«Gesù pianse per Lazzaro" - disse il capraio -. Non c’è scritto, ma suppongo che anche Lazzaro deve aver pianto quando si ritrovò di nuovo in questa valle di lacrime dopo essere stato bello morto per quattro giorni. Garantito che era in paradiso. Gesù non l’avrebbe certo fatto tornare dall’inferno, no? Io non sopporterei di andare in paradiso e poi dover tornare indietro, e lei?».
«Immagino di no».
«Stai sicuro che quando lo vedo glielo chiedo».
«Quando vede chi?».
«Gesù».
«Vuole chiedere a Gesù com’è andata con Lazzaro?».
«Altroché. Lei non lo farebbe? Io ho intenzione di prepararmi un paio di cose da chiedergli. Un giorno o l’altro gli parlerò proprio come sto parlando a lei. Mi conviene avere qualcosa di pronto».
Cormac McCarthy, Suttree

Confusione. Serbatoio di energie e crescita
di Nunzio Galantino
"La contemporanea presenza, nel nostro mondo interiore e in quello che ci circonda, di esperienze, sollecitazioni e informazioni tra loro contrastanti è all’origine della confusione. Stato emotivo, accompagnato dalla sensazione di non riuscire a tenere sotto controllo quanto si muove dentro e intorno a noi. Ma anche esperienza dal carattere paradossale, a causa del modo imprevedibile in cui si danno appuntamento sensazioni contrastanti e desideri inconciliabili. Paradossale è anche il rapporto tra l’etimologia e il significato della parola confusione. Prese infatti separatamente, le due parti che la compongono - prefisso con più verbo latino fundere - fanno riferimento all’atto di unire, ricomporre e amalgamare. Riunite nell’unico termine «confusione», fanno invece riferimento alla mescolanza disordinata di cose, persone, emozioni o informazioni. È ciò che segna la differenza tra la confusione e la complessità. Dove la complessità, sul piano personale e del reale, può trasformarsi in invito alla ricerca e spinta alla valorizzazione di tutto ciò che è diverso, la confusione provoca invece perdita di certezza, fatica di pensare, stati d’ansia, tensione e paure che aprono la strada alla sensazione di vuoto esistenziale. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 25 luglio 2021

Inizia oggi l’Anno ignaziano che si chiuderà a Roma il 31 luglio 2022. Il tema scelto per questo Giubileo è “Vedere nuove tutte le cose in Cristo”. Con la festa di sant’Ignazio di oggi si entra nel cuore delle celebrazioni dedicate al fondatore della Compagnia di Gesù, morto a Roma il 31 luglio 1556. Si tratta infatti di celebrazioni particolari in questo 2021 perché i gesuiti ricordano i 500 anni dalla conversione di Ignazio dopo la ferita a Pamplona, avvenuta il 20 maggio 1521. Per l’occasione è stato indetto l’Anno ignaziano che si chiuderà a Roma il 31 luglio 2022.
Anche papa Francesco, primo Pontefice gesuita della storia della Chiesa, ha voluto rievocare il 23 maggio scorso il senso di quella chiamata a cambiare vita:
"Cari amici, sono lieto di unirmi a voi in questo preghiera per l’Anno Ignaziano, la celebrazione della conversione di sant’Ignazio. Spero che tutti quelli che s’ispirano a Ignazio, alla spiritualità ignaziana, possano vivere realmente questo anno come un’esperienza di conversione.
A Pamplona, 500 anni fa, tutti i sogni mondani di Ignazio andarono in frantumi in un istante. La palla di cannone che lo ferì cambiò il corso della sua vita, e il corso del mondo. Le cose apparentemente piccole possono essere importanti. Quella palla di cannone significò anche che Ignazio fallì nei sogni che egli aveva per la sua vita. Ma Dio aveva un sogno più grande per lui. Il sogno di Dio per Ignazio non s’incentrava su Ignazio. Si trattava di aiutare le anime. Era un sogno di redenzione, un sogno di uscita nel mondo intero, accompagnato da Gesù, umile e povero.
La conversione è una questione quotidiana. Raramente è una volta per tutte. La conversione di Ignazio cominciò a Pamplona, ma non terminò lì. Si convertì durante tutta la sua vita, giorno dopo giorno. E questo significa che per tutta la sua vita mise Cristo al centro. E lo fece attraverso il discernimento. Il discernimento non consiste nel riuscire sempre fin dall’inizio, bensì nel navigare e nell’avere una bussola per poter intraprendere il cammino che ha molte curve e tornanti, ma lasciandosi guidare sempre dallo Spirito Santo, che ci conduce all’incontro con il Signore.
In questo pellegrinaggio sulla terra incontriamo altri, come fece Ignazio nella sua vita. Questi altri sono segnali che ci aiutano a mantenere la rotta e che c’invitano a convertirci ogni volta di nuovo. Sono fratelli, sono situazioni, e Dio ci parla anche attraverso di loro. Ascoltiamo gli altri. Leggiamo le situazioni. Siamo cartelli stradali per gli altri, anche noi, mostrando il cammino di Dio. La conversione si fa sempre in dialogo, in dialogo con Dio, in dialogo con gli altri, in dialogo con il mondo.
Prego affinché tutti coloro che s’ispirano alla spiritualità ignaziana possano fare questo viaggio insieme come una famiglia ignaziana. E prego affinché molti altri giungano a scoprire la ricchezza di questa spiritualità che Dio diede a Ignazio.
Vi benedico di cuore, perché questo anno sia realmente un’ispirazione per andare per il mondo, aiutare le anime, vedendo tutte le cose nuove in Cristo. E anche un’ispirazione per lasciarci aiutare. Nessuno si salva da solo: o ci salviamo in comunità o non ci salviamo. Nessuno indica all’altro il cammino. Solo Gesù ci ha indicato il cammino. Noi ci aiutiamo a trovare e a seguire questo cammino reciprocamente".


«Per molti, soprattutto per i giovani, il cristianesimo è percepito non tanto come sbagliato, quanto semplicemente noioso! Dobbiamo mostrare che Dio ci invita a intraprendere l’avventura infinita dell’amore. Uno dei miei fratelli amava dire: “Se si ama, si può essere feriti o addirittura uccisi. Se non si ama, si è già morti!”. La nostra società tende a essere ossessionata dalla sicurezza. Scoraggia il rischio. Ma Gesù non ha chiamato i suoi discepoli a essere sicuri, ma a darsi completamente. Se la gente vede l’avventura della fede, può rifiutarla, ma non la vedrà come una noia!».
«Al cuore della nostra fede ci sono due cose di cui tutti i giovani hanno bisogno: la speranza e l’amore. Ho parlato prima dell’amore, ma i giovani hanno urgente bisogno di speranza. Il futuro è molto incerto e la catastrofe ecologica minaccia le nuove generazioni! Abbiamo una parola di speranza per loro? Teilhard de Chardin diceva: “Il futuro appartiene a coloro che danno alla prossima generazione una ragione per sperare”. E noi?».
«Adolfo Nicholas, ex superiore generale dei Gesuiti, ha parlato di “globalizzazione della superficialità”. Gli sms e i messaggi di Twitter tendono a semplificare troppo tutto. Il che porta a divisioni troppo semplici tra “loro” e “noi”. Queste sono le radici di tanto fondamentalismo e polarizzazione, sia nazionalistica che religiosa. Mancano le sfumature, e manca la poesia. Come può essere possibile qualsiasi fede o saggezza senza la poesia? Senza musica, come possiamo parlare della nostra speranza per ciò che è al di là delle parole?».
«Abbiamo bisogno di compagni di ricerca! Persone che non hanno la pretesa di capire tutto ma che sono esploratori che possono insegnarci e imparare da noi. Abbiamo bisogno, come alleati, di persone che cerchino di capire il complesso mestiere di essere umani, di innamorarsi, di rendersi ridicoli, o di fallire e ricominciare».
padre Timothy Radcliffe, dalla intervista su "Jesus" di luglio 2021


C'è una differenza enorme tra fare le cose per amore e farle per dovere.

