È bello ciò che è buono 
di Nunzio Galantino 
«La bellezza risplende nel cuore di colui che ad essa aspira più che negli occhi di colui che la vede» (K. Gibran). È proprio vero, la bellezza è difficile da riconoscere e da godere senza uno sguardo interiore. È difficile almeno quanto coglierne fino in fondo la radice semantica perché sempre la bellezza tende a comunicare un mistero, una promessa; non sopporta atteggiamenti predatori. E non c’è luogo esclusivo per la bellezza. Nella bellezza si sperimenta qualcosa di infinito, che spinge oltre fino a far sperimentare la pochezza delle parole. 
Il latino bellus (bello), dal quale deriva bellezza, è diminutivo di una forma antica di bonus (buono), prossimo al nostro “carino”. Nella cultura greca arcaica, la bellezza indica l’ideale di perfezione fisica e morale dell’uomo. È concepita come un valore assoluto donato dagli dèi all’uomo ed è spesso associato alle imprese di guerra dell’eroe omerico. Il fatto che il termine si origini dalla sostantivizzazione di una coppia d’aggettivi (bello e buono) contribuisce ad associare la bellezza non solo a ciò che è bello per il suo aspetto esteriore. Essa è connessa anche al comportamento moralmente buono.
Si capisce allora perché la bellezza – quella vera - è un mistero che ci raggiunge, avvolge e trasfigura. Essa trova dimora, ad esempio, nella natura non violata, nel volto di un bambino non abusato, negli occhi di una madre, nelle mani di un padre che lavora, nel bisturi di un chirurgo che opera, nella donna rispettata nella sua femminilità e nella sua dignità, nel giovane che prepara con passione il suo futuro. Qui abita e chiede di essere riconosciuta e incontrata la bellezza.
Ma essa deve poter trovare dimora anche nelle nostre città perché «una città brutta – ripeteva D. Turoldo – abbruttisce gli uomini». Proprio come abbrutisce e impoverisce una chiesa brutta, un governo brutto, una scuola brutta. Prima e oltre che di ministri del culto, uomini di governo, insegnanti o altro, il nostro mondo ha bisogno di “diaconi della bellezza”.
«Ciò che oggi ci occorre è un sussulto, una fascinazione, un innamoramento, l’emozione per la bellezza racchiusa nel frammento” (A. Casati).
La verità senza bellezza è gelida, è teorema, è assetto dottrinale, non fa trasalire il cuore. Il bene stesso e la virtù, senza bellezza, diventano pesanti, finiscono per soffocare. 
Senza bellezza, la vita si riduce a vuota teatralità, a coreografia perfetta ma senz’anima: parole proclamate, canti urlati, gesti ripetuti. Senza occhi che scrutano e cuore che batte non c’è bellezza. 
«La bellezza è per i ricercatori di fessure, di soglie segrete, di fili pressoché invisibili. Soglie non tanto da varcare con animo predatorio, ma su cui sostare, da cui intravvedere e provare emozione, commozione. La bellezza è per i ricercatori di un oltre, quelli che hanno resistito alla seduzione della quantità, della grandezza esteriore, dell’esibizione» (A. Casati).
in “Il Sole 24 Ore” del 24 settembre 2017


Da una pianta solo apparentemente piccola e insignificante
fiorisce una Bellezza realmente armonica e sorprendente!
don Chisciotte Mc 181118

Queste che vedete non sono scarpe abbandonate, ovvero, non sono scarpe buttate via o dimenticate. Sono scarpe, anzi, per ricordare. Ci sono da uomo, da donna, e fin troppe da bambino... e non sono di pelle o di cuoio, nemmeno di stoffa ma sono scarpe di ferro, e son ben fissate al suolo perché questo è un Memorial, un Monumento.
Le potete osservare a Budapest, sulle rive di quel bel Danubio che Johann Strauss ci ha tramandato bello, e blu. E invece si è anche tinto di rosso, perché quelle scarpe le dovevano lasciare per poi essere buttati nelle gelide acque del fiume. E ogni scarpa racconta una storia, un cammino... che sia ancora integra o con la suola consumata.
“Alla memoria delle vittime gettate nel Danubio dai miliziani della Croce Frecciata nel 1944-45”: è scritto su una targhetta apposta poco distante.

Contemplando le opere d'arte che raccontano dell'incontro di Gesù con la Samaritana:
qui la scheda.


Ti prego, Gesù, non farti pregare 
di Enzo Bianchi 
“Facciamo che tu eri sempre mio amico, ma io adesso non ti pregavo più”. Così Leone, il protagonista dell’omonimo romanzo di Paola Mastrocola, si rivolge a Gesù, deluso perché sembra essersi interrotta una sorta di complicità nell’esaudimento delle sue preghiere. Così, “rivolse a Gesù una preghiera piena di rabbia, la preghiera più strana e folle che qualcuno abbia mai rivolto a Gesù: lo pregò ad aiutarlo a non pregarlo più”. Inevitabile conclusione cui perviene la mente e il cuore di un bambino che ha capito come tutto dipenda dall’aver fiducia, dal credere fermamente che l’altro sia capace di ciò di cui noi non siamo capaci: se invece i fatti incrinano questa fiducia, allora non ha più senso pregare, fosse anche per non chiedere nulla. Quando preghiamo, infatti, chiediamo innanzitutto di poter aver fiducia in colui al quale ci rivolgiamo. (...)
in “Robinson” del 4 novembre 2018 


"Il dispiacere fa venire la febbre".
Ennio, 181112


"Si può vivere tutta la vita senza sapere perché viviamo;
non si può vivere nemmeno un istante senza sapere per chi viviamo".
dal web


"Anche una goccia d’acqua ha la capacità di amare quando cade su di un filo d’erba ingiallito e lo disseta".
Romano Battaglia


Se non uso il potere come i potenti, non capiscono il valore di ciò che dico e faccio;
non obbediscono come gli obbedienti (meno male!);
non riconoscono uno stile comunque autorevole (quello necessario);
non colgono la chance di essere tutti "re" (sponsabili).
Ma io continuo a ispirarmi al tipo di "potere non-potente" che ha esercitato Gesù.
don Chisciotte Mc - 181030 

Quaranta secondi. È il tempo medio di attenzione davanti a uno schermo quando siamo al lavoro. E fuori dall'ufficio, va ancora peggio: saltiamo continuamente da una chat a una foto Instagram, da un post all'altro di Facebook, da un link all'altro. Siamo in una parola, IPERCONNESSI.


Un conto è mettersi nei panni dell'altro,
un conto è fare i conti in tasca (del tempo, dei soldi, dei pensieri) dell'altro.
don Chisciotte Mc


Se io dovessi credere in quel dio nel quale credono molti dei cristiani che conosco,
non sarei credente.
Un dio lontano, irremovibile, capriccioso, incomprensibile.
Il Dio a cui mi affido è differente... grazie a Dio!
don Chisciotte Mc 181106

"Corriere della sera di oggi: sulla sinistra una pagina di pubblicità per la crema contro l’invecchiamento della pelle. Sulla pagina di destra la foto che ritrae Amal, bimba di 7 anni morta per malnutrizione nello Yemen.
Immagini che accostate mostrano i paradossi del nostro tempo.
Ancora oggi ci sono i popoli della fame e quelli dell’opulenza. Vi prego, non restate indifferenti. 
A me questa pagina ha colpito nel profondo e la condivido con voi".
Walter Magnoni, 3.11.2018

«Sono gli analfabeti funzionali, quegli italiani che non sono in grado di capire il libretto di istruzioni di un cellulare o che non sanno risalire a un numero di telefono contenuto in una pagina web se esso si trova in corrispondenza del link “Contattaci”. È “low skilled” più di un italiano su quattro e l'Italia ricopre una tra le posizioni peggiori nell' indagine Piaac , penultima in Europa per livello di competenze (preceduta solo dalla Turchia) e quartultima su scala mondiale rispetto ai 33 paesi analizzati dall'Ocse (con performance migliori solo di Cile e Indonesia)».

«Come le onde del mare, come le onde del mare
balla la gente quando suono il mio violino.
Mio cugino è prete a Kilvarnet,
mio fratello è prete a Mocharabuiee.
Ma io ho fatto più di mio fratello e mio cugino:
leggono nei libri di preghiere,
io leggo nei miei libri di canzoni
che ho comperato alla fiera di Sligo.

Quando alla fine dei tempi
noi ci presenteremo a Pietro,
andremo da lui seduto in maestà,
allora lui sorriderà ai nostri tre vecchi spiriti,
ma chiamerà me per primo oltre il cancello.

Perché sempre allegri sono i buoni,
salvo che per cattiva sorte,
e la gente allegra ama il violino,
la gente allegra ama ballare.

