Benedire con il «tangere»
di Gianfranco Ravasi
C'è nel Vangelo di Marco una pagina che segna in modo inequivocabile l'originalità di Gesù e la sua discontinuità dal terreno del giudaismo (...): l'incontro con un malato particolare, il lebbroso, un'affezione dai risvolti non solo clinici (era ritenuta fortemente infettiva) ma anche etico-religiosi. Infatti, per la cosiddetta "teoria della retribuzione", secondo la quale a ogni delitto corrisponde una punizione, questa sindrome era anche il sintomo di una colpa vergognosa segreta che rendeva il malato uno "scomunicato". Per questo era relegato nelle periferie degradate, ospite di caverne, segregato tra gli immondezzai, come nel caso di Giobbe, colpito da «piaga maligna».
II libro biblico delle norme sacrali, il Levitico, non aveva esitazioni: «Il lebbroso indosserà stracci, starà a capo scoperto, si velerà la barba e andrà gridando: Impuro, impuro!» (13,45-46). Era, quindi, socialmente un cadavere ambulante, schivato con orrore dai sani, timorosi di essere infettati non solo fisicamente ma anche moralmente e sacralmente. Ecco, invece, la scelta scandalosa di Cristo: «Commosso profondamente, tese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii purificato!». Quel gesto, in nome della compassione, viola le norme socio-rituali e quella mano che tocca, quasi ad assumere su di sé il male, diventa un segno provocatorio e liberatorio. (...)
Punta l'obiettivo su questo verbo, il "toccare". Tra parentesi, il greco haptomai ricorre 39 volte nel Nuovo Testamento, mentre chéir, la "mano" ben 177 volte. Il tatto, un senso primordiale che rivela prossimità e reciprocità (...). C'è nei Vangeli un toccare taumaturgico per guarire o benedire, c'è il contatto compassionevole e tenero, c'è il sostegno della parola che arricchisce e scioglie i significati del gesto, c'è il riflesso tattile del desiderio (...).
in "Il Sole 24 Ore " del 10 novembre 2019

Credente ateo*
di Aldo Antonelli
È da tempo che mi porto dentro una lotta che si fa sempre più dura tra il credente e il non credente: una lotta dura ma, devo dire, anche bella ed entusiasmante. I due personaggi dentro di me si vanno purificando e fecondando a vicenda.
Il non-credente fa sì che la fede resti alta e impegnativa, disintossicandola da tutti gli «ismi» che la possono inficiare: assolutismi, relativismi, devozionismi, religionismi, ritualismi... Il credente, a sua volta, libera il mio ateismo e la mia laicità dalle derive riduzionistiche dei loro altrettanto deleteri «ismi»: indifferentismo, qualunquismo, menefreghismo, pessimismo, nichilismo. Una convivenza difficile ma entusiasmante, come amava ripetere il card. Martini: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano puntualmente domande pungenti e inquietanti l'uno all'altro. Solo dando voce con pazienza e con metodo a queste due voci si può raggiungere la propria maturità umana e cristiana».
Non sono solo, quindi, in questa distretta, esistenziale distretta, in cui la mia fede non dorme mai sonni tranquilli, né può scorrere sicura lungo gli argini già tracciati di una religiosità pacificamente acquisita. Al di là della benedizione di un cardinale, poi, trovo la compagnia di un laico impegnato come Pietro Scoppola, studioso della coscienza religiosa moderna che, in quello che possiamo considerare

«La logica economica è all'origine delle religioni antiche, che nascono attorno all'idea mercantile di scambio tra gli uomini e le loro divinità. Il primo homo oeconomicus è stato l'homo religiosus, che ha letto la fede come commercio, come dare e avere con il divino, come debiti e crediti da gestire tramite offerte e sacrifici. La Bibbia e poi il cristianesimo hanno lottato con tutte le loro forze per liberare gli uomini dall'idea economica di Dio. Oggi, con l'affievolimento culturale della religione ebraico-cristiana, nell'orizzonte secolarizzato si è riaffacciata l'antica idea del dio economico, e quindi delle colpe, dei meriti, dei demeriti, di nuovi sacrifici e nuovi idoli. Nel 'crepuscolo degli dei' ci siamo risvegliati incatenati da una religione-idolatria che riporta con sé anche l'idea arcaica del povero come colpevole. Ma il suo colpo di genio più grande sta nel riuscire a presentarcela come una innovazione morale, come una forma più alta di giustizia, semplicemente chiamandola con un nome evocativo: meritocrazia. (...) La meritocrazia sta diventando una legittimazione etica della condanna morale del povero, che prima interpreta la mancanza di (alcuni tipi di) talento come colpa, poi condanna il povero come demeritevole e infine lo scarta insieme a chi si occupa di lui».
Luigino Bruni, in "Avvenire " del 30 aprile 2019

