L'equivalente greco del latino mitis (dolce, tenero, maturo) - riferito a un frutto, ma detto anche di una persona - èpràos, riferito a un cavallo domato, mansueto. Lo si dice però anche di un uomo. (...) La parola greca non descrive tanto la gentilezza o la mansuetudine esteriore, quanto la pacificazione interiore; non il modo di comportarsi di una persona, ma il suo atteggiamento interiore. (...) La persona mite è una lottatrice. Non si arrende di fronte alle ingiustizie e alla prevaricazione perché i miti non sono i rassegnati, i rinunciatari o i remissivi. Piuttosto che un rifugio consolatorio, la mitezza è una qualità umana attiva, che domanda il mettersi in gioco come persone e non come personaggi. Non avendo rinunziato alla ragione, la persona mite la fa valere con fermezza e audacia, senza ricorrere alle armi della tracotanza dei gesti e della prepotenza delle parole.
Si impara la mitezza e si cresce in essa misurandosi con perseveranza con quanto la vita pone sulla propria strada. Questo esercizio fa della mitezza il frutto maturo di ascesi e di conquista. Espressione di una grande libertà interiore, che permette di accostarsi alla realtà e agli altri senza pregiudizi. (...)
«L'uomo mite - diceva Martini - è colui che, malgrado l'ardore dei suoi sentimenti rimane duttile e sciolto, non possessivo, interiormente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà».
Nunzio Galantino, in "Il Sole 24 Ore " del 8 dicembre 2019


«Il #censis non mi ha telefonato ma volevo dire che io sono tra quegl'italiani che al "potere" vogliono l'uomo debole. #sondaggi #debolezza #uomoforte #potere #fecitpotentiam #sapevatelo»
don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa, 7.12.2019


«Abbiamo costruito un cristianesimo nel quale non è più Gesù a dirci come è la religione, ma è la religione che ci dice come è Gesù. E allora, è successo che la religione di tutta la vita è il filtro, la griglia ermeneutica che ci dà l’interpretazione di Gesù e che ci spiega come dobbiamo intendere Gesù. Il risultato è che la religione ha deformato Gesù e lo ha deformato fino al punto da renderci incapaci di capire Gesù, la sua persona, la sua vita e il suo messaggio».
Josè Maria Castillo, L’umanizzazione di Dio

«Ci sono stelle la cui luce arriva a noi dopo migliaia di anni. Qualcosa di simile capita per la parola di Gesù. Certe verità sprigionano all'improvviso la loro luce, e noi ce ne sentiamo invasi soltanto a contatto con un determinato evento storico. Si direbbe che il tempo strappa al Vangelo la sua luce.
Chi vive staccato dal proprio tempo, chi ne ignora, per un male inteso spiritualismo, le ansie, le angosce, i problemi, le caratteristiche, le esigenze, gli avvenimenti, rischia di mettersi fuori del Vangelo, di non comprenderlo in tutta la sua estensione e in tutta la sua ricchezza. (...)
Esiste una meravigliosa reciprocità. Il Vangelo è in grado di illuminare i problemi di ogni tempo. Ma possiamo anche dire che i problemi di una determinata epoca storica illuminano il Vangelo, lo chiariscono, lo approfondiscono in tutti gli aspetti, lo sollecitano a produrre sempre nuova luce.
Chi si taglia fuori dalla vita, si taglia fuori dalla comprensione del Vangelo. Staccandolo dalla vita. Non c'è peggior tradimento della verità: confinarla in un mondo astratto, staccandola dalla vita. Come se su certe verità incollassimo un'etichetta: «Impossibile». Cose bellissime, poesia insuperabile, ma la vita pratica sarebbe un'altra cosa.
Molto meglio combattere apertamente una verità, piuttosto che relegarla nel limbo delle cose senza rapporto con la vita».
Alessandro Pronzato, "Vangeli scomodi", 247


«Il pittore Arcabas, nell’olio su tela “L’annonce fait a Marie”, se ne era accorto: traduce infatti in pittura quei tratti che in una relazione tra due persone dicono la presenza di un affetto. Nell’opera, l’angelo sembra essere arrivato di corsa in casa di Maria dopo un lungo viaggio, sfiancato: la mano sinistra è floscia e con la destra si tiene il collo, come quando un uomo ha il fiatone per aver fatto una sfacchinata, o è in apprensione perché in attesa di un responso. Affaticato o preoccupato che sia, non si regge in piedi e un ginocchio cede; forse sta pensando: “Finalmente t’ho trovata!”, e dalla sua bocca il pittore fa uscire un sospiro; oppure sta vivendo un tormento: “Dirà di sì? Dirà di no?”, e dalla bocca esce timore. (...) L’angelo non ha occhi se non per lei, per dire che tutto lo sguardo di Dio è per Maria: il suo desiderio vuole raggiungere proprio quella ragazza ritratta seduta, ma senza la sedia. Maria rimane “sospesa per aria” davanti alla voce, al viso, al corpo e al fiato dell’angelo: come ogni ragazza giovane, anche lei “vola” perché si sente desiderata. (...) Maria nello spazio della sua libertà si fida dell’annuncio dell’angelo e diventa Madre di Gesù ma anche di ogni credente, chiamato come lei a giocarsi la vita nella relazione con suo Figlio. Stando al dipinto, il cui pavimento a rombi ricorda una scacchiera, la prima mossa è stata fatta; tocca a ciascuno proseguire nella partita».
  di Paolo Tassinari, su FB 191207 


E' bella/o colei-colui che dà la vita per...
E' buona/o colei-colui che dà la vita per...
E' bello-buono (al femminile e al maschile) il genitore, l'allevatore, l'insegnante, l'operaio, l'educatore, lo sportellista, il bigliettaio, il carabiniere, la suora, il prete, l'allenatore, il meccanico, il contadino, il politico, il medico, il nonno... che dà la vita per...
don Chisciotte Mc 191207

«Il nostro vivere - in ogni giorno e non solo in avvento - deve rendersi attento nell'ascolto, protendendosi nell'attesa di Dio in ogni suo quotidiano svelamento. Ed è un modo di atteggiarsi e di essere che va al di là della preghiera e della sacra liturgia.
È un mettersi in ascolto delle cose più umili e degli eventi in apparenza più insignificanti che invece - tutti - significano la venuta di Dio, nei nostri giorni. Se non coltiviamo questo perenne ascolto è illusorio pretendere che esso si accenda all'improvviso allo scattar del calendario, sia pure liturgico. Occorre invece alimentare un modo di essere costante che, in avvento, si esalta e, dall'ascolto degli avventi di ogni giorno passa all'ascolto dell'avvento assoluto (e pur storico) della nascita terrena del Dio del cielo.
Il Natale, secolarizzato in un'umana celebrazione della natività, non è l'immagine, pur tenera, del bambino Gesù, nella sua culla di paglia, tra gli animali leggendari, Maria adorante e un Giuseppe invecchiato, per tranquillizzare i fedeli. E tanto meno è il folclore delle nostre luminarie, la coda che abbiamo aggiunto alla stella (il Vangelo non parla di cometa) e i presepi di cartapesta, coi fondali di carta e i paesaggi animati da presenze improbabili, con una collezione di arti e di mestieri esercitati stranamente nella notte. Anche i presepi che si allestiscono nelle nostre parrocchie sono spesso rappresentazioni pittoresche che ben poco hanno di storico e di sacro, per non dir poi di teologico».
Adriana Zarri

«Avvento: tempo di attesa in cui si sottolinea, si concentra e si rende specifico di una fase liturgica ciò che è un dato generico e diffuso dell'essere cristiani.
Che cos'è infatti l'atteggiamento del credente - per tutto il tempo dell'anno e della vita - se non l'attesa dell'incontro con Dio? Un'attesa che è stretta parente dell'ascolto e che ci rende attenti e disponibili al disvelarsi dell'eterno nel tempo.
Questo disvelarsi ha il punto culminante nell'Incarnazione in cui Dio - l'Assoluto - sceglie di farsi relativo, accettando la nostra contingenza. È il Verbo eterno che scende nella storia e nella geografia, nasce in un secolo preciso, in una determinata zona del globo; e la sua universalità passa attraverso questa parzialità. È quanto celebriamo nel Natale che commemora ciò che avvenne in un anno della storia, in una regione della terra. Ma è ciò che avviene, in un diverso modo, in ogni regione e in ogni giorno. E l'avvento è stagione perenne».
di Adriana Zarri

«"I preti sanno morire". Da giorni mi martella in testa il titolo dell’ultimo libro di don Mazzolari, scritto per onorare la memoria dei preti morti durante la Seconda guerra mondiale. Sanno morire anche oggi i preti nei Paesi in guerra e in quelli dove la pace è fragile. Sanno morire dentro, per i motivi più diversi, i preti sparsi per il mondo. Una morte mai disgiunta dal mistero immenso della resurrezione. Strana figura quella del prete, rinunciate a volerlo comprendere del tutto. (...) Mai contento, mai soddisfatto, mai sereno; sempre contento, sempre soddisfatto, sempre sereno. Sempre a portata di mano eppure inafferrabile. (...)
"Quel giorno", a piazzale Loreto non mi troverai; a tirare sassi alla donna adultera non ci sarò, e neppure a insultare in massa l’uomo colpevole solo della sua pelle diversa. Il grido della folla: 'Crocifiggilo!', mi fa paura, chiunque sia il condannato e quale che sia la ragione accampata. Il giorno in cui il reo riceverà la giusta pena, mentre gli altri brindano, volentieri resterò accanto alla sua vecchia mamma in lacrime. (...)
La Chiesa deve avere il coraggio di essere pazza. Pazza di amore, ostinata, testarda, povera, buona, disposta a imboccare sempre la strada più scomoda. A difendere sempre le cause dei perdenti. Sempre dalla parte degli ultimi. Nessuno ha chiesto a nessuno di diventare prete. Chi accetta di rispondere alla chiamata, però, deve essere disposto a salire sulla croce e diventare mistero a se stesso».
don Maurizio Patriciello, Avvenire 191120
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/noi-sempre-con-il-fardello-e-dalla-parte-dei-perdenti?fbclid=IwAR2g11bs_QLDchQNyDt3agus-aLezXjTw_WyfUB33yX3mvNTYj-mqoKAyuc

Non capisco perché delle persone sagge, disponibili, da sempre impegnate per il bene della propria comunità cristiana e magari anche con incarichi riconosciuti... debbano subìre l'imprevedibilità, la ignoranza, la arroganza dei ministri ordinati (vescovi, preti, diaconi).
Beh, una ragione ci sarebbe: perché esiste ciò che va contro il Bene... e anche i ministri ordinati non fanno sempre bene e spesso non svolgono la loro funzione.
don Chisciotte Mc 191202

