la solidarietà fraterna che è libertà, pace e giustizia nel tuo amore.

Padre santo, che da ogni lingua e nazione hai voluto creare un solo popolo nuovo, fa’ che la comunione al corpo e al sangue del tuo Figlio ci liberi da ogni egoismo e divisione, e ci trasformi in una comunità di fratelli uniti nello stesso spirito.

«Avete soffocato l’afflato rivoluzionario di Maria di Nazareth, esaltandone il divino e mettendo da parte la sua umanità. Maria è donna, donna sola con un figlio, vedova in un tempo in cui la vedovanza era un abominio. Era un’ebrea in una terra oppressa dai Romani, rifugiata in Egitto per sfuggire alla persecuzione. Maria fu una profuga. Madre affannata, che spese la vita a seguire un Figlio che talvolta non capiva (Mc 3,21), un folle, suo figlio. Maria, donna libera, che segue per le vie della Palestina il figlio, viaggiatrice, teologa, scrutatrice. Maria donna dell’assemblea, che presiede la celebrazione della Pentecoste secondo i costumi del suo popolo. Statue e immaginette l’hanno legata, rappresentata in posa statica tra nubi e lune, lei che spese tutta la sua vita a camminare, il cui cuore non conobbe tregua. Donna dai sandali consunti per le passeggiate montane, per far visita alla sua parente, per annunciare. Ed è per questo che con tutto il cuore la chiamo “Madre!”. Come la mia mamma era una lavoratrice instancabile e donna del popolo».
mons. Oscar Arnulfo Romero

«Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta. 
Eretico è la persona che sceglie e,
in questo senso, è colui che ama la verità e ama anche la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia. 
Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole, 
l’eresia della coerenza, del coraggio, 
della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri. 
Chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano,
chi studia, chi approfondisce,
chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze, 
chi non si rassegna alle ingiustizie. 
Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio».
don Luigi Ciotti

Se l'omelia è un po' astrusa... 
di Anne Soupa 
Se l'omelia vi annoia, o se non capite bene dove vuole arrivare il predicatore, divertitevi a decriptarla. Tentate di comprendere i presupposti che si nascondono dietro un discorso tanto contorto da dissimulare le intenzioni di chi lo pronuncia. (...) Dietro la scelta delle parole, delle immagini, delle domande, si rivelano scelte teologiche che meritano di essere decriptate perché sono in rapporto con un modo di essere al mondo e a Dio. (...)
Il bisogno imperioso di certi predicarìtori di fare la morale, di far nascere sensi di colpa negli ascoltatori. Perché sminuire il proprio interlocutore, se non per esercitare un'influenza su di lui? Conosciamo bene la “pastorale della paura”, messa in luce dallo storico Jean Delumeau. Nel Medio Evo, era la paura dell'inferno quella che doveva riportare i fedeli smarriti sulla retta via dell'obbedienza. Oggi sono rari coloro che temono le fiamme dell'inferno. Ma ancora troppi sono coloro che, confusamente, si credono colpevoli e si lasciano convincere di essere cattivi, di fare tutto in modo sbagliato, di dover assolutamente “cambiare”. 
Dopo aver instillato il dubbio della colpevolezza, gli stessi predicatori vi servono il piatto dell' “obbedienza” e della “volontà del Padre”. Ripetuti all'infinito se necessario. Fino a sottolineare tratti inusuali. (...)
Ecco due “deformazioni” frequenti che è bene avere in mente. Attenzione agli intristiti che