Che poi il Signore alla fine della Storia accolga gli uni e gli altri... è proprio una Grazia di Dio!
don Chisciotte Mc, 210725

Nella mia ingenuità, non avrei mai immaginato ci fossero così tante persone che non sanno leggere né scrivere: non leggono libri e sono di una ignoranza spaventosa; non leggono gli eventi e sono di una banalità disarmante; non leggono le persone e sono insipide e ghiacciate.
Eppure pensano di vivere e di vivere se stesse e di viversi in questo tempo.
E magari scrivono pure: libri, eventi, persone... ma senza grammatica, senza sintassi, senza poesia.
don Chisciotte Mc, 210603


Ho sempre apprezzato le persone che si prendono le proprie responsabilità e non danno la colpa a nessun altro... tantomeno a Dio.

don Chisciotte Mc, 210713



“Custodire la vita nel sentimento nuovo della vita, è una delle cose più difficili che ci siano, che molto spesso si evitano. Ciò deriva senza dubbio dal fatto che questa novità d'ogni giorno può essere accolta soltanto in prossimità della morte a se stessi, a null'altro che a sé.
Io penso ogni giorno alla morte vicina.
Non è un pensiero del futuro, è un pensiero del presente.
E’ il pensiero meno morboso che ci sia.
Vivere nella vicinanza dell'ombra riflessa del morire, è una realtà che posso riassumere in una parola, in un atteggiamento di fondo: ridere.
La vita mi ribalta come un foglio di seta così fine che uno sguardo troppo pesante basterebbe a strapparlo.
La vita mi ricolma anche quando minacciata.
La lacerazione mi dà gioia e riso”.
Christian Bobin

È morto nel pomeriggio di lunedì 12 luglio nell’ospedale Santa Chiara di Trento don Graziano Gianola, sacerdote della Diocesi di Milano, a seguito delle gravi ferite riportate in una caduta in montagna. Don Graziano si trovava in vacanza a Brentonico con una sessantina di ragazzi del suo oratorio e una suora. È precipitato in un dirupo, nei pressi del rifugio Graziani, riportando ferite gravissime. È stato recuperato dal Soccorso alpino e trasferito con l’elicottero all’ospedale Santa Chiara di Trento.
Nell’incidente, secondo quanto riferiscono gli organi di stampa locale avvenuto lungo il “Sentiero delle vipere”, non sono stati coinvolti i ragazzi che erano con lui, tutti rimasti incolumi.
https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/incidente-in-montagna-deceduto-don-gianola-466189.html

www.riusosolidale.com

Ciao, Renato! Sono passati cinque anni.
Tante cose avevo imparato-capito allora;
molte di più sarebbero quelle che avrei dovuto imparare-capire fin da allora.
don Chisciotte Mc, 210707

Perché alla fine di ogni giornata, all'inizio della compieta, la liturgia mi fa pregare parole ("Placa il tuo sdegno verso di noi") sgradevoli al palato, non corrette dal punto di vista teologico e offensive, considerata la relazione col Papà del Cielo?!
don Chisciotte Mc, 210628




"C'era un contadino che coltivava mais di ottima qualità e vinceva sempre il premio. Questo contadino, invece di essere geloso del suo raccolto, condivideva i semi del suo mais con i suoi vicini. Ad un giornalista che gli chiese perchè, rispose: "Perchè il vento raccogliendo il polline del mais di tutta la zona, lo fa roteare da un campo all'altro. Se i miei vicini coltivano mais inferiore, l'impollinazione incrociata degraderà anche il mio mais. Quindi se voglio ottenere del buon mais, devo aiutare i miei vicini a coltivare del buon mais".
Il fatto è che nessuno di noi vince veramente, finché non vinciamo tutti".
P. Esquivel, premio Nobel per la pace


C'era anche Spiderman ieri all'udienza generale di papa Francesco nel Cortile di San Damaso, in Vaticano. Una persona vestita da Uomo Ragno era infatti seduta nelle prime file per ascoltare la catechesi del Pontefice. Si tratta di un giovane ligure, Mattia Villardita, che proprio vestito da Spiderman fa visita ai bambini ricoverati negli ospedali pediatrici.

“Perché, giustamente, dopo il concilio si parla tanto di *“sacerdozio dei fedeli”*? Perché questo è il sacerdozio reale, il sacerdozio pieno, il sacerdozio definitivo. Come Cristo è stato sacerdote offrendo se stesso con la propria volontà di dedizione al Padre, così *ogni cristiano è chiamato a fare di sé il medesimo dono e la medesima offerta. Questo è il sacerdozio della Chiesa*. Il sacerdozio ministeriale, quello dei preti, per intenderci, è espressione del sacerdozio sacramentale; è, in qualche maniera, al servizio di quello reale, in modo da far sì che tutti siano aiutati dal Cristo sacerdote a offrire se stessi. E *mentre il sacerdozio sacramentale scomparirà, il sacerdozio reale, cioè quello dell’offerta, resterà per sempre: sempre, l’uomo sarà offerta perfettissima di sé a Dio per tutta l’eternità*. Questo è, quindi, il vero sacerdozio definitivo, quello che ci unisce al sacerdozio di Cristo. Mentre quello ministeriale ha la sua dignità immensa, perché è il Cristo che santifica, è però al servizio del sacerdozio reale, cioè all’intenzione retta dei fedeli, che soccorre attraverso la predicazione, i sacramenti, l’offerta sacramentale di Gesù che vivifica, che attira e che stimola la nostra offerta personale.
Tutto ciò che è nella Chiesa trova il suo senso definitivo solo nell’offerta di noi: senza questa, la Chiesa non ha senso, ha perso il suo scopo”.
Carlo Maria Martini, “Il sole dentro”

“Che cosa è il sacrificio? Noi, talora, abbiamo del sacrificio una idea un po’ negativa — il sacrificio come rinuncia —; in realtà, l’essenza del sacrificio — quella che ha spiegato con parole profonde soprattutto sant’Agostino, e che è presente nella Bibbia, nel nuovo testamento in particolare — non è tanto la rinuncia, quanto la dedicazione a Dio. Sacrificio vuol dire “fare sacro”, “rendere sacro”. Quindi, se è vero che il sacrificio si esprime nell’antico testamento nella morte della vittima, lo fa nel senso di una dedicazione totale: l’uomo “rinuncia e dedica”. La vera grandezza del sacrificio non è la morte in sé, ma la dedicazione, la consacrazione totale che la morte significa. Questa consacrazione a Dio, questa dedicazione della vita a Dio è per eccellenza l’opera di Gesù.
Che cosa è venuto a fare Gesù sulla terra? Come ci dice la lettera agli Ebrei, «non hai voluto sacrifici né olocausti» (10, 5), cioè non hai voluto cose di questo genere, che indicavano sì la dedizione dell’uomo a Dio, ma in maniera vicaria, in maniera sostitutiva, hai detto: «Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (10, 7).
Ecco il sacrificio perfetto di Gesù. Non è dato tanto dalla morte come tale. La morte è solo l’espressione evidente di questa dedicazione portata fino all’ultimo, oltre la quale non si può andare; ciò che conta è però la dedicazione totale della volontà: «Ecco io vengo per fare, o Dio, la tua volontà». Come dice Gesù nel vangelo di Giovanni, «il mio pane è fare la volontà di Colui che mi ha mandato» (4, 34). Questa è l’essenza della vita di Gesù”.
Carlo Maria Martini, “Il sole dentro”

La pandemia sta diventando la ragione per non cambiare nulla, con espressioni del tipo: "L'anno scorso... in questi ultimi mesi... non abbiamo più potuto fare questa cosa o quest'altra, ma adesso che possiamo, torneremo a farla!".
Dalla data dei sacramenti dei bambini fino alle processioni, dagli eventi della "fede di massa" fino alle costruzioni... tutto come il "remoto prima", che era diverso dal "recente prima".
Maestri del triplo salto carpiato.
don Chisciotte Mc, 210612

Le votazioni sono "veramente cosa buona e giusta"... se però vi sono tre presupposti: 1. che siano apprezzate nel loro valore; 2. che i candidati siano competenti, preparati, rappresentativi, consapevoli del loro ruolo, con un progetto; 3. che i votanti sappiano ciò che fanno e lo facciano con serietà; che condividano il progetto e lo verifichino. Nel momento in cui mancano questi presupposti, il risultato non è autorevole. E questo modo di fare perpetua la debolezza dello strumento, a detrimento di tutti.
don Chisciotte Mc, 210614

Ciò che più toglie il respiro al mio agire pastorale, al servizio di questa parte del popolo di Dio è che tutto quello che avremo-avrò costruito andrà perduto, perché nessuno di coloro che dovrebbero farlo sa o vuole esprimere ora un giudizio ecclesiale di valore (positivo o negativo). Chi è venuto o verrà dopo di me, lui sì esprimerà il suo insindacabile giudizio secondo i propri gusti e distruggerà.
dChMc 210609

"La vera istruzione è insegnare alla gente a pensare da sola".
Noam Chomsky
La vera formazione è rendere autonomi nel fare bene.
don Chisciotte Mc 210610