«Come teologi provenienti da vari contesti e latitudini, voi siete mediatori tra la fede e le culture, e prendete parte in questo modo alla missione essenziale della Chiesa: l’evangelizzazione. Avete, nei confronti del Vangelo, una missione generatrice: siete chiamati a far venire alla luce il Vangelo. Infatti vi ponete in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese nelle diverse culture per portare alla luce aspetti sempre nuovi dell’inesauribile mistero di Cristo, in cui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3).  E poi aiutate i primi passi del Vangelo: ne preparate le vie, traducendo la fede per l’uomo d’oggi, in modo che ciascuno possa sentirla più vicina e sentirsi abbracciato dalla Chiesa, preso per mano lì dove si trova, e accompagnato a gustare la dolcezza del kerigma e la sua intramontabile novità. A questo è chiamata la teologia: non è disquisizione cattedratica sulla vita, ma incarnazione della fede nella vita. (...)
solo una teologia bella, che abbia il respiro del Vangelo e non si accontenti di essere soltanto funzionale, attira. E per fare una buona teologia non bisogna mai dimenticare due dimensioni per essa costitutive. La prima è la vita spirituale: solo nella preghiera umile e costante, nell’apertura allo Spirito si può intendere e tradurre il Verbo e fare la volontà del Padre. La teologia nasce e cresce in ginocchio! La seconda dimensione è la vita ecclesiale: sentire nella Chiesa e con la Chiesa, secondo la formula di sant’Alberto Magno: «In dulcedine societatis, quaerere veritatem» (nella dolcezza della fraternità, cercare la verità). Non si fa teologia da individui, ma nella comunità, al servizio di tutti, per diffondere il gusto buono del Vangelo ai fratelli e alle sorelle del proprio tempo, sempre con dolcezza e rispetto.
E vorrei ribadire alla fine una cosa che vi ho detto: il teologo deve andare avanti, deve studiare su ciò che va oltre; deve anche affrontare le cose che non sono chiare e rischiare nella discussione. Questo però fra i teologi. Ma al popolo di Dio bisogna dare il “pasto” solido della fede, non alimentare il popolo di Dio con questioni disputate. La dimensione di relativismo, diciamo così, che sempre ci sarà nella discussione, rimanga tra i teologi - è la vostra vocazione -, ma mai portare questo al popolo, perché allora il popolo perde l’orientamento e perde la fede. Al popolo, sempre il pasto solido che alimenta la fede».
papa Francesco alla Commissione Teologica Internazionale, 29.11.2019

Bella Ciaone
di Massimo Gramellini
Dopo avere detto «la Messa è finita, andate in pace», don Massimo Biancalani è rimasto in guerra davanti all'altare e ha cominciato a cantare «Bella Ciao», iscrivendo Gesù Cristo al movimento delle sardine. Senza dubbio il parroco antileghista avrà prima interpellato il superiore celeste, ma è probabile che ci sia stato qualche problema di comunicazione: chi scacciò dal tempio i mercanti difficilmente vi accoglierebbe certi cantanti. Non è questione di testo, ma di contesto. Provate a immaginare una piazza del Venticinque Aprile che intona il «Gloria in excelsis Deo». Pensereste di essere precipitati in una teocrazia. Allo stesso modo una canzone partigiana che risuona sotto le volte di una chiesa assomiglia, più ancora che a una profanazione, a un'appropriazione indebita. Come se un parroco ultrà montasse sul pulpito del Duomo per dirigere cori da stadio. Come se un politico baciasse madonne e rosari durante un comizio (questo forse qualcuno lo ha fatto).
Si sente parlare di punizioni imminenti da parte del vescovo, quando magari basterebbe suggerire al prete-sardina l'ascolto quotidiano di una sonata di Bach. Rilassa i nervi e schiarisce le idee. «Bella Ciao» è assurta nel tempo a inno planetario contro l'oppressione. Se don Biancalani smania dalla voglia di cantarla in un luogo di culto, potrebbe trasferire la sua ugola nella cattedrale di Hong Kong. Intonare «Bella Ciao» dentro una chiesa ha senso solo nelle nazioni in cui è vietato, o pericoloso, farlo altrove.
in "Corriere della Sera" del 26 novembre 2019
https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_novembre_26/bella-ciaone-92c6d848-0fc1-11ea-bd6b-b9b6fa42a1a4.shtml?refresh_ce-cp

La Chiesa cattolica latina sceglie i suoi vescovi e i suoi presbiteri solo tra coloro che - antecedentemente e a prescindere dalla vocazione a questi ministeri - siano sicuri di essere chiamati al celibato. La Chiesa cattolica latina finora l'ha ritenuta la scelta più opportuna. Nulla vieta che possa decidere di scegliere i suoi presbiteri anche tra coloro che - antecedentemente - abbiano già intuito e deciso di assecondare la vocazione alla vita coniugale.
Entrambe sono vocazioni; entrambe, quindi, sono vie di santità; non sono tra loro incompatibili.
don Chisciotte Mc - 191128

Non capisco proprio (perché una ragione sufficiente non c'è) perché nella Chiesa cattolica latina sarebbe meglio avere dei preti itineranti tra una chiesa e l'altra; di corsa tra una messa e l'altra; impossibilitati a fermarsi per qualificare la cura pastorale; anziani e sfiancati... piuttosto che riconoscere la vocazione al presbiterato anche tra coloro che hanno anche la vocazione al matrimonio.
Una ragione sufficiente non c'è.
don Chisciotte Mc 191127


«La vera ignominia è la stupidità. Perché appartiene allo spirito. L'ignominia della carne non è altrettanto dannosa. Un clero incontinente può annunciare la verità con forza e grandiosità; un clero stupido lotta con la verità che lo possiede e la rivela confusamente; a quest'ultimo viene conferito il segreto potere di renderla stupida».
Julien Green


Le letture della messa ambrosiana: un lezionario che fa disamorare della Parola di Dio.
Sembrerebbe un paradosso, ma è proprio così.
Lo si sente coi cinque sensi: un Lezionario costruito da persone che non hanno amore per la Sacra Scrittura né sanno pregare la Liturgia cristiana, anche se possono aver studiato tanto.
E che - fatto gravissimo! - non ascoltano come prega il santo popolo di Dio e non si sono messi al suo servizio.
E' come far dirigere una scuola-calcio da un team di cervelloni che conoscono a memoria i nomi dei goleador degli ultimi dieci secoli, ma non hanno mai davvero tifato col cuore sugli spalti di uno stadio... e nemmeno avuto un pallone tra i piedi!
don Chisciotte Mc, 191125 (dopo l'ennesima lettura della messa ambrosiana)

«La parola flessibilità diventa la qualità altamente desiderabile di chi si adatta al mutare delle circostanze, senza finire schiacciato dal nuovo e dall’imprevisto. E senza pagare, per questo, un prezzo troppo alto, in termini di perdita della propria identità. (...) Proprio perché la vita esige da tutti creatività e progettualità, la flessibilità è figlia di una intelligenza viva e va di pari passo con l’essere accorti, creativi e dinamici. Capaci di entrare, grazie a una corretta flessibilità cognitiva/mentale, in relazione e in dialogo con quanto incrocia la propria strada: altri valori, altri modi di pensare, di progettare e di credere.
Nemico della flessibilità cognitiva è la rigidità cognitiva, che ha un impatto negativo, prima di tutto, sul mondo delle relazioni e che spesso è frutto del bisogno quasi patologico di ridurre a tutti i costi l’incertezza. Soprattutto quella che riguarda le emozioni, che condizionano più di quanto non si pensi la lettura che facciamo del mondo e il modo in cui gestiamo le nostre relazioni. Nella vita di relazione, la flessibilità non è assenza di stabilità emotiva. È piuttosto attitudine a non farsi “spezzare” - nel senso etimologico di “farsi ridurre a pezzi” – dalla paura di sbagliare, da incomprensioni o da situazioni difficili e complesse. La flessibilità, come altre “arti”, non la si eredita come un cromosoma. La flessibilità si impara e in flessibilità si cresce (...)».
Nunzio Galantino, "Il Sole 24 ore", 24.11.2019

« (...) In questo ci siamo irrigiditi su una visione molto formale delle situazioni familiari a cui eravate pervenuti. Abbiamo sbagliato a non considerare altrettanto la situazione personale, i sogni che avevate alimentato, la vostra vocazione alla vita coniugale con i progetti di vita che comportava, seppure incorsi in vicende familiari travagliate, dove tanti fattori possono essere stati decisivi ad ostacolare tutto questo. È proprio in queste situazioni complesse che la responsabilità personale ha bisogno di essere sostenuta e aiutata proprio nelle sue fragilità.
A chi tra voi si è scoraggiato e ha lasciato le nostre comunità parrocchiali, siamo qui per confidarvi che ci mancate e che sentiamo di aver bisogno di voi e della vostra testimonianza di vita. Siamo consapevoli che le vicende travagliate, che avete attraversato e che hanno disturbato e ferito i vostri affetti familiari, possono aiutarci tutti a considerare la vita come un dono mai scontato, come una responsabilità mai conclusa, come un poter ricominciare il percorso dell’esistenza per la promessa che esso rappresenta (...).
« (...) In questo ci siamo irrigiditi su una visione molto formale delle situazioni familiari a cui eravate pervenuti. Abbiamo sbagliato a non considerare altrettanto la situazione personale, i sogni che avevate alimentato, la vostra vocazione alla vita coniugale con i progetti di vita che comportava, seppure incorsi in vicende familiari travagliate, dove tanti fattori possono essere stati decisivi ad ostacolare tutto questo. È proprio in queste situazioni complesse che la responsabilità personale ha bisogno di essere sostenuta e aiutata proprio nelle sue fragilità.
A chi tra voi si è scoraggiato e ha lasciato le nostre comunità parrocchiali, siamo qui per confidarvi che ci mancate e che sentiamo di aver bisogno di voi e della vostra testimonianza di vita. Siamo consapevoli che le vicende travagliate, che avete attraversato e che hanno disturbato e ferito i vostri affetti familiari, possono aiutarci tutti a considerare la vita come un dono mai scontato, come una responsabilità mai conclusa, come un poter ricominciare il percorso dell’esistenza per la promessa che esso rappresenta (...).
https://www.amicodelpopolo.it/2019/11/22/lettera-del-vescovo-ai-coniugi-separati-e-divorziati/



«Chi mi conosce bene sa che da adolescente fui cristiano, e parecchio convinto. Tra i 14 e i 15 anni frequentai addirittura Comunione e Liberazione (all’epoca molto più spirito che affari). In quegli anni imparai a suonare la chitarra e tra i cantautori frequentati, oltre a De André, Guccini e soci, c’era anche il compianto Claudio Chieffo. Molte sue canzoni venivano cantate (e suppongo succeda tuttora) nelle chiese, negli oratori, oltre che nei raduni ciellini. Io ne imparai parecchie, verso la fine dei ‘70. Alcune erano bellissime, e dopo 40 anni mi ritrovo a ricantarle – nonostante il mio ateismo d’acciaio, che certo non mi fa rinnegare quel che fui all’epoca; e nonostante i nostri popoli e le nostre liberazioni abbiano preso strade molto diverse. Ma diversissime sono le acque che confluiscono nei fiumi che noi siamo, e tra la sorgente e la foce può succedere di tutto.
In questo video, il mio piccolo omaggio a Chieffo, con un mix delle mie canzoni preferite».
Mario Domina, su FB 191120