Quando mi vedono arrivare,
corrono da me tutti gridando:
"Ecco il violinista di Dooney!
Vengono a ballare come le onde del mare».
William Butler Yeats


Resta per me inconcepibile che - quando qualcuno è in disaccordo (o addirittura si arrabbia) con qualcun'altro - non lo saluta più, non gli parla più.
don Chisciotte Mc 181020




Ringraziamento o bestemmia?
L'albero si è schiantato a terra, investendo e distruggendo la panchina dove fino a un quarto d'ora prima erano seduti gli allenatori e i ragazzi (le "riserve" della squadra).
"Grazie a Dio!", hanno detto in tanti. "Sarebbe stata una tragedia: la Madonna ci ha protetto!".
Anche io ne sono felice... ma non posso eludere una questione: se diciamo che in questo caso c'è stato un benigno intervento divino, se le cose fossero andate diversamente (e così è capitato proprio in altre parti di Italia in questi giorni), per coerenza avremmo dovuto esclamare: "Dio non ci ha protetto". E di conseguenza domandarci: "Perché non l'ha fatto?". E i casi sarebbero: 1. è arrabbiato con noi; 2. noi non ce lo meritiamo; 3. non vuole agire; 4. non esiste.
E io a queste quattro bestemmie non credo. E quindi sto sobrio anche a fare uso di questo tipo di ringraziamenti.
don Chisciotte Mc - 181029


"L’uomo che sposta una montagna comincia portando via piccole pietre".
Confucio

24 ottobre 2018



Realtà o surrealtà? Questa foto rappresenta la realtà (è stata scattata da me mercoledì sera; non è photoshoppata!), ma quanta altra Realtà c'è dentro, sotto, sopra. Quante mille realtà, raccolte in una profonda Realtà!
don Chisciotte Mc

... o configurazioni spirituali del quotidiano?!

Avvenire, 21 ottobre 2018

Staino saluta con un abbraccio: «Jesus» non merita il microscopio
Caro Direttore,
non te la prendere troppo: ci abbiamo provato. È stato bellissimo trovarmi sulle pagine del tuo giornale, in mezzo ai tanti articoli che ogni giorno ci parlano delle sofferenze del mondo, delle lotte degli umili contro l’infamia, lo sfruttamento e l’ingiustizia. Un giornale attento alle grida di dolore che si levano dalle parti più lontane e nascoste del mondo e che, per questo, troppo spesso vengono dimenticate.
Certo il mio Jesus non risponde completamente ai canoni tradizionali: suona il basso, legge “internazionale” e ha la mamma ancora giovane che forse vede su Netflix qualche serial di troppo, ma, nelle mie intenzioni, mantiene tutta la carica rivoluzionaria contenuta nel messaggio evangelico. Per questo mi piaceva, da non credente, essere al fianco di quel grande rinnovamento che osserviamo oggi nella chiesa cattolica guidata da Francesco. Non pensavo assolutamente che qualcuno potesse prenderla così male anche se so benissimo che la satira e il fumetto, con la loro ironica ambiguità, possono facilmente risultare poco comprensibili da chi, per età e formazione, non è abituato a frequentarli.
Le prime lettere e i primi messaggi arrivati anche a me non lasciavano promettere bene, ma speravo fossero sparute figure rancorose che si trovano sempre dentro ogni comunità. Uno di questi messaggi, nella sua cattiveria mi ha fatto anche sorridere: «aspetto il giorno», mi diceva, «di vederla bruciare nelle Fiamme dell’inferno accanto a quell’attorucolo che oggi siede sul seggio di San Pietro». Ovviamente non ho battuto ciglio e sono andato avanti sorretto dalla tua amicizia e dalla stima che mi hai sempre dimostrato.
Ma adesso è troppo. Adesso le voci dissonanti, a volte al limite della volgarità sono troppe ed investono, sfruttando strumentalmente il mio lavoro, la tua figura, il valore del giornale da te diretto, fino, oserei dire a colui che oggi guida il mondo cattolico. È chiaro che in questa situazione è ben difficile lavorare: prendere la matita in mano sapendo bene che qualunque cosa io disegni verrà passata sotto microscopio alla ricerca di punti o sfumature che possano esser letti come offensivi o blasfemi, fa sì che venga a mancare quella serenità di fondo che permette di far incontrare il sorriso fraterno laico con un sorriso fraterno cattolico.
Per questo, caro Marco, è forse meglio chiudere qui o se vogliamo essere ottimisti, sospendere qui la nostra esperienza comune.
Un augurio di buon lavoro e un abbraccio forte a te e ai lettori che mi hanno seguito con affetto e curiosità fino a oggi,
Sergio Staino
https://www.avvenire.it/opinioni/Pagine/lettera-saluto

Caro Sergio,
quando abbiamo avviato questa collaborazione, giusto un anno fa, pensavo a tutto meno che a metterti in una condizione che ti avrebbe tolto serenità… E invece è andata in questo modo. Ti ringrazio per la tua schiettezza e il tuo rigore morale. E mi dispiace, mi dispiace davvero.
Così come mi dispiace che altre persone, turbate e in qualche caso eccitate anche solo dall’idea di un «ateo che disegna per “Avvenire”», abbiano perso la loro serenità fino a concepire e scrivere invettive come quella che citi. Anche passandosi parola. Terribile, ma purtroppo per me non sorprendente. Proprio come la lente da microscopio ostile che hai sentito addosso, soprattutto per dimostrare che “Staino deride Gesù”, sebbene il “tuo” Jesus abbia fatto e faccia pensare e sorridere in modo dolce o amaro sulla vita, sulle ingiustizie, sul prezzo dell’amore per la verità, sulle scelte dei potenti, e mai sia oggetto e vittima di sberleffo, come fu fin sulla croce… Sappi, però, che non somigliano, quelle parole arse e brucianti, ai pensieri e alle parole di tanti cattolici accanto ai quali io cammino dentro le pagine di questo giornale “uguale e speciale”, ma prima ancora, e ormai da una vita, nella Chiesa e sulle strade del mondo. Strade che non sono solo nostre e lungo le quali incontriamo e affianchiamo donne e uomini che vengono da altre direzioni, ma hanno voglia di parlare la stessa lingua, di riconoscere il bene, di capirsi e di appassionarsi insieme per l’umanità e soprattutto per i più poveri e i più piccoli. Ognuno porta la luce che ha, e accende quella che trova o che gli viene donata lungo il cammino. Tu sei così.
Grazie, caro Sergio, per le parole che riservi ai nostri lettori e al nostro lavoro. Grazie per la limpida preoccupazione per il nostro Papa. Grazie per il tuo abbraccio di saluto in forma di “striscia”. Lo ricambio con altrettanta forza, perché so che non resterai svenuto… Diranno che ora sei senza avvenire, ma non è vero.
Marco Tarquinio

http://www.sergiostaino.it/blog/hello-jesus-58/?fbclid=IwAR0to3XD7pAgigVlO9Trxx0gidLoo97JZmmrDo8n9ssyOvheNxZ6ZWeMV3s

«[con la complicità di una canzone di Aznavour e di un calice di vino]
Da sempre c'è qualcuno/a dei miei amici/amiche che decide (o cui capita) di mettere al mondo un figlio/a.
Naturalmente ogni volta la notizia mi allieta. Poi tra me, in solitudine, penso che forse no, non è una cosa così lieta. Penso che occorre un certo grado di incoscienza per saturare ancora di più un pianeta già così saturo di umani e delle loro nefandezze.
Stasera, con le complicità di cui sopra, questo schema di pensiero si è rifatto vivo. Un po' si è incrinato e un po' si è chiarito. Conseguentemente mi sono detto che: 1) la mia coscienza di quell'incoscienza è data da una catena casuale di coscienze-incoscienze che ha prodotto anche me, dunque perché io sì e un altro no? 2) son certo (ho fede che) tutti gli amici "incoscienti" faranno sì che la loro incoscienza biologica si tramuti in maggior coscienza culturale; 3) ma soprattutto: la mia coscienza attuale viene comunque interpellata dalla coscienza potenziale di chi nascerà che mi chiederà conto del senso del mio ragionamento, e che potrà anche dirmi: "guarda che io sarò migliore di te". E forse potrà anche dimostrarmelo, e affondare i miei solidi argomenti anti-natalisti. 
Si tratta di fede, più che di logica. Almeno credo.
Ora però non so più che faccia farò, che emozioni proverò, quando qualcuno mi darà la lieta notizia.
Quella che Hanna Arendt esaltava come l'unica vera buona novella: "Un bambino è nato fra noi [...] Gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare".
Magari qualcosa di nuovo».
Mario Domina, su FB, 20.10.2018



Scuola di preghiera - 3 - adorazione:
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"Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto".
don Lorenzo Milani

«Vorremmo, meditando su Maria Maddalena, essere introdotti dalla sua storia nel cuore di Dio, nel cuore di Gesù, perché se è là che ha il suo luogo, essa è il segno dell'eccesso cristiano, è il segno dell'andare al di là del limite, è il segno del superamento, è il segno di quella verità profonda che contempleremo più volte in questi giorni, cioè che non si raggiunge il vero equilibrio se non andando al di là, con qualche gesto coraggioso".
Carlo Maria Martini, Maria Maddalena, 18

Maria di Nazareth
di Óscar Arnulfo Romero
«Avete soffocato l'afflato rivoluzionario di Maria di Nazareth, esaltandone il divino e mettendo da parte la sua umanità. Maria è donna, donna sola con un figlio, vedova in un tempo in cui la vedovanza era un abominio. Era un'ebrea in una terra oppressa dai Romani, rifugiata in Egitto per sfuggire alla persecuzione. Maria fu una profuga. Madre affannata, che spese la vita a seguire un Figlio che talvolta non capiva (Mc 3,21), un folle, suo figlio. Maria, donna libera, che segue per le vie della Palestina il figlio, viaggiatrice, teologa, scrutatrice. Maria donna dell'assemblea, che presiede la celebrazione della Pentecoste secondo i costumi del suo popolo. Statue e immaginette l'hanno legata, rappresentata in posa statica tra nubi e lune, lei che spese tutta la sua vita a camminare, il cui cuore non conobbe tregua. Donna dai sandali consunti per le passeggiate montane, per far visita alla sua parente, per annunciare. Ed è per questo che con tutto il cuore la chiamo "Madre!". Come la mia mamma era una lavoratrice instancabile e donna del popolo».