Ambrogio contro il capitale
di Gianfranco Ravasi
Memore dell’ingiustizia verso Naboth, il vescovo denunciò l’idolatria della proprietà privata e la filantropia troppo ostentata
Quando papa Francesco nell’enciclica Fratelli tutti (nn. 119-120) ha riproposto questa tesi, è partita la solita carica di strali da parte di alcuni teologi improvvisati e di agnostici devoti che vi vedevano fumo di comunismo. Si tratta del primato della destinazione universale dei beni a cui dev’essere subordinata come strumento operativo la proprietà privata, assunta dai citati avversari a dogma supremo. In realtà, il pontefice non faceva che allinearsi a una tradizione cristiana secolare che impugnava persino la sferza, come il celebre Padre della Chiesa orientale san Giovanni Crisostomo che nel IV secolo non esitava - nella sua opera dedicata al povero Lazzaro della parabola evangelica ( Luca 16,19-31) - a dichiarare che «non dare ai poveri parte dei propri beni è rubare ai poveri perché quanto possediamo non è nostro, ma loro». Se vogliamo, però, giungere ai nostri giorni, ecco san Giovanni Paolo II che nell’enciclica Centesimus annus (1991) ribadiva che «Dio ha dato la terra a tutto il genere umano, perché essa sostenti tutti i suoi membri, senza escludere né privilegiare nessuno». Per lui il principio dell’uso comune dei beni creati per tutti è «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale».
Papa Francesco nella citata "Fratelli tutti" formalizzava questa tesi tradizionale: «Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati... Accade però frequentemente che i diritti secondari si pongano sopra quelli prioritari e originari, provandoli di rilevanza pratica».
In questa linea proponiamo ora la forte attestazione di uno dei grandi Padri della Chiesa d’Occidente, che aveva alle spalle un’importante carriera politica di governatore imperiale. (...) Su questa base biblica (1Re 21) Ambrogio - che, non lo dimentichiamo, era dotato di una forte personalità - tesse la sua vivace e perentoria applicazione dai risvolti politico-sociali, denunciando l’idolatria sclerotica della proprietà privata a scapito e non in funzione della destinazione universale dei beni. «Fin dove stendete, o ricchi, i vostri insani desideri? Abiterete forse da soli la terra?... La terra è stata costituita bene per tutti, ricchi e poveri: perché dunque, o ricchi, arrogate a voi il diritto di proprietà del suolo?». Sono, queste, alcune delle righe di apertura di questo scritto dalle pagine roventi, sempre proclamato a tono alto, striato di sdegno e rivolto incessantemente ai detentori di terreni, di possessi, di beni voluttuari che ignorano la folla dei miserabili che non digiunano come atto rituale bensì solo per necessità. Anche una certa filantropia ostentata come una onorificenza è spazzata via persino con sarcasmo.
Continua, infatti, Ambrogio: «Tu non dai al povero del tuo, ma gli restituisci del suo. Tu da solo ti appropri di ciò che è stato dato a tutti, perché tutti lo usassero in comune. La terra è di tutti, non solo dei ricchi... Tu dunque restituisci il dovuto, non elargisci il non dovuto». Questa sarà anche la voce della Chiesa successiva sulla scia del vescovo di Milano, tant’è vero che un paio di secoli dopo un papa, Gregorio Magno nella sua Regola pastorale, giungerà al punto di definire «delinquenti per la rovina del prossimo» i praticanti di una generosità pelosa e ipocrita, perché «quando offriamo qualcosa che sia necessario ai poveri, rendiamo loro ciò che è già loro, non diamo ciò che è nostro, compiamo un debito di giustizia, non adempiamo a un’opera di misericordia». (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 6 giugno 2021

Da qualche tempo mi rendo conto che hanno capito tutto coloro che avevano colto da tempo come gira il fumo... e stanno in buca, salgono solo sui carri dei vincitori, non se la cacciano per quasi nulla, non si sporcano mai le mani, non escono mai allo scoperto.
Perché la realtà è proprio come loro la intendono, la descrivono, la vivono.
E io sempre dall'altra parte.
don Chisciotte Mc, 210603

La casta ha tra le sue regole tacite, ma necessarie, che "lupo non mangia lupo"; che "Io non tocco te, tu non tocchi me"; che "Io copro le spalle a te, tu copri le spalle a me". Così funzionano le caste, in qualsiasi modo le si aggettivi. E viceversa: se si incontrano queste dinamiche, si può stare certi che si tratta di una casta.
don Chisciotte Mc, 210603

#i teologi in paradiso
di Gianfranco Ravasi
"Ebbene sì, anche in paradiso ci sono i teologi. Bisogna pure che si dia loro l'occasione di verificare di persona fino a che punto si sono sbagliati. Se no, sarebbe ingiusto. Ognuno deve avere la sua possibilità, i teologi come gli altri. E ad essi sarà molto perdonato perché si saranno molto sbagliati".
Questa ironica considerazione sui teologi è nel volume Le capanne del paradiso. Intervista a Dio (1980. Gilbert Le Mouël. Sarà certo divertente vedere la sorpresa finale di chi ha tanto detto di e su Dio, forse senza praticarne molto il messaggio e vissuto la fede. Quante volte, infatti, si sono costruiti ritratti di Dio a immagine e somiglianza del proprio cervello, del proprio gusto e intuito. Giobbe, che cerca il Signore con cuore sincero e con la libertà che comporta l'assenza di interesse e di encomio servile - notava il filosofo danese Soeren Kierkegaard - sopporta tutte le prove, ma perde la pazienza quando gli si fanno accanto i tre amici teologi per spiegargli che Dio ha comunque sempre ragione e loro ne sanno il perché.
C'è un volto divino che è solo un riflesso delle attese e dei pensieri umani. Certo, la via della ragione è importante per incontrare Dio, ma non è né l'esclusiva né la prima in assoluto. È per questo che egli può essere conosciuto altrettanto bene, anzi meglio, dai puri di cuore, dai semplici d'animo, dai giusti, dai poveri e dai bambini. Costoro avranno meno sorprese, quando saranno davanti a lui, di tanti scribi e sapienti che disprezzano «questa gente che non conosce la Legge» (Giovanni 7, 49). Le parole di un grande pensatore che fu anche grande credente, sono illuminanti: «Due eccessi da evitare: escludere la ragione, ammettere solo la ragione».
in “Il sole 24 Ore” del 30 maggio 2021


"La rabbia è un requisito indispensabile per cambiare. Rabbia non nel senso personale del termine, bensì razionale. Rifiuto ragionato di accettare l’inaccettabile".
Ken Loach - regista - Cannes 2016


"L'irresistibile attrattiva di Gesù per il tempio fa da contrasto alla non comprensione dei genitori: «Senza che se ne accorgessero», in greco: «uk égnosan», non lo conobbero, non lo seppero. Siamo di fronte a un grande mistero. Non è poco quello che è accaduto a Maria: normalmente le mamme conoscono da che cosa i loro bambini sono attratti e sanno dove possono essere andati allorché, sfuggendo alla sorveglianza, sono scappati. È vero che un dodicenne, soprattutto nel mondo orientale, aveva una qualche autonomia, ma era, come sembra, la prima volta che andava a Gerusalemme e i genitori avrebbero dovuto essere attenti. Si direbbe - e provo una certa fatica nel dirlo - che Giuseppe e Maria abbiano perso il colpo d'occhio, l'insieme della situazione, si siano fatti sfuggire l'essenziale. Possibile - ci chiediamo - che non avessero compreso la forza di attrazione che il tempio esercitava su Gesù? Possibile che non abbiano colto l'irresistibile fascino che avrebbe come inchiodato Gesù nel tempio? (...)
Che cosa dice a noi l'atteggiamento dei due genitori? Capita a tutti noi di perdere il punto della situazione senza nostra colpa, proprio perché non ci viene in mente. Non riusciamo sempre a valutare la totalità degli eventi e viene il momento in cui ci battiamo il petto perché ci è sfuggito qualcosa che, a rigor di logica, non avremmo dovuto tralasciare: avevamo molto da fare in quel giorno e non siamo stati attenti a quella persona mentre sarebbe stato ovvio prestarvi attenzione, ecc. Maria partecipa alla nostra fragilità perché è passata per questo momento di smarrimento nel senso globale della situazione. Forse sarebbe bastata da parte sua un po' di riflessione: "Era così immobile Gesù nel tempio, non riuscivamo a tirarlo via, sarà certamente rimasto là!".
Se Maria ha vissuto un momento così duro di disagio, di umiliazione, di dolore, anche noi dobbiamo perdonarci, anche noi dobbiamo capire che la nostra natura povera non riesce spesso a cogliere, per quanto si sforzi, il vero centro della situazione. Maria ci dà la mano e ci insegna l'umiltà: l'umiltà e l'umiliazione che ci può venire dalla gente che


"Esattamente 60 anni fa, l’avvocato inglese Peter Benenson, dopo aver appreso la notizia di due studenti ingiustamente arrestati in Portogallo, lanciò un appello per chiedere la loro liberazione sulle pagine di un quotidiano di Londra.
La risposta fu travolgente: centinaia di persone scrissero e inviarono lettere, trasformando la frustrazione e l’indignazione in un’azione per chiedere la liberazione dei prigionieri di coscienza.
Quel giorno nacque Amnesty International e da allora le nostre battaglie si sono moltiplicate: in 60 anni abbiamo condotto campagne mondiali contro la tortura e la pena di morte (ormai non usata in più di tre quarti dei paesi nel mondo) e ci battiamo per i diritti sociali ed economici di tutte le persone.
Da quel giorno, è nata una rete di persone, in ogni angolo del pianeta, accomunate dalla voglia di lottare per un mondo migliore, attraverso azioni e mobilitazioni.
Una rete di persone come te, che lottano per i diritti di persone come te, con l’aiuto di persone come te.
Se una persona è una goccia nel mare, insieme siamo una marea: è grazie alle vostre firme, donazioni e mobilitazioni, infatti, che in 60 anni abbiamo ridato libertà e dignità a oltre 50.000 persone, salvando 3 vite al giorno.
Ricorda. È merito tuo".
#AmnestyIsYou
Scopri di più: http://bit.ly/AmnestyIsYou