Tutto parte dall’incendio di Roma provocato (così si dice) da Nerone con l’accusa ai cristiani di esserne all’origine. Sospettati perché «stavano seminando nella popolazione dell’impero un’idea pericolosa per lo stato».
Dalla persecuzione si risale all’indietro, fino a Nazareth, uno sperduto villaggio di povera gente della Galilea, dove si avvia la vicenda di Gesù.
Ed eccolo battezzato nel Giordano e tentato nel deserto. «Lunghi giorni nel deserto a pregare e a pensare: come fare? Un tempo per decidere e il tormento del dubbio, dell’incertezza sulla strada da intraprendere. Fu allora che si insinuarono le tentazioni del diavolo». Il miracolo clamoroso, il potere politico, la forza incontenibile del divino «erano vaneggiamenti che gli passavano per la testa, nell’immensa solitudine del deserto? Ma poteva essere, davvero, l’ostentazione della sua potenza divina a cambiare il cuore degli uomini? Gli fu chiaro: era una tentazione diabolica».
La storia dei suoi miracoli e delle sue parole si snoda con un’evidenza sempre maggiore non solo del legame con la Legge del popolo d’Israele, ma anche che una consapevolezza e autorità non compatibile con un semplice maestro e rabbino. Guariva i malati, ma «i suoi miracoli dovevano essere il segno della compassione di Dio per la sofferenza umana e la testimonianza che Dio ama gli uomini». Così i confini si allargano ai popoli, così chiunque è chiamato a nascere una seconda volta, come ha chiesto a Nicodemo in un lungo dialogo notturno.
Storie affascinanti e incontri sorprendenti come con la samaritana al pozzo o dialoghi amicali come nella casa di Marta e Maria lievitano una dimensione spirituale che si apre alla preghiera e al mistero. Percorso pericoloso per tutti i poteri.
«Egli non aveva nessuna autorità, neppure era un sacerdote, non poteva permettersi di contestare le norme che regolavano la vita del tempio. “Un giorno il tempio – egli disse con incredibile audacia – potrebbe anche essere distrutto. Chi crede in me saprà sempre come e dove cercare Dio”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dopo pochi giorni sarà catturato, consegnato ai romani e crocifisso».
Ma poi è risorto. «Era questa la buona notizia che egli consegnava (ai discepoli) e voleva che essi diffondessero dovunque. Che l’amore vince l’odio e la morte: questa la speranza capace di cambiare il mondo. Li lasciò così, di colpo, senza che potessero dire come se n’era andato».
Agli apostoli e a noi è rimasto il gesto di quell’ultima cena. Le generazioni cristiane non se lo dimenticheranno mai. «È il più importante atto di culto, per il quale i cristiani si radunano ogni domenica e rendono gloria a Dio, ripetendo quel gesto di Gesù».
http://www.settimananews.it/teologia/dianich-vi-racconto-gesu/?fbclid=IwAR360HyRnB1r2U7oaSULoXR10sdPUVMALHzRp5MCdG0AfppoQE3IguIXd0Q


"Building Bridges", una gigantesca installazione costituita da 6 coppie di mani che partono dai due argini per intrecciarsi e formare un ponte. L’opera, alta 15 metri e lunga 20, vuole celebrare 6 valori universali dell’uomo, e la scelta di Venezia non è casuale:  “Venezia è una città patrimonio mondiale ed è la città dei ponti. È il luogo ideale per diffondere un messaggio di unità mondiale e pace in modo che molti di noi in tutto il mondo costruiscano ponti con gli altri piuttosto che muri e barriere” ha spiegato l’artista per raccontare l’opera più grande che abbia mai realizzato fino ad ora.  Amicizia, saggezza, aiuto, fede, speranza e amore: valori che  insieme costituiscono un messaggio di pace e di comunanza, atto a permettere l’incontro tra culture e il superamento delle divisioni.

Poveri e teoremi della «colpa»
di Luigino Bruni
Una delle più grandi novità morali dell'umanesimo cristiano ed europeo è l'aver liberato i poveri dalla colpa per la loro povertà. Il mondo antico ci aveva lasciato come eredità l'idea, molto radicata e diffusa, che la povertà non era altro che la maledizione divina meritata per qualche colpa commessa dalla persona o dai suoi avi. I poveri si ritrovavano così condannati due volte: dalla vita e dalla religione (il libro di Giobbe è una delle vette etiche dell'antichità proprio perché è una reazione contro l'idea della povertà come colpa), e i ricchi si sentivano tranquilli, giustificati e doppiamente benedetti. In Europa, però, non sono state le città e gli Stati con le loro istituzioni politiche a liberare i poveri dalla loro maledizione.
Anzi, fin dai tempi dell'impero romano e poi per tutto il Medioevo e l'Età moderna, gli statuti e le leggi cittadine erano molto attenti a individuare i cosiddetti poveri e mendicanti volontari e quindi colpevoli, per poi cacciarli fuori dalla mura cittadine. Non dobbiamo dimenticare che la storia politica delle città europee è anche (e a tratti soprattutto) una storia di esclusione di poveri, ebrei, migranti, eretici e vagabondi, perché non erano in possesso di quella 'affidabilità' necessaria per entrare nel club dei mercati delle nuove città. Ma, grazie a Dio, le istituzioni europee non erano soltanto quelle politiche delle città borghesi e mercantili: c'erano anche le istituzioni nate dalla fede religiosa. Il cristianesimo aveva portato una grande innovazione in tema di povertà. Una religione fondata da un uomo non ricco e con molti apostoli e discepoli poveri, e che osava chiamare i poveri 'beati', in un contesto religioso e culturale che scartava e malediva i poveri. E che nella sua vita fece di tutto per mostrare che i malati e i poveri non erano colpevoli della loro malattia e/o povertà (si pensi al cieco nato, al paralitico, ai lebbrosi...). (...)
C'è questa cancellazione dello stigma di maledizione alla radice dei molti ospedali, scuole, orfanotrofi che hanno fondato il welfare europeo. (...)
in "Avvenire ", 30 aprile 2019