«Comincerei con la definizione di questa parola "eccesso", che può avere anche altri sinonimi; per esempio invece di dire eccesso, eccessivo, potrei dire ciò che è esagerato, ciò che è estatico, cioè che è al di là della media, ciò che travalica, supera l'ordinario tran tran delle cose, quello per cui vado in un negozio e tanto pago tanto ricevo; questa è la vita ordinaria, lo scambio do ut des. Qui invece si tratta del dare in perdita, del dare in gratuità; si tratta di qualcosa di eccedente, di uno squilibrio dell'esistenza; si tratta di qualcosa che esce dai binari ordinari della vita quotidiana in cui uno cerca di mantenere sempre l'uguaglianza. Il tema non è facile, ma è nodale».
Carlo Maria Martini, Maria Maddalena, 99

Come si impara uno stile di vita
di Enzo Bianchi
De Buffon si pose la domanda: «Che cos'è lo stile?», e cercò di rispondervi nel 1753 con una locuzione sintetica: «Lo stile è l'uomo stesso».
Per Schopenhauer «lo stile è la fisionomia dello spirito» e Oscar Wilde affermava: «Non c'è arte dove non c'è stile».
Sì, lo stile è l'uomo stesso, l'uomo reale, corpo e spirito, razionalità e sentimento. Se non c'è stile, dominano il caos o il vuoto! Lo stile dà alla persona un'aura che dipende dalla sua intimità, dalla sua vita interiore, ma si manifesta nel suo parlare, nei suoi gesti, nel suo relazionarsi con le cose e con gli altri, a partire dal mangiare, atto sempre umanizzato e umanizzante, contro ogni depredazione e ogni consumismo. Lo stile così esercitato si rifrange sul tacere, sul toccare, sul guardare, sul sentire il mondo... Assumere uno stile abbisogna di vigilanza e di molto tempo: occorre vigilare su di sé, avere cura del corpo così come della vita interiore, esercitarsi sempre nella responsabilità verso l'altro. Lo stile non può essere episodico, ma deve diventare un habitus, una postura.
Lo stile - oso dire - è l'epifania della passione di un uomo; è l'epifania della sua cella più segreta, il cuore; è il chiarore emanato dal fuoco che ognuno fa ardere in sé. Sono poche le persone che arrivano ad avere un loro stile di vita, ma quando le si incontra si sente in loro un'autorevolezza, un'affidabilità, un'attrazione, e quindi si è spinti a cercarle, a incontrarle, ad ascoltarle, addirittura al solo vederle: certe persone hanno uno stile così eloquente che basta vederle! Questo discorso sullo stile andrebbe particolarmente indirizzato ai giovani, avvertendoli che il loro slancio giovanile, la forza insita in questa stagione della loro vita, deve accogliere e discernere convinzioni di fondo, modi di stare al mondo che rendano la loro vita sensata, al riparo da ogni attacco nichilista. Se avviene in loro questa acquisizione di stile, anche nei gesti più quotidiani, allora nella vita sapranno lottare contro il degrado, la negligenza, la barbarie.
in "la Repubblica" del 11 novembre 2019

Avevo sempre pensato che il narcisismo non andasse molto d'accordo con lo spirito evangelico...
e invece devo ricredermi: si è apprezzati e si ha successo... anche in campo ecclesiastico!
don Chisciotte Mc 191116

«Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta».
Mi meraviglio di quanto ancora si sia attaccati morbosamente
a questi mattoni, a queste "cose", a questa stessa vita.
don Chisciotte Mc 191115

Quando finirò
- se finirò -
di dire le cose più belle
che scopro nelle persone e nel creato,
allora
comincerò a dire
quelle un po' meno belle.
don Chisciotte Mc 191111

Non è l'oggi che è sbagliato.
Semmai il passato
- che avrebbe dovuto gettare un ponte tra il Vangelo e l'oggi -
non ha fatto del tutto il suo dovere.
don Chisciotte Mc, 191114

«Dimmi cosa pensi degli altri e ti dirò chi sei».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 187

Intimità: piccolo viaggio nei misteri del mondo
di Nunzio Galantino
«"A volte succedono cose strane, un incontro,/un sospiro, un alito di vento che suggerisce/nuove avventure della mente e del cuore./ Il resto arriva da solo, nell'intimità dei misteri del mondo". A pochi giorni dall'anniversario di morte di Alda Merini, affido a lei il compito di introdurci nella parola intimità, tanto vicina, ma anche diversa dalla parola interiorità. La parola intimità deriva dal latino intimus («il più dentro possibile»), superlativo assoluto di internus («ciò che è dentro»), mentre interior (più dentro di qualcos'altro) ne è il comparativo.
Evocando l'"intimità dei misteri del mondo", la Poetessa dei Navigli ci spinge ad andare decisamente oltre il comune uso che si fa della parola intimità, ridotta spesso all'intesa fisica tra due persone fino a una eccitante prossimità erotica. L' «intimità dei misteri del mondo», ci introduce a tutto ciò che, non solo a livello personale, va al di là del visibile, del prevedibile e, talvolta, anche del comunicabile. Non per questo l'intimità è lontananza dal frastuono e dalle aggressioni del mondo; né è una sorta di messa al riparo da irruzioni dall'esterno che rischiano di mettere a nudo le mie fragilità e i miei limiti. Nell'intimità è in gioco invece proprio la disponibilità ad aprire un varco attraverso il quale permetto ad altro/i di gettare uno sguardo in quello che, parafrasando Sant'Agostino, possiamo chiamare interior intimo meo, abitato anche da limiti e fragilità. Senza percepirne il disagio (...)».
in "Il Sole 24 Ore " del 10 novembre 2019

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3514&fbclid=IwAR2XCQ0GAwj7-SHgLcVuH-M9-R_HI7HYDY0vgV6k55FMMlKAODCSeiXGjU0
Quando un prete 'carismatico' cambia parrocchia e la chiesa si svuota, arriva il momento in cui i laici si rimboccano le maniche...

«(...) in questo nostro tempo il presbiterio deve intensificare la sua unità allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo (Ef 4,12-13).
Perciò io incoraggio tutto il clero, presbiteri e diaconi, a collaborare all'opera comune per il bene della comunità cristiana e della sua unità. Abbiamo da compiere un'opera comune: è più importante il servizio all'unità che l'esibizione della originalità; i trasferimenti dei preti devono essere testimonianza di continuità lungo le linee diocesane, non devono essere cambiamenti radicali che sembrano intenzionati a cancellare la storia e a sconcertare la gente; nessuno deve decidere come se fosse padrone in una comunità, tutti coloro che sono chiamati al ministero sono collaboratori dell'unico vescovo per l'opera comune e l'opera comune è frutto di un procedere sinodale; non siamo chiamati a essere fotocopie, ma dobbiamo mettere tutte le nostre doti singolari a servizio di un'opera condivisa; le proposte diocesane e il calendario diocesano devono essere un punto di riferimento per le proposte parrocchiali e il calendario parrocchiale non solo un articolo al supermercato delle devozioni dove ognuno sceglie quello che più gli piace; il clero deve servire le persone, non farsi servire, i preti devono aiutare le persone a sentirsi pietre vive dell' unica Chiesa, non a occupare incarichi perché amici del prete e perciò maldisposti a collaborare con un altro prete.
Il vescovo senza il clero non può fare niente, tanto meno un vescovo come me. Ma un presbiterio unito, non uniforme, un clero che coltiva rapporti fraterni e non solo amicizie selettive, un clero che vive l'obbedienza non come una zavorra o un fastidio, ma come la fierezza e la gioia di collaborare all'edificazione della Chiesa è un clero che offre nel suo complesso l'immagine del buon Pastore, che manifesta le premure del Signore perché si conservi l'unità dello spirito con il vincolo della pace. (...)».
arcivescovo Mario Delpini, 4 novembre 2019

(...) «Il modello ecclesiale del Vaticano II non è mai stato veramente attuato, e lo sbandierato sacerdozio comune dei fedeli è rimasto di fatto solo un concetto. Ciò anche perché, lo stesso concilio, sceglie di leggere il sacerdote essenzialmente come “persona Christi”, cioè ri-presentatore reale di Cristo alla comunità, mettendo in ombra totalmente il suo essere “persona “Ecclesiae”, cioè ri-presentatore reale della comunità di fronte a Cristo. E’ evidente che lui è entrambe le cose, ma spostare l’accento sulla prima non favorisce la valorizzazione della comunità come insieme di battezzati che hanno tutti un sacerdozio comune da vivere.
Anche la riforma liturgica del concilio, che ha posto il prete dall’altra parte dell’altare, “in front of” assemblea, è stata inesorabilmente concausa della separazione tra sacerdote e comunità. Con ciò non vorrei ritornare alla messa tridentina, ma se non cambia il contesto ecclesiale e la dinamica di fondo dei rapporti di potere nella Chiesa, probi viri ordinati e donne prete non sono la soluzione.
Metto lì una provocazione. Come hanno fatto i cattolici giapponesi tra il 1641 e il 1843, durante la fase del “paese blindato” in cui nessun prete aveva potuto restare presente? Come fu possibile che nel 1850, i primi missionari gesuiti ammessi in Giappone trovarono, con loro grande sorpresa, gruppi di cattolici che avevano mantenuto la fede con la bibbia e il battesimo? Mancava la pienezza della Chiesa, perché senza eucarestia, e senza vescovi, ma la fede era rimasta viva. Oggi, temo, a volte ci troviamo nella situazione ecclesiale opposta: abbiamo la pienezza della Chiesa con eucarestia e vescovo, ma la fede dei fedeli latita fino quasi a spegnersi.
La situazione amazzonica assomiglia a quella giapponese? Non lo so. Di certo, però, so che cercare di trasferire in amazzonia il modello pastorale europeo non porterà da nessuna parte.
La questione della ordinazione dei probi viri (e delle donne) va posta non per mancanza di preti, ma per ristrutturazione del ruolo del sacerdote, rispetto ai laici e alla comunità tutta. Possiamo continuare a ritenere sensato lo spostamento di un prete da una parrocchia all’altra? O non è forse meglio immaginare che ogni comunità parrocchiale trovi al suo interno chi possa ricoprire questo ruolo, come era all’origine del cristianesimo? (...)».
Gilberto Borghi, 25.10.2019
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3513&fbclid=IwAR1Nlvly92cR99zLMj26s1N5OsVGYU7Pcd_py-ARxIZ6vmnyQTBFuPoP4p4

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/verso-la-nuova-edizione-del-messale-ambrosiano-292109.html

Fuori dal tempo, fuori dal mondo
- Vengono recepiti i nuovi titolini a partire dal "nuovo" (problematico) Lezionario, quello di 10 anni fa.
- Vengono ricomposti alcuni pochi formulari.
- Integrate le liturgie dei santi e beati "nuovi"... cioé degli ultimi 30 anni.
- 18 anni per vedere la edizione italiana del testo della terza edizione latina.
- Tre frasi cambiate.
- "Fratelli e sorelle"... si potrà ufficialmente dire.
- Saranno inserite le cosidette «preghiere eucaristiche svizzere» (composte negli anni '80).
- "Non praticabile, almeno per il momento, la via di una nuova versione integrale dei canti, delle preghiere e dei prefazi e ha preso la decisione di mantenere inalterato il testo in uso".
- Il tutto forse per la fine del 2021.