Italian style.
Qualcuno gridò: "Dobbiamo ripartire!".
Qualcun altro gli fece eco: "Bisogna riavviare i motori!".
Uno sentì il cigolìo, ma fece finta di nulla.
Un altro vide il guasto, ma chiuse gli occhi.
Quell'altro portò il ferro... "Ma non so a cosa serve".
Uno saldò insieme i pezzi... "Ma chissà perché li applicano qui".
Il solito schiacciò il pulsante per farla partire 30 giorni fa, 29 giorni fa, 28 giorni fa... fino a 3 giorni fa: "Io faccio solo il mio lavoro".
Più di uno pensarono: "Anche oggi non è successo niente... Vedi che non serve?!".
E l'interlocutore rincarò la dose: "Ebbbasta con tutti 'sti controlli, verifiche, permessi, collaudi!".
In galera finora tre.
Ma la mentalità criminale è ben più diffusa.
don Chisciotte Mc, 210526


«Maria era alle nozze di Cana. Cosa fa Maria? Partecipa
alla festa e quindi serve, aiuta, mangia, beve, conversa ma insieme osserva, con un qualche distacco, le cose e ne coglie il senso globale. Il suo distacco attento e discreto le permette di vedere ciò che nessuno di fatto vede e cioè che il vino è terminato. Maria è attenta al momento umano dell'esistenza, è attenta alle situazioni, alle persone e alle cose. (...)
Possiamo ora fare un momento di riflessione sull'atteggiamento che ho chiamato « attenzione » e che è il modo di essere di Maria, sia davanti al mistero divino, sia davanti alle semplici realtà della vita.
Attenzione è un atteggiamento vigilante dell'io sugli altri, è una trasparenza di sguardo, una prontezza a notare segni di sofferenza intorno a sé, a donarsi.
Disattenzione, invece, è la mancanza di vigilanza, è l'essere rattrappiti, chiusi in se stessi; disattenzione è parlare con un malato raccontandogli le nostre cose, senza accorgersi che sta sudando, che ha bisogno di un bicchier d'acqua.
Disattenzione è uscire con un'osservazione pungente, non pensando che qualcuno intorno a noi ne sarà ferito; disattenzione è non accorgersi di ciò che capita agli altri.
Attenzione è un trasalire trepido del cuore ogni volta che viene violata la delicatezza, il rispetto, il riguardo dovuto alle persone. Attenzione è, per esempio, - quando si è in auto o in moto - fermarsi prima delle strisce mentre un pedone deve attraversare e non volteggiargli attorno quasi fosse un birillo.
Attenzione è evitare di fumare quando ciò dà fastidio ad altri. E saper prendere la giusta distanza da sé e dagli eventi per capire ciò che obiettivamente avviene.
Attenzione è, dunque, amore vero, delicato, disinteressato, preveniente.
Ancora: attenzione è ciò che prova una madre verso la creatura che si sta formando in lei; è l'atteggiamento di un padre verso un bambino che gioca nel cortile accanto; è l'attitudine di un ospite cortese, premuroso ma non invadente.
L'attenzione è una qualità umana necessaria e previa al cammino spirituale. (...)
Essa confronta l'attenzione con la volontà: mentre la volontà, la voglia di fare e di riuscire, tende a irrigidire, l'attenzione è, al più alto grado, preghiera, fede, amore».
Carlo Maria Martini, La donna della riconciliazione, 10-11

#il
pepe e il cocomero
di Gianfranco Ravasi
"«L’amore non consiste nell’accarezzare una coscia». Persino i canonici si sarebbero svegliati se il vescovo avesse detto una cosa simile dal pulpito. Avrebbe allora detto: «Amore vuol dire amare gli altri più di noi stessi». Qui i canonici si sarebbero subito riaddormentati" (Bruce Marshall)..
"È un peccato che non si leggano più i romanzi di Bruce Marshall, il noto scrittore cattolico scozzese morto ottantenne nel 1979. È il caso della Sposa bella, da cui abbiamo tratto l’odierna citazione un po’ birichina eppur inoppugnabile. Essa offre lo spunto innanzitutto per sottolineare la necessità di un po’ di sapore e di spezia nel comunicare la verità. Un antico adagio rabbinico affermava che val più un grano di pepe che non un cesto di cocomeri. Un’educazione (e una predicazione) lagnosa e infarcita di buoni e santi luoghi comuni lascia del tutto indifferenti.
Oltre a questa ovvia osservazione di metodo, dalle parole di Marshall si può raccogliere anche una nota di contenuto. L’amore è ben più della carnalità, e la sua scoperta avviene sulla via del cuore, del sentimento e della donazione. Tuttavia non si deve essere gretti nel giudicare il comportamento di una persona, colpendolo soltanto per un atto di debolezza carnale. Saper amare è ben più che «accarezzare una coscia»; ma non si deve essere implacabili e rigidi custodi di una moralità misurata solo sui gesti esteriori. Non ci si deve, comunque, ridurre a quell’uomo e a quella donna di mezza età che p. Gaston, un altro personaggio di Marshall, ha di fronte sul treno: «così indifferenti l’uno all’altra da far pensare che fossero sposati»".
in “Il Sole 24 Ore” del 23 maggio 2021

Madri e padri,
di qualunque terra,
uniti dalle gioie e dai dolori.
"Lo avete fatto a me".


#parlare e riflettere

di Gianfranco Ravasi
"Ci sono persone che parlano, parlano… finché, finalmente, trovano qualcosa da dire".
"Meno si ha da riflettere, più si parla. Pensare è parlare a se stessi".
C’è un noto aforisma fulminante della tradizione giudaica: «Lo stupido dice quel che sa; il sapiente sa quel che dice». Ebbene, la coppia di citazioni sopra proposte va nella linea del detto rabbinico. La prima frase è attribuita al commediografo e attore francese di origine russa Sacha Guitry, morto nel 1957. La sua è un’osservazione quasi ovvia, soprattutto se ci si attacca alla televisione o ai social: parole, parole, capaci solo di svelare un opaco vuoto di idee. Solo per caso e, dopo tanta chiacchiera, può balenare la luce di un pensiero.
E qui viene bene l’altra considerazione che è di un autore più famoso e paludato, il barone di Montesquieu, che in un suo saggio esorta tutti a riflettere. Il pensare crea silenzio e si nutre di silenzio perché è un «parlare a se stessi». Ed è proprio questo che manca a chi parla troppo agli altri, correndo il rischio di proporre appunto il vuoto, l’aria fritta, la banalità. Ecco perché sono necessari la meditazione, l’ascolto, la lettura. Nelle sue Prediche volgari san Bernardino da Siena aveva una bella battuta: «Dio ti ha dato due orecchi e una lingua, perché tu oda più che tu parli».
in “Il Sole 24 Ore” del 9 maggio 2021


La missione di fare del mondo un battesimo
di Ermes Ronchi
"Gli sono rimasti soltanto undici uomini impauriti e confusi, e un piccolo nucleo di donne, fedeli e coraggiose. Lo hanno seguito per tre anni sulle strade di Palestina, non hanno capito molto ma lo hanno amato molto, e sono venuti tutti all’appuntamento sull’ultimo colle.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù compie un atto di enorme, illogica fiducia in uomini e donne che dubitano ancora, affidando proprio a loro il mondo e il Vangelo.
Non rimane con i suoi ancora un po’ di tempo, per spiegare meglio, per chiarire meglio, ma affida loro la lieta notizia nonostante i dubbi. I dubbi nella fede sono come i poveri: li avremo sempre con noi. Gesù affida il vangelo e il mondo nuovo, sognato insieme, alla povertà di undici pescatori illetterati e non all’intelligenza dei primi della classe.
Con fiducia totale, affida la verità ai dubitanti, chiama i claudicanti a camminare, gli zoppicanti a percorrere tutte le strade del mondo: è la legge del granello di senape, del pizzico di sale, della luce sul monte, del cuore acceso che può contagiare di vangelo e di nascite quanti incontra.
Andate, profumate di cielo le vite che incontrate, insegnate il mestiere di vivere, così come l’avete visto fare a me, mostrate loro il volto alto e luminoso dell’umano.
Battezzate, che significa immergete in Dio le persone, che possano essere intrise di cielo, impregnate di Dio, imbevute d’acqua viva, come uno che viene calato nel fiume, nel lago, nell’oceano e ne risale, madido d’aurora. Ecco la missione dei discepoli: fare del mondo un battesimo, un laboratorio di immersione in Dio, in quel Dio che Gesù ha raccontato come amore e libertà, come tenerezza e giustizia. (...)
in Avvenire, 13.05.2021