Il corpo nella bibbia. La persona al centro
di Lidia Maggi - in “Avvenire” del 13 ottobre 2019
«Noi siamo corpo. Nasciamo dal corpo di nostra madre e, prima ancora, dall’incontro di due corpi. È attraverso il corpo, con la sapienza dei sensi e i suoi confini, che impariamo a relazionare con l’altro per raggiungerlo con un abbraccio, un sorriso, per ascoltarlo, respingerlo o accoglierlo.
La vita biologica, come quella relazionale, nasce dall’incontro di corpi. Questo paradigma, tuttavia, è messo in discussione dai mutamenti epocali legati alla percezione del corpo quale assoluto protagonista della nostra cultura. Sottratto alle maglie della morale, dove era schiavo, attraverso un processo di emancipazione, si è liberato fino a trasformarsi in tiranno. La sana riconquista di una consapevolezza del corpo è stata a tal punto enfatizzata da trasformare il corpo nel Signore delle nostre vite: un idolo da gratificare e adorare, con tanto di liturgie predisposte allo scopo. E come per ogni divinità che si rispetti, il corpo dovrà apparire come “l’essere perfettissimo”; ed avere i suoi santuari e i suoi riti religiosi, tutti all’insegna del benessere e della comodità, i cui ingredienti sono diete, moda, palestre, chirurgia estetica e selfie in quantità. Nasce il mito del corpo immortale, eternamente giovane.
Il recupero della corporeità – la cui verità è affermata dal Dio di Gesù Cristo percepito come attestato dalla Scrittura... (continua qui:

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2019/10/il-corpo-nella-bibbia-la-persona-al.html?fbclid=IwAR3Vs3BmhriPNpSqRv266hiH_cADK-QERT_gfX4jRI1w6oBw_rqTnDUhEJk

«Una volta depurato da finzioni ed esibizionismi, il racconto e la condivisione degli avvenimenti più significativi della vita del prete si carica di una valenza positiva. Dalle foto e dai post pubblicati può emergere la ricchezza di un ministero tutt’altro che triste e monotono. Incontri ed esperienze, idee e intuizioni, attività stimolanti e appaganti: c’è tutto questo nella nostra vita sacerdotale. Non una rinuncia alla propria umanità, ma la possibilità di godere appieno dei doni elargiti dal Signore. E i social network ne diventano il luogo della testimonianza. Una testimonianza nuova e inedita, che non passa attraverso prediche e raccomandazioni moralistiche, ma proviene dallo stile con cui il prete si mostra e parla di sé».
https://www.lastampa.it/vatican-insider-it/libri/2019/11/28/news/l-identikit-del-prete-social-1.38027188?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Mistero, progetto d’amore invisibile
di Nunzio Galantino
«L’assenza di mistero, tipica della nostra vita moderna, è il nostro decadimento e la nostra povertà». Penso che D. Bonhoeffer confermerebbe in maniera convinta questa sua affermazione, soprattutto al cospetto delle banalità spettacolarizzate che riempiono pagine social e trasmissioni dedicate a “mistero e misteri”. E, quasi in forma di sfida, lo stesso teologo luterano, fatto impiccare da Hitler, ritiene che «il mistero è la radice di quanto è comprensibile, chiaro e manifesto. E quando vogliamo aggredire tale mistero, calcolarlo, spiegarlo e selezionarlo, il risultato è che, così facendo, uccidiamo la vita e non scopriamo il mistero». La vita insomma è mistero. La vita ha bisogno del mistero. (...) Mistero è il suo progetto d’amore perché ogni uomo abbia una vita piena e riuscita. (...) Il mistero più grande per noi, siamo noi stessi».
in “Il Sole 24 Ore” del 22 dicembre 2019
Per la foto, grazie a Luca Autelli

Debolezza evangelica e fragilità umana
di Enzo Bianchi
Il grande monaco Bernardo di Clairvaux coniò una straordinaria esclamazione: "Optanda infirmitas!", "O desiderabile debolezza!" (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7). Nella vita di ciascuno di noi è infatti decisivo sperimentare la debolezza, esperienza inevitabile che ci può dare la consapevolezza del non essere Dio, ma creature "mancanti", bisognose l'una della presenza e della cura dell'altra. Esperienza che può preservare, se la cecità non è dominante, dall'orgoglio, dal narcisismo e dal culto egolatrico del proprio "io". (...)
Vulnerabilità significa capacità di essere feriti, apertura ed esposizione all'altro, e nasce da fiducia, rinuncia al controllo, desiderio di apertura all'altro. Dalla vulnerabilità nasce la fraternità, perché cade il muro dell'indifferenza, scompare il velo della legge (cf. 2Co 3,13-16) e il cuore di pietra si trasforma in cuore di carne (cf. Ez 11,19; 36,26). (...)
Vivere richiede di avere fiducia nella vita, di lottare in favore della vita e di amarla con tutte le proprie forze. (...)
in "Jesus " del dicembre 2019
Per la foto, grazie a Luca Autelli su FB

«La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito sulle acque del Giordano, con la dichiarazione d'amore di Dio (...) accade ancora a ogni quotidiana ripartenza. La Voce, la sola che suona in mezzo all'anima, ripete a ciascuno: "Tu sei mio figlio, l'amato, in te ho posto il mio compiacimento". Parole che ardono e bruciano: figlio mio, amore mio, gioia mia.
"Figlio" è la prima parola. Figlio è un termine potente sulla terra, potente per il cuore dell'uomo. E per la fede. (...)
"Amato" è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima che tu dica «sì», che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è «amato». Di un amore che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge a prescindere da ciò che oggi sarai e farai. Amato, senza se e senza ma. La salvezza deriva dal fatto che Dio mi ama, non dal fatto che io amo lui. E che io sia amato dipende da Dio, non dipende da me! Per fortuna, vorrei dire; o, meglio, per grazia! Ed è questo amore che entra, dilaga, avvolge e trasforma: noi siamo santi perché amati.
La terza parola: "Mio compiacimento". Termine desueto, inusuale eppure bellissimo, che nel suo nucleo contiene l'idea di piacere. La Voce grida dall'alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello con te, figlio mio; tu mi piaci; stare con te mi riempie di gioia. (...)
Io sono immerso in Dio e Dio è immerso in me; io nella Sua vita, Lui nella mia vita; «stringimi a te, stringiti in me» (G. Testori). Sono dentro Dio, come dentro l'aria che respiro, dentro la luce che mi bacia gli occhi (...).
di Ermes Ronchi, Avvenire 9.01.2020

