“L’intelligenza emotiva è la capacità di motivare se stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; ed ancora, la capacità di essere empatici e di sperare”.
Daniel Goleman, L'intelligenza emotiva

La colpa non è SOLO di chi recita,
ma ANCHE (e non poco) di chi applaude, fa sorrisetti, tace...

Papa Francesco, Meditazione mattutina, 1° maggio 2013
*Prima di tutto l’uomo e la sua dignità*. (...) Lo spunto è stato offerto dalle letture del giorno, la prima tratta dal libro della Genesi (1, 26-2, 3) e la seconda dal vangelo di Matteo (13, 54-58), che propongono il Dio creatore, «il quale ha lavorato per creare il mondo», e la figura di san Giuseppe, il falegname «padre adottivo di Gesù» e dal quale «Gesù ha imparato a lavorare».
«Oggi — ha detto — benediciamo san Giuseppe come lavoratore: ma *questo ricordo di san Giuseppe lavoratore ci rimanda a Dio lavoratore, a Gesù lavoratore*. E questo del lavoro è un tema molto, molto, molto evangelico. “Signore — dice Adamo — col lavoro guadagnerò da vivere”. Ma è di più. Perché questa prima icona di Dio lavoratore ci dice che il lavoro è qualcosa di più che guadagnarsi il pane: *il lavoro ci dà la dignità!* Chi lavora è degno, ha una dignità speciale, una dignità di persona: l’uomo e la donna che lavorano sono degni».
Chi non lavora, dunque, non ha questa dignità. Ma *ci sono tante persone «che vogliono lavorare e non possono». E questo «è un peso per la nostra coscienza, perché quando la società è organizzata in tal modo» e «non tutti hanno la possibilità di lavorare, di essere “unti” dalla dignità del lavoro, quella società non va bene: non è giusta! Va contro lo stesso Dio, che ha voluto che la nostra dignità incominci di qua»*.
«Anche Gesù — ha proseguito il Pontefice — sulla terra ha lavorato tanto, nella bottega di san Giuseppe. Ma ha lavorato anche fino alla Croce. Ha fatto quello che il Padre gli aveva comandato di fare. Io penso oggi a tante persone che lavorano e portano questa dignità... Ringraziamo il Signore! E siamo consci che la dignità non ce la dà il potere, il denaro, la cultura, no!... La dignità ce la dà il lavoro», anche se la società non consente a tutti di lavorare.
Il Papa si è poi riferito a *quei sistemi sociali, politici ed economici che in diverse parti del mondo hanno basato la loro organizzazione sullo sfruttamento*. Hanno scelto, cioè, di «non pagare il giusto» e di cercare di ottenere il massimo profitto a ogni costo, approfittando del lavoro degli altri, senza peraltro preoccuparsi minimamente della loro dignità. *Questo «va contro Dio!»*, ha esclamato riferendosi alla drammaticità di situazioni che si ripetono nel mondo (...) E' “lavoro schiavo”», che *sfrutta «il dono più bello che Dio ha dato all’uomo: la capacità di creare, di lavorare, di farne la propria dignità*. Quanti fratelli e sorelle nel mondo sono in questa situazione per colpa di questi atteggiamenti economici, sociali, politici!». (...)
Concludendo Papa Francesco ha esortato a chiedere «a San Giuseppe la grazia di essere consci che soltanto nel lavoro abbiamo dignità». E ha suggerito l’atteggiamento da tenere nei confronti di quanti non hanno lavoro: non dire «chi non lavora, non mangia», ma «chi non lavora, ha perso la dignità!»; e quando ci si trova davanti a chi «non lavora perché non trova la possibilità di lavorare», dire: «la società ha spogliato questa persona di dignità!».