Stupidità
di Dietrich Bonhoeffer, "Resistenza e resa. Lettere e scritti dal carcere"
Il nemico del bene
"Per il bene la stupidità è un nemico più pericoloso della malvagità. Contro il male è possibile protestare, ci si può compromettere, in caso di necessità è possibile opporsi con la forza; il male porta sempre con sé il germe dell’autodissoluzione, perché dietro di sé nell’uomo lascia almeno un senso di malessere. Ma contro la stupidità non abbiamo difese. Qui non si può ottenere nulla, né con proteste, né con la forza; le motivazioni non servono a niente. Ai fatti che sono in contraddizione con i pregiudizi personali semplicemente non si deve credere - in questi casi lo stupido diventa addirittura scettico - e quando sia impossibile sfuggire ad essi, possono essere messi semplicemente da parte come casi irrilevanti. Nel far questo lo stupido, a differenza del malvagio, si sente completamente soddisfatto di sé; anzi, diventa addirittura pericoloso, perché con facilità passa rabbiosamente all’attacco. Perciò è necessario essere più guardinghi nei confronti dello stupido che del malvagio. Non tenteremo mai più di persuadere lo stupido: è una cosa senza senso e pericolosa.
Stupidità e potere
Se vogliamo trovare il modo di spuntarla con la stupidità, dobbiamo cercare di conoscerne l’essenza. Una cosa è certa, che si tratta essenzialmente di un difetto che interessa non l’intelletto, ma l’umanità di una persona. Ci sono uomini straordinariamente elastici dal punto di vista intellettuale che sono stupidi, e uomini molto goffi intellettualmente che non lo sono affatto. Ci accorgiamo con stupore di questo in certe situazioni, nelle quali si ha l’impressione che la stupidità non sia un difetto congenito, ma piuttosto che in determinate situazioni gli uomini vengano resi stupidi, ovvero si lascino rendere tali. Ci è dato osservare, inoltre, che uomini indipendenti, che conducono vita solitaria, denunciano questo difetto più raramente di uomini o gruppi che inclinano o sono costretti a vivere in compagnia. Perciò la stupidità sembra essere un problema sociologico piuttosto che un problema psicologico. E’ una forma particolare degli effetti che le circostanze storiche producono negli uomini; un fenomeno psicologico che si accompagna a determinati rapporti esterni.
Osservando meglio, si nota che qualsiasi ostentazione esteriore di potenza, politica o religiosa che sia, provoca l’istupidimento di una gran parte degli uomini. Sembra anzi che si tratti di una legge socio-psicologica. La potenza dell’uno richiede la stupidità degli altri. Il processo secondo cui ciò avviene, non è tanto quello dell’atrofia o della perdita improvvisa di determinate facoltà umane - ad esempio quelle intellettuali - ma piuttosto quello per cui, sotto la schiacciante impressione prodotta dall’ostentazione di potenza, l’uomo viene derubato della sua indipendenza interiore e rinuncia così, più o meno consapevolmente, ad assumere un atteggiamento personale davanti alle situazioni che gli si presentano. Il fatto che lo stupido sia spesso testardo non deve ingannare sulla sua mancanza di indipendenza. Parlandogli ci si accorge addirittura che non si ha a che fare direttamente con lui, con lui personalmente, ma con slogan, motti, ecc. da cui egli è dominato. E’ ammaliato, accecato, vittima di un abuso e di un trattamento pervertito che coinvolge la sua stessa persona. Trasformatosi in uno strumento senza volontà, lo stupido sarà capace di qualsiasi malvagità, essendo contemporaneamente incapace di riconoscerla come tale. Questo è il pericolo che una profanazione diabolica porta con sé. Ci sono uomini che potranno esserne rovinati per sempre.
Liberazione esteriore
Ma a questo punto è anche chiaro che la stupidità non potrà essere vinta impartendo degli insegnamenti, ma solo da un atto di liberazione. Ci si dovrà rassegnare al fatto che nella maggioranza dei casi un’autentica liberazione interiore è possibile solo dopo essere stata preceduta dalla liberazione esteriore; fino a quel momento, dovremo rinunciare ad ogni tentativo di convincere lo stupido.
In questo stato di cose sta anche la ragione per cui in simili circostanze inutilmente ci sforziamo di capire che cosa effettivamente pensi il "popolo", e per cui questo interrogativo risulta contemporaneamente superfluo - sempre però solo in queste circostanze - per chi pensa e agisce in modo responsabile. La Bibbia, affermando che il timore di Dio è l’inizio della sapienza (Salmo 111, 10), dice che la liberazione interiore dell’uomo alla vita responsabile davanti a Dio è l’unica reale vittoria sulla stupidità.
Del resto, siffatte riflessioni sulla stupidità comportano questo di consolante, che con esse viene assolutamente esclusa la possibilità di considerare la maggioranza degli uomini come stupida in ogni caso. Tutto dipenderà in realtà dall’atteggiamento di coloro che detengono il potere: se essi ripongono le loro aspettative più nella stupidità o più nell’autonomia interiore e nella intelligenza degli uomini".


"La lettura di buoni libri potrebbe contribuire a lenire la stupidità umana;
il problema è che la stupidità non ama leggere".
Carl William Brown

Battaglia verso nuove vie. Avversità
di Nunzio Galantino
«Adversae res edomant et docent; secundae res trudere solent a recte consulendo atque intelligendo». Non so quanti, nel bel mezzo di una vita segnata da avversità, sarebbero disposti a far proprie le parole di Catone il Vecchio, riportate da A. Gellio in Noctes Atticae: «Le avversità domano e ammaestrano; le cose favorevoli sogliono sviare dal pensare e dal comprendere rettamente» (VII,3).
Non lo saprei proprio immaginare. Soprattutto quando la parola avversità - al di là del significato etimologico di «ciò che è sfavorevole/contrario» - assume il volto preciso della cocente delusione per un tradimento, dell’insopportabile lacerazione affettiva per la perdita improvvisa di una persona cara o della devastante malattia che, per la sua gravità, sembra precludere ogni prospettiva di ripresa. Sono esperienze, queste, che chiamiamo avversità perché, irrompendo in maniera imprevista nella nostra vita, creano disorientamento e provocano disagio. Lo fanno con una violenza tale che non tardano a tradursi in uno stato d’animo negativo, accompagnato da senso di inadeguatezza e perdita di fiducia in se stessi e negli altri. È l’esperienza di chi si sente gettato in una sorta di abulìa che deprime.
Né fatalismo né vittimismo trasformano le avversità in opportunità di crescita, come sembra assicurarci Catone. È da superficiali pensare che le avversità abbiano subito e tutte un senso in sé. Le avversità non sono sinonimo di crescita. Anzi, con una certa frequenza, quando non spingono verso l’autoesclusione da una vita di relazione, esse si trasformano in rabbia, cinismo e aggressività.
Per quanto negativi, si tratta di emozioni e di atteggiamenti che attendono di essere riconosciuti ed accettati. Rinunziando a vivere in fuga dalle avversità e senza nutrirsi di ottimismo cieco e senza sfumature, fonte inevitabile di autoinganno e terreno di coltura per sterili sensi di colpa o sentimenti di inadeguatezza.
L’invito a trasformare gli ostacoli in potenzialità e le avversità in opportunità rischia di essere una pura emissione di suoni, una comoda ma inconcludente via di fuga, finché non ci si decide a considerare parte della propria vita la rabbia, la tristezza o la sofferenza che certe avversità portano con sé. Tentare solo di reprimerle vuol dire sentirsi presto chiamati a prendere atto che ci stiamo logorando dall’interno, perdendo altri pezzi di noi. E se ingaggiassimo con noi stessi una faticosa ma nobile battaglia alla ricerca di nuove strade per ricomporci in modo diverso, risollevandoci dopo eventi negativi, senza sottostimare quanto di bello comunque colora, in alcuni momenti, le nostre giornate?
in “Il Sole 24 Ore” del 9 maggio 2021

Questa mattina, alle ore 10, nella cattedrale di Agrigento, *la beatificazione di Rosario Livatino, il magistrato martire della giustizia*, ucciso “in odio alla fede” dalla “stidda” (cosca ribelle dell'agrigentino) il 21 settembre 1990, a meno di 38 anni, ma con già 12 di servizio. Il postulatore diocesano: in tutti i suoi gesti e parole, una grande umanità e voglia di normalità, e l’impegno a camminare sempre “sotto lo sguardo di Dio”. L’incontro col killer pentito che testimoniò al processo di beatificazione.
https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2021-05/beatificazione-rosario-livatino-giudice-martire-mafia-agrigento.html?fbclid=IwAR1lSvbx3jT8SQRrey6eR166i8nldr34volM4ffx2_f6SxmaP4RP99u9ihk

"Lloyd, quante idee ho in ballo".
"Speriamo nella calca non si pestino i piedi l'un l'altra, sir".
"Qualche scontro non uccide nessuno..."
"Ma trasforma quello che sembra un ballo in una grande agitazione, sir".
"Metafora molto calzante, Lloyd".
"Direi più danzante, sir".
Di Lloyd, di sir, di idee in ballo e di umori ballerini su Linus di aprile

Oggi, alle ore 18 presso la chiesa Kolbe, la messa in suffragio di don Diego Pirovano, morto il 20 aprile 2020.
Grazie alla sua competenza giuridica e alla sua infinita affabilità, ha accompagnato tante coppie nei momenti di crisi delle loro relazioni e noi gli siamo grati.