Il pontefice dei gesti materni
di Shahrzad Houshmand Zadeh
Papa Francesco ha un rispetto profondo per la figura femminile e per le donne, e lo dimostra con parole chiare e importanti: «Una chiesa senza le donne è come il Collegio Apostolico senza Maria». Cioè un luogo svuotato dalla sua stessa radice, identità e senso. Una chiesa senza le donne dunque non vive; ha una struttura, dei confini, delle mura, ma resta senza identità realizzata.
Francesco è un papa che dice anche: «La chiesa è femmina, è sposa, è madre». Ed è un papa che, suggerendo alle donne di dire no quando viene loro chiesta «una cosa più di servitù che servizio», pone all'attenzione il grande tema del discernimento. Quando un atto religioso, umano, sociale, famigliare o spirituale si attua con lo spirito di servizio diviene sacro, diventa un sacrificio. È offrire il proprio tempo, la propria conoscenza, se stessi, per amore di Dio, del popolo o dell'essere umano. Annientare la propria dignità, che in se stessa è sacra (essendo ogni singola persona, donna o uomo che sia, un'opera di Dio), non è né un servizio né un atto sacro, ma un'azione mortificante e negativa, che perciò va rifiutata. «Dì di no!»: un «no» che si ripercuote anche a livello sociale.
Francesco è un papa che legge, vede e riconosce il potere trasformatore di bellezza e di accoglienza nella donna e lo ripropone al mondo: «Senza la donna non c'è l'armonia nel mondo. È la donna che porta quell'armonia che ci insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella».
Troviamo parole indicative anche nella Lettera alle donne scritta da San Giovanni Paolo II nel 1995: «Grazie a te donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità. Tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani». Anche il papa emerito Benedetto XVI spende pensieri interessanti: «Tutti i poteri delle violenze del mondo sembrano invincibili, ma Maria ci dice che non sono invincibili. La donna è più forte perché Dio è più forte». Ma che cosa di papa Francesco colpisce una donna?
Non sono solo le parole spese a favore delle donne. È il suo comportamento. Lui insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e a fare del mondo una cosa bella (usiamo volutamente le sue stesse espressioni).
Francesco è un papa che ha atteggiamenti estremi di

Ma in cielo fa freddo
di Massimo Gramellini
Con il linguaggio disadorno dei messaggeri di morte, un comunicato Air France segnala il ritrovamento di un corpo assiderato di circa dieci anni in fondo al carrello del Boeing 777 che durante la notte aveva viaggiato dalla capitale della Costa d’Avorio fino a Parigi. La prima immagine che mi entra in testa è questo bambino aggrappato a una rete di recinzione, mentre osserva gli aerei che atterrano e decollano, sognando di volare in un altrove dove tutti assomigliano a quei passeggeri vestiti bene che trascinano eleganti valigie con le rotelle. Chissà per quanto tempo si sarà perso dietro sogni di libertà, che nel suo caso significava anzitutto libertà dal bisogno. La Costa d’Avorio produce più ricchezza di qualsiasi altra nazione dell’Africa occidentale, ma non è capace di farla colare lungo i gradini della scala sociale e il quaranta per cento dei suoi abitanti conosce la miseria assoluta. Il bambino doveva far parte di quel quaranta per cento. Ma non era un numero. Era un bambino. Lo vedo dilatare gli occhi nella contemplazione degli enormi carrelli che si ritraggono nel grembo degli aerei, una volta spiccato il volo. Lì dentro mi sentirò al sicuro, avrà pensato, mentre aggirava i tiepidi controlli per andare a sistemarsi nella sua bara di gelo. Una follia, ma non aveva esperti con cui confidarsi: solo disperati da cui scappare. Spero sia morto senza accorgersene. Come un novello Icaro in fuga da un labirinto di cui non riesce a trovare l’uscita.
Corriere della Sera, 9 gennaio 2020
https://www.corriere.it/caffe-gramellini/20_gennaio_09/ma-cielo-fa-freddo-9fb7293c-3257-11ea-bc0f-5b1ee8f7f455.shtml?fbclid=IwAR1b3xfXpWAN0dwlxJylzYPMbIunaBxV__e8z19d-_n9FFA_fAkLOUSXSBk