"Al momento della comunione, durante la messa di Pasqua, la gente si alzava in silenzio: per una corsia laterale raggiungeva il fondo della chiesa, poi rientrava a piccoli passi rapidi nella corsia centrale, spingendosi sino al coro dove un sacerdote con barba e occhiali contornati in argento, dava loro la particola; ad aiutarlo, due donne dal volto indurito per l’importanza del loro ruolo, quel genere di donne senza età che cambiano i gladioli sull’altare prima che marciscano e si
prendono cura di Dio come di un vecchio marito stanco. Seduto in fondo alla chiesa, mentre aspettavo il mio turno per unirmi alla fila, guardavo la gente: gli abiti, le schiene, le nuche, il profilo dei volti. Per un secondo, la vista mi si è aperta: ho scoperto l’umanità intera, i suoi miliardi di individui, presa dentro questa colata lenta e silenziosa: vecchi e adolescenti, ricchi e poveri, donne adultere e ragazze serie, pazzi, assassini e geni, tutti a strofinare con le loro scarpe le lastre fredde e irregolari della chiesa, come morti che uscivano senza impazienza dalla notte per andare a cibarsi di luce. Ho compreso allora cosa sarebbe stata la resurrezione e quale calma stupefacente l’avrebbe preceduta. Questa visione è durata soltanto un secondo. Il secondo successivo mi è tornata la vista consueta, quella di una festa religiosa così antica che il suo significato si è attenuato e che sussiste solo per essere vagamente associata alle prime febbri della primavera".
Christian Bobin, Resuscitare | Ressusciter

"Il QI medio della popolazione mondiale, che dal dopoguerra alla fine degli anni '90 era sempre aumentato, nell'ultimo ventennio è invece in diminuzione...
È l’inversione dell’effetto Flynn.
Sembra che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei paesi più sviluppati.
Molte possono essere le cause di questo fenomeno.
Una di queste potrebbe essere l'impoverimento del linguaggio.
Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l'impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso.
La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo.
La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà dell'espressione.
Solo un esempio: eliminare la parola "signorina" (ormai desueta) non vuol dire solo rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l'idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.
Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero.
Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall'incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole.
Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile.
Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare.
La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell - "1984"; Ray Bradbury - "Fahrenheit 451") hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole.
Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole.
Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale?
Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro?
Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto?
Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata.
Perché in questo sforzo c'è la libertà.
Coloro che affermano la necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.
Non c'è libertà senza necessità.
Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza".
Christophe Clavé





"Spesso ci tuffiamo nel nuovo, come se fosse una soluzione a tutti i problemi, una medicina in grado di curare tutte le nostre malattie e tutti i nostri dolori. Perché per un attimo sembra che l'innovazione possa risvegliare il flusso della vita in noi.
Nuovo vestito, nuovo gadget, nuova conoscenza, nuovo posto. E facciamo finta di non sapere - pur sapendolo perfettamente - che tutto ci sembra nuovo solo perché non lo sappiamo ancora, non è entrato a far parte della nostra ′′ proprietà ".
Alla fine, non vogliamo novità, ma la sensazione che la novità porta in noi. Così, c'è un'infinita dipendenza da queste sensazioni che non potranno mai essere sature.
Conosciamo tutti l'esperienza del deja vu. Quelle rare situazioni in cui sentiamo di aver già visto hanno già vissuto questa situazione. Invece dovremmo fare quotidianamente l'esperienza opposta. Questo potrebbe essere chiamato "jamais vu", mai visto. Incontra le stesse persone, ripeti gli stessi gesti, vedi gli stessi luoghi, ma ogni volta era la prima volta. Come se fosse nuovo".
Guido Trezzani, su FB 17.04.2021

... ma non ti dimentico.


"La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi".
[Insanity is doing the same thing over and over again and expecting different results.]
(La citazione viene spesso attribuita erroneamente ad Einstein e talvolta anche a Benjamin Franklin e Mark Twain. In realtà essa proviene da un documento del 1981 (p. 11) dei Narcotici Anonimi).
dal web


"Chi ha il coraggio di cambiare viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento".
Amos Oz, Giuda