* Nel 2009 usciva l'Iphone 3GS e oggi vendono l'Iphone 11; nel giugno 2010 era sul mercato il Galaxy S e tra qualche settimana uscirà il Galaxy S11.
* E' già uscita l'edizione 2020 dello Zanichelli, dopo che ne è uscita una edizione nel 2019, nel 2018, nel 2017, nel 2016...
* Poco più di un mese fa i ragazzi hanno cominciato a giocare a FIFA 20, mentre 10 anni fa la cover di FIFA 10 riportava tre volti di calciatori oggi ormai sconosciuti.
* In quel tempo il presidente degli USA era Obama e in Italia c'era il quarto governo Berlusconi.
* Facebook è arrivato in Italia nel maggio 2008, Whatsapp nel 2009 e Instagram nel 2010.

Noi prima o poi ci arriveremo sul pianeta Terra. Per ora suscitiamo sì e no mezzi sorrisetti, ironici o tristi.
don Chisciotte Mc, 4 novembre 2019 

«Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati mapparono i fori di proiettile negli aerei colpiti dalla contraerea nazista.
La deduzione logica degli ingegneri e dei costruttori fu quella di rinforzare le aree maggiormente colpite, al fine di blindare ulteriormente i velivoli, dando loro maggiore resistenza al fuoco nemico.
Un matematico, di nome Abraham Wald, giunse però a tutt'altra conclusione:i puntini rossi, che vediamo nell'immagine, rappresentano solo i danni subiti dagli aerei che tornarono alla base, e non di quelli abbattuti.
Secondo lo studioso infatti, le aree che dovevano esser rinforzate erano quelle in cui non c'erano puntini rossi, poiché se fossero state colpite l'aereo e il suo pilota non avrebbero più fatto ritorno a casa.
Questo fenomeno si chiama "Pregiudizio di Sopravvivenza". Avviene quando guardiamo le cose che sono sopravvissute quando invece dovremmo concentrarci su quelle che non ce l'hanno fatta».
Paolo Acciai, su FB 31.10.2019

«Sei disposto a far passare l'uomo PRIMA di ogni altra cosa?».
Alessandro Pronzato, I vangeli scomodi, 118

«Il 31 dicembre 2017 i cattolici sparsi in tutte le aree del mondo erano 1.313.278.000, registrando un aumento complessivo, rispetto l’anno precedente, di 14.219.000 fedeli. Numeri che devono essere paragonati alla popolazione mondiale, come è stato fatto nel grafico sotto. In totale sono 7.408.374.000 le persone nel mondo,  56.085.000 in più rispetto al 2016.
Stringendo il focus su ciascun continente: in Africa il numero di cattolici ha registrato l’incremento maggiore, pari a +33.572.000. Seguono l’Asia con 11.975.000 fedeli in più, l’America (+8.738.000), poi l’Europa (+1.059.000) e l’Oceania chiude con soli 741mila fedeli in più rispetto l’anno precedente. In termini percentuali le persone che professano fede cattolica pesano per il 17,73% sulla popolazione mondiale. La crescita registrata è dello 0,06%, che colma lo 0,05% di segno negativo dell’anno precedente. (...)
Il numero dei sacerdoti cattolici nel mondo, invece, continua a diminuire, fino a quota 414.582, segnando un -387 in termini assoluti. La diminuzione più consistente si registra in Europa, dove ci sono 2.946 preti in meno, segue l’Oceania con un -97.  Africa (+1.192), America (+40) e Asia (+1.424) registrano, invece, degli aumenti» (...).
https://www.truenumbers.it/chiesa-cattolica/

«Sono questi i miracoli più grandi di Gesù. Riconsegnarci, normali, gli esclusi, i condannati. I pubblicani, la Samaritana, le peccatrici, Zaccheo, l’adultera, i ladri.
Avevamo accettato, come un fatto normale, la loro condanna, la loro perdita.
Cristo, invece, ce li restituisce normali. Come noi».
Alessandro Pronzato, I vangeli scomodi, 115

 [...] "Disse poi una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai". Questi "sempre" e "mai", parole infinite e definitive, sembrano una missione impossibile. Eppure qualcuno c'è riuscito: «Alla fine della sua vita frate Francesco non pregava più, era diventato preghiera» (Tommaso da Celano).
Ma come è possibile lavorare, incontrare, studiare, mangiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Dobbiamo capire: pregare non significa dire preghiere; pregare sempre non vuol dire ripetere formule senza smettere mai. Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa...» (Mt 6,7). Un maestro spirituale dei monaci antichi, Evagrio il Pontico, ci assicura: «Non compiacerti nel numero dei salmi che hai recitato: esso getta un velo sul tuo cuore. Vale di più una sola parola nell'intimità, che mille stando lontano».
Intimità: pregare alle volte è solo sentire una voce misteriosa che ci sussurra all'orecchio: "Io ti amo, io ti amo, io ti amo". E tentare di rispondere.
Pregare è come voler bene, c'è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai. Basta solo che ne evochi il nome e il volto, e da te qualcosa si mette in viaggio verso quella persona. Così è con Dio: pensi a lui, lo chiami, e da te qualcosa si mette in viaggio all'indirizzo dell'eterno: «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre» (sant'Agostino). Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera, non occorre star sempre a pensarci. La donna incinta, anche se non pensa in continuazione alla creatura che vive in lei, diventa sempre più madre a ogni battito del cuore.
Il Vangelo ci porta poi a scuola di preghiera da una vedova, una bella figura di donna, forte e dignitosa, anonima e indimenticabile, indomita davanti al sopruso. «C'era un giudice corrotto. E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!». Una donna che non si arrende ci rivela che la preghiera è un no gridato al «così vanno le cose», è il primo vagito di una storia neonata: la preghiera cambia il mondo cambiandoci il cuore. Qui Dio non è rappresentato dal giudice della parabola, lo incontriamo invece nella povera vedova, che è carne di Dio in cui grida la fame di giustizia.
Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere! Alla fine pregare è facile come respirare. «Respirate sempre Cristo», ultima perla dell'abate Antonio ai suoi monaci, perché è attorno a noi. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Allora la preghiera è facile come il respiro, semplice e vitale come respirare l'aria stessa di Dio.
Ermes Ronchi
grazie a Giampaolo Martinelli per la foto del 191019
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/come-e-possibile-pregare-sempre?fbclid=IwAR170FyKHvJYc4t9T6oerEKdhp-QmgIg5hBj9D76PW9fAhVFaszhl4oxpxE

«Il segno grafico dell’interrogazione è già eloquente col suo ricciolo che sembra artigliare la mente del lettore: segno ben più complesso dell’esclamativo con la sua linea retta che si impone in modo imperativo. Già lo stesso lessico mostra le varie iridescenze dell’atto di domandare: chiedere, ma anche interpellare, cercare, postulare, consultare e persino indagare e scrutare. Sui banchi del liceo di un tempo si imparava la distinzione latina tra il quaerere, un «domandare» per sapere, e il petere, un «chiedere» per ottenere. L’implacabile sequenza dei «perché?» del bambino rivela che il desiderio di sapere, capire, scoprire è strutturale alla natura umana, prima che sia sterilizzato dalla banalità delle risposte stereotipate o dai giochi elettronici».
Gianfranco Ravasi, Il Sole 24ore, 20.10.2019

«Può accadere, certe mattine, che mentre ascolti le notizie della rassegna stampa ti ritrovi in lacrime, quasi senza accorgertene, nonostante il sole s'affacci alla tua finestra. Ma non c'è luce che tenga, se senti parlare di una chat intitolata "shoah party" frequentata da adolescenti o se ascolti la testimonianza di una guardia costiera di fronte ai corpi annegati dei profughi, tra cui bambini, in fondo al mare di Lampedusa. Puoi anche distogliere lo sguardo, tornare a quel sole che illuminerà moltitudini di cose belle che stanno accadendo proprio ora sul pianeta - ma la sensazione di impotenza e di solitudine non se ne andrà, le lacrime faranno fatica ad asciugarsi».
Mario Domina, 191017

«Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia.
Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole,
l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri;
chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano,
chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze,
chi non si rassegna alle ingiustizie.
Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio».
don Luigi Ciotti

«II voto consultivo dei laici non può essere equivocato (...) come semplice "aiuto" prestato ai ministri ordinati. La funzione del sacerdozio comune e del "sensus fidei" non è quella di aiutare il sacerdozio ministeriale, ma di esprimere la propria testimonianza e la propria opinione sulla fede e sulla disciplina ecclesiale».
Eugenio Corecco, canonista, vescovo, 1990

«Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Gesù sta pensando ai suoi correligionari: credenti in Dio, ma incapaci di accogliere la novità della sua persona.
Non lo accolgono perché non lo ascoltano. Non lo ascoltano perché non lo accolgono.
Qualche gesto di testimonianza verso questi correligionari ci vuole!
don Chisciotte Mc 191023

Vanamente ho cercato sul sito della diocesi qualche report dell'andamento delle elezioni per il rinnovo dei consigli pastorali: affluenze, percentuali, novità, regressioni...
Non vi è traccia.
Una fonte autorevole mi ha detto che una percentuale significativa delle parrocchie (più del 30%) non ha svolto le elezioni, perché non si sono trovati i candidati. E quindi si procederà esclusivamente per nomina da parte dei parroci.
Non è chi non veda che bisognerebbe interrogarsi come mai a distanza di 50 anni dal Concilio questi strumenti "non funzionino".
 Io sono certo che questa riflessione non ci sarà, ma ho qualche idea (già espressa nelle sedi opportune) su alcune responsabilità di questa situazione.
E intanto - proprio in questi giorni - è riunito il Consiglio presbiterale con un titolo altisonante, ma vuoto...
don Chisciotte Mc 191021

Fonti autorevoli mi dicono che - per la Chiesa - gli snodi più importanti e quelli ancora più ostici da risolvere sono la liturgia e la formazione dei preti (cioè il seminario).
Anni fa avevo detto questa cosa (e certamente non ero e non sono il solo)... e infatti sono stato allontanato (senza dirmi per quale ragione).
Ma il problema resta!
don Chisciotte Mc 191020

«Non c'è giorno che non mi chieda se val la pena essersi risvegliati (e dunque esser nati): scruto il cielo ansioso, in cerca di segni.
E non c'è notte, per quanto buia, che non venga trapuntata da una cazzo di stella: luce debolissima e tremolante, a smentire la nera insensatezza di quel cielo».
Mario Domina - 191019

«Dal Vaticano II abbiamo ricevuto in dono la collegialità»
di Paola Panzani
«Il Concilio Vaticano II è un enorme tesoro che ci è stato donato: uno scrigno colmo di doni tra cui il valore della collegialità. Lo hanno scoperto da subito i Padri conciliari perché non era affatto scontato che sapessero stare insieme, che imparassero un metodo di lavoro e che riuscissero a dare forma concreta alla loro collegialità. Non è un caso che uno dei frutti del Concilio siano stati proprio gli organismi di partecipazione: Consigli pastorali parrocchiali, diocesani, per gli affari economici.
Al numero 12 della Lumen gentium si dice: «Tutti i battezzati sono profeti, hanno uno spirito di profezia e tutti hanno il sensus fidei, cioè una capacità di penetrare il senso spirituale della Parola e di interpretare l’azione dello Spirito, i disegni di Dio all’interno della storia». In altre parole tutta la comunità è chiamata a costruire una fraternità evangelica e a farsi carico della fede degli altri, della fede dei fratelli anche attraverso questi strumenti di partecipazione.
L’esperienza dei Consigli pastorali rimanda, tuttavia, spesso a un’immagine in cui è evidente il divario tra ideale (tutti i battezzati sono corresponsabili e devono farsi carico della missione evangelizzatrice della Chiesa) e realtà spesso insoddisfacente e ben lontana dalle aspettative. Possiamo trovarne la causa

« 2.2.2 La Chiesa dalle genti è una Chiesa dove non basta “fare per” ma dove diviene essenziale apprendere a “fare con”; non basta “fare” tante opere a favore dei migranti, quanto piuttosto imparare ad “essere” con loro, costruendo una nuova soggettività, frutto del riconoscimento reciproco e della stima vicendevole. La Chiesa si è sperimentata nella sua verità di fondo, popolo in cammino, desideroso di rinnovarsi per dire in forma credibile i significati elementari che danno senso e sapore al vivere: la bellezza di uscire da sé, l’importanza dell’incontro, la libertà di vivere il Vangelo, la gioia di aprirsi al dono, la responsabilità di portare i pesi delle fragilità proprie e altrui» (dal Documento finale del Sinodo "Chiesa dalle genti").