Quando gridano le pietre
di Enzo Bianchi
(...) Comprendiamo l'urgenza delle parole pronunciate recentemente da papa Francesco al Memoriale della Pace di Hiroshima: «L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche». Parole attorno alle quali, però, si è subito creato un cordone sanitario di tacitamento, al punto che Francesco le ha volute riprendere, sottolineando la sua intenzione che «questa condanna deve essere presente nel Catechismo della Chiesa cattolica».
Questo è il destino di ogni voce profetica all'interno della società: da un lato non stancarsi di farsi "voce di chi non ha voce", dei più indifesi, delle vittime di guerre di cui non sanno il perché; dall'altro, constatare come questa voce sia osteggiata e silenziata da chi ha maggiore potenza mediatica.
Infatti, ogni volta che il magistero papale ha affrontato il tema del disarmo — in particolare nucleare — come via per la pace giusta, ha incontrato la stessa congiura di silenzio: dalla Pacem in terris di papa Giovanni, con la sua affermazione che «è estraneo alla ragione» pensare di poter ristabilire la giustizia attraverso la guerra, fino al discorso di Paolo VI all'Onu o alle parole di Giovanni Paolo II contro la guerra in Jugoslavia e in Iraq, sempre la portata dirompente di queste parole è stata smorzata, coperta da discorsi fuorvianti, svilita in distinguo speciosi, persino all'interno della chiesa stessa.
Certe parole non le si vuole proprio ascoltare: forse perché si teme che, ascoltate e prese sul serio dall'opinione pubblica, potrebbero ispirare qualche politico o responsabile di governo ad agire di conseguenza.
Significativa l'annotazione che il monaco Thomas Merton scrisse nel suo diario all'uscita dell'enciclica Pacem in terris, dopo che negli anni precedenti i suoi stessi superiori avevano censurato gli scritti da lui dedicati alla pace: «Se papa Giovanni avesse dovuto passare al vaglio dei censori dell'ordine trappista, questa enciclica non sarebbe mai uscita». Eppure, vale per i profeti quanto Gesù disse a chi criticava i bambini che lo accoglievano con gioia: «Se questi taceranno, grideranno le pietre!».
in "la Repubblica" del 6 gennaio 2020

«(...) I Magi era esperti di stelle e di scienza. È bella questa presenza della sapienza e della scienza nel presepe, una benedizione necessaria in questo tempo di crisi; come è anche bello vedere uomini, maschi che sono capaci di fare doni: maschio è Erode, maschi sono i magi, ieri e oggi. (...)
Non basta credere in altri dèi per essere nemici della fede biblica. I primi avversari dei profeti e del popolo d’Israele sono stati i falsi profeti, che credevano e adoravano lo stesso YHWH, che conoscevano perfettamente la Legge e la citavano a memoria. La visita dei magi ci dice allora che Dio resta vero e unico anche se ognuno lo chiama con un nome diverso. Non siamo i padroni del nome di Dio, che è sempre più grande e plurale dei nostri tentativi vani di imprigionarlo dentro la nostra religione. (...)
Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale. Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono. Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare: è il corpo in movimento a dirle le cose più importanti. (...)
Poi c’è la stella. Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una convocazione. Ci si mette in cammino perché qualcuno o qualcosa ci chiama dentro - qualche volta è un grido. (...)
È la gioia la tipica reciprocità di questi doni, una gioia speciale e grandissima che conosciamo solo se e quando facciamo i doni-stella. Sembrano doni unilaterali, ma non è vero, perché questa "gioia grandissima" è una forma essenziale di reciprocità. (...)
Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Parte in fretta, sa stare senza fretta, in fretta riparte. Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé solo quella "grandissima gioia".
Luigino Bruni, Avvenire 4.01.20202
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/luigino-bruni-epifania

“Epifania” (espressione greca) significa “manifestazione”; ricordiamo quindi le prime manifestazioni di Gesù: la visita dei Magi; il battesimo al fiume Giordano; la trasformazione dell’acqua in vino a Cana.
Per i cristiani è la quarta festa più importante dell’anno liturgico (dopo la Pasqua, la Pentecoste e il Natale) e non ha nulla a che spartire con la storpiatura del nome in “befana” (è da ignoranti – oltre che da maleducati – augurare “Buona befana” o dare della “befana” alle signore).
Noi crediamo e speriamo che la manifestazione di Dio al mondo sia accompagnata e veicolata dal profumo di vita buona che portano i figli di Dio. In particolare, considerata la provenienza dei personaggi stranieri arrivati a Betlemme seguendo una stella, noi preghiamo in modo particolare affinché la Chiesa si manifesti “comunità delle genti e dalle genti”, capace di accogliere i diversi linguaggi e modalità in cui si esprimono le culture dei popoli.
don Chisciotte Mc 200106

"L'uomo è fatto per comunicare e per amare, secondo il disegno creativo di Dio. E ciascuno di noi vive l'immensa nostalgia di poter comunicare a fondo e autenticamente; nessuna persona umana sfugge a questo intimo desiderio che penetra in tutte le nostre relazioni, rimane anche là dove tutto il resto sembra depravato e corrotto. Persino negli abissi della più cupa disperazione e disgusto di sè affiora, come una stella alpina sull'abisso, la voglia comunque di comunicare davvero con qualcuno, di trovare una persona che in qualche modo ci capisca e ci accetti.
Questo stigma che portiamo dentro per sempre è un riflesso di Colui che ci ha creati e insieme testimonia le storture che noi abbiamo imposto a tale desiderio, a tale diritto sano".
Carlo Maria Martini, "Ritrovare se stessi"

