Casaldaliga, il vescovo poeta dell'Amazzonia
di Giorgio Bernardelli
«Alla fine del cammino mi diranno: hai vissuto? Hai amato? Ed io, senza dire niente, aprirò il cuore pieno di nomi». Tra le migliaia di versi scritti da dom Pedro Casaldaliga, forse è proprio questo il più adatto a riassumerne la figura alla notizia della scomparsa di questo vescovo-poeta degli ultimi nell'Amazzonia brasiliana. A 92 anni - già pesantemente indebolito dalla malattia - se ne è andato ieri il missionario claretiano spagnolo, vescovo emerito della prelatura di Sao Félix do Araguaia, che è stato uno dei volti più noti della teologia della liberazione. Catalano di nascita, in Brasile padre Casaldaliga ci era arrivato nel 1968 per andare a vivere tra i campesinos e i popoli indigeni di quest'area del Mato Grosso, già allora pesantemente minacciata. E quando tre anni dopo Paolo VI lo aveva chiamato a diventare il vescovo di questa regione immensa, si era fatto subito conoscere in tutto il mondo per la sua prima lettera pastorale dal titolo eloquente: Una Chiesa nell'Amazzonia in guerra contro il latifondo e l'emarginazione sociale.
Un impegno che avrebbe portato avanti instancabilmente per cinquant'anni, nonostante le ripetute minacce di morte, proseguite anche dopo che nel 2005 aveva lasciato per raggiunti limiti di età la guida della prelatura. Eppure per i poveri dell'America Latina Casaldaliga non è stato solo l'uomo della denuncia dell'ingiustizia. La sua grandezza è stata quella di aver dato forza ai loro sogni facendoli diventare verso poetico e preghiera. A partire dalla Messa della terra senza mali, da lui composta insieme all'altro poeta brasiliano Pedro Tierra alla fine degli anni Settanta. Un testo divenuto popolarissimo in quegli anni nel mondo missionario, ma anche occasione di scandalo per quella sua idea di riscrivere i testi liturgici a partire dalla vita, compresa quella dei popoli indigeni. Dom Pedro Casaldaliga la spiegava così: «Quando la sofferenza antica si trasforma in speranza, quando i figli degli oppressori si riconciliano con i discendenti delle vittime, quando il passato oscuro diviene promessa di avvenire, allora nasce come canto e liturgia la "terra senza mali", la visione che ha consolato lungo i secoli il pianto di un popolo condannato allo sterminio». In fondo in queste frasi c'è ciò che è stata tutta la vita di Casaldaliga: dare voce alle persone amate nel Mato Grosso ferito dall'avidità dell'uomo. «Io peccatore e vescovo mi confesso di sognare una Chiesa vestita solamente di vangelo e di sandali», recita un'altra delle sue frasi più note. Un sogno molto vicino a quello confidato da papa Francesco subito dopo la sua elezione. E non è un caso che anche un verso di dom Pedro compaia al numero 73 di Querida Amazonia, l'esortazione apostolica scritta a conclusione del Sinodo voluto proprio sulla regione del mondo a cui questo vescovo ha dedicato tutta la vita. Una terra che forse solo la parola dei poeti ci può davvero aiutare a salvare.
in "Avvenire " del 9 agosto 2020

Abito di preti e consacrati: la dignità e l'efficacia
di Marco Tarquinio, 8 agosto 2020
Gentile direttore, in merito alla lettera pubblicata sabato 1 agosto 2020 sull’abbigliamento clericale, sono rimasto male della risposta che lei ha dato al lettore Salerno sull’abito che deve identificare il sacerdote. È come quelli che dicono che non è necessario venire in chiesa perché chi non ci viene potrebbe comportarsi nella vita in modo migliore! È vero che «l’abito non fa il monaco », ma rimane pur sempre vero che un buon monaco porta l’abito dignitoso per il suo stato. Se poi i laici chiedono ai sacerdoti di farsi riconoscere, vogliamo ancora dire che va bene tutto? Grazie.
don Stefano D’Atri, Duomo di Pietrasanta (Lu)

Gentile e molto reverendo don Stefano, mi spiace che la mia risposta l’abbia turbata, soprattutto perché sono ovviamente d’accordo con lei sulla dignità necessaria dell’abito sacerdotale. Anche per questo non penso e non ho scritto «che va bene tutto»... Ho scritto che conosco preti buoni e santi in talare (o in clergyman) e preti buoni e santi con la croce sulla giacca o un crocifisso al collo e perciò sono stato abituato a considerare prima di tutto i frutti della semina. Certo non ho scritto che mi piacciono i sacerdoti e i religiosi e le religiose indistinguibili per come vivono e agiscono, e per come vestono. Anzi no, mi correggo. Ne ho conosciuti, e ne sono rimasto conquistato, anche di non distinguibili a prima vista per il loro abito e però assolutamente straordinari. Sono preti e consacrati e consacrate che lavorano la vigna che è loro affidata in aree del mondo dove la Chiesa non è libera ed è anche perseguitata o rischia di essere fraintesa. Anche a loro penso, in positivo, quando rispolvero il vecchio detto «l’abito non fa il monaco».
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/abito-di-preti-e-consacrati-la-dignit-e-l-efficacia

«In noi tutti, anche nei più disperati, c'è il desiderio di comunicare, di qualcuno che ci capisca e ci accetti. Questo stigma che portiamo dentro per sempre è un riflesso di Colui che ci ha creati e insieme testimonia le storture che noi abbiamo imposto a tale desiderio, a tale diritto sano.
Il racconto della discesa dello Spirito Santo sugli apostoli nel giorno di Pentecoste e della conseguente loro capacità di esprimersi e di farsi capire in tutte le lingue è una delle icone più efficaci del dono di comunicare che Dio elargisce.
Ma il dono della comunicazione può essere rifiutato e uno dei motivi che determina questo rifiuto è certamente quello della mancanza di fiducia nella gratuità e sincerità dell'atto comunicativo. Ancora una volta alla radice del rifiuto c'è l'avversario, il satana che aveva già inculcato il sospetto nel giardino dell'Eden, dicendo a Eva: "Ma è proprio vero che Dio vi abbia comandato di non mangiare da nessun albero del giardino?". La frase del tentatore, nella sua paradossalità, ha un sottinteso: "Ci sarà pure una ragione di convenienza personale per cui Dio vi ha proibito almeno uno dei frutti... Forse il suo agire non è disinteressato!"».
Carlo Maria Martini, " Ritrovare se stessi "

"Quando si cambia un prete" - 7
"Ministro" trae la sua radice etimologica dal latino "minus" e quindi significa "minore, servitore, servo". L'aggettivo "ordinato" (legato al sostantivo "ministro") richiama il latino "ordo", che identifica un gruppo, una classe... specie se finalizzati ad un incarico; quindi "ordinato" indica uno inserito in un gruppo per un incarico. In funzione di questo incarico, il ministro riceve una "ordinazione", cioè viene invocato su di lui lo Spirito Santo affinché sia inserito in un gruppo di servizio.
I ministri ordinati sono inseriti in un gruppo (non una casta) col preciso compito di servire il popolo di Dio (nel quale tutti sono sacerdoti, re e profeti, come Gesù).
E' evidente, quindi, che la perpetua o i familiari che abitano con un ministro ordinato non sono "la serva del prete"; è evidente che i consiglieri (del Consiglio Pastorale o del Consiglio Affari Economici) non sono lì a ratificare le decisioni del prete; è evidente che gli operatori pastorali (catechisti, educatori, allenatori, animatori liturgici....) non sono da considerarsi degli aiuti accessori alla azione del ministro ordinato.
Dunque, quando si cambia un ministro ordinato è perché sia meglio servito il santo popolo di Dio, il quale - nella sua santità di Corpo di Cristo - sarà anche in grado (ma dovrebbe essere una eccezione) di servire amabilmente anche quel figlio della Chiesa, ministro ordinato, che avesse dei problemi fisici, psicologici, relazionali, spirituali.
don Chisciotte Mc, 8.08.2020

Anche il mare nell'aldilà
di Enzo Bianchi
« (...) Sì, il mare m'incute anzitutto timore, per questo concordo con il giudizio della Bibbia: è un grembo del nulla, un abisso enigmatico, dal quale può sempre emergere il Leviatan, informe mostro marino. C'è un aspetto di ostilità del mare che non sono mai riuscito a negare o a dominare del tutto, forse perché non so nuotare bene o perché mi sento sicuro solo con i piedi a terra. Tuttavia amo il mare, al punto da desiderare la sua presenza anche nell'aldilà. Se ci saranno cieli nuovi e terra nuova, perché non anche un mare nuovo? Lo desidero a tal punto che, quando ho tradotto l'Apocalisse, mi sono sentito autorizzato a pensare che la promessa di Dio: "Il mare non ci sarà più!" significhi: "Il mare ostile non ci sarà più!". Se è vero che si va al mare soprattutto con il corpo, per fare il bagno, il mare cattura però molto di più il nostro intimo e diventa un oggetto sul quale i nostri occhi sostano, quasi a voler fissare quelle immagini così passeggere. Il mare non è mai uguale: pochi minuti dopo averlo guardato, appare diverso, perché la luce cambia, perché il suo movimento si ripete in modo differente.
Accanto ai colori, ecco i suoi movimenti, che a volte sembrano un gioco, quasi a rivelare la natura giocosa dell'universo: flusso e riflusso, inspirare ed espirare, con le onde più o meno bianche le quali non rompono il silenzio neppure con il loro muggire. Altre volte, soprattutto in inverno, il mare si scatena e si scaglia contro la terra, come se cercasse di vincerla.
Prima o poi giunge comunque la bonaccia e il mare diventa liscio come l'olio, l'orizzonte lontano si staglia netto, lasciando intravedere l'infinito. E così ritorno a contemplarlo, senza mai provare noia o stanchezza. Il mare sa raccontare il mio intimo più della terra o del cielo, perché conosce una grammatica dei sentimenti del mio cuore più precisa delle mie parole: la pace silenziosa che permette di abitare con sé nella sobria ebbrezza del vivere in salute e in relazioni di amore e di fraternità; l'ansia che a volte mi coglie in forma di turbamento serale; lo scatenarsi della protesta per il duro mestiere di vivere; l'impeto di sentimenti di guerra che occorre domare, tornando a guardare il mare».
in "laRepubblica" del 3 agosto 2020