Così san Paolo VI disse sì alla moschea di Roma - «La Chiesa non si abbassa a questi livelli», fu il commento del Pontefice bresciano di fronte a chi in Vaticano pretendeva reciprocità chiedendo che venissero costruite chiese in Arabia Saudita
di Andrea Tornielli, 13.10.2018
«Aveva un enorme rispetto per tutti i suoi interlocutori. Considerava che, certamente, la verità non è qualcosa di opinabile, però bisognava fare in modo che chiunque avesse la possibilità di esprimere la sua verità e il suo concetto di verità. Non a caso, quando si cercò di tirarlo in mezzo per ostacolare la creazione della moschea a Roma, la sua risposta fu proprio all’opposto. Disse: No, questo arricchirà il carattere di civiltà universale della nostra città, che certamente è la Roma “onde Cristo è romano”, ma è anche la Roma dove tutti devono avere la possibilità di parlare e di esprimersi». 
La risposta di Papa Montini a quanti nella Curia romana lo pregavano di bloccare l’iniziativa in nome della mancata reciprocità, dicendogli: «A noi in quei Paesi non consentono di costruire neanche una cappellina o di esporre una croce, e dovremmo permettere che costruiscano una moschea sotto le finestre del Papa?». Paolo VI fu lapidario: «La Chiesa non si abbassa a questi livelli». Vale a dire: non è che il mancato rispetto della libertà religiosa da parte di certi Paesi può far sì che noi ci comportiamo allo stesso modo. 
Fu Papa Montini a dare un contributo decisivo nella tormentata e discussa redazione della Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, il documento che sancì un cambio significativo nell’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti delle altre religioni, con il passaggio dalla “tolleranza” al riconoscimento che la libertà religiosa è un diritto umano e nessun uomo può essere costretto a professare una religione o impedito a seguire il proprio credo. 
Del resto proprio Papa Montini, pochi anni prima, in un discorso pronunciato di fronte a una delegazione di musulmani ugandesi durante il suo viaggio in Africa per rendere omaggio ai primi martiri cristiani africani uccisi alla fine dell'Ottocento dai re che professavano le religioni tribali, era arrivato a fare un paragone mai più ripetuto, associando al martirio anche dei credenti musulmani: «Noi siamo sicuri di essere in comunione con voi», disse rivolgendosi agli esponenti di fede islamica nella nunziatura di Kampala, «quando imploriamo l'Altissimo, di suscitare nel cuore di tutti i credenti dell'Africa il desiderio della riconciliazione, del perdono così spesso raccomandato nel Vangelo e nel Corano». Aggiunse: «E come non associare alla testimonianza di pietà e di fedeltà dei martiri cattolici e protestanti la memoria di quei confessori della fede musulmana, la cui storia ci ricorda che sono stati i primi, nel 1848, a pagare con la vita il rifiuto di trasgredire le prescrizioni della loro religione?». (...)
http://www.lastampa.it/2018/10/13/vaticaninsider/cos-san-paolo-vi-diede-disse-s-alla-moschea-di-roma-07kejU4fk8kjMVub5wSWHL/pagina.html

"Qualsiasi cosa farò, non me lo impedisca. Anzi, mi aiuti". Stava per cominciare la messa quando Paolo VI prese da parte don Pasquale Macchi, il suo segretario, e gli disse queste precise parole. Macchi non capì.
Erano in Cappella Sistina, per una liturgia di ringraziamento a dieci anni dalla remissione delle scomuniche tra cattolici e ortodossi. Con loro c'era Melitone di Calcedonia, il vescovo inviato dal patriarca Dimitrios in sua rappresentanza.
Alla fine della celebrazione, Paolo VI si alzò e andò verso Melitone. Poi, improvvisamente, cadde in ginocchio davanti a lui. E nello stupore di alcuni, e nel gelo incredulo di altri, il papa di Roma, la Sua Santità ancora costretta dalla tradizione a troneggiare sulla sedia gestatoria tra i flabelli, in ginocchio baciò i piedi del confratello vescovo d'Oriente. Quattro secoli e mezzo prima, al Concilio di Firenze, era stato un altro papa, Eugenio IV, a pretendere lui, inutilmente, il bacio del piede dai patriarchi ortodossi.
Melitone uscì dalla Sistina profondamente commosso. Rientrando in Turchia, un giornalista constatò con lui che "solo un uomo veramente grande può umiliarsi così”. Melitone precisò: “Solo un santo”.



Scuola di preghiera - 2:
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Perchè lo odiano 
di Raniero La Valle
(...) Perché vogliono distruggere papa Francesco fino a chiederne le dimissioni e a volere un nuovo Conclave? La cosa è diventata chiara all’apertura del Sinodo dei giovani. Dopo tanto parlare della crisi dei giovani, del loro sbandarsi senza la bussola di una vocazione, del loro aver perduto la fede, il papa nel discorso dall’altare all’apertura dell’assise ha chiesto loro di “non smettere di profetizzare”; ma perché questo avvenga, perché i giovani amplino i loro cuori alla dimensione del mondo, sono gli adulti o anziani, a cominciare dai vescovi, che devono cambiare, “allargare lo sguardo”. (...) Anziani e giovani, secondo il papa, devono sognare insieme, e noi anziani dobbiamo sperare facendoci carico insieme a loro di lottare contro ciò che impedisce alla loro vita di svilupparsi con dignità, e di lavorare per rovesciare le situazioni di precarietà di esclusione e di violenza alle quali sono esposti; e così si ispiri ai giovani “la visione di un futuro ricolmo della gioia del Vangelo” contro i profeti di calamità e di sventura. 
Ancora una volta dunque il papa annuncia la gioia, come nell’ “Evangelii gaudium”, nella “Veritatis gaudium”, la “Misericordiae vultus”, la “Laudato sì”, la “Gaudete et exsultate”, l’ “Amoris laetitia”. 
Gli avversari non vogliono la gioia, sono intenti ad infliggere dolore: senza dolore il potere non regge, le guerre non si possono fare, i poveri non possono essere esclusi, i naufraghi non possono essere fatti affondare, i porti non si possono chiudere, l’economia non può uccidere, le armi non si possono vendere. Il dolore ci vuole, l’amore deve produrre tormento e non gioia, la massa dannata deve essere soggiogata con la legge e ricattata con la “morte seconda”, la perfetta letizia predicata dal Francesco di Assisi deve essere spregiata come una bambinata buonista. (...)
Per questo motivo oggi viviamo nella contraddizione - e in gran parte è una nuova contraddizione – di una Chiesa ed un papa che militano per la gioia, e un’antichiesa e un mondo che lottano per il dolore. (...) Da qui nasce la nostra sofferenza di oggi, che potremmo chiamare una sofferenza messianica, perché si fa carico del futuro quando ne va dell’avverarsi o del fallire della promessa di salvezza che dai tempi antichi fino ad oggi ha accompagnato e lenito l’arduo cammino dell’umanità.
in “www.chiesadituttichiesadeipoveri.it” del 5 ottobre 2018 