Nino Fezza fotoreporter, su Facebook

L’intolleranza in sala d’attesa 
di Concita De Gregorio e Maria Batticore 
«Eseguo annualmente controlli medici per una brutta, bruttissima, malattia avuta da ragazza. In principio erano controlli settimanali, poi per fortuna, con il tempo, si sono diradati sempre di più. L’ospedale è rimasto comunque la mia seconda casa, un luogo in cui mi sento a mio agio, in cui mi sento protetta. Nutro un profondo rispetto per i pazienti e gli accompagnatori nelle sale d’attesa degli ospedali; corridoi e stanze silenziose, sguardi schivi. 
Queste attese sono diverse dalle altre; rievocano velocemente demoni sopiti e dolori del passato che fanno a pugni con pensieri razionali, la fiducia nella ricerca o semplicemente la speranza. L’altro giorno ad aspettare eravamo in 5, tutte donne, il silenzio è rotto da una discussione dal tono un po’ alterato tra una signora con accento dell’est e l’operatrice all’accettazione. Sembra che la signora si fosse presentata ad una visita che però in precedenza aveva cancellato; questo secondo quanto diceva l’operatrice. Secondo la paziente, invece, la visita non era mai stata cancellata. La signora fa presente che non si sarebbe mai sognata di annullare l’appuntamento che le era stato dato, anche perché per essere presente aveva dovuto prendere una giornata di ferie dal lavoro. Mi colpisce da subito il tono un po’ aggressivo e accusatorio dell’operatrice all’accettazione, per intenderci: se si fosse rivolta a me in quel modo, avrei chiesto prima di tutto di moderare i toni. Ma la cosa che mi lascia davvero esterrefatta è che quando la signora viene invitata in un ufficetto per chiarire la questione, dal niente esplode in sala d’attesa un chiacchiericcio non solo ingiustificato, ma terrificante: "Vengono a casa nostra e pretendono di avere anche ragione!", dice una ad alta voce e un’altra ribatte : "E ci sono anche quelli che ce li vogliono!". E aggiunge la terza: "Che poi se ti rubano in casa non puoi neanche sparargli!". Sono rimasta in silenzio, scombussolata dalla valanga di considerazioni inopportune e terribili vomitate in pochi secondi, non ho voluto rispondere temendo di aizzare ancora più insofferenza, ma dopo me ne sono terribilmente vergognata. Eppure credevo che almeno nelle sale d’attesa degli ospedali vigesse una tacita solidarietà e che la cosa più importante, a prescindere da chi può aver commesso l’errore (può capitare davvero a chiunque), sia magari, trovare una rapida soluzione». 
Maria Batticore , 36 anni, napoletana trapiantata a Siena, due lauree, da tempo in cura
in “la Repubblica” del 6 ottobre 2019

Incompiutezza 
di José Tolentino Mendonça 
Credo che nella nostra vita si registra un momento di svolta quando guardiamo all’incompiutezza in un’altra maniera, non soltanto come a un indicatore o sintomo di mancanza, ma come a una condizione inderogabile del nostro essere. E così ci rendiamo capaci di vivervi assieme in pace. 
L’avventura di essere non è altro che abitare, in tensione creativa, la propria incompiutezza e quella del mondo. È vero che a tal fine dobbiamo imparare ad abbracciare il vocabolario della vulnerabilità. Ciò comporta un esercizio di distacco e di povertà interiore. Accettare di non conseguire tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Accettare che il punto cui siamo arrivati è ancora una versione provvisoria, una versione da rivedere, piena di imperfezioni. Accettare che ci mancano le forze, che c’è una freschezza di pensiero che non otteniamo meccanicamente con il solo insistere. 
Accettare, probabilmente, che domani dovremo ripartire da zero, e per l’ennesima volta. Ma questa riconciliazione con l’incompiutezza ci apre anche all’esperienza della reciprocità, forse come non l’avevamo ancora vissuta. La vita di ciascuno di noi non basta a se stessa: avremo sempre bisogno dello sguardo altrui, che è uno sguardo altro, che ci osserva da un’altra angolazione, con un’altra prospettiva e un’altra disposizione d’animo. Il senso della vita non si risolve individualmente. Il suo vero significato lo si raggiunge nell’incontro, nella condivisione e nel dono. 
in “Avvenire” dell'8 giugno 2019 

Grazie, Walter Kostner!

«Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli. E anche con occhi di missionari, perché l’amore che lo Spirito Santo ha posto in noi ci spinge all’annuncio di Gesù Cristo; un annuncio — lo sappiamo tutti — che non va confuso con il proselitismo. Noi cerchiamo di affrontare la realtà dell’Amazzonia con questo cuore pastorale, con occhi di discepoli e di missionari, perché quello che ci preme è l’annuncio del Signore. E inoltre ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità. E noi ci avviciniamo estranei a colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le specificità dei popoli. Le colonizzazioni ideologiche oggi sono molto diffuse. E ci avviciniamo senza ansia imprenditoriale di proporre loro programmi preconfezionati, di “disciplinare” i popoli amazzonici, di disciplinare la loro storia, la loro cultura; ossia quest’ansia di “addomesticare” i popoli originari. Quando la Chiesa si è dimenticata di questo, cioè di come deve avvicinarsi a un popolo, non si è inculturata; è arrivata addirittura a disprezzare certi popoli. E quanti fallimenti di cui oggi ci rammarichiamo».
papa Francesco, 7.10.2019

(...) "“Un'altra sera a Rogoredo. Quanto malessere in giro anche oggi... Qualcuno cercava riposo arrotolato in una coperta sulla banchina, tanti hanno chiesto ristoro al nostro punto di distribuzione viveri. Ma stasera c'era qualcosa di più. Al boschetto la roba non c’era. Un via vai infinito di persone in continua ricerca di qualsiasi indizio, voce, indicazione che potesse far trovare qualche pusher. Abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza per Alessio che in piena crisi di astinenza, mi ha chiesto disperatamente di farlo. E dopo di lui ne ha avuto bisogno anche un altro ragazzo... freddo, crampi allo stomaco e voglia di morire... Dobbiamo davvero preoccuparci se queste persone non vengono sostenute, accompagnate... prese in carico... È assurdo solo pensarlo ma... senza sostanze che succederà?”
Che succede senza le sostanze? "Pensate al gioco del biliardo. Con il primo tiro si spacca il triangolo di palle. Con le due retate della scorsa settimana abbiamo tirati una fucilata su Rogoredo creando un fenomeno di dispersione incontrollata ovunque. Un nuovo presidio delle droga, per esempio, l’abbiamo registrato nei pressi della stazione della metropolitana Porto di Mare.
I prezzi delle droga sono schizzati. Per l’eroina parliamo di 25 euro al grammo. Molto di più rispetto a prima, dove con due euro recuperavi una microdose. Il consumatore, il tossico, è solo l’ultimo anello della catena: non riesce a drogarsi, sta male, va in astinenza e sono necessari gli interventi ospedalieri. Le persone con questo tipo di vissuto, con questo dolore dentro, sentono di non farcela".
In che senso? "Sono rassegnati davanti all’assenza di sostanze e tanto è il dolore che chiedono di chiudere gli occhi per sempre. Sono persone che hanno perso tutto e se tu non gli riconosci neanche un briciolo di dignità, per loro il pensiero della morte, quello di “lasciarsi andare”, torna sempre più" prepotente. (continua) http://www.vita.it/it/interview/2019/10/08/boschetto-di-rogoredo-che-succede-se-resta-senza-droga/280/

«Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà». 
La polarizzazione dei sentimenti ha favorito nell’ultimo anno il consolidarsi e il rafforzarsi della cultura del dono, una cultura che va portata nelle scuole per radicarla nelle nuove generazioni. «Dobbiamo promuovere la cultura del dono per incrementare il tasso di fiducia sul futuro nel nostro Paese». 
Ma come può essere successo che, dopo un declino ultradecennale e che sembrava irreversibile, quest’anno il Rapporto ha registrato una seppur lieve inversione di tendenza nel numero delle persone che effettuano donazioni? Una risposta l’ha tentata Paolo Anselmi, vice presidente del centro di ricerca Gfk. «Nel 2005 arrivammo ad avere il 33% della popolazione italiana formata da donatori, con il picco registrato dopo lo tsunami del 2004. Si è scesi poi fino al 18% nel 2017, perdendo 6-7 milioni di donatori. Il fenomeno fu messo in relazione generalmente alla crisi economica. Ma cosa è accaduto nell’ultimo anno da riuscire a fermare il declino? Io propendo per l’ipotesi della polarizzazione culturale. Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà», ha detto Anselmi. 
«I donatori hanno una posizione positiva sul futuro. Inoltre un atteggiamento non ideologico è più orientato al fare e all’idea che anche il piccolo gesto è positivo. Le persone che donano sono più felici, dichiarano una maggiore soddisfazione nella propria vita». Quest’ultima considerazione è suffragata da alcuni dati statistici: «Nell’ultimo anno si è registrato un calo di 6 punti di coloro (che comunque restano maggioranza) che si dicono preoccupati del futuro, si è arrestato poi il declino della felicità, e ci sono alcuni segnali che vendono valori come l’amicizia e la cultura che tendono a risalire», ha aggiunto Anselmi. 
L’economista Leonardo Becchetti ha detto che «le persone che ricevono devono essere a loro volta soggetto di un dono: il dono è positivo se alimenta a sua volta la capacità di dare».
Valeria Reda, della Doxa, ha raccontato che dal 2015 aumentano le persone «che donano informalmente (come durante la Messa) e con donazioni disintermediate: 4 italiani su 6 hanno fatto nell’ultimo anno almeno una donazione informale».

http://www.vita.it/it/article/2019/10/03/aumenta-la-cultura-del-dono-in-italia-il-motivo-la-polarizzazione-dei-/152845/