“L’intelligenza emotiva è la capacità di motivare se stessi e di persistere nel perseguire un obiettivo nonostante le frustrazioni; di controllare gli impulsi e rimandare la gratificazione; di modulare i propri stati d’animo evitando che la sofferenza ci impedisca di pensare; ed ancora, la capacità di essere empatici e di sperare”.
Daniel Goleman, L'intelligenza emotiva

La colpa non è SOLO di chi recita,
ma ANCHE (e non poco) di chi applaude, fa sorrisetti, tace...

Papa Francesco, Meditazione mattutina, 1° maggio 2013
*Prima di tutto l’uomo e la sua dignità*. (...) Lo spunto è stato offerto dalle letture del giorno, la prima tratta dal libro della Genesi (1, 26-2, 3) e la seconda dal vangelo di Matteo (13, 54-58), che propongono il Dio creatore, «il quale ha lavorato per creare il mondo», e la figura di san Giuseppe, il falegname «padre adottivo di Gesù» e dal quale «Gesù ha imparato a lavorare».
«Oggi — ha detto — benediciamo san Giuseppe come lavoratore: ma *questo ricordo di san Giuseppe lavoratore ci rimanda a Dio lavoratore, a Gesù lavoratore*. E questo del lavoro è un tema molto, molto, molto evangelico. “Signore — dice Adamo — col lavoro guadagnerò da vivere”. Ma è di più. Perché questa prima icona di Dio lavoratore ci dice che il lavoro è qualcosa di più che guadagnarsi il pane: *il lavoro ci dà la dignità!* Chi lavora è degno, ha una dignità speciale, una dignità di persona: l’uomo e la donna che lavorano sono degni».
Chi non lavora, dunque, non ha questa dignità. Ma *ci sono tante persone «che vogliono lavorare e non possono». E questo «è un peso per la nostra coscienza, perché quando la società è organizzata in tal modo» e «non tutti hanno la possibilità di lavorare, di essere “unti” dalla dignità del lavoro, quella società non va bene: non è giusta! Va contro lo stesso Dio, che ha voluto che la nostra dignità incominci di qua»*.
«Anche Gesù — ha proseguito il Pontefice — sulla terra ha lavorato tanto, nella bottega di san Giuseppe. Ma ha lavorato anche fino alla Croce. Ha fatto quello che il Padre gli aveva comandato di fare. Io penso oggi a tante persone che lavorano e portano questa dignità... Ringraziamo il Signore! E siamo consci che la dignità non ce la dà il potere, il denaro, la cultura, no!... La dignità ce la dà il lavoro», anche se la società non consente a tutti di lavorare.
Il Papa si è poi riferito a *quei sistemi sociali, politici ed economici che in diverse parti del mondo hanno basato la loro organizzazione sullo sfruttamento*. Hanno scelto, cioè, di «non pagare il giusto» e di cercare di ottenere il massimo profitto a ogni costo, approfittando del lavoro degli altri, senza peraltro preoccuparsi minimamente della loro dignità. *Questo «va contro Dio!»*, ha esclamato riferendosi alla drammaticità di situazioni che si ripetono nel mondo (...) E' “lavoro schiavo”», che *sfrutta «il dono più bello che Dio ha dato all’uomo: la capacità di creare, di lavorare, di farne la propria dignità*. Quanti fratelli e sorelle nel mondo sono in questa situazione per colpa di questi atteggiamenti economici, sociali, politici!». (...)
Concludendo Papa Francesco ha esortato a chiedere «a San Giuseppe la grazia di essere consci che soltanto nel lavoro abbiamo dignità». E ha suggerito l’atteggiamento da tenere nei confronti di quanti non hanno lavoro: non dire «chi non lavora, non mangia», ma «chi non lavora, ha perso la dignità!»; e quando ci si trova davanti a chi «non lavora perché non trova la possibilità di lavorare», dire: «la società ha spogliato questa persona di dignità!».


"Al momento della comunione, durante la messa di Pasqua, la gente si alzava in silenzio: per una corsia laterale raggiungeva il fondo della chiesa, poi rientrava a piccoli passi rapidi nella corsia centrale, spingendosi sino al coro dove un sacerdote con barba e occhiali contornati in argento, dava loro la particola; ad aiutarlo, due donne dal volto indurito per l’importanza del loro ruolo, quel genere di donne senza età che cambiano i gladioli sull’altare prima che marciscano e si
prendono cura di Dio come di un vecchio marito stanco. Seduto in fondo alla chiesa, mentre aspettavo il mio turno per unirmi alla fila, guardavo la gente: gli abiti, le schiene, le nuche, il profilo dei volti. Per un secondo, la vista mi si è aperta: ho scoperto l’umanità intera, i suoi miliardi di individui, presa dentro questa colata lenta e silenziosa: vecchi e adolescenti, ricchi e poveri, donne adultere e ragazze serie, pazzi, assassini e geni, tutti a strofinare con le loro scarpe le lastre fredde e irregolari della chiesa, come morti che uscivano senza impazienza dalla notte per andare a cibarsi di luce. Ho compreso allora cosa sarebbe stata la resurrezione e quale calma stupefacente l’avrebbe preceduta. Questa visione è durata soltanto un secondo. Il secondo successivo mi è tornata la vista consueta, quella di una festa religiosa così antica che il suo significato si è attenuato e che sussiste solo per essere vagamente associata alle prime febbri della primavera".
Christian Bobin, Resuscitare | Ressusciter

"Il QI medio della popolazione mondiale, che dal dopoguerra alla fine degli anni '90 era sempre aumentato, nell'ultimo ventennio è invece in diminuzione...
È l’inversione dell’effetto Flynn.
Sembra che il livello d’intelligenza misurato dai test diminuisca nei paesi più sviluppati.
Molte possono essere le cause di questo fenomeno.
Una di queste potrebbe essere l'impoverimento del linguaggio.
Diversi studi dimostrano infatti la diminuzione della conoscenza lessicale e l'impoverimento della lingua: non si tratta solo della riduzione del vocabolario utilizzato, ma anche delle sottigliezze linguistiche che permettono di elaborare e formulare un pensiero complesso.
La graduale scomparsa dei tempi (congiuntivo, imperfetto, forme composte del futuro, participio passato) dà luogo a un pensiero quasi sempre al presente, limitato al momento: incapace di proiezioni nel tempo.
La semplificazione dei tutorial, la scomparsa delle maiuscole e della punteggiatura sono esempi di “colpi mortali” alla precisione e alla varietà dell'espressione.
Solo un esempio: eliminare la parola "signorina" (ormai desueta) non vuol dire solo rinunciare all'estetica di una parola, ma anche promuovere involontariamente l'idea che tra una bambina e una donna non ci siano fasi intermedie.
Meno parole e meno verbi coniugati implicano meno capacità di esprimere le emozioni e meno possibilità di elaborare un pensiero.
Gli studi hanno dimostrato come parte della violenza nella sfera pubblica e privata derivi direttamente dall'incapacità di descrivere le proprie emozioni attraverso le parole.
Senza parole per costruire un ragionamento, il pensiero complesso è reso impossibile.
Più povero è il linguaggio, più il pensiero scompare.
La storia è ricca di esempi e molti libri (Georges Orwell - "1984"; Ray Bradbury - "Fahrenheit 451") hanno raccontato come tutti i regimi totalitari hanno sempre ostacolato il pensiero, attraverso una riduzione del numero e del senso delle parole.
Se non esistono pensieri, non esistono pensieri critici. E non c'è pensiero senza parole.
Come si può costruire un pensiero ipotetico-deduttivo senza il condizionale?
Come si può prendere in considerazione il futuro senza una coniugazione al futuro?
Come è possibile catturare una temporalità, una successione di elementi nel tempo, siano essi passati o futuri, e la loro durata relativa, senza una lingua che distingue tra ciò che avrebbe potuto essere, ciò che è stato, ciò che è, ciò che potrebbe essere, e ciò che sarà dopo che ciò che sarebbe potuto accadere, è realmente accaduto?
Cari genitori e insegnanti: facciamo parlare, leggere e scrivere i nostri figli, i nostri studenti. Insegnare e praticare la lingua nelle sue forme più diverse. Anche se sembra complicata. Soprattutto se è complicata.
Perché in questo sforzo c'è la libertà.
Coloro che affermano la necessità di semplificare l'ortografia, scontare la lingua dei suoi “difetti”, abolire i generi, i tempi, le sfumature, tutto ciò che crea complessità, sono i veri artefici dell’impoverimento della mente umana.
Non c'è libertà senza necessità.
Non c’è bellezza senza il pensiero della bellezza".
Christophe Clavé