"Quando si cambia un prete" - 6
Il cambio del luogo del servizio di un ministro ordinato richiede un considerevole dispendio di energie intellettuali, emotive, pastorali, economiche.
Si pensi all'analogia con il trasloco di una famiglia... solo che in questo caso le persone coinvolte sono molte di più!
Abbiamo già scritto di quanta cura dell'intelletto - mai senza lo Spirito Santo - i soggetti coinvolti debbano dedicare alla scelta, con tutti i suoi fattori.
E' più noto e sperimentato il movimento emotivo che questo evento porta con sé: dalle lettere di protesta alle raccolte di firme; dai pianti di chi lascia fino alle attese di chi accoglie; dai pettegolezzi fino alla fatica della elaborazione del lutto...
Lo scombussolamento pastorale è un "prezzo" che non viene mai conteggiato... ma in bilancio è una voragine! Spesso colui che sa di dover lasciare un luogo tira i remi in barca troppo tempo prima, oppure sospende ogni decisione, adducendo la ragione di non voler legare le mani al successore; colui che arriva - se è onesto - ammette di aver bisogno di uno-due anni prima di conoscere un po' la situazione; per non parlare delle relazioni pastorali più profonde, quelle relative alla conoscenza qualificata, al sacramento della riconciliazione, all'accompagnamento spirituale personale (di cui non parla più nessuno). Quanto "costa" tutto questo rallentamento, questo blocco?!
Infine vi è l'aspetto economico: ricerca e sistemazione delle case, traslochi, arredi, persone impegnate...
E così torniamo sempre al punto decisivo: in ordine all'obiettivo, la "spesa" (intesa a 360 gradi) è da ritenersi adeguata, necessaria, improrogabile? Sarà giudicata un investimento o uno spreco? Può essere meglio affrontata? Può essere dilazionata nel tempo (invece che così frequente, ultimamente)?
Anche in questo caso, confrontarsi con dinamiche analoghe presenti nelle famiglie aiuterebbe: una famiglia - con tutte le sue dinamiche - farebbe questa "spesa"?!
don Chisciotte Mc, 6.08.2020

« (...) Ci chiediamo: in che modo possiamo *aiutare a guarire il nostro mondo, oggi*? Come discepoli del Signore Gesù, che è medico delle anime e dei corpi, siamo chiamati a continuare «la sua opera di guarigione e di salvezza» (CCC, 1421) in senso fisico, sociale e spirituale.
*La Chiesa, benché amministri la grazia risanante di Cristo mediante i Sacramenti, e benché provveda servizi sanitari negli angoli più remoti del pianeta, non è esperta nella prevenzione o nella cura della pandemia. E nemmeno dà indicazioni socio-politiche specifiche* (cfr S. Paolo VI, Lett. ap. Octogesima adveniens, 14 maggio 1971, 4). Questo è compito dei dirigenti politici e sociali. Tuttavia, nel corso dei secoli, e alla luce del Vangelo, la Chiesa ha sviluppato *alcuni principi sociali che sono fondamentali* (cfr Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, 160-208), principi che possono aiutarci ad andare avanti, per preparare il futuro di cui abbiamo bisogno. Cito i principali, tra loro strettamente connessi: *il principio della dignità della persona, il principio del bene comune, il principio dell’opzione preferenziale per i poveri, il principio della destinazione universale dei beni, il principio della solidarietà, della sussidiarietà, il principio della cura per la nostra casa comune*. Questi principi aiutano i dirigenti, i responsabili della società a portare avanti la crescita e anche, come in questo caso di pandemia, la guarigione del tessuto personale e sociale. Tutti questi principi esprimono, in modi diversi, le virtù della fede, della speranza e dell’amore.
Nelle prossime settimane, vi invito ad *affrontare insieme le questioni pressanti che la pandemia ha messo in rilievo, soprattutto le malattie sociali. E lo faremo alla luce del Vangelo, delle virtù teologali e dei principi della dottrina sociale della Chiesa*. Esploreremo insieme come la nostra tradizione sociale cattolica può aiutare la famiglia umana a guarire questo mondo che soffre di gravi malattie. È mio desiderio *riflettere e lavorare tutti insieme, come seguaci di Gesù che guarisce, per costruire un mondo migliore*, pieno di speranza per le future generazioni (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 24 novembre 2013, 183)».
http://www.vatican.va/content/francesco/it/audiences/2020/documents/papa-francesco_20200805_udienza-generale.html

"Quando si cambia un prete" - 5
Quando si cambia un ministro ordinato, non lo si fa per fargli fare carriera e dargli "territori" sempre più grandi o "titoli" sempre più altisonanti.
E nemmeno per retrocederlo o confinarlo.
Prendiamo in prestito le parole di Paolo Rodari, su "La Repubblica" del 2 agosto 2020: «papa Francesco porta a Casa Santa Marta un nuovo segretario, don Fabio Salerno, 41 anni, calabrese, cresciuto nell'Accademia ecclesiastica di piazza Minerva, rione Pigna, cuore di Roma, dove si formano i diplomatici della Santa Sede. Salerno, infatti, ha esperienze diplomatiche in Nunziature e Missioni permanenti, come anche in Segreteria di Stato. Queste sue caratteristiche sono utili al Papa che come altro segretario ha scelto lo scorso gennaio il "prete di strada" uruguayano Gonzalo Aemilius. Così, a Santa Marta, Bergoglio unisce il profumo dei barrios sudamericani e l'esperienza della scuola diplomatica romana.
Aemilius prima, Salerno oggi, vanno a cambiare totalmente la squadra dei primi collaboratori del Pontefice: Alfred Xuareb prima, Fabiàn Pedacchio Leàniz e Yoannis Lahzi Gaid poi, infatti, dopo alcuni anni a fianco del vescovo di Roma sono tornati alle loro occupazioni precedenti. Si tratta di un mutamento notevole rispetto ai pontificati passati.
Un cambio nel nome della normalità. Francesco non si è portato dall'Argentina un suo segretario. Non ne aveva di esclusivi lì, non ne ha qui: i suoi collaboratori a Santa Marta lavorano part-time, uno di mattina, l'altro di pomeriggio, e con incarichi a tempo. La scadenza è un aiuto affinché gli incarichi siano vissuti nella sola ottica del servizio. Nessuno, oggi, può pensare di lavorare in curia per guadagnare posizioni di potere e di mantenerle a vita. Non è altro che «un normale avvicendamento di persone, disposto da Francesco per i collaboratori della curia romana», ha spiegato non a caso ieri il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni parlando della nomina di Salerno.
Non è un mistero per nessuno che negli ultimi pontificati i segretari papali abbiano assunto un ruolo centrale. Stanislaw Dziwisz aveva accompagnato Wojtyla fino alla morte divenendo negli ultimi anni il suo braccio e la sua voce. Così Georg Ganswein è stato costretto a interpretare, prima e dopo la rinuncia di Ratzinger, un ruolo di filtro significante che l'ha esposto anche oltre i suoi stessi desiderata. Con incarichi a tempo, invece, tutto ciò tende a non accadere, la normalità inizia ad abitare nelle sacre stanze, a beneficio anzitutto dei diretti protagonisti. Difficile, per tornare al passato recente, che di qui in avanti un segretario papale al termine del pontificato divenga arcivescovo o addirittura cardinale per diritto acquisito».
don Chisciotte Mc, 4.08.2020

"Quando si cambia un prete" - 4
Nella oggettiva difficoltà di scegliere il titolo di questa serie di interventi, si è alla fine scelto l'espressione "si cambia un prete".
Ecco, dovrebbe cambiare un prete... non il volto di una comunità! E neppure la stretta cerchia degli impegnati!
Precisiamo: se è una comunità che ha bisogno di cambiamento (in base al discernimento di cui abbiamo parlato nei precedenti post di questa serie), occorrerà dichiarare che questo è l'obiettivo, condividerlo con tutti i soggetti coinvolti e porre le azioni (anche impegnative e dolorose) necessarie affinché venga raggiunto nei tempi e nei modi opportuni.
Ma se non è questo l'obiettivo, la comunità deve mantenere il suo volto, i suoi punti forti, le sue ricchezze (pur in una necessaria e mai conclusa dinamica); non deve subìre il trauma di un cambiamento imposto dallo stile originale di un ministro ordinato.
Come ci ha ricordato papa Francesco, la dimensione ecclesiale ha il primato su quella individuale, perché la comunione fraterna è il grembo entro cui nasce e si sviluppa la vita.
Il bene che fa bene a tutti - anche al ministro ordinato - è il popolo di Dio che procede il più possibile in termini sereni e progressivi, e non per sbalzi, sobbalzi, invenzioni del singolo, pur ordinato che sia.
E' semmai il ministro che si lascia plasmare dalla comunità (ovviamente negli aspetti virtuosi... che - chissà perché - emergono raramente nei racconti del neo-arrivato), è lui che cambia, che progredisce nel suo essere uomo, cristiano, ministro ordinato.
don Chisciotte Mc, 3.08.2020