"Un’altra questione è la carenza di presbiteri al servizio delle comunità locali sul territorio, con la conseguente mancanza della Eucaristia, almeno domenicale, e di altri sacramenti. Mancano anche preti incaricati, questo significa una pastorale fatta di visite sporadiche anziché di un’adeguata pastorale con presenza quotidiana. Ebbene, la Chiesa vive dell’Eucaristia e l’Eucaristia edifica la Chiesa (S. Giovanni Paolo II). La partecipazione nella celebrazione dell’Eucaristia, almeno la domenica, è fondamentale per lo sviluppo progressivo e pieno delle comunità cristiane e per la vera esperienza della Parola di Dio nella vita delle persone. Sarà necessario definire nuovi cammini per il futuro. Nella fase di ascolto, le comunità indigene hanno chiesto che, pur confermando il grande valore del carisma del celibato nella Chiesa, di fronte all’impellente necessità della maggior parte delle comunità cattoliche in Amazzonia, si apra la strada all'ordinazione sacerdotale degli uomini sposati residenti nelle comunità. Al tempo stesso, di fronte al gran numero di donne che oggi dirigono le comunità in Amazzonia, si riconosca questo servizio e si cerchi di consolidarlo con un ministero adatto alle donne dirigenti di comunità".
Eucaristia in Amazzonia, nelle parole del card. Hummes

«Ha un significato programmatico e dalle conseguenze importanti. Spero che tutte le comunità facciano in modo di porre in atto i mezzi necessari per avanzare nel cammino di una conversione pastorale e missionaria, che non può lasciare le cose come stanno. Ora non ci serve una “semplice amministrazione”. Costituiamoci in tutte le regioni della terra in un “stato permanente di missione”». Non temiamo di intraprendere, con fiducia in Dio e tanto coraggio, «una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione. La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di uscita e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia. Come diceva Giovanni Paolo II ai Vescovi dell’Oceania, “ogni rinnovamento nella Chiesa deve avere la missione come suo scopo per non cadere preda di una specie d’introversione ecclesiale”» (papa Francesco, 22.10.2017).

"Era il 3 ottobre di 6 anni fa quando 368 persone, in maggioranza provenienti dall’Eritrea, morirono a mezzo miglio dalla spiaggia dei Conigli. Il dolore e la memoria dell'isola di Lampedusa nel cuore dell’Europa sono ancora vivi. (...) Oggi 3 ottobre in 30 tra capitali e città europee si organizzano una serie di iniziative per sostenere la petizione che mira a chiedere alle istituzioni dell’Unione europea che ogni 3 Ottobre - giorno di una delle tragedie più penose avvenute nel Mediterraneo centrale nel 2013 - diventi la Giornata europea della Memoria e dell’Accoglienza. (...)
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/3-ottobre-lampedusa-giornata-europea?fbclid=IwAR1EOHooucoQSmL8gso0NpQxqa3nkdOfuDoREoG7s-0i10KAqdTHTHeNzEA


Chiaramente, ogni volta che vai controcorrente impieghi più tempo, energie rispetto ad andare secondo l'onda.
E rischi di più: di non avere una strada bella chiara e larga; di non essere capito; di non fare tutto al top al primo colpo.
don Chisciotte Mc, 190915

«L’ottimismo è un magnete della felicità. Se rimani positivo, le cose buone e le buone persone saranno attratte da te».
Mary Lou Retton

Tv2000, in occasione della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato, trasmette domenica 29 settembre, alle ore 23, il docufilm “Corridoi di vita” sui corridoi umanitari. Un progetto umanitario finanziato dalla Conferenza episcopale italiana che in due anni ha fatto arrivare in Italia – in modo legale e sicuro – cinquecento persone provenienti dai campi profughi dell’Etiopia. È un racconto giornalistico prodotto da Tv2000, che inizia a Lampedusa dove il 3 ottobre del 2013 circa 400 giovani eritrei persero la vita a causa di un naufragio. Proprio per evitare tragedie simili, il 12 gennaio 2017 la Chiesa italiana ha siglato un protocollo d’intesa con il Ministero dell’Interno per “favorire l’arrivo in Italia in modo legale e sicuro di 500 migranti che si trovano in condizione di comprovata vulnerabilità”.
Le telecamere di Tv2000 con l’inviato Vito D’Ettore hanno seguito per due anni le storie di tre rifugiati eritrei: dal campo profughi nel deserto dell’Etiopia fino all’accoglienza nelle diocesi italiane. E poi, l’integrazione: un cammino pieno di speranza e di solidarietà ma talvolta difficile e mai scontato. Persone, non solo migranti come più volte ha ripetuto Papa Francesco.
La prima storia raccontata è quella di Abresh, un rifugiato eritreo cieco dall’età di 5 anni a causa di un’esplosione di una mina. È fuggito a piedi dall’Eritrea a causa della sua fede cristiana. Il regime di Asmara, infatti, è ateo e non prevede una piena libertà di religione. Negli ultimi mesi il regime ha requisito centinaia di scuole e ospedali di ispirazione cattolica. Abresh è arrivato in Italia il 27 giugno scorso grazie ai corridoi umanitari della Chiesa italiana. Adesso studia all’ Università per stranieri di Perugia.
La seconda storia è quella di Nebiat. È fuggita dall’Eritrea, come fanno tanti giovani suoi connazionali, a causa del servizio militare obbligatorio e illimitato. Oggi ha trovato lavoro ad Assisi presso un albergo.
La terza storia ha come protagonista Tesfalem che in Eritrea faceva il veterinario. È fuggito perché considerato non allineato al regime di Asmara. È rimasto nel campo profughi in Etiopia per nove anni e oggi è stato accolto nella diocesi di Terni-Narni-Amelia. Il suo sogno di vedere i suoi cinque figli studiare finalmente è diventato realtà.
https://agensir.it/quotidiano/2019/9/26/giornata-migrante-e-rifugiato-tv2000-domenica-29-settembre-in-onda-il-docufilm-corridoi-di-vita/


«Far vivere l’umanità della liturgia è il compito che ci attende. Una delle acquisizioni di questo Convegno ecclesiale è aver raggiunto la consapevolezza che la realizzazione del nuovo umanesimo in Gesù Cristo non può prescindere dalla natura profondamente umana e autenticamente divina della liturgia. Negli anni che ci stanno davanti sarà più che mai necessario incamminare le comunità cristiane verso la ricerca di una sempre maggiore umanità della loro liturgia, facendo in modo che i credenti assidui come quelli occasionali, attraverso l’umanità del gesto, del linguaggio e dello stile liturgico, facciano esperienza dell’umanità di Dio rivelata da Gesù Cristo.
Dalla lettura delle sintesi mi è venuto spontaneo quanto scritto dal Cardinal Martini: “Se nei vangeli si parla poco o nulla di liturgia, ciò avviene perché essi sono di fatto una liturgia vissuta con Gesù in mezzo ai suoi (…) E’ questa la liturgia dei vangeli: essere attorno a Gesù nella sua vita e nella sua morte (…) Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù tra la gente è un’anticipazione della liturgia e, a sua volta, la liturgia è una continuazione dei vangeli” 1(C.M. Martini, “La liturgia mistica del prete. Omelia nella Messa crismale”, Rivista della Diocesi di Milano 89/4 (1998), pp. 641-648, p. 642).
La liturgia dei vangeli, di cui parla il cardinale Martini, ci indica che sarà sempre più urgente che le nostre liturgie siano capaci di ricreare quel tipo di relazione che Gesù di Nazaret sapeva creare con le persone che incontrava. “La relazione - è stato detto nei gruppi - è lo stile del trasfigurare”. Una relazione che è fatta di gesti semplici, ordinari e insieme straordinari per la carica di umanità che trasmettono. “Occorre ritornare alla stanza al piano superiore” in cui Gesù ha celebrato l’ultima cena lavando i piedi ai discepoli.
L’intera esistenza di Gesù è stata una liturgia ospitale, e anche le nostre liturgie sono chiamate a esserlo oggi più che mai. Per questo, negli anni che ci stanno davanti la santità della liturgia sarà chiamata a declinarsi come santità ospitale; non una santità di distanza ma di prossimità.
Di fronte a tutto questo, le liturgie di domani per essere cammini di prossimità, di misericordia, di tenerezza e di speranza saranno chiamate a diventare spazi di santità ospitale. Liturgie ospitali che sanno andare incontro alle persone fino a portare la fatica di chi fatica a vivere e a credere; che siano consolazione per chi è provato e ferito dalla vita, che siano capaci di dare ragioni per sperare. La cura delle relazioni e la tenerezza nel modo di presentarci, ci facciano sentire compagni di viaggio e amici dei poveri e dei sofferenti. La liturgia che ci attende sarà a immagine del Cristo che proclama: “ Venite a me voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò riposo” (Mt 11,28). Solo così la liturgia della Chiesa sarà all’altezza della Vangelo di Cristo».
(terza consegna dei partecipanti alla quinta via del convegno ecclesiale di Firenze (Trasfigurare) presentata all'assemblea da Goffredo Boselli)

"Il clericalismo è una vera perversione nella Chiesa, pretende che il pastore sia sempre davanti, stabilisce una rotta, e punisce con la scomunica chi si allontana dal gregge. Insomma: è proprio l'opposto di quello che ha fatto Gesù. Il clericalismo condanna, separa, frusta, disprezza il popolo di Dio. Il clericalismo confonde il "servizio" presbiterale con la "potenza" presbiterale. Il clericalismo è ascesa e dominio. In italiano si chiama "arrampicamento'. Il clericalismo ha come diretta conseguenza la rigidità. Non avete mai visto giovani sacerdoti tutti rigidi in tonaca nera e cappello a forma del pianeta Saturno in testa? Dietro a tutto il rigido clericalismo ci sono seri problemi. Una delle dimensioni del clericalismo è la fissazione morale esclusiva sul sesto comandamento".
papa Francesco, parlando ai gesuiti durante il viaggio in Mozambico e Madagascar, settembre 2019 (pubblicato su "Civiltà Cattolica", 25.09.2019)

https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-sovranita-del-popolo-di-dio/?fbclid=IwAR1RoFyl411Z-h1V-8U7769iy2upsCzoESByygSXCZeRpUKpJlJH6CuE3NY


Anch'io ringrazio per il sole, la sua luce e il suo calore, e anche per l'acqua e la terra, coi suoi profumi.
Anch'io ringrazio per le montagne che tolgono il respiro e il mare senza confini.
Ma io ringrazio anche chi ha coltivato le patate e i pomodori.
Io ringrazio chi ha trovato il sistema di far essiccare la pasta e di preparare la pizza.
Io ringrazio chi ha tosato le pecore per farne caldi maglioni e chi ha pensato all'abbigliamento tecnico per lo sport.
Io ringrazio chi ha scavato il primo tronco per farne una canoa e chi ha realizzato il velocipede.
Io ringrazio chi ha inventato il telefono e chi ha inventato il cellulare.
Io ringrazio chi ha progettato e costruito i sentieri, le strade e gli aerei.
Io ringrazio chi mi ha avvolto in fasce, chi ha acceso il camino per scaldarmi e mi ha fatto correre dietro un pallone.
Io ringrazio chi ha scitto i libri e chi mi ha regalato occhi e neuroni per leggerli.
Io ringrazio chi mi ha insegnato le preghiere, chi mi ha fatto innamorare del Vangelo, chi mi ha aperto la mente alla teologia.
Io ringrazio chi mi ha perdonato e chi mi ha guidato a non alzare la voce.
Io ringrazio chi mi ha amato, chi mi ha insegnato ad amare e chi continua a farlo ogni giorno.
Io ringrazio chi mi ha sognato prima che io nascessi; chi mi ha sognato mentre sto vivendo; chi mi sognerà quando non ci sarò più. E chi mi ha offerto motivi per sognare, ieri, oggi e domani.