“Forse non tutti sanno che” viviamo in una società ingiusta
di Gianni Cuperlo, in “Domani” del 7.4.2021
(…) In poco meno di un anno (da febbraio a dicembre 2020) il mondo ha conosciuto una distruzione di reddito pari a 250 miliardi di dollari. All’indomani della grande crisi del 2008 quello stesso dato ammontava a 100 miliardi spalmati in ventiquattro mesi. (…)
Secondo la rivista Forbes, le 500 persone più ricche sulla Terra hanno visto il loro patrimonio incrementarsi di 1.800 miliardi in pochi mesi. Oggi quell’ammasso di ricchezza concentrata in (relativamente) poche mani ammonta a 7.600 miliardi, che poi sarebbe l’equivalente della somma dei Pil di Francia e Germania.
Il conto corrente di Jeff Bezos ha cumulato circa 70 miliardi di dollari, elevando di oltre la metà il gruzzolo precedente. Meglio di lui ha fatto Elon Musk passando da 25 a 153 miliardi di dollari. Nel valore di Borsa Facebook ha guadagnato l’85 per cento. Un anno di pandemia ha polarizzato la ricchezza in una misura imprevista. (…)
Nel 2019 Netflix ha pagato in Italia meno tasse di un lavoratore dipendente. Nello stesso anno Amazon ha versato meno di 11 milioni con un fatturato di un miliardo. Microsoft 16 milioni, Google 6, eBay 145mila euro. Nel complesso i primi quattro cinque gruppi big tech hanno fatturato in Italia 3 miliardi e 300 milioni pagando tasse e imposte per meno di 70 milioni. (…)
Un paio di milioni di cittadini italiani detengono circa 190 miliardi di euro su tre milioni di conti esteri (stima della Rete internazionale di scambio automatico).
Nel 2020 per la prima volta il debito pubblico a livello globale ha superato la produzione del Pil con un rapporto salito al 101,5 per cento. In questo caso la pandemia ha avuto un ruolo fondamentale. Nel 2019 solo 19 paesi conoscevano un rapporto debito Pil superiore al 100 per cento (l’Italia, come noto, era e resta ai primissimi posti). Con l’epidemia sono cresciuti di altre undici nazioni. Il debito dei paesi che fanno parte del G7 è passato dal 118 al 141 per cento, quello dell’area euro dall’84 al 101 per cento. Quanto al debito privato, in un anno è arrivato al 365 per cento del Pil del mondo. (…)
Nel mese di ottobre dell’anno passato la liquidità sui conti correnti è cresciuta di 32 miliardi di euro, l’insieme dei depositi ha superato i 1.700 miliardi nei primi nove mesi dell’anno. Anche le imprese hanno reagito, comprensibilmente, con un incremento dei depositi bancari pari al 21 per cento. Tradotto: la tragedia del Covid ha visto un pezzo di società capitolare, un altro (molto più ridotto) far profitti, un terzo risparmiare in vista di un domani migliore. (…)
Nell’universo del lavoro autonomo a mantenere lo stesso reddito di prima della tragedia sanitaria è stato meno di un lavoratore su quattro. Diversa la sorte degli oltre tre milioni di dipendenti pubblici e dei sedici milioni di pensionati dai quali (e siano ringraziati per ciò) è continuato a dipendere in buona misura il sostegno tramite il fisco (Iva e Irpef) dei servizi essenziali di cura e assistenza. (…)
In Italia sono 1.496.000 le persone con una ricchezza superiore al milione di dollari (circa 840mila euro). Sarebbe il tre per cento della popolazione ai quali toccherebbe in dote il 34 per cento della ricchezza totale. Non è propriamente facile convincere gli uni (quelli in alto alla scala) e gli altri (quelli relegati in cantina) che l’unità e solidarietà soprattutto nei momenti di crisi passano da un di più di vicinanza e coesione. (…)
L'albero è di fronte alla finestra della sala. Lo interrogo tutte le mattine: "Cosa c'è di nuovo oggi?". La risposta arriva senza esitazione, portata da centinaia di foglie: "Tutto".
Christian Bobin - Presenze (Perosini Editore, 2000)


"Duro ammetterlo: se non si riconosce il demerito, non si potrà mai valorizzare il merito".
Vittorio Zucconi