« (...) Occorre *discernere, scegliere e custodire l’essenziale* della fede cristiana. Dunque: togliere quello che abbiamo confuso come prioritario e necessario ma che non lo era. (...)
Un mondo finisce e qualcos’altro nasce, grazie alla *novità del Vangelo*. Abbandonare vecchi schemi e strutture e inventarne di nuove. Ma questo tempo inaugurale, aurorale, richiede *coraggio e creatività*, il coraggio di abbandonare vecchi schemi e vecchie strutture e inventarne di nuove. “L’Evangelo – scrive Bellet – ““può apparire come evangelo, cioè la parola, appunto, inaugurale che *apre lo spazio di vita*?. (...)
È tempo, dunque, di grande immaginazione. Perché non è il Vangelo a essere messo in scacco ma, piuttosto, la modalità con la quale noi cristiani fino ad ora lo abbiamo vissuto e comunicato. *Non è la fine della fede ma di una certa fede*.
E forse, anche se oggi a noi non lo pare, è una fortuna. Ecco perché siamo chiamati a discernere tra sostanza e forma, tra consuetudini e verità, come un pellegrino che deve compiere un lungo cammino e che deve mettere nella sua bisaccia tutte e solo le poche cose essenziali. *La Parola, la cura liturgica, la formazione, la costruzione di una chiesa di popolo*. Se i preti investissero tempo, studio, energie e risorse in queste priorità avremmo una Chiesa diversa. Se i laici imparassero a custodire la passione per il Vangelo, a prescindere dalle paure o dalle pigrizie dei loro preti, cammineremmo con altro passo. (...)
Stiamo velocemente camminando verso una nuova forma di cristianesimo. *Un cristianesimo per scelta e dunque un cristianesimo di minoranza*. Dove si giungerà alla fede per conversione e per convinzione. Piccole comunità fondate più sulle relazioni che sulle strutture, in una pastorale più di proposta che di conservazione. Non spaventate di essere una “parte”, neanche la più consistente, del “tutto”, in una società sempre più “plurale”, segnata sia dalla crescita esponenziale degli “indifferenti”, sia dal timido ma costante affacciarsi nei nostri territori dei “differenti”, uomini e donne che credono in un Dio diverso dal Dio di Gesù Cristo. Una Chiesa, quella di domani, che papa Francesco continua a delineare come una Chiesa fedele allo “stile” di Gesù. (...)
Vedo attorno, soprattutto tra i preti e gli operatori pastorali, molta fatica e scoraggiamento. Non è forse venuto il tempo di *un Sinodo* diocesano per un *confronto comunitario* attorno a questo improrogabile “nuovo inizio”?».
Daniele Rocchetti, 30 Luglio 2020

http://www.santalessandro.org/2020/07/30/e-finito-un-mondo-per-sempre-da-dove-ripartire-se-fosse-il-tempo-di-un-sinodo/?fbclid=IwAR2k8yST2bdnIsbEnNO9FYQB6nASoijnLp3tj9ibcBsdDSTGTo5zvetCLxM

Le *condizioni per ricevere una indulgenza* non sono degli atti magici eseguiti i quali "automaticamente" avviene ciò che è desiderato; tanto meno sono gesti che "obbligano" Dio Padre a concedere il perdono. Se fossero pensati o vissuti così... ovviamente allontanerebbero dal vero volto di Dio Trinità e otterrebbero l'effetto contrario a quello desiderato!
Potremmo definirli come dei *promemoria*: quello che dovresti essere e fare ogni tempo dell'anno poiché sei pieno della Grazia di Dio che ti rende a sua immagine, compilo in modo particolare in questa occasione e *rinnova quello che già sei: figlio di Dio Padre, fratello e discepolo del Figlio Gesù, pieno di Spirito Santo*. Si intuisce, allora, che non si tratta di gesti astrusi e speciali: la preghiera, la visita ai luoghi di ritrovo della comunità (parrocchie, santuari, cimiteri...), la intercessione per la Chiesa (sintetizzata nella figura del papa), la confessione della fede (il Credo), i sacramenti... sono *i pilastri della vita cristiana*, insieme alla carità fraterna.
don Chisciotte Mc, 200802

Doni sorprendenti della creatività di Dio, che fa nuove anche le fioriture delle piante grasse!


Oggi è la memoria liturgica di sant'Ignazio di Loyola - « (...) Il suo riferimento non è la successione monastica delle ore canoniche, che scandivano il ritmo della natura e del cosmo, ma la successione di momenti interiori nella storia di una coscienza. La via dell’esercizio non soltanto non allontana dall’esistenza concreta e immediata, ma suppone che vi entri completamente, con una fiducia ardente nel tempo presente che è da ricevere e da vivere.
Questa fiducia nel tempo presente è una delle forze più chiare del temperamento di Ignazio. Egli «guarda» il mondo e gli uomini con attenzione, di solito in silenzio, senza giudicare, ma cercando di andare al di là di quello che si dice e di quello che appare. Mirar è la parola spagnola che Ignazio usa di preferenza. Guardare il presente, e nel presente percepire il futuro possibile: guardare, ma con la sfumatura che l’etimologia della parola propone e che riempie lo sguardo di una «ammirazione» controllata. Guardare, per lui, è percepire quello che si presenta, ma è anche riflettere, valutare, lasciarsi interrogare; è, ancor più, pregare. La parola ritorna soprattutto quando si tratta di prepararsi a una decisione, di valutare i pro e i contro, di discernere i tempi e i «passaggi» che abbiamo indicato. Guardare il reale senza paura, ma anche senza illusione: guardarlo come lo guarda Dio, ma anche, e nello stesso tempo, come lo guardano gli uomini.
Per questo Ignazio è pienamente aperto alla vita e agli adattamenti che essa impone. Nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù (Cost), egli ripete continuamente che è più «conveniente»», più «utile», più «opportuno» fare una cosa, a meno che le circostanze non conducano a preferire un’altra cosa: la decisione rimane aperta per accogliere ogni urgenza e ogni nuovo appello, a condizione che il cuore sia libero da ogni «disordine» e da ogni «attaccamento» che non abbia come regola e come misura l’amore esclusivo di Dio. (...)».
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-via-di-ignazio-di-loyola/?fbclid=IwAR2WwTwb4JxfRJ4vrMrb1COdbTjNMtJbs952G1Cs1cjwJsnjUcsMrWHog1s

"Quando si cambia un prete" - 3
Bisogna aver chiaro che l'obiettivo dell'azione del cambio di destinazione di un ministro ordinato non è il cambio stesso e - a rigor di termini - nemmeno l'adempimento formale del rispetto di una clausola dell'incarico (per esempio, una nomina a tempo). Non sarebbe neppure "normale" se lo spostamento fosse lo strumento più usato per "risolvere" inadempienze, incompatibilità, malefatte.
L'obiettivo è - ancora una volta - inserito nel grande "compito" della Chiesa: l'annuncio della Buona Notizia del Dio-con-noi, e - per fare questo - costituire la Chiesa in quanto corpo di Cristo, sacramento qui ed ora del Regno di Dio che verrà.
La domanda fondamentale resta dunque quella vocazionale: a cosa ci spinge lo Spirito Santo qui ed ora? In base a quali criteri corrispondere a Lui? Questa nuova destinazione costruisce la Chiesa e la fa essere evangelizzatrice?
La risposta non può che essere frutto di un discernimento comunitario: conoscere, soppesare, articolare tutto ciò che lo Spirito sta dicendo oggi a questa comunità; invocare la Sapienza e la determinazione per perseguire quell'obiettivo; raccogliere e dotare la comunità di tutte le risorse possibili affinché ci si avvicini a quell'obiettivo.
Tra queste, anche le caratteristiche di quel preciso ministro ordinato, disposto a mettersi al servizio dell'obiettivo identificato, condiviso e via via attuato.
don Chisciotte Mc, 31.07.2020

"Quando si cambia un prete" - 2
Trattandosi di una azione ecclesiale, tutti i soggetti della comunità cristiana sono coinvolti. Il popolo di Dio nella sua interezza invoca la Sapienza affinché sia intuito e perseguito il Meglio; gli operatori pastorali raccolgono e ordinano ricchezze e bisogni di quella situazione; il Consiglio Pastorale intravvede le caratteristiche adatte a perseguire quell'obiettivo spirituale; il vescovo dà compimento a questo processo, ascoltando la voce del santo popolo di Dio, servendolo, con le caratteristiche che gli sono proprie: riconoscere, esaltare, coordinare i carismi che lo Spirito Santo effonde in ogni fedele e in ogni situazione.
Tutti i soggetti siano consapevoli di far parte di questo processo-progetto e sappiano rendere ragione delle loro azioni.
don Chisciotte Mc, 30.07.2020