La nuova politica urlata. E noi credenti dove eravamo?
di Daniele Rocchetti - 28.06.2018
In tanti mi chiedono cosa penso dell’attuale situazione politica del nostro Paese. Ogni volta rispondo che ciò che è avvenuto alle scorse elezioni è il risultato di uno sconquasso antropologico, uno strappo radicale in atto nelle nostre comunità da molto tempo. Bisognava essere, più o meno consapevolmente, miopi per fingere di non vederlo. Nella dialettica politica, si potrà, prima o dopo, arginare o ribaltare, a seconda dei punti di vista, il risultato elettorale. Ciò che è in gioco però è qualcosa di molto più profondo e sbaglia chi pensa che possa essere cambiato a breve. La barbarie delle parole, gli slogans urlati, le prese di posizione disumane esibite e sdoganate in cosi breve tempo, il consenso largo – anche di tanti che frequentano le eucarestie domenicali –  attorno a tutto questo,  stanno a dire di una ricucitura di un senso condiviso e una ricostruzione dell’umano che avranno bisogno di tempi molto lunghi.
I grandi assenti
Mi viene però da chiedermi: come cristiani, dove eravamo? Dove eravamo quando con sistematica cura veniva gettato il discredito sulla politica e sui politici? Dove eravamo quando si parlava di bene comune e in realtà si salvaguardano i beni personali e di famiglia? Dove eravamo quando abbiamo pensato che si poteva barattare il silenzio in cambio di favori nei nostri riguardi? Dove eravamo quando si indebolivano le istituzioni sfiduciandole o gestendole in modo personale? Dove eravamo quando questioni complesse venivano banalizzate con slogans?  Dove eravamo quando il Paese aveva bisogno di pensiero, di classi dirigenti e di sguardi lunghi?  Dove eravamo quando abbiamo permesso di ridurre le persone a numero, i volti a cifre, le vite a problemi?  Dove eravamo quando non abbiamo aiutato a comprendere la differenza tra percepito e reale? Dove eravamo quando stereotipi negativi, pregiudizi e parole razziste si insinuavano sotto traccia in modo ambiguo? Dove eravamo quando

«Quanti secoli la Chiesa ha mantenuto l'istituto della schiavitù, la guerra? Il razzismo, vive ancora in terreni cristiani, nelle scuole cattoliche. Perché abbiamo tradito il Vangelo così? Che ormai son venti secoli che è contraffatto, perché facciamo il Vangelo sulla nostra misura invece di far noi sulla misura del Vangelo. Tutta la cristianità deve testimoniare il Vangelo, così come Cristo lo ha predicato, nella su integrità, nella purezza, nella sua genuinità. Allora guardate che non c'è schiavitù, razzismo o guerra. Dobbiamo approfondire il Vangelo nella vita, nella meditazione. Non è più possibile vivere da spettatori, senza tradire il nostro battesimo».
«Ora che la messa non è più come diceva il cardinal Bevilacqua - scherzando - una schiena di prete che cambia colore di domenica in domenica, coperta ora di verde, ora di viola, ora di bianco. Almeno siamo invitati a metterci faccia a faccia col nostro popolo. E a parlare la sua lingua, non possiamo più dire "orapronobisblablablaaa.. amen!" Non possiamo più fare così. In una scuola elementare di Bologna un bimbo, disse che gli piaceva molto la nuova messa, ma il prete non sapeva leggere. E dobbiamo ormai sentire la necessità di prepararci, cioè prima di leggere un Vangelo un'epistola dobbiamo leggercela prima, non possiamo improvvisare la lettura, la celebrazione. Le forme ci chiedono una preparazione, ma guai se noi prendessimo la liturgia come un ritualismo sia pure composto sia pure decoroso, arriveremo ad essere farisei, puliti, ma non arriveremmo ad essere cristiani».
«L'evangelizzazione dei poveri - diceva Lercaro - è il segno del Messia, quindi con una povertà anche effettiva. Che non è solo povertà di denaro però, è anche una povertà di potere che la Chiesa deve cercare, deve avere. La Chiesa è tentata anche di cercare un potere terreno, una capacità di influenza, il senso della povertà nella Chiesa deve abbracciare tutto questo».
E aggiungeva: «Pensate un poco se negli ultimi decenni del secolo scorso quando gli apostoli del socialismo portavano la loro predicazione nelle nostre campagne... se il clero, avesse capito che