Banale. La realtà non è mai qualcosa di scontato 
di Nunzio Galantino 
Dal francese ban - è il proclama emanato del signore feudale - si passa a banal con riferimento a qualcosa che si estende a tutto il villaggio, divenendo proprietà comune. Nell’antichità feudale, infatti, un luogo, un edificio, uno strumento era ritenuto “banale” se il suo uso era permesso alla comunità. Si spiega così la corrispondenza che si è stabilita tra banale e (di uso) comune. Solo più tardi si è ritenuto banale tutto ciò che manca di originalità e, quindi, col significato di ovvio, prevedibile e, per certi versi, inutile. 
Insomma, dal significato oggettivo e neutro che definiva banale tutto ciò che era comune, si è passato, con il tempo, ad attribuire al termine banale un senso dispregiativo per indicare, come si diceva, una realtà priva di eccezionalità e già abbondantemente nota. In questo senso, un discorso senza alcuna novità è banale, un romanzo che non evoca suggestioni nuove è banale, un’opera d’arte che non suscita emozioni forti è banale. 
In realtà, il più delle volte la vita è fatta di sentimenti, esperienze e incontri che non provocano emozioni forti e, anzi, possono rendere particolarmente faticosa la vita. Eppure, non necessariamente sentimenti diffusi ed esperienze comuni sono privi di significato. Come non sono mai banali – solo perché sempre attesi e prevedibili - certi tramonti, certi panorami, certi profumi, certe relazioni. (...) 
Siamo sicuri che si vive bene solo quando la vita è fatta di esperienze estreme, di incontri imprevedibili, di vacanze sbalorditive, di spettacoli mozzafiato? Oppure, una vita degna di questo nome può essere fatta anche di una prevedibilità che non è frutto della mancanza di iniziativa ed è fatta di accoglienza per tutto ciò che, pur ripetendosi, domanda passione sempre nuova e partecipazione piena? 
Di ciò che è “banale” - nel senso di “comune” - sono fatte le nostre giornate e i nostri incontri quotidiani. È una banalità che dà la sicurezza di appartenere a una comunità, quella umana, capace di restituire la quiete e la fiducia necessarie per esplorare strade inedite perché «l’apparizione della banalità è spesso utile nella vita, perché serve a rallentare delle corde troppo tese e fa ritornare in sé chi si era abbandonato a sentimenti troppo fiduciosi» (I. Turgenev).
in “Il sole 24 Ore” del 19 agosto 2018

«Ecce Homo! Così il corpo interroga il cristiano»

di Enzo Bianchi

In Gesù Cristo Dio ha vissuto l’esperienza dell’umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo. Scrive Ippolito di Roma: «Noi sappiamo che il Verbo si è fatto uomo, della nostra stessa pasta (uomo come noi siamo uomini!)». Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell’umano: «Ecce homo! Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Ha dato sensi umani a Dio consentendo a Dio di fare esperienza del mondo e dell’alterità umana e al mondo e all’uomo di fare esperienza dell’alterità di Dio.

La corporeità è il luogo essenziale di questa narrazione che rende l’umanità di Gesù di Nazaret sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù e, in particolare, la parola, ma poi i sensi, le emozioni, i gesti, gli abbracci e gli sguardi, le parole intrise di tenerezza e le invettive profetiche, le pazienti istruzioni e i ruvidi rimproveri ai



Scuola di preghiera - 1:
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Un fratello ritrovato è un arricchimento per tutta la comunità 
di Marcello Semeraro, vescovo di Albano
“Possiamo scegliere di vivere in una comunità perché è dinamica, calorosa e irradiante. È là che siamo felici. Ma se sopraggiunge una crisi che comporta tensione e agitazione, cominciamo a dubitare della saggezza della nostra scelta. Non bisogna cercare la comunità ideale. Noi scegliamo sempre i nostri amici, ma non scegliamo i nostri fratelli e le nostre sorelle: ci sono dati. È lo stesso in comunità”. Le parole sono di Jean Vanier, fondatore di una comunità di accoglienza per persone con disabilità; si trovano scritte in un suo libro intitolato "La comunità. Luogo del perdono e della festa". 
Sono parole e titolo in grado d’aiutarci a entrare nel cuore della pagina evangelica di questa Domenica (Matteo 18, 15-20). Comincia, difatti, con la parola fratello e con l’ipotesi di un dissenso. 
Fra due cristiani? Nella stessa comunità? Importa relativamente, perché il tutto è comunque sigillato fra due segni contrapposti. All’inizio c’è il richiamo di una contesa (“Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te”); al termine, invece, un modello di unione fra i discepoli di Gesù (“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”). Cosa e come scegliere? Vivere nella Chiesa non è stare in una comunità modello, ma avere Gesù come


Mancano preti e il funerale diventa fai-da-te 
di Paolo Rodari 
Quella che sembrava essere solo un’ipotesi per il futuro è divenuta realtà. La diocesi di Bolzano-Bressanone permetterà di qui in avanti che a officiare i funerali siano non soltanto preti e diaconi, ma anche uomini e donne debitamente preparati. Come la vicina Austria che da tempo ha adottato questa modalità, così si farà in Italia, in una delle diocesi del Paese più dinamiche sul piano pastorale. 
Ciò che ha suggerito al vescovo Ivo Muser l’idea è stata la necessità. E cioè la scarsità di clero presente nella stessa diocesi. E, insieme, la consapevolezza che le esequie sono da tempo compito di tutta la comunità, non soltanto del prete: comportano la preparazione, la vicinanza alla famiglia, l’aiuto all’elaborazione del lutto, un coinvolgimento insomma di più soggetti. 
I numeri nella diocesi parlano chiaro: entro vent’anni i sacerdoti scenderanno da 177 a 50. Spiega Reinhard Demetz, direttore dell’Ufficio pastorale della diocesi: solo tre sono i seminaristi in tutta la diocesi (due altoatesini e uno dell’Est Europa), le unità pastorali passeranno presto da 71 a 32, i preti vivranno un sovraccarico pastorale. È inevitabile che «la responsabilità operativa delle parrocchie passi gradualmente ai laici». 
Sul settimanale diocesano Il Segno del 17 novembre scorso si racconta di un incontro formativo presso lo Studio teologico di Bressanone in cui i laici e i parroci interessati all’iniziativa potranno essere ragguagliati su ogni dettaglio inerente il rito. E non è escluso che presto possa nascere anche un corso che prevede 16 giorni di formazione distribuiti nell’arco di alcune settimane. 
I laici che guideranno le liturgie funebri non frequenteranno il corso di loro iniziativa. Dovranno essere segnalati dai parroci e inviati dalle loro comunità parrocchiali. E non saranno soli, perché il corso prevede anche la partecipazione attiva dei parroci e, come momento formativo, anche dei diaconi permanenti (che già possono celebrare i funerali). 
Spiega Demetz che la selezione dei candidati sarà severa perché «si tratta di un ambito pastorale molto importante e molto delicato… un compito che deve essere assunto con grande responsabilità e consapevolezza». Sui candidati c’è anche un identikit: età minima 25 anni, esperienza in campo liturgico, vita di fede, capacità di lavorare in rete, capacità comunicativa, salute psichica e maturità affettiva e, naturalmente, nessun impedimento canonico.
in “la Repubblica” del 15 dicembre 2017


Confronto. Se vissuto con lealtà aiuta a crescere 
di Nunzio Galantino 
Parola derivata dal latino medioevale "confrontare" (mettere di fronte, paragonare) - composta da "cum" (insieme) e "frons-tis" (fronte) - è l’atto del mettere di fronte due o più persone/eventi/cose per stabilirne somiglianze o diversità. Oppure per stabilire la superiorità di un elemento su un altro. (...) 
Il ricorso alla parola "confronto" nel Diritto penale porta a vedervi un porre, una di fronte all’altra, ragioni e circostanze che contribuiscono a definire il grado di responsabilità, formulare un giudizio, superare un conflitto e ri/stabilire un diritto. 
Così inteso, il confronto presenta per lo più grandi difficoltà. Chi si predispone al confronto, infatti, lo farebbe per difendere la propria tesi piuttosto che per trovare un’intesa. Lo fa per rimarcare la verità della propria posizione e l’inconsistenza delle ragioni altrui. È per questo che alla parola e all’esperienza del confronto si accompagna, di norma, il disagio, la paura e lo stress. L'avversario provoca invece sospetto e quindi il bisogno di anticipare ed attaccare per rendere innocue le provocazioni.
Tutto sarebbe meno complicato se l’altro venisse percepito come compagno di strada o come concorrente e non solo e sempre come un avversario; il compagno di strada stimola a muoversi nella direzione giusta ed il concorrente spinge a dare il meglio di sé per il raggiungimento di un obiettivo. Il confronto vissuto con lealtà e senza furbizie, nella complementarità dei ruoli e nella differenza di vedute, fa sempre crescere. Infatti, «Se due individui sono sempre d’accordo su tutto – ha scritto Freud - vi posso assicurare che uno dei due pensa per entrambi». 
Purtroppo, al confronto spesso faticoso viene preferita una convivenza di facciata. Il confronto franco infatti è ritenuto pratica pericolosa, quasi una lotta che suppone sempre un vinto e un vincitore. Ma è così solo quando manca la capacità di ascolto, l’interesse per le parole e le opinioni degli altri; quando manca un buon livello di sicurezza e di autostima. Sono tutti deficit, questi, che impediscono la presa in carico delle opinioni altrui. 
Al confronto ci si educa e si educa. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 30 settembre 2018 


"Che cos'è il Cielo? Dove si trova? Il Cielo non si trova né sopra né sotto, né a destra né a sinistra: il Cielo è esattamente nel centro del petto dell'uomo che ha fede!".
Salvador Dalì