"Quando si cambia un prete" - 1
Espressione un po' fredda e semplicistica, ma è quella che affiora sulle labbra di coloro che vengono a sapere che "un prete va via" o che "cambiamo il parroco" o "spostano il don"...
Si tratta del cambio di destinazione di un ministro ordinato, per lo più un presbitero.
Il primo passo è ricordare che si tratta di un'azione ecclesiale (non "aziendale"). Come la Chiesa ha una natura misterica (cioè partecipa del mistero di Dio), così anche le sue azioni dovrebbero rispondere alla stessa natura misterica (non "misteriosa", intesa come segreta e incomprensibile ai più), cioè guidata dallo Spirito di Dio, la terza Persona della Trinità.
Tutti i soggetti coinvolti si pongono in atteggiamento di docilità allo Spirito Santo: silenzio; invocazione; ascolto della Parola di Dio che si manifesta nella Sacra Scrittura, nella Storia, nel popolo di Dio, nelle persone.
don Chisciotte Mc, 200728


Fascino. Sicurezza, delicatezza, unicità

di Nunzio Galantino
« (...) Un punto di partenza sicuramente più efficace per introdursi nel campo semantico della parola "fascino" è quanto Diotima dice a Socrate nel Simposio di Platone. Parlando dell'uomo «che ha imparato a contemplare l'infinito universo della bellezza», la sacerdotessa dei culti misterici afferma: «... le sue parole e i suoi pensieri saranno pieni del fascino che dà l'amore per il sapere» (210d). 
Per Platone, il fascino è espressione di una misteriosa sicurezza, che attiene più all'interiorità e all'intelligenza che alla fisicità. Anche se questa - attraverso gesti, sguardi, sorrisi e parole -contribuisce a risvegliare e provocare partecipazione di grande intensità emotiva. È questo il significato di "fascino" che fa suo anche Albert Camus, considerandolo «quella cosa per cui ti senti rispondere "sì" senza aver posto alcuna domanda precisa».
(...) Dal francese "charme" al tedesco "Ausstrahlung". In entrambi i casi, ci si riferisce all'innata delicatezza, alla grazia e comunque a un modo di essere e di rapportarsi personale che supera la mera apparenza, facendo emergere invece l'unicità di gesti, la sensatezza di parole e la profondità di sguardi puliti che attraggono. Insomma, la persona affascinante non è un replicante né uno che programma in maniera ossessiva la conquista degli altri. Questo lo fanno i mediocri. E la mediocrità, si sa, impedisce di sognare e dispiegare le ali per osare il nuovo e l'inedito.
in "Il Sole 24 Ore " del 26 luglio 2020

«Dovessimo cercare un paragone adatto al ruolo del predicatore, forse sarebbe giusto ricorrere all'immagine di un innamorato, che ogni domenica in cinque minuti spiega e rispiega ad altri amanti come e perché lui personalmente è stato preso da quel messaggio che ha appena letto. Che cosa lo ha catturato vitalmente del Vangelo. Come mai si è fatto convincere così profondamente da un certo Gesù di Nazaret».
Roberto Beretta, Da che pulpito. Come difendersi dalle prediche, 108

«Passa da casa un amico prete e mentre beviamo un caffè insieme commenta il mio ultimo articolo sulla fuga, inarrestabile, della gente dalla chiesa.
“Non avrei immaginato di vedere un crollo di questo genere nella mia vita”
“In pochi anni sono passato dal vedere oratori pieni e chiese affollate a oratori semideserti e chiese popolate per lo più da persone di una certa età. In teologia parlavamo della fine ingloriosa della chiesa di Francia. Non pensavamo di certo che sarebbe toccato presto anche a noi”. “Sei spaventato?” Gli chiedo. “No, però mi rendo conto che è avvenuto un cambio di paradigma che ci ha ribaltati. Comprendo chi si illude che basti poco per poter tornare a prima: due parole d’ordine, la processione durante la festa patronale, i sacramenti dati a prescindere, l’impegno, prima del Covid, per i Crest.
Non cambia nulla ma intanto fai movimento e ti convinci che sei ancora indispensabile.
Io invece a volte brancolo nel buio. So che così come stiamo facendo ora non andremo avanti a lungo ma faccio fatica, non ad immaginare, ma a realizzare forme pastorali nuove. Anche perché, te lo dico francamente, il carico di lavoro attorno a cose non essenziali che, come parroco, sono tenuto ad osservare è notevole.”
“Certo che avete fatto poco per aiutare i laici a centrarsi sulle – poche – cose che contano..”
“Hai ragione. Non dimenticare però che, molte volte sono i laici stessi a stare dentro il clichè clericale e a chiederci di occupare spazi – da preti – piuttosto che avviare processi”.
“Non mi convinci”, gli dico. “In fondo, il modello tridentino, risposta cattolica alla Riforma protestante – modello mai del tutto abbandonato – era del tutto costruito attorno al prete. La comunità dei credenti, tanto evocata dopo il Concilio Vaticano II, è ancora tutta da realizzare…”
Nella città di tutti
Quello che mi pare certo è che


Cambiamento. Un nuovo modo di pensarsi
di Nunzio Galantino
«Oggi più che mai, la parola cambiamento sembra garantire il superamento di ogni criticità, individuale o collettiva. Quasi fosse di per sé una soluzione. Basta pronunciarla per sentirsi dispensati dal precisare cosa si intende cambiare, a quali condizioni si promette di farlo e con quali risorse. A livello esistenziale, culturale, sociale o politico.
A parte gli eccessi, bisogna prendere atto che ci troviamo continuamente chiamati ad affrontare moltissimi cambiamenti e a una velocità straordinaria. Cambiamenti che non ci rendono necessariamente migliori nei pensieri, nelle emozioni e nelle relazioni.
La parola cambiamento - e in particolare il verbo "cambiare" - deriva dal greco kamptein , che è ''atto di curvare, piegare". A partire dallo stesso verbo, il cambiamento è inteso anche come possibilità di aggirare un ostacolo (girare intorno) per creare una situazione nuova. (...)
Il cambiamento autentico, quello che trasforma, parte dalla consapevolezza di quello che si è e delle condizioni nelle quali si vive. Per mettersi in moto, la decisione di cambiare ha bisogno di un "perché" condiviso, che spinge il singolo o la collettività a scegliere azioni, parole e comportamenti che aprono a forme nuove di vita.
Ogni percorso di cambiamento è chiamato a fare i conti con la resistenza, che non è necessariamente segno di pigrizia mentale o di ingiustificato rifiuto di ideali alti. A volte, è una forma istintiva di protezione di sé. Altre volte, esprime in maniera sbagliata legittime esigenze di comprensione e di maggiore chiarezza degli obiettivi intravisti con il cambiamento. (...)
in "il Sole 24 Ore " del 19 luglio 2020

«Con questa sua capacità di smascheramento, che sa applicare a molte questioni, Francesco dimostra come l’impegno spirituale cristiano sia sempre legato alla verità e quindi alla giustizia, e a come queste vengano vissute nel momento storico. Questo spiega il successo – ma anche le molte opposizioni – a colui che nei fatti è veramente un papa scomodo».
Lucetta Scaraffia, "L’Osservatore Romano", 2 dicembre 2018


Il desiderio di cambiare nasce dall'intreccio di due fattori: il bisogno e il desiderio.

Il bisogno spinge a migliorare al fine di colmare una mancanza; il desiderio spinge a modificarsi perché attratti da un fascino.
Sono indispensabili - in un modo o nell'altro - una sana consapevolezza della propria condizione di necessità e il coraggio necessario per seguire l'intuizione affascinante.
La constatazione seria delle mancanze è figlia di "Fiuto della situazione" e "Verifica sana";
il coraggio è figlio di "Discernimento delle risorse" e "Utopia della realizzazione".
Se si preferiscono altre linee genitrici, si partorirà altro... o si resterà sterili.
don Chisciotte Mc, 200720


Sicuramente la pandemia prosegue nel mondo ed è una tragedia per milioni di persone.

Sicuramente questa esperienza ha segnato e ferito ciascuno e tutti interiormente - psicologicamente e spiritualmente - più di quanto uno si renda conto.
E' sempre triste quando non ci si rende conto di ciò che si vive, del contesto in cui si vive, della propria identità mentre si vive.
Ancor più triste quando non ci si vuole rendere conto o non ci si attrezza per prendere consapevolezza dell'oggi e del vissuto.
Credevo fosse impossibile, ma c'è chi non guarda i telegiornali, non legge i giornali, non frequenta le pagine web, squalifica apertamente i social... e pretende di capire gli uomini e le donne.
La realtà è che se non capisci il contesto, non capisci nemmeno te stesso.
E - ancora più grave - non capisci cosa il Signore sta dicendo oggi, perché il Signore della Storia e della Incarnazione non prescinde mai dal "qui e ora", e qui e ora sta operando, con questi uomini e queste donne, con le loro mani e le loro gambe, le loro emozioni e i loro neuroni.
Che ci piaccia o non ci piaccia, Lui agisce così!
«Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
don Chisciotte Mc, 200719