E con tutto questo io sono stato amato e ho potuto amare... cioé ho vissuto.
E ho vissuto bene, molto bene. E ringrazio.
Possiamo migliorare, addirittura convertirci, affinché tutto questo possa essere offerto a tutti.
Anzitutto, convertiamoci alla gratitudine e alla umiltà.
don Chisciotte Mc, 190924


Diventare cristiani 
di José Tolentino Mendonça 
Paolo ci obbliga a mantenere una distanza critica rispetto al "naturaliter christianus" di cui parlava Tertulliano. No, Paolo non è spontaneamente cristiano, né lo siamo noi. Egli approda al cristianesimo in un drammatico contromano, quando nulla lo faceva prevedere, che comportò un totale ribaltamento del suo destino. Non è a caso che Luca lo descrive «caduto a terra» (At 22,7), colpito da una cecità funzionale (come se dovesse tornare a imparare cosa significhi vedere) e guidato da altri, per mano (At 22,11); o che la sua storia stessa lo rende oggetto di sorpresa e sconcerto: «Colui che una volta ci perseguitava, ora va annunciando la fede che un tempo voleva distruggere» (Gal 1,23), dicevano i cristiani della Giudea. 
Il cristianesimo in Paolo comincia con la necessaria operazione di instaurazione, o di reinstaurazione, del soggetto credente. Così, la lezione di Paolo è che noi non siamo cristiani, ma piuttosto lo diventiamo, e ci obbliga a rompere con il conformismo teologico di un cristianesimo come dato acquisito, che si dà semplicemente per scontato. È vero l’opposto: con Paolo, il credere viene a essere regolato e modellato da un’esperienza di trasformazione. 
Come egli stesso scrive nella Seconda Lettera ai Corinzi: «Noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine» (2Cor 3,18). 
in “Avvenire” del 29 giugno 2019

«Tutte le cose contraddittorie e storte che gli uomini avvertono sono chiamate la schiena di Dio. La sua faccia, invece, dove tutto è armonia, nessun uomo la può vedere» (Martin Buber). (...) In filigrana a questa immagine intravedeva un’emozionante esperienza di Mosè, desideroso di vedere in faccia quel Dio che gli aveva gettato sulle spalle il peso di traghettare un popolo riottoso verso la terra promessa della libertà. La risposta divina era stata glaciale: «Tu non potrai vedere il mio volto perché nessun uomo può vedermi e restare in vita». Gli aveva, però, riservato una concessione: «Ti porrò nella cavità di una rupe e ti coprirò con la mano finché non sarò passato. Poi toglierò la mano e vedrai le mie spalle, ma il mio volto non si può vedere» (Esodo 33,20-23). Nell’originale ebraico l’antropomorfismo è ben più pesante: Dio offre alla vista di Mosè ’aharaj, il «mio posteriore», un dato audace che sarà ritrascritto da Lutero quando affermerà che nel Cristo crocifisso, umiliato all’estremo così da “incarnarsi” al livello più basso dell’umanità mortale, sono esposti i "posteriora Dei"».
tutto l'articolo: https://pierluigipiccini.it/dio-non-neghera-il-suo-volto/
Gianfranco Ravasi, "Il Sole 24ore", 15.09.2019

Nella mia alta idealità, mi domando sempre: perché non potremmo farlo anche noi?!
 

Fare pulizia nei nostri spazi. Letteralmente
di José Tolentino Mendonça
«Una volta udii dalla bocca di un monaco che il modo più rapido di adattarci a una nuova situazione è di prendere una scopa in mano. Raccontava con realismo che nel corso della sua vita tutto gli era costato fatica: arrivare a un nuovo monastero, avviare un nuovo ciclo, una stagione differente, iniziare una nuova tappa del cammino.
Ma che in ciascuno di quei momenti la scopa (nel senso letterale o figurato) gli fu, più di ogni altra cosa, l’indispensabile facilitatrice. Mi soffermai a rifletterci sopra. È un importante apprendistato quello che ci fa preferire la scopa alla sedia, alla cella o allo scettro. Quello della scopa è un registro umile, è vero. E non di rado lascia disarmate tanto le nostre aspettative e le idealizzazioni da cui siamo partiti quanto le ben ordinate disposizioni del protocollo sociale. La conoscenza, però, che essa ci offre è immediata, evidente, concreta, concentrata sul minuscolo, attenta ai dettagli, aderente allo spazio dell’esistenza e al suo ritmo quotidiano. Possiamo conoscere una data realtà in molte maniere, ma non la conosceremo mai in modo così preciso come quando le dedichiamo tutta la nostra cura. È il prendersi cura, in fondo, che consente di conoscere. I piani che noi andiamo ordendo da un punto di vista più teorico o più distanziato – come esige, per esempio, una lettura critica – hanno sicuramente la loro rilevanza e opportunità, ma non possiamo dimenticare che, di per sé, sono solo mappe approssimative. Le idee valgono molto; tuttavia non valgono da sole.
Necessitano di quegli adattamenti che soltanto la prova della loro applicabilità può garantire. Una relazione più piena, più dialogica, più incisiva prende inizio quando, in un gesto minimo come quello di prendere in mano una scopa, passiamo dalla posizione di spettatori a quella di attori. C’è un sapere che ci viene unicamente dalla volontaria dedizione al servizio. In momenti differenti della nostra vita, quando non ci appare chiaro quello che possiamo fare o da dove incominciare, mettiamo allora mano a una scopa.
La scopa ci sporcherà le mani e ci insegnerà così un’infinità di cose alle quali difficilmente avremmo accesso in altro modo». (...)
Avvenire, 17.09.2019

«Questo cammino nasce dal desiderio di Papa Francesco che la Chiesa accompagni i più giovani in un discernimento profondo sul matrimonio – chiosa Ruzza -; l’auspicio è che possa essere una preparazione distinta dal corso prematrimoniale tradizionale per lo spessore kerygmatico e l’approfondimento biblico che il catecumenato per sua natura prevede quale percorso di iniziazione a un sacramento». A febbraio scorso, in occasione della celebrazione per i fidanzati e gli sposi nella basilica di Santa Sabina all’Aventino, proprio nel giorno della memoria liturgica di san Valentino, il cardinale vicario Angelo De Donatis aveva annunciato questo progetto, che aveva spiegato nascere dalle indicazioni contenute nell’esortazione apostolica Amoris laetitia di Papa Francesco.
https://www.romasette.it/un-catecumenato-per-i-fidanzati/

«"Noi cerchiamo un altro Dio, che non meni vanto di questo mondo infelice. Abbiamo bisogno di cambiare Dio per conservarlo, e perché lui conservi noi" (Paolo de Benedetti, Quale Dio?).
I profeti si formano nella zona liminare tra la vita e la morte. È lì che apprendono il loro "mestiere". Sono perennemente in bilico, funamboli tra il già e il non ancora, esposti sul confine fondamentale e decisivo della condizione umana. La Bibbia sa che chi vede Dio muore. Il profeta "vede" Dio, lo ha visto o quantomeno udito nel giorno della sua chiamata. La vocazione profetica è insieme Tabor, Golgota e sepolcro vuoto: si vede Dio, si muore, si risorge.
(...) La religione economico-retributiva è infatti molto più antica e quindi radicata nel cuore individuale e collettivo della religione dell’amore e della grazia. Ecco perché ci servono i profeti. I profeti si mettono accanto a noi. Fanno silenzio, non ci fanno prediche né discorsetti consolatori, ci donano un Dio liberato dalle colpe e dai meriti, tutto grazia e misericordia. Lo fanno con la parola, ma soprattutto col corpo: con un abbraccio lungo e tenace, condividendo un pasto di lacrime e sale, standoci vicini, silenziosi, in quei sabati santi che non finiscono mai.
(...) Nelle grandi crisi e nei dolori insostenibili il profeta si mette accanto a noi e chiede a Dio di mostrarsi buono almeno quanto una madre. Mentre ci insegna le parole di Dio, guarda il meglio degli uomini e lo indica, lo insegna, a Dio. Se la Bibbia, alla fine, ci ha potuto donare l’immagine di Dio che si commuove per il figlio tornato, che si china sulla vittima nella strada per Gerico, è perché i profeti avevano osato chiedere a Dio di scendere dai cieli e di diventare buono almeno quanto le madri. I falsi profeti per difendere Dio condannano gli uomini. I profeti veri sanno invece che l’unico modo per salvare e proteggere veramente Dio è proteggere e salvare veramente gli uomini – soprattutto i figli. I profeti sono gli amici di Dio, hanno una intimità unica con l’assoluto. Sta qui il loro mistero. Questo episodio ci dice che il primo compito dei profeti è usare quella loro intimità divina per salvare i nostri figli.
(...) La parola della preghiera deve arrivare assieme alla parola del corpo».
Luigino Bruni, Avvenire 24 agosto 2019
https://www.avvenire.it/attualita/pagine/luigino-bruni-profezia-storia-12?fbclid=IwAR0kaZvLlVSu672SjnAu0VhK3AjcPlvrYkAbyr68wf9gLMXnRBeRGZcjnA4

«Per favore, non circondatevi di portaborse e yes men. I preti arrampicatori, per favore fuori!». Ai vescovi di nuova nomina papa Francesco indica la parola chiave per il loro ministero: semplicità. Che fa rima con «povertà» e «sobrietà» e che si traduce nella «vicinanza» ai fedeli che non è «retorica».
Bergoglio riceve in Sala Clementina i presuli ordinati nell’ultimo anno che partecipano al corso di formazione promosso dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali. Nel suo discorso il Papa tocca punti nevralgici e non usa mezze misure, come quando ammonisce: «È brutto quando un vescovo abbatte dei ponti, semina odio o sfiducia, fa il contro-vescovo». Non è così lontano dalla realtà vedere infatti prelati mutare volto dopo il titolo ricevuto e diventare superbi e lontani dal popolo. Perciò Francesco indica la «vicinanza» come antidoto a queste tentazioni: «Non bramate di essere confermati da coloro che siete voi a dover confermare», afferma.
«Pur nella nostra povertà, sta a noi che nessuno avverta Dio come lontano, che nessuno prenda Dio a pretesto per alzare muri, abbattere ponti e seminare odio», sottolinea in un altro passaggio del discorso, intervallato da diverse frasi a braccio. «Essere vicini – prosegue - è immedesimarsi col popolo di Dio, condividerne le pene, non disdegnarne le speranze. Essere vicini al popolo è avere fiducia che la grazia che Dio fedelmente vi riversa, e di cui siamo canali anche attraverso le croci che portiamo, è più grande del fango di cui abbiamo paura». «Per favore», domanda il Papa, «non lasciate prevalere i timori per i rischi del ministero, ritraendovi e mantenendo le distanze».
"La Stampa", 12 settembre 2019
https://www.lastampa.it/vatican-insider/it/2019/09/12/news/il-papa-ai-nuovi-vescovi-non-circondatevi-di-portaborse-e-yes-men-1.37452293?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

"Vi è un’espressione estremamente sintetica che Bergoglio ha scritto agli educatori e con la quale possiamo rilanciare a questo punto la nostra azione ecclesiale: «Educare è una delle arti più appassionanti dell’esistenza, e richiede incessantemente che si amplino gli orizzonti». (continua:
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/sette-pilastri-delleducazione-secondo-j-m-bergoglio/?fbclid=IwAR0k4G6WVVJwiBDtEqcH3_uNVyioHPYr3BzhgWHJ5XRyHKGEE3s2agZZQzk

Da quanto tempo lo diciamo?! Meno male che qualche vescovo dice qualcosa di saggio e veramente innovativo (anche se avremmo dovuto capirlo da tempo... da almeno 55 anni!).