Domanda. Esercizi di «curiositas» 
di Nunzio Galantino 
Dal latino de-mandare (affidare o raccomandare), la domanda è un enunciato col quale si esprime il desiderio di conoscere e di sapere qualcosa fino – afferma qualcuno – a poterla dominare. Sempre comunque la domanda nasce dalla curiositas. Essa infatti è insieme desiderio di conoscenza, voglia di ricerca e bisogno di crescere in sapienza. «Potete giudicare quanto intelligente è un uomo dalle sue risposte. Potete giudicare quanto è saggio dalle sue domande» (N. Mahfouz). 
In generale la domanda presuppone un atto di fiducia verso il rispondente che si ipotizza “domini” un pezzo di conoscenza maggiore e/o a un livello più approfondito. Più autorevole è il rispondente maggiore spessore avrà la risposta e più ampio diventerà il perimetro della domanda successiva. 
Il rispondente non è sempre e comunque una persona. Alcune domande, soprattutto quelle che nascono vivendo, trovano risposta solo nella vita, innescando dinamismi virtuosi che fanno amare e non temere ciò che afferma Charlie Brown: «Quando pensi di avere tutte le risposte, la vita ti cambia tutte le domande» costringendoti – aggiungo io - a ricominciare. Lo farai però solo se sei una persona aperta e libera interiormente, capace di meraviglia di fronte al nuovo che sempre raggiunge il cuore e la mente delle persone libere. (...) Mi pare interessante sottolineare il desiderio di conoscere che caratterizza soprattutto i piccoli. Le domande infatti affiorano più facilmente quando il cervello è sgombro da preconcetti e libero da ideologie e quando il cuore è aperto alla realtà e pieno di fiducia verso il rispondente. 
Il piacere della domanda e quindi la voglia di sapere non possono farsi strada in chi pensa di dover sempre dimostrare di sapere tutto e di bastare a se stesso. La domanda è apertura di credito verso la conoscenza/esperienza dell’altro e nei confronti della sua affidabilità. (...) «La cosa importante – afferma comunque A. Einstein - è non smettere mai di domandare. La curiosità ha il suo motivo di esistere. 
Non si può fare altro che restare stupiti quando si contemplano i misteri dell’eternità, della vita e della struttura meravigliosa della realtà. È sufficiente se si cerca di comprendere soltanto un poco di questo mistero tutti i giorni. Non perdere mai una sacra curiosità».
in “Il Sole 24 Ore” del 27 maggio 2018

« (...) Non di rado coloro che hanno qualcosa da rimproverare al re, ai principi, ai profeti e al popolo vengono definiti «traditori» dalla maggioranza della propria gente e da chi la governa. Data una rapida occhiata a quella categoria lì, di quelli che sono sempre pronti a puntare il dito, nella Gerusalemme di duemila anni fa e più, di coloro che ce l’avevano con il profeta Geremia, mi sono sentito proprio a casa… 
"Chi è il traditore?" è una domanda che mi turba sin da quando ero bambino. Sono stato chiamato "traditore" tante di quelle volte, in vita mia. La prima è successo quando avevo appena otto anni, l’ultima spero che debba ancora venire. "Chi è il traditore?" mi domando. (...) Talvolta, agli occhi di coloro che non cambiano e non sopportano il cambiamento, che non capiscono il cambiamento, che hanno una paura tremenda del cambiamento, che odiano coloro che cambiano, il traditore è semplicemente la persona che cambia, che è capace di cambiare. (...)
Ogni tanto, solo ogni tanto, il traditore è colui che ama veramente. "Fedeli sono le ferite di chi vuol bene" (Proverbi 27, 6)».
Amos Oz, La Stampa 21.06.2018 - leggi tutto l'articolo:
http://www.agenziacomunica.net/2018/06/22/amos-oz-elogio-dei-traditori-spesso-vengono-chiamati-cosi-gli-uomini-che-sono-capaci-di-cambiare/