Che la transizione ecologica rappresenti un’opportunità di cambiamento e di crescita alternativa rispetto a quella dettata dal modello attuale è stato ribadito da università, istituti di ricerca, conferenze internazionali. Eppure in molti non sembrano ancora convinti dell’interesse non solo ambientale e climatico, ma anche economico del cambiamento. Leggi:
https://valori.it/come-creare-65-milioni-di-posti-di-lavoro-basta-salvare-il-clima/

«"No! Non comprerò mai una pistola, perché io non sono capace di ammazzare un altro uomo come me, anche se è un delinquente. Anzi, penso proprio che se avessi avuto un'arma in casa sarei morto io. E' lo Stato che deve difenderci".
Queste parole non le ha pronunciate un radical chic buonista che contrasta le folli politiche sulla legittima difesa di Salvini.
Queste sono le parole di una persona di 69 anni, Carlo Martelli, che è ricoverato in ospedale per una rapina in casa avvenuta l'altra notte. Una violentissima rapina in cui sua moglie ha perso il lobo di un orecchio - tranciato neanche fossero in Arancia Meccanica - ed in cui entrambi hanno rischiato la vita, svegliati alle quattro del mattino da una gragnola di pugni in faccia per poi essere in balia di quattro folli criminali.
"E' lo Stato che deve difenderci". (....) Parole di una semplicità - di una logicità - "disarmante", specie perché pronunciate da chi ha ancora sulla pelle e negli occhi il terrore e la violenza. Parole che consolano. E parecchio, anche.
Perché c'è ancora tanta, tantissima gente che non è disposta ad abbandonarsi all'odio, al tutti contro tutti e all'infimo "Far West" vendicativo e ignorante.
Grazie Carlo, per la tua lucidità. Spero che venga fatta presto giustizia e che tu e tua moglie possiate rimettervi al meglio, lasciando alle spalle questo tremendo e inaccettabile incubo. Vi abbraccio forte».
Marco Furfaro su FB, 24 settembre 2018


“La riconciliazione non è abbandonare la giustizia, ma è una forza ulteriore della giustizia”.
mons. Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna
“Il sangue dei martiri non invoca vendetta, ma riconcilia”.
papa Francesco


Bene comune patrimonio dimenticato 
di Enzo Bianchi 
Esiste un’espressione che appartiene al patrimonio ereditato come società civile, ma che oggi pare dimenticata quando non addirittura contestata: il bene comune. Siamo tutti consapevoli che la nostra società occidentale, e l’italiana in particolare, attraversa da alcuni anni una crisi. “Crisi” è parola tra le più tentacolari che esistano nel vocabolario: viene da krísis, passare al vaglio e indica separazione, giudizio. 
Ai giorni nostri l’applicazione di questo concetto a una corpo sociale, alla polis, alla società, indica una situazione di deperimento, di decrescita, di decadenza. Ci troviamo, e lo affermiamo, in una situazione di crisi, ma dovremmo dire innanzitutto che la nostra crisi è sociale, culturale, etica, antropologica e, quindi, è anche politica ed economica. Politica perché la politica è astenica, debole e anche afona: paradossalmente “grida” con voce forte perché non ha nulla da dire in verità; democratica, perché vediamo qua e là affiorare tentativi di manovre di tirannia compatibile con

Caltanissetta, nuovi percorsi di formazione al matrimonio proposti con “L’anello della fede”
12 settembre 2018
“L’anello della fede”: è questo il titolo del nuovo percorso di formazione al sacramento del matrimonio, inaugurato domenica scorsa nella diocesi di Caltanissetta. Un progetto che coinvolge 250 persone: 110 coppie di laici più 40 sacerdoti, che hanno seguito un percorso di formazione di oltre due anni coordinato dall’Ufficio diocesano di pastorale familiare, nel corso del quale sono stati elaborati i temi dei 18 incontri che da quest’anno nella diocesi siciliana saranno l’unica esperienza necessaria per accostarsi al matrimonio cristiano. A cura della diocesi, è stato pubblicato il testo-guida per le equipes che opereranno a livello parrocchiale o inter-parrocchiale che per ognuno dei temi sviluppa gli obiettivi, la preghiera, l’icona biblica di riferimento, la Parola “svelata”, gli approfondimenti e le attualizzazioni, con gli interrogativi da proporre per riflettere insieme su ogni tematica. Ai fidanzati verrà consegnato il “Quaderno” che completa il testo con gli schemi di riflessione e le preghiere. Il nuovo percorso di preparazione al matrimonio punta sulla corresponsabilità dei laici e dei sacerdoti, impostando la pastorale familiare nei confronti delle famiglie in formazione come un percorso di consapevolezza del senso pieno del matrimonio cristiano, che continua nell’accompagnamento della coppia anche dopo la celebrazione del matrimonio da parte di tutta la comunità parrocchiale. “È un progetto organico – spiega il vicario generale, Giuseppe La Placa – che innova profondamente nella Chiesa nissena la pastorale familiare e contemporaneamente la vita di tutte le comunità parrocchiali che accoglieranno le nuove famiglie, attivando reti di relazioni significative e solidali, in uno spirito di corresponsabilità tra sacerdoti e laici”. “È una svolta davvero storica – afferma il vescovo di Caltanissetta, mons. Mario Russotto – perché cambia tutto: la comunità parrocchiale o inter-parrocchiale è coinvolta nella responsabilità di formazione e accompagnamento dei fidanzati. I quali vengono da situazioni difficili: molti ormai sono già conviventi, diversi sono già genitori. È un lavoro difficile, che possiamo portare insieme se abbiamo l’umiltà e il coraggio di tessere relazioni e di vivere una trama di comunione e di comunicazione. Noi vogliamo raggiungere i lontani, quelli che non ascoltano più, o per sordità o per indifferenza, o perché nessuno ha mai parlato loro di Gesù. Noi vogliamo avvicinare i lontani e convertire i vicini, perché tutti acquistino la capacità della parola, creando non isole, ma arcipelaghi in comunione, nella rete delle nostre comunità parrocchiali e delle nostre associazioni”.
https://www.agensir.it/quotidiano/2018/9/12/diocesi-caltanissetta-nuovi-percorsi-di-formazione-al-matrimonio-proposti-con-lanello-della-fede/


"La gente si lamenta sempre delle cose brutte che gli capitano senza che se le sia meritate, ma non parla mai delle cose belle. Di cosa ha fatto per meritarle. Io non ricordo di aver mai dato a nostro Signore motivi particolari per sorridermi. Però lui mi ha sorriso".
Cormac McCarthy, "Non è un paese per vecchi"


«Ma sì, sarà il carattere 
o la malinconia 
che sta dietro al carattere 
come una gelosia 
sarà il pensiero vergine 

che ha la fantasia 
vissuta dal carattere 
come la frenesia 

Cuanta pasiòn en la vida 
cuanta pasiòn 
es una historia infinita 
cuanta pasiòn 
una illusiòn temeraria 
un indiscreto final 
ay, que pasiòn visionaria 
y teatral! 

Le vigne stanno immobili 
nel vento forsennato 
il luogo sembra arido 
e a gerbido lasciato 
ma il vino spara fulmini 
e barbariche orazioni 
che fan sentire il gusto 
delle alte perfezioni 

Cuanta pasiòn en la vida 
cuanta pasiòn 
es una historia infinita 
cuanta pasiòn 
una illusiòn temeraria 
un indiscreto final 
ay, que vision pasionaria 
trascendental! 

Più son


L’umanità è piena solo se tuteliamo le differenze 
di Gianfranco Ravasi 
Uno dei più autorevoli statisti tedeschi del secolo scorso, Konrad Adenauer (1876-1967), dichiarava: «Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ma non tutti abbiamo lo stesso orizzonte». La sua è una considerazione che intreccia due coordinate. L’una è verticale ed è l’unità «celeste» del genere umano: in tutti noi corre la stessa linfa e abbiamo il medesimo tessuto «adamico», siamo creature umane basilarmente uguali. L’altro asse è orizzontale e si sfrangia in mille prospettive, rivelando così la pluralità e quindi le differenze. C’è una suggestiva metafora rabbinica che afferma: Dio ha fatto tutti gli uomini con lo stesso conio ma, a differenza delle monete che risultano uguali, le creature umane sono tutte diverse (si pensi solo alle impronte digitali). Unica è la dignità, ossia l’appartenenza all’essere umano, infinita è la pluralità dei volti, delle anime, dei pensieri. 
Significativa è, perciò, la titolatura del Cortile di Francesco dedicato a questo tema secondo angolature e prospettive diverse. Si afferma, infatti, la «necessità» delle differenze per la pienezza dell’umanità stessa. Anzi, il dialogo tra voci diverse, è a sua volta una dimostrazione del tema. 
Come scriveva il noto filosofo viennese Karl Popper (1902-94), non si deve credere «all’opinione diffusa che, allo scopo di rendere feconda una discussione, coloro che vi partecipano debbano avere molto in comune.Anzi, più diverso è il loro retroterra, più feconda sarà la discussione. Non c’è nemmeno bisogno di un linguaggio comune per iniziare: se non ci fosse stata la torre di Babele, avremmo dovuto costruirne una». 
Il sogno dell’imperialismo di Babilonia era quello di imporre un «unico labbro», come si dice nell’originale ebraico del cap. 11 della Genesi, cioè una sola lingua, una sola cultura, una sola concezione della vita, precettata a tutti. È ciò che sta alla radice anche del razzismo e della xenofobia che purtroppo sta riaffacciandosi col suo volto aggressivo nei social, nei vari populismi attuali e persino nel nostro Paese segnato da una civiltà dialogica così alta. 
Contro questa arroganza che disprezza l’altro, condannata da Dio, è necessario tutelare la ricchezza dei colori dell’arcobaleno delle culture e delle etnie volute dal Creatore. Uno degli antichi maestri degli ebrei mitteleuropei detti Chassidim, cioè i «pii», affermava: «In ogni uomo c’è qualcosa di prezioso che non si trova in nessun altro. Si deve, perciò, rispettare ognuno secondo le virtù che egli solo possiede e che non ha nessun altro».
in “Corriere della Sera” del 15 settembre 2018 