Giuseppe, un padre concreto e sognatore
di Ermes Ronchi
Il Vangelo racconta di una famiglia guidata da un sogno. Oggi noi, a distanza, vediamo che il personaggio importante di quelle notti non è Erode il Grande, non è suo figlio Archelao, ma un uomo silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore: Giuseppe, il disarmato che è più forte di ogni Erode. E che cosa fa Giuseppe? Sogna, stringe a sé la sua famiglia, e si mette in cammino. Tre azioni: seguire un sogno, andare e custodire.
Tre verbi decisivi per ogni famiglia e per ogni individuo; di più, per le sorti del mondo.
Sognare è il primo verbo. È il verbo di chi non si accontenta del mondo così com'è. Un granello di sogno, caduto dentro gli ingranaggi duri della storia, è sufficiente a modificarne il corso. Giuseppe nel suo sogno non vede immagini, ascolta parole, è un sogno di parole. È quello che è concesso a ciascuno di noi, noi tutti abbiamo il Vangelo che ci abita con il suo sogno di cieli nuovi e terra nuova. Nel Vangelo Giuseppe sogna quattro volte (l'uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio) ma ogni volta l'angelo porta un annunzio parziale, ogni volta una profezia breve, troppo breve; eppure per partire e ripartire, Giuseppe non pretende di avere tutto l'orizzonte chiaro davanti a sé, ma solo tanta luce quanta ne basta al primo passo, tanto coraggio quanto serve alla prima notte, tanta forza quanta basta per cominciare.
Andare, è la seconda azione. Ciò che Dio indica, però, è davvero poco, indica la direzione verso cui fuggire, solo la direzione; poi devono subentrare la libertà e l'intelligenza dell'uomo, la creatività e la tenacia di Giuseppe. Tocca a noi studiare scelte, strategie, itinerari, riposi, misurare la fatica. Il Signore non offre mai un prontuario di regole per la vita sociale o individuale, lui accende obbiettivi e il cuore, poi ti affida alla tua libertà e alla tua intelligenza.
Il terzo verbo è custodire, prendere con sé, stringere a sé, proteggere. Abbiamo il racconto di un padre, una madre e un figlio: le sorti del mondo si decidono dentro una famiglia. È successo allora e succede sempre. Dentro gli affetti, dentro lo stringersi amoroso delle vite, nell'umile coraggio di una, di tante, di infinite creature innamorate e silenziose. «Compito supremo di ogni vita è custodire delle vite con la propria vita» (Elias Canetti), senza contare fatiche e senza accumulare rimpianti. Allora vedo Vangelo di Dio quando vedo un uomo e una donna che prendono su di sé la vita dei loro piccoli; è Vangelo di Dio ogni uomo e ogni donna che camminano insieme, dietro a un sogno. Ed è Parola di Dio colui che oggi mi affianca nel cammino, è grazia di Dio che comincia e ricomincia sempre dal volto di chi mi ama.
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/giuseppe-un-padre-concretoe-sognatore?fbclid=IwAR2tuToW7DUFFQGrTWZv4FE-orYTOaH_UpKiLAz4xTWlOj1gJMIrNyaoStA

Si può sperare solo insieme
di Enzo Bianchi
«Il tempo scorre inesorabilmente, un altro anno è passato, ed ecco ne inizia uno nuovo, al quale quasi sempre leghiamo attese, speranze; ma soprattutto, rimandiamo all'anno che inizia ciò che dovevamo fare e non abbiamo ancora fatto.
Anche questo però dipende dalle stagioni della vita che viviamo, perché con il passare degli anni si impone sempre più davanti a noi il principio della realtà: e così siamo posti di fronte alle difficoltà incontrate, ai progetti caduti nel vuoto, a sogni che si mostrano illusori, a fallimenti ineludibili... Vengono inoltre meno le energie e gli entusiasmi della giovinezza e appaiono le tentazioni, prima sconosciute, connesse al crescente cinismo.
Così il passare del tempo ci opprime, «non abbiamo più tempo», ripetiamo spesso, anche a causa della dittatura dei tempi della tecnica e dell'informatica, e finiamo per non vivere più nel tempo ma nell'accelerazione del tempo. Abitare il tempo significa invece abitare ciò che viviamo, ritrovare il senso della durata, darsi tempo per guardare indietro, in avanti, e dunque per considerare con sapienza il presente, assumendo la realtà: in una parola, siamo chiamati a fare del tempo il luogo, lo spazio della vita. Ed ecco che allora, finalmente, il tempo si manifesta come il senso della vita». (continua)
su "La Repubblica", 30.12.2019

«Provo sfiducia nei confronti di un immaginario un po’ troppo caloroso, romantico, “zuccherato”. Natale non è una bella storia, un bel sogno. A Natale, vedo venirmi incontro un neonato che, già, è mio maestro. Un bambino che sta per darmi da mangiare come si dà da mangiare a un neonato. Un bambino che sta per insegnarmi verità elementari. Sta per insegnarmi che da un lato ci sono strategie, calcoli, forza, potenza, gelosia, denaro. E che, all’opposto, ci sono attenzione all’altro, dimenticanza di sé, apertura, bontà, dono. A Natale giunge un bambino che ci renderà la vita impossibile, ma senza quest'impossibile, non c’è assolutamente niente».
Christian Bobin

Angelo Branduardi ha pubblicato un nuovo album intitolato Il cammino dell’anima, ispirato al pensiero e ai testi della mistica Hildegard von Bingen.
L’articolo, innanzi tutto ricorda la peculiarità della ricerca che accompagna tutto il percorso artistico di Branduardi e la sua partico­lare sensibilità nei confronti della Sacra Scrittura. A questa attenzione si possono ricondurre la sua partecipazione al film State buoni se potete, (1983), sulla vita di san Filippo Neri; e l’intima e appassionata riflessione musicale basata sulle cronache di san Fran­cesco d’Assisi, contenuta nell’album L’infinitamente piccolo (2000).
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/il-cammino-dellanima-di-angelo-branduardi/

«Quando vuole demolire un atteggiamento religioso formalistico, i cui tratti caratteristici sono la rigidezza e la superficialità e la cui preoccupazione esclusiva e ossessiva è data dalla legalità, il Cristo non esita ad adottare l'ironia più graffiante, il sarcasmo più tagliente, addirittura un linguaggio realista».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 249



Mi domando sempre come mai "noi" non riusciamo a creare linguaggi così efficaci per comunicare...