“Mi piace una Chiesa inquieta, sempre più vicina agli abbandonati, ai dimenticati, agli imperfetti. Desidero una Chiesa lieta con il volto di mamma, che comprende, accompagna, accarezza. Sognate anche voi questa Chiesa, credete in essa, innovate con libertà”.
Papa Francesco, Discorso all'incontro con i rappresentanti del V Convegno nazionale della Chiesa italiana, 10/11/2015, Firenze

Concordia. Cuori ed emozioni in sintonia 
di Nunzio Galantino 
La parola italiana e latina concordia deriva, nel suo significato, da concors (cum “con” e cor “cuore”). Essa - attraverso il riferimento al cuore – certifica la conformità/corrispondenza profonda di voleri e di sentimenti e di obiettivi tra realtà, situazioni e soprattutto persone, nelle loro scelte e nei loro progetti. (...) È corrispondenza che permette ai pensieri, alle emozioni, alle abitudini, anche ai difetti - delle persone concordi - di intrecciarsi fino a non potersi più separare. 
La dea Concordia nella mitologia romana (corrispondente ad Armonia nella mitologia greca) viene rappresentata come donna seduta tra due uomini nel gesto di agevolarne la stretta di mano. (...)
La concordia, conservando il suo significato, diventa “concordanza” quando la si applica a una lingua, scritta o parlata. Senza le norme che regolano le parti di un discorso (articolo, nome, aggettivo, pronome, verbo) rendendolo armonioso e comprensibile, non ci si capirebbe. La singola parola pronunziata o il singolo strumento che suona rendono certamente meno di quanto rendono insieme ad altre parole e ad altri strumenti. Insieme esprimono significati più completi e costruiscono armonie più ricche. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 24 giugno 2018 

«Noi facciamo di tutto per non accettare qualcosa che ci appare scandaloso nella sua immensità. Meglio distogliere lo sguardo, meglio non prestare ascolto al grido terribile del mondo. Finché non abbiamo il coraggio di sentire e vedere, però, nessuna mediazione è possibile. Prevale così la paura, che è principalmente paura della pace. Le società contemporanee sono costruite sull’angoscia, che è ormai divenuta un sentimento planetario e, quindi, una minaccia per la nostra stessa sopravvivenza. Se vogliamo vivere, dobbiamo imparare a mediare, anzitutto accettando il paradosso che sta alla radice della mediazione: partire dal conflitto per arrivare alla pace. È un cammino di conversione e, in quanto tale, ci chiede di credere nella possibilità che anche il male si trasformi in bene. La mediazione è un atto di speranza, che trae la sua forza dalla consapevolezza di essere sempre più vicini al fondo dell’abisso. Potrà sembrare strano, ma è proprio mentre si precipita che si aprono gli occhi, scoprendo la bellezza di uno sguardo nuovo. (...) La giustizia retributiva, di norma, non prevede alcun elemento relazionale e proprio per questo è inadatta ad affrontare i cambiamenti di cui siamo testimoni. Presto o tardi, una giustizia che abbia nella legge la sua unica espressione si trova a disumanizzare l’altro».
Jacqueline Morineau, su "Avvenire" del 27.05.2018