"Non dimenticare che dare gioia dà anche gioia".
Friedrich Nietzsche

Internet e le reti sociali ci aprono molte possibilità. Ma bisogna usarle bene e per il bene. Non per isolarci, ma per comunicare meglio. Non per diffondere menzogne, ma per raccontare verità.


"La gentilezza, rimane la migliore arma di distinzione dalla massa".
Antonio Malgeri


# Il carro del vincitore
di Gianfranco Ravasi
«"L’uomo dabbene in mezzo a’ malvagi rovina sempre: e noi siam soliti ad associarci al più forte, a calpestare chi giace e a giudicar dall’evento".
È, questa, una triste legge della storia: salire sul carro del vincitore, correndo in suo “soccorso”, mentre si lascia a terra lo sconfitto che nella maggior parte dei casi era «l’uomo dabbene». Ci ricorda questa amara realtà una delle Ultime lettere di Jacopo Ortis di Foscolo, quella datata 17 aprile. Il giusto è spesso un perdente sul quale si accanisce l’ipocrita che, prima, lo aveva esaltato per il suo rigore morale, ma che, poi, non esita a calpestarlo. Tutti dicono di amare i buoni, ma poi o li sfruttano o li abbandonano. Tutti proclamano di detestare i corrotti e i potenti, ma quando si è invitati nei loro palazzi ci si mette a scodinzolare come cagnolini obbedienti. Il coraggio di andare controvento rimane il più delle volte solo un buon proposito retorico. Alla fine è più facile curvarsi come giunchi al soffio del vento dominante. Oppure è facile scagliarsi a parole, con insulti e volgarità, contro il potere quando non lo si ha, pronti però a goderne tutti i vantaggi personali quando lo si conquista».
in “Il sole 24 Ore” del 9 settembre 2018

L'Africa è un continente con un potenziale enorme. I suoi giovani rappresentano il suo futuro, un futuro splendido se accompagnato dall'istruzione e dalla possibilità di lavoro.


«La dottrina di Nicea e di Calcedonia e, in generale, l'approccio sistematicamente antinomico del mistero per i Padri greci, hanno creato un tipo di pensiero per tensioni che è rimasto oggi la molla dello spirito di ricerca (...). Se Cristo è allo stesso tempo vero Dio e vero uomo in una sola Persona, se questa Persona, a sua volta, è allo stesso tempo distinta e consustanziale nel seno della Trinità, ne deriva l'obbligo di "pensare insieme" dei termini opposti».
Olivier Clément, Il senso della terra, 76


«Ki ha consumato il suo Dio a furia di pregarlo e di ripregarlo,
per la paura di viver tutto e di non capire,
per la vergogna mai digerita di dover anche morire».
Davide Van De Sfroos, Ki (2014)

«Camminavo perduto nella mia musica, quando li ho incontrati. 
Insieme avranno fatto un secolo e tre quarti. Lei vestita più leggera, con un cappello di paglia sulla nuca e un bizzarro prendisole; lui col giubbotto e le spalle ben coperte (so da mio padre che a quell'età il gelo filtra nelle ossa, anche in piena estate). A passi corti, avanzavano sotto il sole già più lieve di settembre, mano nella mano. 
Non visto, ho scrutato a lungo l'incedere lento delle loro figure, l'una accanto all'altra, quasi confusa nell'altra - ed è stato impossibile non venire sopraffatti da tanta tenerezza.
Ho pregato gli dèi che quei loro passi insieme fossero baciati dall'eternità».
Mario Domina, post del 3.9.2018


Interesse. Forza che coinvolge e trasforma 
di Nunzio Galantino 
Interesse (infinito del verbo latino intersum), composto da inter (tra) ed esse [sottinteso negotia alicuius]¸ vuol dire letteralmente “stare tra le cose di qualcuno”. In senso lato, è l’ essere/sentirsi coinvolto, il partecipare pienamente, l’intervenire. 
La derivazione dal verbo intersum ed il suo significato portano a considerare l’interesse come il legame che si stabilisce tra qualcuno e qualcosa, una persona o un progetto. Interessarsi è quindi prestare attenzione fattiva e stabilire una relazione con realtà o persone altrimenti distanti tra loro.
L’interesse non è comunque un semplice ponte che unisce due sponde. È un legame che provoca coinvolgimento fino a dar luogo a qualcosa di nuovo e talvolta di imprevedibile.
È proprio vero quello che si attribuisce a Napoleone. Per il generale francese «…ci sono due modi per far muovere gli uomini: l’interesse e la paura». Senza interesse per la vita, per il prossimo, per il diverso, per il lavoro, per l’arte, difficilmente si è portati a investire energie e a mettersi in gioco. Si possono svolgere funzioni e ricoprire ruoli di grande importanza, ma senza interesse, rimanendo cioè distanti da quello che si fa o si dice. Si può spendere del tempo senza che questo porti frutti per sé e per gli altri. È l’interesse che trasforma la distanza in prossimità, la solitudine in rete partecipata e la presenza in forza che trasforma.
È inutile negarlo, la parola interesse porta molto spesso con sé una accezione negativa. Si parla infatti di conflitto d’interessi o di interesse personale per riferirsi a un egoistico tornaconto o al vantaggio guadagnato a scapito di altri. Anche in realtà nate per curare gli interessi della comunità e per perseguire il bene comune, come la politica, siamo costretti a registrare esempi di interessi personali ed esercizio del potere per fini distanti dal Bene comune. 
In economia l’interesse, di per sé neutrale - in quanto valore economico stabilito, che “sta nel mezzo” tra il prestito e la restituzione - riveste spesso un significato negativo. Soprattutto quando chi lo determina non “sta nel mezzo” delle situazioni e delle cose in maniera corretta ed equilibrata e vede tutto e tutti in chiave utilitaristica, monetizzando tutto, anche le relazioni. Quando ciò avviene, l’interesse torna ad esclusivo beneficio di una persona (che presta del denaro) a scapito di un’altra (che lo riceve). L’interesse, in questo caso, finisce per essere lontano mille miglia dal suo significato etimologico. Si assiste insomma alla corruzione della parola. 
Si parla di interesse anche in amore. Qui l’interesse è coinvolgimento e partecipazione. Tanto che per mantenere vivo un rapporto di amore, occorre non perdere interesse verso la persona, verso la sua vita, verso i suoi desideri e vero progetti comuni nati per amore. È l’interesse che, soprattutto in momenti di difficoltà, porta a «osare, [che] è la più bella dimostrazione di interesse» (Goethe). 
in “Il Sole 24 Ore” del 2 settembre 2018 

Si chiama “Amori grammaticalmente scorretti” ed è un gruppo Facebook dal successo crescente (oltre 90 mila i fan). L’obiettivo è semplice: raccogliere le scritte d’amore (ma non solo) sui muri più sgrammaticate e ridicole. E darle in pasto ai commenti, perfidissimi, degli iscritti al social network. D’altronde, quando si scrive in fretta, l’errore è dietro l’angolo.
http://www.corriere.it/foto-gallery/cronache/14_gennaio_22/amori-grammaticalmente-scorretti-9704d762-8353-11e3-9ab1-851e2181383b.shtml


Anni 70 - Scrive l'articolista: Boncompagni, Carrà, Arbore, fotografati "con un'amica di colore". Questo era il livello di arretratezza culturale che favorivano i media. Mi piace restituire alla piccola storia, una piccola verità: nella foto, ARETHA FRANKLIN, con tre amici.
Ornella Medda - 27 agosto