«Le storie le capisci dai finali.
E alla fine arrivarono i Magi: uomini di cultura, sapienti. Teologi e studiosi.
Si mossero all’apparire della stella. Il segno. Tutti aspettavano il Re dei Giudei e loro intuiscono che il tempo è arrivato.
I pastori hanno bisogno di essere svegliati dagli angeli. Loro no. Hanno dalla loro anni di ricerche a scrutare, a studiare e interpretare i fenomeni e quando colgono qualcosa di diverso si mettono in viaggio. Escono.
All’appuntamento con la Storia non vogliono mancare.
Vanno ovviamente alla reggia, il posto scontato dove trovare un re, e chiedono lumi ad Erode: "Dov'è il re dei Giudei? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo".
Erode, il re, non capisce ma intuisce di avere un problema e prova a renderli complici. La stella li porta a una stalla. Nulla di regale.
I testi sacri dicono solo che portarono a conclusione la loro missione e ‘Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un'altra strada fecero ritorno al loro paese’.
Mettono in salvo il bambino disobbedendo all’ordine del re. Fanno questo di rivoluzionario: disobbediscono al re e si affidano a un sogno. Il senso del loro partire è tutto in quel disobbedire al potere.
Per questo un Natale, magari proprio questo Natale, dovremmo provare a partire da loro. Per imparare a scrutare e scansare i segni del potere e a seguire il potere dei sogni.
È questione di audacia. Per alcuni anche di fede. Che ha come simboli una mangiatoia e una croce.
Segni di sogni spiazzanti.
Questi i nostri Auguri».
La Meridiana, 25.12.2019

Quando il saggio (papa Francesco) indica la luna (ed è più che chiaro ciò che lui indica!),
lo stolto (o l'incapace o il connivente?) si ferma a disquisire sul dito.
don Chisciotte Mc, 191223

«Il Cardinale Martini, nell’ultima intervista a pochi giorni della sua morte, disse parole che devono farci interrogare: «La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. [...] Solo l’amore vince la stanchezza»[20].
Il Natale è la festa dell’amore di Dio per noi. L’amore divino che ispira, dirige e corregge il cambiamento e sconfigge la paura umana di lasciare il “sicuro” per rilanciarci nel “mistero”».
papa Francesco, auguri alla curia romana, 21.12.2019

Se non sbaglio, nessun arcivescovo di Milano ha mai citato espressamente queste parole di padre Martini.

Convertire la nostra preghiera
di Patrick Royannais
«Il vangelo dice il contrario: è in nome di Dio che bisogna pensare che Dio non risponde alla preghiera. (...) Che cosa intendiamo per risposta di Dio, che cosa ci aspettiamo come risposta di Dio? Noi interpelliamo Dio? Non è forse lui colui che per primo ci ha amati (1Gv 4,19)? Dio può essere colui che risponde, se è lui che è la sorgente? Nella domanda stessa, la nostra preghiera è risposta. Siamo noi che rispondiamo al suo amore. La preghiera non è tanto dialogo con Dio quanto risposta a Dio. Le nostre richieste sono un luogo per scoprire che gli rispondiamo.
Siamo lontani dall'atteggiamento pagano che cerca di ottenere da un dio onnipotente e che teme benefici o protezioni concessi più o meno arbitrariamente. Il vangelo è conversione, ci "mette sottosopra", capovolge la nostra concezione della preghiera. Siamo invitati a convertire in senso evangelico la nostra pratica e la nostra concezione della preghiera. (...)
Se l'eucaristia è il modello della preghiera, dovremmo notare che, come azione di grazie, è risposta a Dio a cui diciamo grazie. (...)
La preghiera, del resto, non è la nostra preghiera. È quella di Cristo. È lui l'orante, l'unico orante. Noi ci rivolgiamo al Padre tramite Cristo nello Spirito. È Gesù la strada. (...)
Siamo in una società e in una Chiesa dove l'inflazione del soggettivismo fa di ciascuno una fonte autonoma di pensiero, volontà e azione. Ma pregare, essere cristiani - sempre al plurale - è essere membri del corpo di Cristo. La preghiera ci fa entrare in una comunione, è comunione con l'insieme dell'umanità, corpo di Cristo. (...)
Siamo invitati a esporci a Dio, come ci si espone al sole. Lasciati guardare da Cristo, dice ancora un canto. Rimani alla sua presenza. (...)».
in "baptises.fr" del 18 ottobre 2019 (traduzione: www.finesettimana.org)

«La convivenza civile è figlia del credere gli uni negli altri. Non si tratta di credere che l’umanità sia naturalmente buona o che un nuovo assetto politico e sociale metta fine alla malvagità, bensì di credere nelle possibilità di umanizzarsi sempre di più, di contrastare l’ingiustizia e la violenza, di trovare vie di pace e di libertà che non escludano nessuno ma, anzi, tengano particolarmente conto dei deboli, dei meno muniti e difesi, sempre presenti nella società.
Nessuna concorrenza tra la fede dei credenti cristiani nel loro Dio e la fede nell’uomo, anche perché quest’ultima è sempre volontà di fraternità universale e principio di speranza, come affermava Ernst Bloch. In verità, secondo il messaggio cristiano, solo su una trasparente fede nell’uomo si può innestare la fede in Dio, perché, se non c’è la fede negli uomini e nelle donne che si vedono, non si può avere fede in un Dio che non si vede.
Questa fede-fiducia negli umani è generata dal guardare il volto dell’altro, dall’ascoltare l’altro, dalla mano tesa che attende di essere stretta; non sta nell’ordine delle idee, ma proviene dal vissuto, dall’esperienza. Il primo compito di chi in-segna è dunque quello di trasmettere fiducia, di fare fiducia, mostrando in prima persona di essere affidabile».
Enzo Bianchi, 2.12.2019
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2019/12/enzo-bianchi-lo-stretto-legame-tra-fede.html?fbclid=IwAR1nZVk_lzjSxvlMUOqDwDOs0yeRxnhmal0ikmiq8VIFTjSRaGclMfJBYD8