Gesù disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,25-27).
Il Figlio di Dio vive la vita di Dio Padre, il quale è il modo originalissimo di essere "principio di tutto", di essere "prima di tutto e sopra tutto", di essere Vita: dona, condivide, non trattiene, non schiaccia, non teme concorrenza, non ha interessi. Dio Padre esalta, promuove, crea, chiama per nome, vivacizza... in questo senso genera.
Gesù nell'Incarnazione sperimenta e si scontra con ciò che è agli antipodi di questo modo di essere (l'unico vivo, vitale, vivificante): il potere che non rispetta, schiaccia, sottovaluta, relega in un angolo, banalizza... e quindi soffoca, isterilisce, impoverisce, fa terra bruciata.
Il potere sta a tavola e si fa servire. Il potere pensa di non aver bisogno (e pensare che lo stesso Dio Padre - in modo sommamente libero e sovranamente signore di sé - non ha voluto restare da solo, fuori dal tempo e dallo spazio!). Il potere pretende di conoscere. Il potere obbliga. Il potere non ama e quindi non capisce. Il potere è contemporaneamente e insipientemente omicida e suicida.
Nel vangelo di oggi non si tratta di una vaga "disposizione a servire". E' l'appello estremo di Gesù ad entrare nella logica di una diversa costituzione e costruzione dell'essere. L'essere è ciò che Gesù ha trovato adatto nominare con l'espressione "Abbà", "papà"; non lo ha chiamato "re", "maestà", "eccellenza", "dottor"... tutti titoli che sussistono in un'altra logica.
Siamo tutti figli, nella vita e nella Chiesa; anche figli gli uni degli altri, se e solo se entriamo nella logica di paternità-maternità al modo di Abbà.
Altre modalità di potere saranno pure allettanti e apparentemente efficaci, ma permangono nella "dark side" dell'animo umano, alternative alla Via della Vita.
don Chisciotte Mc, 200718

Emozione estetica
di Nuno da Silva Goncalves
Il processo di creazione artistica assume forme molto diverse. Ce ne rendiamo conto quando gli artisti accettano di raccontarsi. In questi racconti, oltre alle gioie, spesso intravediamo processi creativi faticosi e, in particolare, intravediamo delle lotte con la materia che è trasformata e ricreata, con le parole che acquisiscono nuovi significati, oppure con i suoni e i silenzi che confluiscono nelle composizioni musicali.
Attraverso la diversità dei processi creativi, l'artista racconta se stesso, comunica emozioni c pensieri e, più o meno esplicitamente, interviene nel dibattito sociale. Per lo spettatore, in una prospettiva simmetrica ugualmente diversificata, la percezione o il godimento di un'opera d'arte è un processo di comunione, alle volte non immediato, a causa della ricchezza dei significati che ci sono proposti, oppure a causa dell'ermeticità dei simboli con cui ci confrontiamo. Davanti all'opera d'arte, occorre accoglienza, umiltà, educazione dei sensi, sensibilità e disponibilità all'incontro, atteggiamenti che ci aiutano ad andare oltre le possibili difficoltà iniziali per farci entrare nel mistero della bellezza e della comunione, ovvero, nel mistero di ciò che mi hanno insegnato a chiamare "emozione estetica". In questo senso, se la creazione artistica assume forme molto diverse, è ugualmente vero che la percezione di un'opera d'arte e cosi diversa quante le persone coinvolte.
I gesti della creazione artistica ci avvicinano al gesto creatore per eccellenza che è quello di Dio stesso. Siccome la creazione di Dio è un mistero che sveliamo lentamente, così la creazione artistica è un mistero in cui solo a poco a poco possiamo addentrarci. Perciò avvicinare esperienza spirituale e creazione artistica è quanto mai urgente e necessario. Probabilmente, esso è il vero cammino per far fronte all'allontanamento tra gli artisti dalla Chiesa, un divorzio che san Paolo VI e i suoi successori tanto si sono sforzati di superare, consapevoli che la via pulchritudinis è indissociabile dalla missione evangelizzatrice di tutti i battezzati. (…)
su “L’Osservatore Romano”, 15.07.2020

Non solo il rito e il culto
di Severino Dianich
«La singolare esperienza di questi mesi, che ha privato i fedeli e i loro pastori della comune celebrazione liturgica, è una opportunità di ripensare il senso del sacerdozio cristiano, quello comune e quello particolare dei ministri ordinati. Ci si è sentiti tutti smarriti, e i preti più di altri, per non poter celebrare insieme i riti della fede: un parroco mi diceva di sentirsi tristemente inutile. Se riascoltiamo l'Apostolo, possiamo comprendere in cosa veramente consista il sacerdozio: «Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui». Con sorpresa, ci sentiamo dire che lo scopo del sacerdozio, piuttosto che celebrare riti, è «proclamare le opere ammirevoli di Dio». Eppure, non dorremmo sorprenderci: nella messa crismale, la grande rentrée di quest'anno nella solennità dello spazio celebrativo, abbiamo ascoltato le parole di Gesù che si dichiara il "consacrato dall'unzione", in quanto mandato a «portare ai poveri il lieto annuncio» (Le 4,18). La Lettera agli Ebrei enuncia con forza che Gesù è il solo vero sacerdote, ma ci tiene a precisare che Gesù apparteneva a una tribù «della quale nessuno mai fu addetto all'altare»: della sua tribù, infatti, quella di Giuda, «Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio» (Eb 7,14). In perfetta coerenza gli Apostoli e i loro collaboratori mai si sono attribuiti la qualifica di sacerdoti, bastando a loro presentarsi come annunciatori del vangelo di Gesù. Con tutto ciò, il Nuovo Testamento non disconosce affatto il dovere di rendere lode a Dio e di implorare la sua grazia nella celebrazione del culto. La comunità cristiana, come Gesù ha voluto (Mt 28,19), si costituisce in forza della grazia datale nella celebrazione del battesimo e si riconosce come corpo di Cristo «nello spezzare il pane e nelle preghiere» (Atti 2,42). La fede cristiana, però, ha operato un decisivo spostamento di accenti nella concezione del sacerdozio e della ritualità. Paolo esalta la grazia dell'apostolato, che gli è stata data, quella di essere il leitourgòs Christoù Iesoũ, il «ministro di Cristo Gesù tra le genti». La sua liturgia è «il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio». Egli presenta a Dio, come un

Movimento. Linguaggio pieno della voglia di cambiare
di Nunzio Galantino
« (...) Poche note, ma sufficienti per farci passare da una concezione del movimento inteso come traslocazione fisica a una visione metaforica del movimento, che riguarda sia le scelte di vita personali sia le scelte e le attività sociali. Qui, la parola movimento finisce per essere molto vicina a passione, coraggio, voglia di progredire e impegno a trasformare sogni e desideri in realtà. Tutte azioni che, pur non escludendole, non richiedono necessariamente spostamenti fisici. Esigono invece forte carica emotiva, grande consapevolezza e ben radicate motivazioni. Non è un caso che “movimenti” vengano chiamate le formazioni sociali che, sostenute da chiare motivazioni, finalizzano le loro energie al raggiungimento di scopi bene identificati. E, a proposito di motivazioni, è il caso di notare che i termini “motivazione” e “movimento” derivano entrambi dal latino motus, che indica la spinta o tensione verso qualcosa di desiderato. Quasi a dirci che quando nella vita mancano motivazioni forti, manca anche il movimento, inteso come desiderio di mettersi in gioco e di spendersi per cambiare la propria condizione fisica, spirituale o sociale. Quando invece le motivazioni sono presenti, il movimento si arricchisce di forme e significati diversi. Diviene linguaggio che permette al soggetto di entrare in relazione, di rivelare la propria voglia di cambiamento e di manifestare sentimenti ed emozioni (...)».
in “Il Sole 24 Ore” del 12 luglio 2020

«La passione, la nostra passione, sì, noi l'attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati. Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così noi dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così noi dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.
Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
E' l'autobus che passa affollato;
il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa e quell'amico che, proprio lui, non viene;
E' il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
E' la voglia di tacere e il dover parlare,
E' la voglia di parlare e la necessità di tacere;
E' voler uscire quando si è chiusi
e rimanere in casa quando bisogna uscire;
E' il marito al quale vorremmo appoggiarci
e che diventa il più fragile dei bambini;
E' il disgusto della nostra parte quotidiana,
E' il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando - per dare la nostra vita - un'occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato che come ci son rami che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l'indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.
E' la passione delle pazienze».
Madeleine Delbrel, La gioia di credere, Gribaudi


Alla ricerca del giusto pensiero

di Gianfranco Ravasi
«(…) Certo non si può ignorare che mai come oggi dovrebbe essere praticata un'ecologia anche del linguaggio, un'igiene del parlare e dello scrivere, consapevoli come siamo che i demagoghi ingaggiano ogni giorno «una battaglia di parole». (…)
Ora, perché la parola possa essere epifanica, sapiente e pura, è necessario che sia generata dal grembo dell'intelligenza che ne certifica e convalida il contenuto. L'anoressia del pensiero contemporaneo paradossalmente produce un'ipertrofia della chiacchiera che è la parola degenerata. Bisogna ritrovare il rigore della ragione, esercitare con impegno l'"intus legere", che è la base etimologica del termine "intelligere", cioè l'approfondimento che esorcizza la superficialità e la banalità. È, questo, un altro caposaldo delle riflessioni del latinista Ivano Dionigi, il cui motto ideale è «Osa sapere», nella consapevolezza che - come dice il verbo “considerare” - la comprensione è uno «stare insieme con (cum) le stelle (sidera)». È, quindi, un'ascesa verso l'alto, l'eterno e l'infinito, è un meditare che conduce fino all'escatologia, cioè al senso ultimo dell'essere e dell'esistere. (…)
In questo procedere a più livelli noi non siamo i primi ad avanzare, altri ci hanno preceduto. È così che il nostro autore introduce un altro tema a lui caro, la "tradizione", che è efficacemente rappresentata in un gioco lessicale suggestivo e trasparente, retto dalla legge dell'inclusivo, armonico e coerente et et, contro l'esclusivo, aggressivo e separante aut aut. Detto in altro modo, il notum dei padri e dei maestri deve intrecciarsi con il novum dei figli e dei discepoli. Il classico, che non è una fredda eredità cristallizzata, ma un seme fertile, deve coniugarsi con la modernità. È un esercizio "simbolico". (…) Solo così si riesce a vivere in pienezza il proprio tempo, «la cosa più preziosa di tutte», come affermava Seneca».
in "Il Sole 24 Ore " del 28 giugno 2020