"Spesso ci tuffiamo nel nuovo, come se fosse una soluzione a tutti i problemi, una medicina in grado di curare tutte le nostre malattie e tutti i nostri dolori. Perché per un attimo sembra che l'innovazione possa risvegliare il flusso della vita in noi.
Nuovo vestito, nuovo gadget, nuova conoscenza, nuovo posto. E facciamo finta di non sapere - pur sapendolo perfettamente - che tutto ci sembra nuovo solo perché non lo sappiamo ancora, non è entrato a far parte della nostra ′′ proprietà ".
Alla fine, non vogliamo novità, ma la sensazione che la novità porta in noi. Così, c'è un'infinita dipendenza da queste sensazioni che non potranno mai essere sature.
Conosciamo tutti l'esperienza del deja vu. Quelle rare situazioni in cui sentiamo di aver già visto hanno già vissuto questa situazione. Invece dovremmo fare quotidianamente l'esperienza opposta. Questo potrebbe essere chiamato "jamais vu", mai visto. Incontra le stesse persone, ripeti gli stessi gesti, vedi gli stessi luoghi, ma ogni volta era la prima volta. Come se fosse nuovo".
Guido Trezzani, su FB 17.04.2021

... ma non ti dimentico.


"La follia sta nel fare sempre la stessa cosa aspettandosi risultati diversi".
[Insanity is doing the same thing over and over again and expecting different results.]
(La citazione viene spesso attribuita erroneamente ad Einstein e talvolta anche a Benjamin Franklin e Mark Twain. In realtà essa proviene da un documento del 1981 (p. 11) dei Narcotici Anonimi).
dal web


"Chi ha il coraggio di cambiare viene sempre considerato un traditore da coloro che non sono capaci di nessun cambiamento".
Amos Oz, Giuda

“Forse non tutti sanno che” viviamo in una società ingiusta
di Gianni Cuperlo, in “Domani” del 7.4.2021
(…) In poco meno di un anno (da febbraio a dicembre 2020) il mondo ha conosciuto una distruzione di reddito pari a 250 miliardi di dollari. All’indomani della grande crisi del 2008 quello stesso dato ammontava a 100 miliardi spalmati in ventiquattro mesi. (…)
Secondo la rivista Forbes, le 500 persone più ricche sulla Terra hanno visto il loro patrimonio incrementarsi di 1.800 miliardi in pochi mesi. Oggi quell’ammasso di ricchezza concentrata in (relativamente) poche mani ammonta a 7.600 miliardi, che poi sarebbe l’equivalente della somma dei Pil di Francia e Germania.
Il conto corrente di Jeff Bezos ha cumulato circa 70 miliardi di dollari, elevando di oltre la metà il gruzzolo precedente. Meglio di lui ha fatto Elon Musk passando da 25 a 153 miliardi di dollari. Nel valore di Borsa Facebook ha guadagnato l’85 per cento. Un anno di pandemia ha polarizzato la ricchezza in una misura imprevista. (…)
Nel 2019 Netflix ha pagato in Italia meno tasse di un lavoratore dipendente. Nello stesso anno Amazon ha versato meno di 11 milioni con un fatturato di un miliardo. Microsoft 16 milioni, Google 6, eBay 145mila euro. Nel complesso i primi quattro cinque gruppi big tech hanno fatturato in Italia 3 miliardi e 300 milioni pagando tasse e imposte per meno di 70 milioni. (…)
Un paio di milioni di cittadini italiani detengono circa 190 miliardi di euro su tre milioni di conti esteri (stima della Rete internazionale di scambio automatico).
Nel 2020 per la prima volta il debito pubblico a livello globale ha superato la produzione del Pil con un rapporto salito al 101,5 per cento. In questo caso la pandemia ha avuto un ruolo fondamentale. Nel 2019 solo 19 paesi conoscevano un rapporto debito Pil superiore al 100 per cento (l’Italia, come noto, era e resta ai primissimi posti). Con l’epidemia sono cresciuti di altre undici nazioni. Il debito dei paesi che fanno parte del G7 è passato dal 118 al 141 per cento, quello dell’area euro dall’84 al 101 per cento. Quanto al debito privato, in un anno è arrivato al 365 per cento del Pil del mondo. (…)
Nel mese di ottobre dell’anno passato la liquidità sui conti correnti è cresciuta di 32 miliardi di euro, l’insieme dei depositi ha superato i 1.700 miliardi nei primi nove mesi dell’anno. Anche le imprese hanno reagito, comprensibilmente, con un incremento dei depositi bancari pari al 21 per cento. Tradotto: la tragedia del Covid ha visto un pezzo di società capitolare, un altro (molto più ridotto) far profitti, un terzo risparmiare in vista di un domani migliore. (…)
Nell’universo del lavoro autonomo a mantenere lo stesso reddito di prima della tragedia sanitaria è stato meno di un lavoratore su quattro. Diversa la sorte degli oltre tre milioni di dipendenti pubblici e dei sedici milioni di pensionati dai quali (e siano ringraziati per ciò) è continuato a dipendere in buona misura il sostegno tramite il fisco (Iva e Irpef) dei servizi essenziali di cura e assistenza. (…)
In Italia sono 1.496.000 le persone con una ricchezza superiore al milione di dollari (circa 840mila euro). Sarebbe il tre per cento della popolazione ai quali toccherebbe in dote il 34 per cento della ricchezza totale. Non è propriamente facile convincere gli uni (quelli in alto alla scala) e gli altri (quelli relegati in cantina) che l’unità e solidarietà soprattutto nei momenti di crisi passano da un di più di vicinanza e coesione. (…)
L'albero è di fronte alla finestra della sala. Lo interrogo tutte le mattine: "Cosa c'è di nuovo oggi?". La risposta arriva senza esitazione, portata da centinaia di foglie: "Tutto".
Christian Bobin - Presenze (Perosini Editore, 2000)


"Duro ammetterlo: se non si riconosce il demerito, non si potrà mai valorizzare il merito".
Vittorio Zucconi

L'arcivescovo di Milano, cardinale Giovanni Battista Montini, il 12 aprile 1961, partecipa al traguardo raggiunto dall'uomo con la conquista dello spazio; è l'impresa di Yuri Gagarin, il cosmonauta sovietico, felicemente lanciato quel giorno a bordo della capsula spaziale Vostok Est per un giro orbitale dì 89 minuti intorno alla Terra. Ecco le sue parole: «Cresce la contemplazione dell'universo. Cresce la speranza del mondo. E tutto questo sembra acquistare senso d'un risveglio nel mistero, sempre più grande, più profondo e più attraente, dell'essere. Del cosmo, così immenso, così vicino, così penetrato di unità e di causalità. La vastità astrale del nuovo panorama invita ancor più al dovere radicale della esistenza, quello religioso, che ci spinge nel segreto del mondo e della vita, e ci allena a celebrare a maggior voce l'ineffabile e incombente grandezza di Dio».
L'arcivescovo Montini nell'omelia del pontificale del 6 gennaio 1958;j «Essi partono da uno studio scientifico, che non rimane fine a se stesso, ma diventa segno d'altra realtà più importante, alla quale dirigono non solo la mente, ma anche i loro passi di pellegrini fidenti e coraggiosi».
Il 17 aprile 1960: «Noi oggi perché studiosi, perché imbevuti di scienza e di passione esploratrice siamo più disposti alla religione, avidi quasi dj averne esperienza»; o in modo più lapidario il 15 aprile 1962. «Noi siamo convinti che l'uomo moderno se vuol essere coerente colla sua stessa razionalità, dovrà tornare religioso».
Nel pontificale dell'Epifania 1958, Montini cita l'«esperienza religiosa cosmica» di Einstein e ne deriva questo auspicio: «Non potremmo supporre, augurare almeno, che la meravigliosa evoluzione scientifica del nostro tempo fosse la stella, il segno che spinge il cammino dell'umanità moderna verso una nuova ricerca di Dio, verso una nuova scoperta di Cristo? L'Epifania non potrebbe avere, proprio dal mondo della scienza e della tecnica, un suo notturno, ma luminoso e incoraggiante preludio? Potrebbe; ed è la nostra speranza».
Il 21 maggio 1969, durante l'udienza generale: «V'è qualche cosa nell'uomo che supera l'uomo, v'è un riflesso che sa di mistero, che sa di divino. Adoriamo in silenzio. Ed insieme, noi credenti, noi cristiani».
Ai tre astronauti Neil Armstrong, Edwin Aldrin e Michael Collins il papa ha affidato un messaggio da lasciare sulla luna, che riporta il salmo 8 e alcune parole di gloria a Dio in latino. Ricevendoli il 16 ottobre in udienza, offrirà in dono a ciascuno una ceramica raffigurante i tre Re Magi, dal chiaro significato.
Il 12 luglio 1978, tre settimane prima della morte, Paolo VI così parla ai membri dell'Unione internazionale di astronomia: «Aiutateci a sollevare i nostri cuori e le nostre menti oltre i limitati orizzonti delle nostre fatiche quotidiane, per abbracciare il vasto dominio di stelle e galassie, e scoprire al di là, la magnificenza e il potere del Creatore».
E durante un ritiro spirituale, Il 18 luglio 1974: «Microbo nello spazio e nei tempo, lo posso almeno celebrare l'universo».