Prossimo.Chi condivide il nostro destino 
di Nunzio Galantino 
Prossimo è sostantivo, ma anche aggettivo. In entrambi i casi conserva il significato derivante dal latino proximus ( forma contratta di propissimus, superlativo dell’avverbio prope), con il significato di vicinissimo. Una vicinanza non solo di carattere spazio-temporale, come può essere qualcosa che sta a breve distanza da qualche altra cosa, o un evento destinato a realizzarsi nell’immediato futuro. 
La parola prossimo può riferirsi e di fatto si riferisce anche ad altro. (...) 
Vivere la prossimità allarga gli orizzonti, crea situazioni nuove e relazioni impreviste. «Guardandoti dentro – scrive lo scrittore peruviano S. Bambarén - puoi scoprire la gioia, ma è soltanto aiutando il prossimo che conoscerai la vera felicità». 
La “prossimità” che va al di là della vicinanza fisica o parentale può essere intercettata e vissuta solo da chi è disponibile a farsi carico dell’altro che, per il fatto stesso di esistere e di incrociare la sua con la mia storia, interpella. 
A volte il prossimo è portatore di un bisogno materiale. Molte altre volte è portatore di desideri o di voglia di partecipazione. Spesso il prossimo esprime il bisogno di condividere un comune destino. 
Sempre comunque pone domande di senso, anche silenziose, per la propria e per la vita di chi lo riconosce come prossimo e gli fa spazio dentro di sé. (...)
Questi uomini e donne, benché fisicamente lontani, sono “prossimo” che interpella perché, come recita un proverbio del Sud Africa: «Siamo ciò che siamo anche grazie agli altri». 
in “Il Sole 24 Ore” del 10 giugno 2018 

Il vescovo di Leiria-Fátima, António Marto, recentemente insignito della porpora cardinalizia, ha scritto una lettera pastorale dal titolo “Il Signore è vicino a coloro che hanno il cuore ferito” (Sal 34,19). In essa sono definite le “Linee guida per una maggiore integrazione ecclesiale dei fedeli divorziati nel vivere la nuova unione”. Il neoporporato richiamata i contenuti di fondo dell’esortazione apostolica Amoris laetitia – in particolare il capitolo VIII –, declinati soprattutto sul versante pastorale. Alla lettera mons. Marto ha allegato una “Guida pratica per l’accompagnamento nel cammino di discernimento” allo scopo di sostenere le persone o le coppie e i pastori che le accompagneranno. E avverte che, nello stilare queste linee, si è ispirato alla lettera pastorale dell’arcivescovo di Braga, Jorge Ortiga.
Qui l'articolo: http://www.settimananews.it/pastorale/divorziati-risposati-vi-propongo-cammino/


«Non si può amare un’idea se non si è amata prima una persona.
Non si può.
È proprio impossibile».
Luciana Castellina

«Mi chiedo a mia volta pubblicamente come si potrebbero allora definire certe critiche asfissianti e senza fondamento, certi enfatizzati “dubbi” che su media vecchi e nuovi vengono agitati senza carità e senza verità, certi attacchi persino volgari che – anche usando le parole di quella sua intervista a tutt’oggi non smentita – vengono portati contro Francesco, che della Chiesa è il Papa. Chi si scuserà per aver alimentato, anche attraverso una «rete “arcigna e ciarliera”» distesa attraverso internet, confusione e divisione nella Chiesa e contro il Successore di Pietro? Chi riparerà, e come?».
Marco Tarquinio

Qui la richiesta del card. Burke e la risposta del diretttore di Avvenire: https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/una-protesta-del-cardinal-burke-e-sue-parole-mal-usate-e-non-smentite


Quanto sono lontani i punti S, D, V, N dal centro? La distanza è identica.
Certe posizioni, sia che provengano da Sinistra che da Destra, dal Vecchio che dal Nuovo, sono sempre lontane-vicine da quel Gesù che ci è stato rivelato dai Vangeli.
don Chisciotte Mc

Una pubblicità efficace: le note del volo del calabrone... dopo l'utilizzo dello spray!

Immagini di preti novelli della nostra diocesi + un simpatico gruppo di giovani canonici.



Ieri la rassegna dei post dei miei "amici di FB" ha visto casualmente affiancati - nell'ordine cronologico di due amici diversi - i volti di un bambino e di una donna in una posa praticamente identica, ma con due mondi interiori ed esteriori completamente diversi. Così è la vita.
don Chisciotte Mc