«(...) Per il fedele attuale, vescovi compresi, il Catechismo della Chiesa Cattolica è il riferimento concreto e ordinario, benché relativo, che ci permette di verificare, qui e ora, la rettitudine delle nostre idee della fede, come traduzione adeguata del Vangelo per la realtà di oggi. (...)
Come mai, allora, questi vescovi non si curano di queste mancate corrispondenze con il CCC? Faccio alcune ipotesi. Forse, per alcuni non c’è davvero la conoscenza sufficiente del CCC. E se fosse così, il rimedio non sarebbe troppo difficile, ma ci sarebbe da chiedersi con quale criteri, allora, vengano scelte queste persone per essere vescovi.
Per altri, invece, forse queste espressioni servono a non perdere il contatto con la propria situazione geo – culturale, che magari è percepita ancora non abbastanza adeguata al riconoscimento pieno del CCC. Se fosse così, allora ci sarebbe da rimettere in discussione il senso dell’esistenza di un catechismo universale unico per tutta la chiesa cattolica.
Esistono poi coloro che hanno la certezza che il CCC debba essere riformato, per essere adeguato al proprio pensiero, che spesso è a servizio di una battaglia ecclesiale sulla direzione teologica che deve prendere la fede oggi. Se fosse così dovremmo dire, allora, che in nome di una presunta auto investitura di “paladini” della vera fede, costoro ipotizzino che il CCC sia proprio eretico, almeno in alcune parti.
Infine, forse, c’è anche chi si pone obiettivi “altri”, non relativi alla fede cattolica, ma ad interessi politici, economici e di potere della lobby a cui si appartiene, che possono essere più facilmente raggiunti “utilizzando” proprie letture della fede cattolica. E, se fosse così, sarebbe evidente come il bene della Chiesa venga messo a servizio del bene di qualche altra realtà non ecclesiale.
In ogni caso, non si può negare che il problema del rispetto del CCC esista, anche all’interno della gerarchia. La pluriformità delle letture di fede è sempre stata presente fin dalle origini all’interno del Cristianesimo. E non si può negare che oggi, tale pluriformità non solo sia possibile in teoria, ma sia anche ammessa di fatto senza che produca sanzioni disciplinari di natura ecclesiale per una parte per l’altra. (...)».

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/i-vescovi-e-il-catechismo/?fbclid=IwAR2je2EcbBi_G2GdZCEoVGT3aPVBYoqfWIe_clMMxTTDc5hhP53DOqgF3U4

Ingenuità. Vivere la nobiltà d'animo
di Nunzio Galantino
(...) Derivata dal latino, l'ingenuitas era un termine legale nell'antica Roma. Indicava - come vuole la radice della parola, composta da in (dentro) e gignere (generare, nascere) - la condizione di una persona libera, nata all'interno della società romana e riconosciuta tale nel momento in cui il padre se la poneva sulle ginocchia (genua). Ciò ne faceva una persona naturale, nobile e sincera. Senza bisogno di imporsi e di guadagnare posizioni nella società. Era persona libera. Distinta dai liberti che erano, sì, liberi ma provenienti da una condizione pregressa di schiavitù. (...)
Nessuno oggi vuole essere considerato ingenuo. L'ingenuità è ritenuta una condizione di svantaggio. Come lo è ritenuto il lasciarsi andare ai propri sogni, scommettere su di essi, credere che tutto di valido può ancora accadere e che ci si può spendere per gli altri senza aspettarsi un ritorno. È ritenuto molto più appagante oggi vedersi ed essere riconosciuti come persone dotate di una buona dose di furbizia. Insomma la parola ingenuità non rimanda più alla condizione di libertà e di sincerità, dal momento che gran parte della cultura contemporanea considera una conquista lo stare al mondo in maniera astuta.
Non la pensa così Soren Kierkegaard, che vede nella perdita dell'ingenuità uno dei segnali allarmanti dell'imbruttimento e dell'imbarbarimento della civiltà moderna. Dopo aver scritto: «Non è affatto segno di maturità il perdere completamente l'ingenuità...», il filosofo danese, in un eccesso di fiducia nell'umanità, afferma: «All'esistenza umana sana e onesta appartiene sempre fino all'ultimo un certo momento di ingenuità». Il "momento di ingenuità" riconosciuto da Kierkegaard assomiglia tanto all'ingenuità schilleriana, che consiste nel saper vivere pienamente inseriti nella realtà senza perdere di vista l'ideale, senza rinunziare all'esercizio di una efficace difesa dalle avversità, dai nemici e dai furbi. Questa ingenuità è sinonimo di nobiltà, mai di dabbenaggine.
in "Il Sole 24 Ore " del 5 luglio 2020

Ciao, don Renato!
Sono quattro anni che mi sorridi dal posto preparato per te dal Figlio di Dio.
Quest'anno hai accolto don Diego, tu che lo apprezzavi tanto, e adesso sorridete insieme.
So che guardate con amorevole attenzione la nostra diocesi: pregate tanto per lei, voi che l'avete servita con competenza e calore umano.
E regalate un po' della vostra bontà anche a noi, che non sorridiamo facilmente come voi.
So che non siete avari!
don Chisciotte Mc, 200707

Dodici interviste ad altrettanti teologi, studiosi di scienze umane, operatori pastorali, per definire meglio cos’è l’omosessualità per la Chiesa di oggi, ricordando quanto Papa Francesco ribadisce in Amoris laetitia (250) e cioè che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare “ogni marchio di ingiusta discriminazione” e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza»; attenzione che si estende alle loro famiglie a cui va assicurato «un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita».
"Chiesa e omosessualità", di Luciano Moia, coordinatore redazionale del mensile di «Avvenire» “Noi famiglia & vita”, come recita il sottotitolo è un’inchiesta alla luce del magistero di Papa Francesco (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2020, pagine 206, euro 18). (...) Ecco le risposte dell’intervista fatta dall’autore al cardinale arcivescovo di Bologna.

«Papa Francesco in Amoris laetitia, e successivamente il Sinodo dei giovani nel Documento finale, sintesi molto equilibrata ed esigente, invita i sacerdoti, e tutti quelli che seguono pastoralmente le persone, ad accompagnare tutti quanti a conoscere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita. Se leggiamo tutta l’esortazione, e in particolare il capitolo 8, ci rendiamo conto che questo invito è per tutti, non solo per le persone omosessuali. Il Papa, e la Chiesa con lui, non è interessato a portare le persone a osservare delle regole esteriori, per quanto buone in sé e opportune. Il suo interesse è di aiutare le persone a fare la volontà di Dio; cioè entrare in relazione personale con Dio, e da Lui ascoltare la Parola opportuna per la vita di ciascuno. Infatti, ciascuna persona potrà realizzare questa Parola di Dio — unica per tutti — nella pienezza che le è propria; quella pienezza possibile iscritta nella propria natura e soprattutto nella propria storia.

Quella di Dio, infatti, è una Volontà incarnata nella storia della persona, è la Sua volontà che compie la nostra. Non dobbiamo quindi


«Il solo cristianesimo che sopravviverà alla modernità, sarà quello fondato su convinzioni interiori profonde; perché non basteranno più le tradizioni esterne o i fenomeni di massa».
Carlo Maria Martini, Per amore, per voi, per sempre. Parole ai consacrati


Io cercherei chi
- secondo lo spirito proprio delle creature umane -
pensa.
Anche se non come me,
basta che sia pensante.
Meglio se "pensa" non con la sola testa;
ma almeno con quella.
Ma se anche non pensasse
lo accoglierei comunque,
perché così fa Dio Papà.
don Chisciotte Mc, 200702


Visioni di Oltre e di Altro,

qui ed ora, proprio qui e proprio ora,
ma non solo non vengono né capite né condivise,
ma non vengono nemmeno intuite.
don Chisciotte Mc, 200702

Sarebbe bello se le persone potessero vivere con gratitudine,
accorgendosi del bello che viene regalato
dalla natura, dalla vita, dalla storia, dall'impegno di tanti.
Invece troppi vivono senza accorgersene,
non sanno dire grazie,
non sanno manifestare gioia,
annusando con la stessa indifferenza
sia il letame che le gardenie.
don Chisciotte Mc, 200701

5 minuti con… Roberto Repole – «La Chiesa è già fuori»
29 Giugno 2020
Quali sono i temi principali che l’emergenza COVID-19 ha posto alla Chiesa? Ne abbiamo parlato con Roberto Repole, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale.
«Pur non potendo dare un giudizio globale, credo che l’emergenza COVID-19 abbia smascherato il fatto che la nostra struttura ecclesiale, soprattutto quella parrocchiale, risente ancora di modalità di vita e di espressione che certamente non sono più conformi al tempo che stiamo vivendo. Questa vicenda ha fatto sì che molte comunità cristiane si trovassero sguarnite (una volta che alcune delle esperienze normali, come quella del catechismo e della vita dei gruppi, erano interrotte), nel pensare e nell’immaginare altro. Non sempre le strutture che manteniamo in piedi sono veramente vitali, perché vitale è un’effettiva vita comunitaria. Nel momento in cui non si è più potuto fare le cose di sempre, in alcuni ambiti si è potuto percepire anche una povertà strutturale.
Metterei in evidenza anche un altro tema: il rapporto della Chiesa con il mondo mediatico, soprattutto con quello dei new media. Come e in che misura questi strumenti di comunicazione sono delle nuove possibilità? E in che modo e in che misura possono rappresentare invece una trappola per ciò che la Chiesa è in ordine all’annuncio evangelico? Un caso abbastanza evidente riguarda il fatto che in questo tempo quasi l’unica voce udita è stata quella del papa. Certamente una voce molto importante, decisiva e anche molto vitale per la realtà della Chiesa. Ma mi preme sottolineare che questo mondo mediatico, offrendo certi modelli, mostra una certa immagine di Chiesa. Per cui possiamo parlare molto anche di sinodalità di collegialità episcopale, ma poi dobbiamo fare i conti con il fatto che il mondo mediatico offre un’altra immagine ecclesiologica. E su questo credo che ci sia una scarsa riflessione sul piano pratico ed ecclesiale, e forse anche una scarsa riflessione di tipo ecclesiologico. È un tema che non abbiamo ancora preso in sufficiente considerazione. Oggi, a dispetto di una visione più sinodale della Chiesa e più collegiale del ministero, il rischio è che il modello mediatico, quello della persona singola che in qualche modo diventa leader, possa segnare fortemente anche la visione della Chiesa».