#Dire e fare

di Gianfranco Ravasi
“Il mondo si divide tra persone che realizzano le cose e persone che ne prendono il merito. Cerca, se puoi, di appartenere al primo gruppo. C'è molta meno concorrenza”
Così scriveva a suo figlio Dwight Morrow, diplomatico e senatore statunitense morto nel 1931, introducendo una linea di demarcazione tra il dire e il fare, linea che è ancor oggi ben netta in tutti i settori dell'esistenza e della storia. Anche Gesù formulava un principio analogo per la stessa esperienza di fede: «Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Matteo 7, 21). Nella frase di Morrow ci sono, però, due elementi ulteriori che si potrebbero sottolineare.
Innanzitutto egli colpisce quelli che non solo dicono e non fanno, ma che «se ne prendono il merito». È, questo, un dato di fatto scandaloso: sopra il paziente lavoro di molti spesso si impianta il vessillo di chi si attribuisce il merito dell'opera. È l'atteggiamento altezzoso e arrogante di chi sa di poter controllare l'opinione e la comunicazione; è il comportamento di chi riesce a sgomitare e a mettersi sempre in prima fila; è la fermezza delle facce di bronzo che non hanno pudore nel falsificare la realtà, facendolo anzi in modo convincente. Morrow, poi, ricorda al figlio che l'ambito dei veri operatori ha minore concorrenza perché molti si preoccupano più dell'apparire e dell'inganno.
È, dunque, nell’orizzonte della generosità umile, silenziosa e paziente che ci sono i pochi veri «eroi»
in “Il Sole 24 Ore” del 11 aprile 2021

... "Gesù è il fondamento della nostra gioia: non è una bella teoria su come essere felici, ma è sperimentare di essere accompagnati e amati nel cammino della vita. (...)
In Gesù, Dio ha pronunciato la parola definitiva sulla nostra vita: tu non sei perduto, tu sei amato. Sempre amato.
Se l’ascolto del Vangelo e la pratica della nostra fede non ci allargano il cuore per farci cogliere la grandezza di questo amore, e magari scivoliamo in una religiosità seriosa, triste, chiusa, allora è segno che dobbiamo fermarci un po’ e ascoltare di nuovo l’annuncio della buona notizia: Dio ti ama così tanto da darti tutta la sua vita. Non è un dio che ci guarda indifferente dall’alto, ma è un Padre, un Padre innamorato che si coinvolge nella nostra storia; non è un dio che si compiace della morte del peccatore, ma un Padre preoccupato che nessuno vada perduto; non è un dio che condanna, ma un Padre che ci salva con l’abbraccio benedicente del suo amore. (...)
chi ama esce sempre da sé stesso. L’amore sempre si offre, si dona, si spende. La forza dell’amore è proprio questa: frantuma il guscio dell’egoismo, rompe gli argini delle sicurezze umane troppo calcolate, abbatte i muri e vince le paure, per farsi dono. Questa è la dinamica dell’amore: è farsi dono, darsi. Chi ama è così: preferisce rischiare nel donarsi piuttosto che atrofizzarsi trattenendosi per sé. Per questo Dio esce da sé stesso, perché “ha tanto amato”. Il suo amore è così grande che non può fare a meno di donarsi a noi. (...)
papa Francesco, omelia 14.03.2021


Risoluzione

di Antonio Spadaro
"Risolvere deriva dal latino «solvere», cioè sciogliere. C'è una saggezza in questa parola. Essere risoluti significa essere decisi. Prendere una ferma risoluzione significa avere le idee chiare su che cosa fare. E la «risoluzione finale» è la decisione approvata da una assemblea, un congresso. Com'è difficile in tempi incerti essere risoluti. Ci vuole discernimento per sciogliere le riserve e buttarsi nella decisione, al di là degli esperimenti. Che siano essi affettivi o politici o di gusto o altro ancora. Sciogliere le riserve: di questo abbiamo bisogno in un tempo nel quale le cautele impediscono di giocarsi fino in fondo, in un tempo in cui l'esperienza si confonde con l'esperimento. Risolversi significa dunque affrontare dubbi e problemi con la volontà risoluta di risolverli e non di giocarci a nascondino. «Faccio questo o faccio quello?»: quante volte si cerca di portare avanti decisioni lasciando sempre la possibilità di tornare indietro, una via di fuga! Eppure, così si resta avvolti nella nube di una vita non spesa, non vissuta, non decisa.
I dubbi e le riserve si risolvono compromettendosi, rischiando. Solo così si risolvono i contratti impliciti con le nostre paure, le nostre reticenze. Solo così si possono risolvere le situazioni in modo che finiscano bene, come quando si risolve un caso clinico o un problema di matematica. Se non risolviamo nulla, la vita si ingarbuglia in un ammasso di fili. Si può avere persino l'illusione che non risolvendo nulla si è liberi, totipotenti, capaci di aggiustamenti continui. Si vive di diritti e non di doveri, ad esempio. È una illusione. Ci si impiglia costantemente. Non si va da nessuna parte e, dunque, ci si irrigidisce. Ingarbugliati non ci si confronta davvero con la storia né con la propria vita. E spesso a irrigidire è la paura. Si ha paura che la risoluzione diventi dissoluzione o dissolvimento: «la possibilità dell'impossibilità di tutte le possibilità» direbbe Heidegger. Viviamo dunque a bassa risoluzione. Ed il termine lo conoscono bene i fotografi, e cioè tutti noi nel momento usiamo uno smartphone come una macchina fotografica. Una foto a bassa risoluzione è sgranata, non ben definita: si vede, sì, ma non bene. O ancora: è come vedere un film da sala cinematografica sullo schermo di un telefono. Chi vive facendo esperimenti senza risolversi è come chi scatta foto – l'immagine è di Proust nel IV volume della sua Recherche – senza godere della vista piena, della pienezza dell'immagine, dei suoi colori e delle sue definizioni. È vivere di copie e non di originali. Di low cost e musica compressa. Non si gode più credendo invece di godere. Ci siamo talmente abituati alle basse risoluzioni da aver perso il gusto pieno della vita, il gusto delle decisioni e dei conseguenti rischi. Perché non ci decidiamo mai. Bisogna decidersi una buona volta. Imparare a vivere ad alta risoluzione, almeno qualche volta".
in “L’Espresso” del 4 aprile 2021


Analogamente al "passaporto vaccinale", dovrebbero anche dare ad alcuni personaggi il "passaporto di negazionista doc": chi - fin dal primo minuto della pandemia - ha nei fatti negato l'esistenza della realtà, ha costruito mondi paralleli, ha indicato vie inesistenti.

E continua a farlo dopo 14 mesi, 110.000 morti, sanità ed economie mondiali in ginocchio.
"Incosciente" di farlo: cioè senza consapevolezza... e anche senza coscienza.
don Chisciotte Mc, 210407


In base a quale arcano mistero un prete o un vescovo che parlano sopra le particole dall'offertorio alla consacrazione e poi portando la pisside dal e al tabernacolo non spargerebbero droplets (potenzialmente contagiosi) sopra la materia del pane?!

don Chisciotte Mc, 210406

Auguri di Vita nuova, fin da ora risorti con Cristo Gesù!



"Tutti i vangeli raccontano della sepoltura di Gesù concessa a Giuseppe d'Arimatea da Pilato. Ma è solo il vangelo di Giovanni a raccontare che insieme a Giuseppe c'era Nicodemo: egli "venne portando una mistura di mirra e d'aloe, quasi cento libbre. Essi presero il corpo di Gesù e lo avvolsero in bende di lino con aromi, secondo il modo di seppellire in uso presso gli Ebrei". L'episodio è raccontato anche da Bach nella sua Passione secondo Giovanni.
La quantità di unguento era considerevole (circa 30 chili), ma è il gesto che importa, le mani pietose che hanno pulito le ferite, composto il corpo, che lo hanno accarezzato, profumato e avvolto con cura in un telo. Un gesto cui non avevo finora prestato sufficiente attenzione - di profonda pietà, tra i più belli della passione. Un gesto che richiama quello dell'unguento "sprecato" da Maria di Betania alla cena con Lazzaro appena resuscitato, quando Gesù dice "non mi avrete sempre".
La pietà è ciò che unisce i vivi e i morti".
Mario Domina, su FB 2.04.2021