L'arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Battista Montini, il 12 aprile 1961, partecipa al traguardo raggiunto dall'uomo con la conquista dello spazio; è l'impresa di Yuri Gagarin, il cosmonauta sovietico, felicemente lanciato quel giorno a bordo della capsula spaziale Vostok Est per un giro orbitale dì 89 minuti intorno alla Terra. Ecco le sue parole: «Cresce la contemplazione dell'universo. Cresce la speranza del mondo. E tutto questo sembra acquistare senso d'un risveglio nel mistero, sempre più grande, più profondo e più attraente, dell'essere. Del cosmo, così immenso, così vicino, così penetrato di unità e di causalità. La vastità astrale del nuovo panorama invita ancor più al dovere radicale della esistenza, quello religioso, che ci spinge nel segreto del mondo e della vita, e ci allena a celebrare a maggior voce l'ineffabile e incombente grandezza di Dio».
L'arcivescovo Montini nell'omelia del pontificale del 6 gennaio 1958;j «Essi partono da uno studio scientifico, che non rimane fine a se stesso, ma diventa segno d'altra realtà più importante, alla quale dirigono non solo la mente, ma anche i loro passi di pellegrini fidenti e coraggiosi».
Il 17 aprile 1960: «Noi oggi perché studiosi, perché imbevuti di scienza e di passione esploratrice siamo più disposti alla religione, avidi quasi dj averne esperienza»; o in modo più lapidario il 15 aprile 1962. «Noi siamo convinti che l'uomo moderno se vuol essere coerente colla sua stessa razionalità, dovrà tornare religioso».
Nel pontificale dell'Epifania 1958, Montini cita l'«esperienza religiosa cosmica» di Einstein e ne deriva questo auspicio: «Non potremmo supporre, augurare almeno, che la meravigliosa evoluzione scientifica del nostro tempo fosse la stella, il segno che spinge il cammino dell'umanità moderna verso una nuova ricerca di Dio, verso una nuova scoperta di Cristo? L'Epifania non potrebbe avere, proprio dal mondo della scienza e della tecnica, un suo notturno, ma luminoso e incoraggiante preludio? Potrebbe; ed è la nostra speranza».
Il 21 maggio 1969, durante l'udienza generale: «V'è qualche cosa nell'uomo che supera l'uomo, v'è un riflesso che sa di mistero, che sa di divino. Adoriamo in silenzio. Ed insieme, noi credenti, noi cristiani».
Ai tre astronauti Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins il papa ha affidato un messaggio da lasciare sulla luna, che riporta il salmo 8 e alcune parole di gloria a Dio in latino. Ricevendoli il 16 ottobre in udienza, offrirà in dono a ciascuno una ceramica raffigurante i tre Re Magi, dal chiaro significato.
Il 12 luglio 1978, tre settimane prima della morte, Paolo VI così parla ai membri dell'Unione internazionale di astronomia: «Aiutateci a sollevare i nostri cuori e le nostre menti oltre i limitati orizzonti delle nostre fatiche quotidiane, per abbracciare il vasto dominio di stelle e galassie, e scoprire al di là, la magnificenza e il potere del Creatore».
E durante un ritiro spirituale, Il 18 luglio 1974: «Microbo nello spazio e nei tempo, lo posso almeno celebrare l'universo».


#Dire e fare

di Gianfranco Ravasi
“Il mondo si divide tra persone che realizzano le cose e persone che ne prendono il merito. Cerca, se puoi, di appartenere al primo gruppo. C'è molta meno concorrenza”
Così scriveva a suo figlio Dwight Morrow, diplomatico e senatore statunitense morto nel 1931, introducendo una linea di demarcazione tra il dire e il fare, linea che è ancor oggi ben netta in tutti i settori dell'esistenza e della storia. Anche Gesù formulava un principio analogo per la stessa esperienza di fede: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7, 21). Nella frase di Morrow ci sono, però, due elementi ulteriori che si potrebbero sottolineare.
Innanzitutto egli colpisce quelli che non solo dicono e non fanno, ma che «se ne prendono il merito». È, questo, un dato di fatto scandaloso: sopra il paziente lavoro di molti spesso si impianta il vessillo di chi si attribuisce il merito dell'opera. È l'atteggiamento altezzoso e arrogante di chi sa di poter controllare l'opinione e la comunicazione; è il comportamento di chi riesce a sgomitare e a mettersi sempre in prima fila; è la fermezza delle facce di bronzo che non hanno pudore nel falsificare la realtà, facendolo anzi in modo convincente. Morrow, poi, ricorda al figlio che l'ambito dei veri operatori ha minore concorrenza perché molti si preoccupano più dell'apparire e dell'inganno.
È, dunque, nell’orizzonte della generosità umile, silenziosa e paziente che ci sono i pochi veri «eroi»
in “Il Sole 24 Ore” del 11 aprile 2021