«35. Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa.
36. Tutte le verità rivelate procedono dalla stessa fonte divina e sono credute con la medesima fede, ma alcune di esse sono più importanti per esprimere più direttamente il cuore del Vangelo. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio manifestato in Gesù Cristo morto e risorto. In questo senso, il Concilio Vaticano II ha affermato che « esiste un ordine o piuttosto una “gerarchia” delle verità nella dottrina cattolica, essendo diverso il loro nesso col fondamento della fede cristiana » (UR 11). Questo vale tanto per i dogmi di fede quanto per l’insieme degli insegnamenti della Chiesa, ivi compreso l’insegnamento morale.
37. San Tommaso d’Aquino insegnava che anche nel messaggio morale della Chiesa c’è una gerarchia, nelle virtù e negli atti che da esse procedono.[39] Qui ciò che conta è anzitutto « la fede che si rende operosa per mezzo della carità » (Gal 5,6). Le opere di amore al prossimo sono la


“Il clericalismo è una componente della crisi degli abusi sessuali nella Chiesa” 
intervista a Stéphane Joulain
Il clericalismo comincia quando questa cultura clericale scade in corporativismo: cioè quando i preti si concedono dei privilegi, e quando la protezione degli interessi del loro gruppo prevale su quella dell'integrità fisica e psicologica di altri. Ciò che il papa denuncia sono quei preti che mettono il loro potere e la loro autorità a proprio profitto, che, in quanto pastori, si riconoscono una sorta di superiorità che li mette su un piedestallo. Quando una persona comincia a sentirsi speciale, è facilmente tentata di concedersi dei privilegi speciali... Il papa la pensa diversamente: l'autorità e il potere sono affidati dalla Chiesa ai suoi pastori solo perché essi si mettano a servizio della comunità, fino a “conoscere l'odore delle pecore”. 
Effettivamente, il clericalismo può stabilirsi solo se è imposto dai preti e accettato dai laici. (...) Ritenere che, dato che si è stati ordinati, si ha diritto ad una forma di riverenza, è un errore, di cui certi non esitano ad abusare... La cultura e la storia di un paese hanno un ruolo in questo: negli Stati Uniti, ma anche in Africa, dove lavoro in questo momento, i laici vivono una forte sottomissione nei confronti dei preti. (...)
Come sempre, bisogna unire prevenzione, sanzione ed educazione. Per prevenire, la prima cosa da fare è “inquadrare” il potere dei chierici, obbligarli a rendere conto del modo in cui usano la loro autorità. Un potere non “inquadrato” diventa dittatoriale e il rischio è ulteriormente accresciuto quando lo si ritiene di origine divina. 
La convocazione dei vescovi cileni a Roma, l'accettazione da parte dei papa delle dimissioni di alcuni di loro ma anche del cardinale McCarrick, arcivescovo emerito di Washington, sono segnali forti che mostrano che l'autorità che la Chiesa affida loro non li rende intoccabili. 
Quanto alle sanzioni, è evidente che un vescovo deve reagire adeguatamente quando viene informato e non accontentarsi di spostare il prete. (...) 
Infine, i futuri preti devono essere educati ad una buona gestione della loro sessualità e della loro autorità. L'ideale sarebbe che ci fosse alla base un lavoro teologico, in ecclesiologia: come si percepisce la Chiesa? Come un corpo perfetto o come una comunità umana che cerca di essere fedele alla chiamata del Signore? - in teologia morale, ecc. 
padre Stéphane Joulain, psicoterapeuta, ha seguito in terapia circa 200 pedofili e tiene in diversi paesi numerosi corsi di formazione in materia di istruzione e di prevenzione.
in “www.la-croix.com” del 17 agosto 2018 (traduzione: www.finesettimana.org)


«Ciò che amiamo ci dice chi siamo». 
san Tommaso d'Aquino


È scomparso Arcabas, pittore celebre e apprezzato per il suo impegno nell'arte sacra e per le sue immagini religiose, come La cena in Emmaus o la Natività. La sua fonte principale d'ispirazione è stata la Bibbia, dando vita a un'arte sacra semplice e accattivante, intrisa di un senso fiabesco ma attenta alle istanze del moderno, seppure addolcite; il suo stile era molto apprezzato per l'uso esuberante e festoso del colore, in cui abbondava l'uso - anche simbolico - dell'oro... vedi il resto dell'articolo: https://www.avvenire.it/agora/pagine/morto-arcabas-pittore-arte-sacra


«E’ impossibile immaginare una conversione dell’agire ecclesiale senza la partecipazione attiva di tutte le componenti del Popolo di Dio. Di più: ogni volta che abbiamo cercato di soppiantare, mettere a tacere, ignorare, ridurre a piccole élites il Popolo di Dio abbiamo costruito comunità, programmi, scelte teologiche, spiritualità e strutture senza radici, senza memoria, senza volto, senza corpo, in definitiva senza vita.[2] Ciò si manifesta con chiarezza in un modo anomalo di intendere l’autorità nella Chiesa – molto comune in numerose comunità nelle quali si sono verificati comportamenti di abuso sessuale, di potere e di coscienza – quale è il clericalismo, quell’atteggiamento che «non solo annulla la personalità dei cristiani, ma tende anche a sminuire e a sottovalutare la grazia battesimale che lo Spirito Santo ha posto nel cuore della nostra gente»[3]. Il clericalismo, favorito sia dagli stessi sacerdoti sia dai laici, genera una scissione nel corpo ecclesiale che fomenta e aiuta a perpetuare molti dei mali che oggi denunciamo. Dire no all’abuso significa dire con forza no a qualsiasi forma di clericalismo.
E’ sempre bene ricordare che il Signore, «nella storia della salvezza, ha salvato un popolo. Non esiste piena identità senza appartenenza a un popolo. Perciò nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae tenendo conto della complessa trama di relazioni interpersonali che si stabiliscono nella comunità umana: Dio ha voluto entrare in una dinamica popolare, nella dinamica di un popolo» (Esort. ap. Gaudete et exsultate, 6). Pertanto, l’unico modo che abbiamo per rispondere a questo male che si è preso tante vite è viverlo come un compito che ci coinvolge e ci riguarda tutti come Popolo di Dio. Questa consapevolezza di sentirci parte di un popolo e di una storia comune ci consentirà di riconoscere i nostri peccati e gli errori del passato con un’apertura penitenziale capace di lasciarsi rinnovare da dentro. Tutto ciò che si fa per sradicare la cultura dell’abuso dalle nostre comunità senza una partecipazione attiva di tutti i membri della Chiesa non riuscirà a generare le dinamiche necessarie per una sana ed effettiva trasformazione. La dimensione penitenziale di digiuno e preghiera ci aiuterà come Popolo di Dio a metterci davanti al Signore e ai nostri fratelli feriti, come peccatori che implorano il perdono e la grazia della vergogna e della conversione, e così a elaborare azioni che producano dinamismi in sintonia col Vangelo».
papa Francesco, Lettera al popolo di Dio, 20.08.2018


«Ecce Homo! Così il corpo interroga il cristiano»
di Enzo Bianchi
In Gesù Cristo Dio ha vissuto l’esperienza dell’umano dal di dentro, facendo avvenire in sé l’alterità dell’uomo. (...) Gesù di Nazaret ha narrato, spiegato, visibilizzato Dio nello spazio dell’umano: «Ecce homo! Ecco l’uomo!» (Gv 19,5). Ha dato sensi umani a Dio consentendo a Dio di fare esperienza del mondo e dell’alterità umana e al mondo e all’uomo di fare esperienza dell’alterità di Dio.
La corporeità è il luogo essenziale di questa narrazione che rende l’umanità di Gesù di Nazaret sacramento primordiale di Dio. Il linguaggio di Gesù e, in particolare, la parola, ma poi i sensi, le emozioni, i gesti, gli abbracci e gli sguardi, le parole intrise di tenerezza e le invettive profetiche, le pazienti istruzioni e i ruvidi rimproveri ai discepoli, la stanchezza e la forza, la debolezza e il pianto, la gioia e l’esultanza, i silenzi e i ritiri in solitudine, le sue relazioni e i suoi incontri, la sua libertà e la sua parrhesía, sono bagliori dell’umanità di Gesù che i vangeli ci fanno intravedere attraverso la finestra rivelatrice e opaca dello scritto. E sono riflessi luminosi che consentono all’uomo di contemplare qualcosa della luce divina.
L’alterità e la trascendenza di Dio sono state evangelizzate da Gesù e tradotte in linguaggio e pratica umana. È la pratica di umanità di Gesù che narra Dio e che apre all’uomo una via per andare verso Dio. «Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito... lo ha raccontato (exeghésato)» (Gv 1,18), rivelato una volta per tutte, in modo ultimo e definitivo. Per questo motivo il cristianesimo esige che Gesù sia conosciuto attraverso la sua vita narrata e testimoniata nei vangeli da parte chi è stato coinvolto nella sua vicenda, i discepoli (...).
Ecco perché ritengo sia un grave rischio per i cristiani


«Per l'uomo responsabile la domanda ultima non è: "Come me la cavo eroicamente in questo affare?", ma: "Come la generazione che viene potrà continuare a vivere?"».
D. Bonhoeffer, Resistenza e resa, 64