Questa pandemia pone dunque delle domande alla teologia?
«Una prima domanda concerne la capacità che la teologia ha avuto e ha di parlare in maniera appropriata all’interno del mondo attuale – un mondo segnato evidentemente dallo sviluppo scientifico e tecnico, con tutto il bene e il bello che questo porta con sé – della finitudine creaturale. Mi sembra che questa occasione abbia smascherato la fatica del mondo attuale a fare i conti con la finitudine, ma forse anche la fatica che la stessa teologia ha ancora a elaborare in maniera appropriata ed evangelica questo tema.
In questi giorni ho riflettuto anche sul fatto che questa è la prima volta, dopo i drammatici eventi della Seconda guerra mondiale, che nel mondo occidentale si rifanno i conti con il dolore, con la sofferenza, con la precarietà e in maniera anche un po’ brutale con la morte. Ci sembra che alcuni temi sorgano adesso, ma forse questa è un’occasione anzitutto per

Anche in questi giorni,
come in tutti gli ultimi 27 anni
(e anche prima, perché sono fatto così)
ho lavato bagni e raccolto da terra cartacce e mozziconi;
ascoltato la Parola del Vangelo e di tanti fratelli e sorelle;
igienizzato le panche e firmato assegni;
ho indossato bermuda per l'attività coi ragazzi e la casula per la messa;
ho alzato la voce e sussurrato parole;
ho mangiato la frutta senza sbucciarla e ho distribuito pacchi viveri...
Però ho anche conseguito un dottorato in teologia
e insegno a livello universitario.
Mi sento offeso da chi si ritiene "clero badilante"
- a differenza di "voi che siete studiati" -
solo perché giustifica la propria ignoranza imbarazzante
e si vanta di vivere senza progetti nè pensieri.
Chissà se vedrò mai il giorno in cui noi clero eviteremo di dire - solo per occupare il tempo - cose banali.
don Chisciotte Mc, 200628

Balloon-tree!

Una vittima dell'epoca
di Michele Serra
La cacciata del deputato Sgarbi dal Parlamento, portato via come l'ultimo dei casseurs da commessi energici e sbigottiti, mette tristezza. Non perché sia stato sbagliato cacciarlo: è stato sacrosanto e tardivo (e siamo felici che a decidere l'espulsione sia stata Mara Carfagna, rara incarnazione di una destra liberale e gentile). Ma perché Sgarbi è un mostro costruito dal cinismo (ben più mostruoso di lui) dei nostri anni.
La sua maleducazione patologica, il suo imbarazzante narcisismo, la sua aggressività insopportabile, sono stati protetti e nutriti, per decenni, da conduttori e autori televisivi entusiasti di proporre allo spettabile pubblico, come fece Barnum con la Donna Barbuta, l'Uomo che Strilla. Sono stati incentivati e premiati da sponsor politici convinti che l'arroganza e il disprezzo degli altri fossero manifestazioni di "libertà". E da elettori entusiasti di quell'idea, deprimente e fasulla, di "libertà". I veri autori di Sgarbi sono loro, non Sgarbi. Sgarbi è solo vittima dei loro applausi. Così un ragazzo intelligente e colto è diventato un fenomeno da baraccone, e addirittura un viceleader politico, solamente perché la nostra epoca, della cultura e dell'intelligenza, non sa che farsene. E se ne frega dell'umiltà, della mitezza, della gentilezza, considerati segni di debolezza. Ignorare la forza d'animo e premiare gli energumeni, deridere chi parla a bassa voce ed esaltare i prepotenti, è in questa bolla nefasta che Sgarbi ha potuto diventare Sgarbi, senza che nessuno lo aiutasse, e gli volesse bene quel tanto che bastava per dirgli: Smettila, ti rendi ridicolo, meriti di meglio.
in "laRepubblica" del 26 giugno 2020

«Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sè, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo mai!».
Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca di autore

L'unica "soluzione" è fare riferimento a una Parola che viene da "fuori" di noi, da "sopra" noi, da "oltre" noi.
don Chisciotte Mc, 200623


Passione. Lo slancio per ridisegnare la storia
di Nunzio Galantino 
«(…) Passione vuol dire sofferenza, ma anche slancio e decisione di non fermarsi. Soprattutto quando il presente che si vive porta impressi in sé i segni di una fatica insopportabile, e il futuro è ancora tutto da decifrare perché si stenta a scorgerne i contorni, all’orizzonte. Lo sapevano bene i Greci, che introdussero nel loro vocabolario la parola “Pathos”. Uno dei termini più ricchi e complessi. Adatto a indicare sofferenza ma anche piacere, dolore ma anche godimento, patimento ma anche spinta potente verso il raggiungimento di un obiettivo. La lingua italiana, nell’uso comune, ha gradualmente abbandonato questo modo di esprimersi dei Greci. Con la parola passione essa ha finito per indicare, di fatto e prevalentemente, un sentimento intenso, capace di scatenare e sostenere una forte propensione nel raggiungimento di un obiettivo. Si è così messo parzialmente da parte il significato letterale della parola “passione”, la cui etimologia rimanda al tardo latino “passio/nis”, derivato di “passus”, participio passato del verbo “pati” (patire, soffrire). La passione intesa come sofferenza è frutto della traduzione greca dei Vangeli, nei quali la sofferenza di Gesù viene indicata con la parola “pathos”. Questo ha fatto sì che, nella lingua italiana, la passione come dolore e sofferenza la si ritrovi prevalentemente riferita alle sofferenze che precedettero e accompagnarono la crocifissione e la morte di Gesù. (…)
Vi sono momenti, e sono i nostri, nei quali i due principali significati della parola passione vanno tenuti insieme. La passione - immane sofferenza che accompagna muta e intensa la perdita di vite umane e la consapevolezza della nostra fragilità - non può abitare solitaria le nostre strade. Non può occuparne tutte le corsie. Mai come in questo momento, senza passar sopra alla sofferenza, va recuperata e contagiata la passione, intesa come slancio e interesse, indispensabile per ridisegnare una storia personale e comunitaria messa a dura prova. (…)
in “il Sole 24 Ore” del 5 aprile 2020

« (...) La figura dell’oste sta a indicare lo sguardo di chi non scorge alcun mutamento. Il suo viso non esprime stupore. Tutto nel mondo procede come sempre (cfr. 2Pt 3,4). Nella realtà terrena quanto conta sono le solite cose: mangiare, bere, guadagnare. Nel Vangelo di Luca non c’è alcun oste; Caravaggio, introducendolo, dischiude una nuova comprensione dell’episodio. Il mondo è pieno di osti. Anzi tante volte lo siamo noi stessi. Apparteniamo a quella categoria sia perché "uomini di poca fede", sia perché obbligati a esserlo dalla logica del mondo. (...)».
Piero Stefani, "L'oste di Caravaggio", 200427
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2020/04/piero-stefani-loste-di-caravaggio.html?fbclid=IwAR2CVtsZ6-6wPK66vu6Qy0pM9OYETWrnOkhClz7q3N_vhOi-Mg-cztOHfYk

«Chi come noi è cresciuto a Bibbia e Guccini»: così ha scritto ieri don Massimo Maffioletti, in occasione del compleanno di Guccini.
E' coetaneo di mio padre.
Anche Guccini è stato tra coloro che mi hanno introdotto alle realtà dense della vita.
E Guccini è stato il criterio secondo cui affinare il gusto musicale e accogliere (o rifiutare) altre figure di "paternità": odore di terra, di sentimenti radicati, di visioni alte, di battaglie spesso perse.
Sete di sentimenti basici, ma radicati.
Bravo l'autore dell'articolo citato qui sotto, che raccoglie in accenni tante canzoni di Guccini. Conclude con ciò che pensavo ieri: «Ognuno di noi ha una sua canzone preferita, per ognuno diversa, ma tutti abbiamo una cosa in comune: almeno una volta abbiamo istintivamente alzato il pugno mentre ascoltavamo di quella locomotiva, lanciata bomba contro l’ingiustizia».
Io lo facevo già nel secolo scorso, da preado spensierato in pensieri di futuro, tornando in bicicletta... da un rosario decanale!
Grazie!
https://www.radiopopolare.it/francesco-guccini-compie-80-anni/
don Chisciotte Mc, 200615