... "Gesù è il fondamento della nostra gioia: non è una bella teoria su come essere felici, ma è sperimentare di essere accompagnati e amati nel cammino della vita. (...)
In Gesù, Dio ha pronunciato la parola definitiva sulla nostra vita: tu non sei perduto, tu sei amato. Sempre amato.
Se l’ascolto del Vangelo e la pratica della nostra fede non ci allargano il cuore per farci cogliere la grandezza di questo amore, e magari scivoliamo in una religiosità seriosa, triste, chiusa, allora è segno che dobbiamo fermarci un po’ e ascoltare di nuovo l’annuncio della buona notizia: Dio ti ama così tanto da darti tutta la sua vita. Non è un dio che ci guarda indifferente dall’alto, ma è un Padre, un Padre innamorato che si coinvolge nella nostra storia; non è un dio che si compiace della morte del peccatore, ma un Padre preoccupato che nessuno vada perduto; non è un dio che condanna, ma un Padre che ci salva con l’abbraccio benedicente del suo amore. (...)
chi ama esce sempre da sé stesso. L’amore sempre si offre, si dona, si spende. La forza dell’amore è proprio questa: frantuma il guscio dell’egoismo, rompe gli argini delle sicurezze umane troppo calcolate, abbatte i muri e vince le paure, per farsi dono. Questa è la dinamica dell’amore: è farsi dono, darsi. Chi ama è così: preferisce rischiare nel donarsi piuttosto che atrofizzarsi trattenendosi per sé. Per questo Dio esce da sé stesso, perché “ha tanto amato”. Il suo amore è così grande che non può fare a meno di donarsi a noi. (...)
papa Francesco, omelia 14.03.2021


Risoluzione

di Antonio Spadaro
"Risolvere deriva dal latino «solvere», cioè sciogliere. C'è una saggezza in questa parola. Essere risoluti significa essere decisi. Prendere una ferma risoluzione significa avere le idee chiare su che cosa fare. E la «risoluzione finale» è la decisione approvata da una assemblea, un congresso. Com'è difficile in tempi incerti essere risoluti. Ci vuole discernimento per sciogliere le riserve e buttarsi nella decisione, al di là degli esperimenti. Che siano essi affettivi o politici o di gusto o altro ancora. Sciogliere le riserve: di questo abbiamo bisogno in un tempo nel quale le cautele impediscono di giocarsi fino in fondo, in un tempo in cui l'esperienza si confonde con l'esperimento. Risolversi significa dunque affrontare dubbi e problemi con la volontà risoluta di risolverli e non di giocarci a nascondino. «Faccio questo o faccio quello?»: quante volte si cerca di portare avanti decisioni lasciando sempre la possibilità di tornare indietro, una via di fuga! Eppure, così si resta avvolti nella nube di una vita non spesa, non vissuta, non decisa.
I dubbi e le riserve si risolvono compromettendosi, rischiando. Solo così si risolvono i contratti impliciti con le nostre paure, le nostre reticenze. Solo così si possono risolvere le situazioni in modo che finiscano bene, come quando si risolve un caso clinico o un problema di matematica. Se non risolviamo nulla, la vita si ingarbuglia in un ammasso di fili. Si può avere persino l'illusione che non risolvendo nulla si è liberi, totipotenti, capaci di aggiustamenti continui. Si vive di diritti e non di doveri, ad esempio. È una illusione. Ci si impiglia costantemente. Non si va da nessuna parte e, dunque, ci si irrigidisce. Ingarbugliati non ci si confronta davvero con la storia né con la propria vita. E spesso a irrigidire è la paura. Si ha paura che la risoluzione diventi dissoluzione o dissolvimento: «la possibilità dell'impossibilità di tutte le possibilità» direbbe Heidegger. Viviamo dunque a bassa risoluzione. Ed il termine lo conoscono bene i fotografi, e cioè tutti noi nel momento usiamo uno smartphone come una macchina fotografica. Una foto a bassa risoluzione è sgranata, non ben definita: si vede, sì, ma non bene. O ancora: è come vedere un film da sala cinematografica sullo schermo di un telefono. Chi vive facendo esperimenti senza risolversi è come chi scatta foto – l'immagine è di Proust nel IV volume della sua Recherche – senza godere della vista piena, della pienezza dell'immagine, dei suoi colori e delle sue definizioni. È vivere di copie e non di originali. Di low cost e musica compressa. Non si gode più credendo invece di godere. Ci siamo talmente abituati alle basse risoluzioni da aver perso il gusto pieno della vita, il gusto delle decisioni e dei conseguenti rischi. Perché non ci decidiamo mai. Bisogna decidersi una buona volta. Imparare a vivere ad alta risoluzione, almeno qualche volta".
in “L’Espresso” del 4 aprile 2021