Reggio Emilia, 9 settembre 2019 - Come salvare le parrocchie e le piccole chiese di montagna, se continuano a calare i preti? L’idea, in un qualche modo rivoluzionaria, parte da un luogo inaspettato: il pulpito della basilica della Ghiara, nel giorno dell’apertura dell’anno pastorale. E a pronunciarla è il vescovo Massimo Camisasca. « Là dove è possibile, ogni piccola comunità radunata attorno a una chiesa che non può essere servita dalla presenza stabile di un presbitero, possa trovare in un uomo o una donna laici, in una persona consacrata o in un diacono permanente, oppure in lettori, accoliti o ministri straordinari della Santa Comunione, un punto di riferimento stabile per la cura di quella comunità».
https://www.ilrestodelcarlino.it/reggio-emilia/cronaca/chiese-abbandonate-laici-diaconi-1.4773608?fbclid=IwAR3W1J6HMi5uTPdu2oz4-I9tAbcDycOg2tmi0f5S2-mnNFQYkL0YlVA2zDg

Quando - anni fa - sulla radio diocesana è iniziata una rubrica che fosse la prima ad aprire il palinsesto (ore 6.50, prima del giornale radio delle ore 7) si chiamava "Prima di tutto: il Vangelo del giorno" ed era composta dalla lettura del brano evangelico della liturgia della messa del giorno, con un commento di due-tre minuti.
Poi il titolo si è ridotto a: "Prima di tutto". E cominciava con l'almanacco degli appuntamenti diocesani... e alla fine diceva: "Il lezionario ambrosiano oggi prevede...".
Adesso hanno tolto anche "Prima di tutto". Comincia con "Vista Duomo: per inizare bene la giornata". Poi ci sono il santo del giorno, le notizie dal portale della diocesi... infine: "Stiamo per ascoltare - secondo quanto prevede il lezionario ambrosiano - un brano tratto dal vangelo secondo...".
Cosa è prima di tutto?!
don Chisciotte Mc, 190907

«Il Parco della droga di Milano non è solo le siringhe a terra e la sporcizia tutto attorno o le migliaia di euro di droga venduta. Rogoredo sono le persone che ci stiamo dimenticando. Come Elnora che ha partorito il suo bambino in mezzo alle siringhe. Maurizio che pensa di non meritare niente. Didina, che dopo una dose, si è addormentata dentro al bosco e le hanno dato fuoco. Io lì dentro ci ho passato una notte. Ecco quello che ho visto».
di Anna Spena - 8 settembre 2019
http://www.vita.it/it/story/2019/09/07/persone-trasformate-in-bestie-la-mia-notte-tra-gli-scarti-di-rogoredo/296/


«La responsabilità di parroco, vicario, amministratore parrocchiale, responsabile di Comunità pastorale, è impegnativa, ma io voglio alleviare tale carico, riducendolo all’essenziale. Vorrei che, almeno per alcune decisioni, diciate che è il Vescovo che vi chiede alcune scelte, magari un po’ antipatiche».
«Io mi impegno a non proporre scelte pastorali bizzarre».
«Scaricate pure sul Vescovo le scelte impopolari».
Sono parole che mi fanno paura. Sarà certamente una interpretazione parziale ad opera della giornalista...
don Chisciotte Mc, 190906

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/il-trasferimento-sia-tempo-di-grazia-esperienza-spirituale-occasione-di-riflessione-sul-proprio-ministero-258783.html

«Tutta questa retorica del guerriero e dell'eroe che combatte la guerra senza paura [contro il tumore] sia in realtà un modo per esorcizzare qualcosa che ci fa paura. Siamo una società che tende a nascondere la sofferenza. E lo facciamo perché vogliamo nascondere e dimenticare un dato incontrovertibile: l'orizzonte ultimo di ciascuno di noi è la morte. Non importa se si è ricchi o poveri, famosi o sconosciuti, atleti o sedentari. Non voglio fare il menagramo sia chiaro. Il fatto è che noi viviamo nel mito dell'uomo invincibile, nel calcio soprattutto. Ma l'uomo invincibile non esiste. Ci si illude che si possa vivere senza dolore e fatica. Ma non è così e Mihajlovic ce lo ricorda in modo drammatico. Si vede che è sofferente. È un'immagine forte. La retorica ci serve per provare un'ultima fuga di fronte a quell'immagine. Di fronte all'evidente aspetto bisognoso della condizione umana che la malattia fa emergere».
don Tullio Proserpio, 27.08.2019
http://www.vita.it/it/article/2019/08/26/la-retorica-su-mihajlovic-serve-solo-a-nascondere-le-nostre-paure/152460/

(...) «Chiarezza, capacità di sintesi e un sincero sguardo pastorale orientato all’impegno reale di accompagnare e di guidare le persone in difficoltà. Con questo obiettivo i vescovi della Conferenza episcopale marchigiana hanno “tradotto” in un breve sussidio il senso del capitolo VIII di Amoris laetitia. In dieci paginette, più una conclusiva, i presuli marchigiani sono riusciti a spiegare con chiarezza l’essenza del capitolo più discusso dell’Esortazione postsinodale sulla famiglia. E, allo stesso tempo, hanno offerto indicazioni non equivoche sulla prassi pastorale da seguire. Un lavoro davvero efficace, ultimo in ordine cronologico tra quelli realizzati delle Conferenze episcopali regionali per agevolare la comprensione di Amoris laetitia, ma non certo ultimo per chiarezza ed efficacia esplicativa.
Il lavoro dei vescovi delle Marche è tutto fuorché una semplificazione banale, anzi si segnale per lo sforzo ammirevole di rendere agevoli e alla portata di tutti, indicazioni pastorali che qualcuno aveva addirittura valutato come inopportune, sbagliate o addirittura eretiche» (...).
Avvenire, 31 agosto 2019
https://www.avvenire.it/chiesa/pagine/eucaristia-e-divorziati

Fa cadere le braccia ascoltare i commenti al Vangelo del giorno proposti dalla radio diocesana (non solo in questi giorni, ma in generale): manca un metodo di comunicazione (soprattutto sui mass media) e i contenuti (la conoscenza della Bibbia!!) sono proprio fragili. Occasioni mancate.
don Chisciotte Mc 190903

"A ridosso della Giornata nazionale per la custodia del creato che si celebra domenica 1 settembre e in vista del Sinodo del prossimo ottobre, Caritas Italiana pubblica un documento con un focus sull’Amazzonia, il polmone della terra da difendere e salvaguardare. E annuncia la propria scelta di disinvestimento dai combustibili fossili
Si richiama alla Laudato Si’ il messaggio dei vescovi scritto in occasione della Giornata nazionale per la custodia del creato che si celebra il 1° settembre e che si chiude con queste parole: “Lo Spirito creatore guidi ogni uomo e ogni donna ad un'autentica conversione ecologica, secondo la prospettiva dell’ecologia integrale della Laudato Si’, perché - nel dialogo e nella pace tra le diverse fedi e culture - la famiglia umana possa vivere sostenibilmente sulla terra che ci è stata donata”.
Per far fronte all’attuale crisi socio- ambientale – sottolinea il messaggio - sono necessari comportamenti di amore e di cura per la nostra terra e per la ricchezza della vita" (continua). http://www.vita.it/it/article/2019/08/30/deforestazione-emergenza-silenziosa-il-dossier-caritas/152519/

(...) «Da un punto di vista culturale, il rischio per noi preti è la banalità. Basterebbe abbonarsi a una qualche rivista missionaria (Nigrizia, Missione oggi, Mondo e missione…) per conoscere la situazione sociale, economica e politica dei paesi da dove provengono gli immigrati e cambiare opinione. Non seguendo le storie del mondo, si cade nel vociare corrente, con linguaggi da cortile e da bar.
Nel 2018 sono morti 40 preti martiri, la maggior parte dei quali in Nigeria e in Messico. Non leggendo, non aggiornandosi, non viaggiando, prevale il non pensiero, nonostante l’età. Trasferirlo in un’omelia è tragico.
Non fa storia nemmeno la memoria della nostra gente che ha vissuto migrazioni all’estero (Argentina, Venezuela, Stati Uniti…) oppure in Italia dal sud al nord: compatiti, sfruttati, derisi. Nemmeno i don del nord si ricordano della povertà, della tubercolosi, della pellagra… Se sfogliassero il libro dei defunti di qualche decina di anni fa, si accorgerebbero che un tempo morivano molti neonati per malattie comuni.
I nostri ragazzi e ragazze oggi si allontanano per cercare lavoro: per gli americani, gli inglesi, i tedeschi, gli svedesi siamo “pizza e mafia”.
Religiosamente siamo diventati cantastorie. Il Vangelo – la parola di Dio – è stato ridotto a favole: la donna cananea guarita…, mi avete dato da mangiare…, il Signore protegge lo straniero…, il buon samaritano… scivolano via con ripetizioni triennali, sempre uguali, sempre più insignificanti, sempre meno vere.
Domenica scorsa abbiamo letto al Vangelo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!». Siamo, invece, diventati ripetitori. La parola di Dio si è nascosta nell’intimità di ognuno con le proprie interpretazioni. Ci è stata rubata, annacquata, stravolta. È stata inghiottita nell’interpretazione superficiale corrente. Le nostre opere di carità assomigliano all’elemosina dei Principi del Rinascimento o dei liberali dell’ottocento. Addirittura siamo stati superati da alcuni manager americani che hanno richiesto più etica nel mondo delle imprese e della finanza.
Continuando di questo passo, le nostre chiese vuote andranno demolite, perché nessuno le vorrà, nemmeno a regalo: troppo costose per essere mantenute. Pur di racimolare qualche segno di cristianità, qualcuno ha inventato, d’estate, il rinnovo del battesimo all’alba in riva al mare o il cioccolato caldo con cornetti, d’inverno. Povero Cristo che viaggia con angoscia verso Gerusalemme – racconta il Vangelo di Luca – dove l’aspettano la passione e la morte. (...)
don Vinicio Albanese, 20 agosto 2019
http://www.settimananews.it/societa/confratelli-preti-paura-dei-migranti/?fbclid=IwAR1DBkTA0y6LaPIthg_qTWugt_mArPwlCysNGsk0nUwO7rpdpIVQ3yQn_k0