Perché la Chiesa stende le mani su un uomo, invoca lo Spirito Santo e lo ordina vescovo, presbitero o diacono? Sul fatto che esista questo evento non ci piove (anche se in questi giorni non smette mai di piovere, in questa zona), ma la ragione è di difficile rinvenimento. Ciascuno dice la sua: "Per consacrare l'ostia!"; "Per fare del bene!"; "Per guidare la Chiesa"; "Perché non si può fare nulla senza i preti"; "Perché è un bravo ragazzo"...
Così scrivevo in una delle pubblicazioni che ho dedicato al tema: «L’evento sacramentale della ordinazione invoca una specifica effusione dello Spirito Santo affinché si ripresenti nella storia una forma particolare di servizio: la cura – in forma stabile ed autorevole – della custodia e della trasmissione della originale e paradigmatica relazione che Gesù ebbe con i “suoi”, quella che fa della chiesa ciò che essa è: convocazione originata dall'azione gratuita e preveniente del Signore e dalla risposta graziosa di coloro che hanno accolto la sua chiamata e hanno vissuto con lui lungo il suo ministero e nella sua Pasqua» (Marco Paleari, Presbiteri nel popolo di Dio. A servizio della comunione, p. 77).
Il ministero ordinato (vescovi, presbiteri, diaconi) è al servizio della comunione nella Chiesa; vescovi, presbiteri e diaconi sono servitori del popolo di Dio affinché esso si riconosca e viva per ciò che è: il Corpo di Cristo, nella comunione tra le varie membra.
Poiché viviamo "dopo il capitolo 3 del libro della Genesi", non è scontato che la Chiesa viva di comunione fraterna, anzi; è stata la brutta sorpresa con cui ha dovuto fare i conti anche Gesù, rispetto ai suoi discepoli della prima ora. Gesù dona questa relazione fraterna che viene dalla Trinità e la rende ogni giorno possibile attraverso la presenza dello Spirito Santo, che suscita carismi personali per il bene di tutti. Tra gli "strumenti" (in senso nobile) a servizio della comunione ecclesiale, ci sono la Sacra Scrittura, i Sacramenti (tra cui l'ordinazione), la Tradizione.
Se il ministero ordinato non valorizza i carismi del popolo di Dio, favorendo così la vivacità ecclesiale e la coesione profonda, non serve. Su questa base (che mi è stata insegnata e che io stesso insegno da anni) possiamo verificare il servizio reso da vescovi, preti e diaconi.
Su questa base verifico il mio attuale servizio... e farò le mie valutazioni.
don Chisciotte Mc, 200612

Se volevate comunicarci che la comunicazione ecclesiale è una questione di clero, ci siete riusciti... ma non sarei d'accordo con questa impostazione.
Se volevate comunicarci altro, non ci siete riusciti e non siete granché esperti di comunicazione.
E quindi ritengo questo video una pessima presentazione di un corso di comunicazione.
(senza nulla togliere alla dignità dei confratelli del video, soprattutto del vescovo Marco Busca, che stimo tantissimo!).
don Chisciotte Mc, 200601

 

Queste parole le ha scritte Bernardelli... ma erano giorni che avrei voluto scriverle io!
«(...) Tra le cose che più mi hanno rattristato in questi giorni c’è un grafico che ho visto circolare parecchio sui social network. Si tratta di una tipica fake news in salsa cattolica. «Cifre alla mano» mostra una «coincidenza straordinaria» tra il picco nei decessi da Covid19 in Italia e la preghiera del Papa nella piazza San Pietro deserta: entrambe le cose – testimonia l’ormai immancabile curva – sono accadute il 27 marzo. «Quindi, vedete che ha funzionato?…».
Peccato, però, che i conti non tornino affatto. Perché questo accostamento è figlio di uno sguardo malato, che come al solito guarda solo a noi. (...)
Ancora una volta: a non funzionare davvero sono i nostri occhi che cercano nella preghiera un toccasana miracolistico, anziché un balsamo per purificare il nostro cuore prima che una liberazione dalla malattia. Ancora di più, però, a non funzionare sono le nostre orecchie. Perché basterebbe riascoltare le parole che Papa Francesco ha pronunciato proprio quella sera per capire che questa caccia alla coincidenza è un’operazione completamente fuori strada» (...).
Giorgio Bernardelli, 1 giugno 2020
https://www.vinonuovo.it/teologia/ma-la-preghiera-contro-il-coronavirus-funziona/

(...) «Come possiamo pensare il rapporto di incarnazione del divino nell’umano? Mi pare evidente che quando il divino entra nell’umano non ne stravolge la configurazione, i dati, le regole, le dinamiche. Non si sostituisce cioè all'umano, svuotandolo dei suoi limiti e delle sue potenzialità e riempiendolo con quelle divine. Ma al contrario, il divino accetta di configurarsi secondo i limiti e le potenzialità dell’umano e proprio stando dentro ad esse si esprime e si realizza sulla terra.

Dire che tra le due nature non c’è confusione, né cambiamento (dogma cristologico, definito nel 451 nel concilio di Calcedonia: “Uno e lo stesso Cristo, Figlio, Signore, Unigenito, riconosciuto in due nature senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione; la distinzione tra le nature non è affatto annullata dall’unione, ma piuttosto le caratteristiche di ciascuna natura sono conservate e procedono assieme per formare una persona”), significa continuare a riconoscere ad entrambe le loro caratteristiche e il loro statuto, senza che una “divori” l’altra; dire che tra le due nature non c’è divisione, né separazione significa che le loro dinamiche sono congiunte, agiscono sempre insieme e l’una può diventare luogo di realizzazione e manifestazione dell’altra. Non a caso infatti, quando le specie eucaristiche degradano chimicamente, la Chiesa ha sempre pensato che la presenza reale di Cristo scompaia da esse.

Non è questione da teologi annoiati. Se ne facciamo esemplificazioni concrete se ne vedono immediatamente le conseguenze. Gli effetti di benessere della preghiera rendono inutile gli strumenti della psicologia? La preghiera sostituisce la medicina nelle guarigioni? La forza di conversione di un sacramento agisce indipendentemente dalla volontà umana di chi lo riceve? Il governo della società umana va rimesso direttamente nelle mani di Dio? Le regole etiche di Dio, devono sostituire quelle che l’uomo può individuare con le sue sole forze? La ricerca umana della verità va soppiantata e deve lasciare il posto solo alla verità rivelata?

Poste così sembrano domande con risposte facile. Eppure in questi mesi abbiamo visto e letto cose che sembrano davvero rimettere in discussione tale facilità. Soprattutto sembra davvero che il Covid 19 abbia rivelato molto del retroterra culturale di tante persone, cristiane e non, su questo punto. (continua a leggere: https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/chimica-ed-eucarestia/?fbclid=IwAR20ig86pyluYyXf472ahv6vLquhMw2IvIQLDejojv6b5HDXmdVfto4kWF0)
Gilberto Borghi, 3 giugno 2020

Samuel Bak, Carried Away, 2017
«Dopo la celebrazione comunitaria di appena una settimana del Tempo pasquale, riprende quello Ordinario. Cosa ci dirà, reduci da tre mesi di “quarantena”? *Come ci troverà?*
Saremo *in cammino*, simili ai portatori di candela di Samuel Bak. Con aria preoccupata ci guardiamo indietro, perché ancora c’è sgomento e paura… Ma siamo capaci anche di guardare avanti e di continuare il cammino, pur feriti: si stacca un braccio, una gamba, un ginocchio è diventato strada, la portantina si è rotta: impossibile in queste condizioni camminare e portare un peso…
Eppure, ed è questa la *grande speranza*, si continua a reggere il cero pasquale, che la nostra fede ha acceso. E la sua fiamma si confonde con un cielo scuro e ventoso, ma incapace di spegnere quel fuoco di speranza. Sarà così il nostro Tempo Ordinario: il cammino dell’impossibile nelle realtà possibili, la testardaggine della speranza, più forte di ogni ferita!».
parrocchia San Bonaventura, Cadoneghe (PD)

«(...) Di fronte a certe notizie, di fronte alla situazione odierna, più che sentire il bisogno di camminare, si avverte il desiderio di fuggire: fuggire dalla realtà, che appare minacciosa; fuggire da se stessi; dagli altri, da convivenze diventate insopportabili. *Siamo uomini in fuga*. Simili ai portatori di candela di Samuel Bak. Alcuni indizi rendono evidente che i due qui ritratti stanno fuggendo da una minaccia terribile: il passo furtivo e l’aria preoccupata, soprattutto dell’uomo che sta dietro; il braccio del primo che sembra già staccarsi dalla mano e, allo stesso modo, la gamba dal piede. Il secondo guarda indietro e non s’avvede che la portantina sta sfuggendogli di mano, gli resteranno solo i bastoni. Tale e tanta è la stanchezza per la fuga che, anch’egli, perde un ginocchio, confuso ormai col terreno. Nonostante ciò, ed è questa la grande speranza, *si continua a reggere quella candela* (...)».
Gloria Riva, Avvenire, 21.03.2019

«Abbiamo tanto bisogno della luce e della forza dello Spirito Santo! Ne ha bisogno la Chiesa, per camminare concorde e coraggiosa testimoniando il Vangelo. E ne ha bisogno l’intera famiglia umana, per uscire da questa crisi più unita e non più divisa. Voi sapete che da una crisi come questa non si esce uguali, come prima: si esce o migliori o peggiori. Che abbiamo il coraggio di cambiare, di essere migliori, di essere migliori di prima e poter costruire positivamente la post-crisi della pandemia».
papa Francesco, Regina Caeli 31.05.2020