Analogamente al "passaporto vaccinale", dovrebbero anche dare ad alcuni personaggi il "passaporto di negazionista doc": chi - fin dal primo minuto della pandemia - ha nei fatti negato l'esistenza della realtà, ha costruito mondi paralleli, ha indicato vie inesistenti.

E continua a farlo dopo 14 mesi, 110.000 morti, sanità ed economie mondiali in ginocchio.
"Incosciente" di farlo: cioè senza consapevolezza... e anche senza coscienza.
don Chisciotte Mc, 210407


In base a quale arcano mistero un prete o un vescovo che parlano sopra le particole dall'offertorio alla consacrazione e poi portando la pisside dal e al tabernacolo non spargerebbero droplets (potenzialmente contagiosi) sopra la materia del pane?!

don Chisciotte Mc, 210406

Auguri di Vita nuova, fin da ora risorti con Cristo Gesù!



"Tutti i vangeli raccontano della sepoltura di Gesù concessa a Giuseppe d'Arimatea da Pilato. Ma è solo il vangelo di Giovanni a raccontare che insieme a Giuseppe c'era Nicodemo: egli "venne portando una mistura di mirra e d'aloe, quasi cento libbre. Essi presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende di lino con aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso gli Ebrei". L'episodio è raccontato anche da Bach nella sua Passione secondo Giovanni.
La quantità di unguento era considerevole (circa 30 chili), ma è il gesto che importa, le mani pietose che hanno pulito le ferite, composto il corpo, che lo hanno accarezzato, profumato e avvolto con cura in un telo. Un gesto cui non avevo finora prestato sufficiente attenzione - di profonda pietà, tra i più belli della passione. Un gesto che richiama quello dell'unguento "sprecato" da Maria di Betania alla cena con Lazzaro appena resuscitato, quando Gesù dice "non mi avrete sempre".
La pietà è ciò che unisce i vivi e i morti".
Mario Domina, su FB 2.04.2021


Sacerdoti. Tutti i battezzati sono sacerdoti.

Mi spiace che questo titolo sia stato usurpato ed esclusivizzato.
L'unzione fondante e costitutiva è quella battesimale-crismale;
le altre sono specificazioni della prima.
Ogni volta che risuonano le parole "Fate questo in memoria di me", il comando - pieno di grazia efficace - è rivolto a tutta la assemblea che celebra.
don Chisciotte Mc, 210401


Ci sono delle persone che pensano basti ripetere una frase perché essa diventi realtà.

Pensano e parlano così i mai-cresciuti, i maghetti e i falsi profeti demagoghi.
I profeti, gli apostoli, gli evangelizzatori dicono una parola sola, e quella basta. E fanno.
Perché è Parola di Dio, non lieto fine delle favole.
don Chisciotte Mc, 210401