«E' molto più facile convertire un peccatore incallito che far cambiare vita a un credente sbagliato».
san Bernardo di Chiaravalle


«Il rivoluzionario non trova altro riposo che la morte.
Il rivoluzionario - quando è vero - è guidato da un grande sentimento d'amore».
Francesco Guccini, Canzone per il Che


"Quando si ama non si frequentano le strade maestre".
S. Kierkegaard

Gelosia.
di Nunzio Galantino 
«Parlo della gelosia che (…) piega le gambe, toglie il sonno, distrugge il fegato, arrovella i pensieri, la gelosia che avvelena l’intelligenza con interrogativi sospetti, paure, e mortifica la dignità con indagini, lamenti, tranelli facendoti sentire derubato» (O. Fallaci). 
Dal greco zelos (spirito di emulazione, rivalità), la gelosia esprime un sentimento di ansia e di dubbio provato da chi ha paura che ciò che ama gli venga sottratto. (...) Il successo delle narrazioni sulla gelosia deriva dal forte legame della gelosia con l’amore. Un legame che ha fatto dire a Orage: la gelosia «è la più amara delle emozioni, perché associata con la più dolce». 
L’Otello di Shakespeare è senza dubbio l’opera classica che, più di altre, “celebra” la gelosia. In essa Otello, il Moro di Venezia, ossessionato dal sospetto abilmente instillato in lui dal manipolatore Iago, giunge a uccidere la moglie Desdemona. Non è un caso che la forma di gelosia patologica, ossessiva, non più fisiologica e naturale, è comunemente chiamata «Sindrome di Otello». Essa, secondo Freud, è rivolta non solo alla persona che si ama e che si teme di perdere, ma anche al/alla rivale in amore. La gelosia quindi non è solo un sentimento misto di rabbia e paura verso l’amato, ma è anche invidia verso il/la rivale. (...) 
L’irrazionalità della gelosia - che presenta per lo più carattere morboso, ossessivo e istintivo - causa sofferenza a chi la prova e a chi ne è vittima: è un conflitto continuo fra mancanza di fiducia, desiderio di possesso e bisogno di conferma che, a volte, arma e può essere causa di efferati omicidi/femminicidi. 
Se ben veicolata, se controllata e accettata, la gelosia può trasformarsi in spinta passionale verso l’amato ed emulazione nei confronti del rivale. Potrebbe addirittura alimentare e far sviluppare potenza e forza per dare sempre il meglio all’oggetto d’amore. «Credo di essere una delle persone più gelose del mondo - affermava Andy Warhol -. La mia mano destra è gelosa se la sinistra dipinge un bel quadro».
in “Il Sole 24 Ore” del 13 maggio 2018 


«"Il corpo è compreso come Dio è compreso" (C. Bruaire) e, più in profondità, il modo di relazionarsi con il proprio corpo esprime e riflette il modo in cui ci si relaziona a Dio. Ciò dice bene come l'esperienza spirituale sia essenzialmente un'esperienza corporea; non solo, dunque, si tratta di non fuggire il corpo, ma occorre imparare ad abitarlo in tutta la sua potenzialità relazionale».
Luciano Manicardi, Il corpo, 24

Il Consiglio della Federazione delle chiese evangeliche in Italia approva un documento per dire no alla xenofobia. Ogni forma di razzismo è un’eresia teologica
www.nev.it - 8 agosto 2018
“Da mesi ascoltiamo parole violente e cariche di rancore nei confronti degli immigrati, che nel cuore dell’estate sono state seguite da gesti xenofobi e razzisti verso italiani con la pelle nera, richiedenti asilo, rom. Come cristiani evangelici riteniamo che il limite della tollerabilità di questo linguaggio e di questi atteggiamenti sia stato ampiamente superato e per questo abbiamo deciso di lanciare il messaggio chiaro e forte che noi non ci stiamo”.
Con queste parole il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (FCEI), pastore Luca Maria Negro, presenta il Manifesto per l’accoglienza approvato dal Consiglio FCEI.
“Anche se oggi è impopolare, affermiamo che noi evangelici siamo per l’accoglienza degli immigrati e dei rifugiati, per la tutela delle vite di chi fugge da guerre e persecuzioni attraversando il Mediterraneo, per l’integrazione. Lo facciamo – conclude il presidente della FCEI – con uno strumento semplice ma capillare quale un manifesto che speriamo possa essere affisso sul portone di ogni chiesa evangelica”.
“Ogni forma di razzismo è per noi un’eresia teologica” si legge nel documento, che si apre con alcune citazioni bibliche sull’accoglienza e sui diritti dello straniero. Il Manifesto per l’accoglienza prosegue poi con 8 punti in cui si ribadisce la falsa contrapposizione tra accoglienza degli immigrati e bisogni degli italiani, si sottolinea la buona pratica dei corridoi umanitari, si invita allo scambio interculturale nel quadro dei principi della Costituzione, alla protezione internazionale e alla tutela dei diritti, a un linguaggio rispettoso della dignità e a una presa di posizione contro xenofobia e razzismo, si denuncia l’esasperazione del dibattito pubblico sul tema delle migrazioni. Negli ultimi due punti, la FCEI fa appello alle chiese sorelle dell’Europa perché accolgano quote di richiedenti asilo e spingano i loro governi a promuovere politiche di condivisione dei flussi migratori in un quadro di solidarietà e responsabilità condivise, richiamando all’amore di Dio, che è più forte degli egoismi di individui e di nazioni.
Scarica il Manifesto per l’accoglienza in versione integrale:
http://www.nev.it/nev/2018/08/08/manifesto-per-laccoglienza-questa-e-una-chiesa-che-accoglie/


«Il corpo esprime la persona. Esso non costituisce soltanto un oggetto di questo mondo, ma, fondamentalmente, è qualcuno, è la manifestazione, il linguaggio di una persona. E’ il respiro latore del pensiero, è il passo e l’equilibrio, struttura il tempo e lo spazio. (...) La “carne” è dunque l’uomo nella sua interezza, ma, precisiamolo immediatamente, nei suoi limiti di creatura. Se io sono un essere di carne, significa che sono un essere limitato, che non sono Dio».
Olivier Clément, Teologia e poesia del corpo, 6-7.


«Sapete, è geniale questa cosa che i giorni finiscono. E’ un sistema geniale. I giorni e poi le notti. E di nuovo i giorni. Sembra scontato, ma c’è del genio. E là dove la natura decide di collocare i propri limiti, esplode lo spettacolo».
Alessandro Baricco


Vi sono persone che - con la loro presenza e il loro stile - trasformano in lucente diamante tutto ciò incontrano;
altre riducono in polvere ciò che hanno tra le mani.
don Chisciotte Mc

«La libertà è uno dei tratti caratteristici della persona matura. Vogliamo riflettere sulla libertà di Gesù: in quale forma e in che misura Gesù è stato uomo libero? La finalità della nostra riflessione è acquisire i criteri per imparare ad esercitare, come Gesù, la libertà dei figli di Dio.
Il cammino della libertà ha avuto tappe anche nell’ambito della specie umana e Gesù certamente rappresenta un momento significativo di questo processo che ha avuto momenti di involuzione o riflusso e ha registrato salti qualitativi molto decisi.
In questo tipo di riflessione è facile cadere nella idealizzazione e attribuire a Gesù tutte le qualità in modo eminente, prescindendo dalle condizioni storiche e dai limiti culturali del suo tempo, che invece devono essere tenuti presenti.
Sarebbe inutile partire da una definizione astratta di libertà per vederne le applicazioni in Cristo. La libertà ha qualità e dinamiche diverse secondo il grado a cui una persona è pervenuta e secondo lo stile della comunità di appartenenza. In questa prospettiva intendiamo esaminare alcuni aspetti dell’esperienza storica di Gesù, partendo dal presupposto della sua volontà umana».
(continua a leggere...)
di Carlo Molari
http://pietrevive.blogspot.com/2018/02/gesu-uomo-libero-di-carlo-molari.html

"Nell’aldilà non vorrei essere “solo con Dio”, ma anche insieme a quelli che ho amato e mi hanno amato, insieme agli altri, all’umanità intera di cui faccio parte e nella quale sono stato concepito e generato, sono nato e cresciuto, vivendo “mai senza l’altro”. La vecchiaia si costruisce insieme, e solo una cultura umanistica che sappia mettere al centro la persona, con le sue fragilità, può aiutare tale edificazione. Ognuno di noi è chiamato “a morire e a vivere insieme”, scrive Paolo, non da solo; quindi, anche ad attraversare la vecchiaia, non in un viaggio solitario nel deserto ma in un itinerario di persone che camminano insieme, anche se il percorso di qualcuno è più breve. Perché non è vero che “gli altri sono l’inferno”, come affermava Jean-Paul Sartre: il vecchio capisce bene che l’inferno è non amare e non essere amati. Anche nella vecchiaia l’amore è sempre da inventare, ma con gli altri, non nella solitudine".
Enzo Bianchi
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2018/04/enzo-bianchi-la-rimozione-della.html