«Bisogna trovare, in mezzo ai piccoli pensieri che ci danno fastidio, la strada dei grandi pensieri che ci danno forza».
Dietrich Bonhoeffer

«Come in una letale reazione chimica, quattro parole innocue possono mutarsi in una parolaccia: "Abbiamo sempre fatto così". Il seguito è sottinteso: dunque non c'è alcun motivo per cambiare né abbiamo alcuna intenzione di farlo. La frase viene annodata come un cappio al collo di chi ha osato proporre un cambiamento: nell'azienda, nel partito e nel sindacato, nell'associazione, nel gruppo di amici, in parrocchia, nella Chiesa. Al lavoro o nel tempo libero. Accade, per fortuna, che a qualcuno venga un'idea nuova che a lui pare brillante, perché potrebbe risolvere un problema ritenuto irrisolvibile, o migliorare la produzione e la vita in comune, facendo guadagnare tempo, risparmiare fatica e perfino dare gioia. Idee simile sgorgano di continuo, è sicuro. Ma poche riescono a sopravvivere perché strangolate in culla: "Abbiamo sempre fatto così". Discorso chiuso. Per Grace Murray Hopper, matematica americana celeberrima in patria e tra gli informatici, è addirittura "la parola più pericolosa in assoluto". (...)
La maggioranza della gente è conservatrice. Una volta costruito il proprio bozzolo, il posto di lavoro, il ruolo, la mansione, la direzione di qualcosa, investono ogni energia per conservarla così com'è, e ogni novità è una minaccia. Se sono un gruppo, smettono addirittura di pensare per evitare che sorga un'idea nuova: tante teste, nessun cervello. Oppure sono attanagliati dal terrore della privazione: chi introduce la novità vuole il mio posto? La novità causerà un cambio nell'organizzazione a mio danno? Altra reazione frequente: sì, bello, ma tanto non funziona.
Nei casi estremi, in certi ambienti la creatività è avversata come sinonimo di anarchia, disordine, baratro. L'inventiva è bizzarria e disorientamento. Nulla deve cambiare mai. Non capiscono, costoro, che ogni struttura composta da individui che si danno un obiettivo – azienda, famiglia, impresa, associazione sportiva o di volontariato, parrocchia... – si regge sull'equilibrio della bicicletta. Se la bicicletta sta ferma, cade (...)».
di Umberto Folena, "Avvenire" 1.12.2019

L'equivalente greco del latino mitis (dolce, tenero, maturo) - riferito a un frutto, ma detto anche di una persona - èpràos, riferito a un cavallo domato, mansueto. Lo si dice però anche di un uomo. (...) La parola greca non descrive tanto la gentilezza o la mansuetudine esteriore, quanto la pacificazione interiore; non il modo di comportarsi di una persona, ma il suo atteggiamento interiore. (...) La persona mite è una lottatrice. Non si arrende di fronte alle ingiustizie e alla prevaricazione perché i miti non sono i rassegnati, i rinunciatari o i remissivi. Piuttosto che un rifugio consolatorio, la mitezza è una qualità umana attiva, che domanda il mettersi in gioco come persone e non come personaggi. Non avendo rinunziato alla ragione, la persona mite la fa valere con fermezza e audacia, senza ricorrere alle armi della tracotanza dei gesti e della prepotenza delle parole.
Si impara la mitezza e si cresce in essa misurandosi con perseveranza con quanto la vita pone sulla propria strada. Questo esercizio fa della mitezza il frutto maturo di ascesi e di conquista. Espressione di una grande libertà interiore, che permette di accostarsi alla realtà e agli altri senza pregiudizi. (...)
«L'uomo mite - diceva Martini - è colui che, malgrado l'ardore dei suoi sentimenti rimane duttile e sciolto, non possessivo, interiormente libero, sempre sommamente rispettoso del mistero della libertà».
Nunzio Galantino, in "Il Sole 24 Ore " del 8 dicembre 2019


«Il #censis non mi ha telefonato ma volevo dire che io sono tra quegl'italiani che al "potere" vogliono l'uomo debole. #sondaggi #debolezza #uomoforte #potere #fecitpotentiam #sapevatelo»
don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa, 7.12.2019


«Abbiamo costruito un cristianesimo nel quale non è più Gesù a dirci come è la religione, ma è la religione che ci dice come è Gesù. E allora, è successo che la religione di tutta la vita è il filtro, la griglia ermeneutica che ci dà l’interpretazione di Gesù e che ci spiega come dobbiamo intendere Gesù. Il risultato è che la religione ha deformato Gesù e lo ha deformato fino al punto da renderci incapaci di capire Gesù, la sua persona, la sua vita e il suo messaggio».
Josè Maria Castillo, L’umanizzazione di Dio

«Ci sono stelle la cui luce arriva a noi dopo migliaia di anni. Qualcosa di simile capita per la parola di Gesù. Certe verità sprigionano all'improvviso la loro luce, e noi ce ne sentiamo invasi soltanto a contatto con un determinato evento storico. Si direbbe che il tempo strappa al Vangelo la sua luce.
Chi vive staccato dal proprio tempo, chi ne ignora, per un male inteso spiritualismo, le ansie, le angosce, i problemi, le caratteristiche, le esigenze, gli avvenimenti, rischia di mettersi fuori del Vangelo, di non comprenderlo in tutta la sua estensione e in tutta la sua ricchezza. (...)
Esiste una meravigliosa reciprocità. Il Vangelo è in grado di illuminare i problemi di ogni tempo. Ma possiamo anche dire che i problemi di una determinata epoca storica illuminano il Vangelo, lo chiariscono, lo approfondiscono in tutti gli aspetti, lo sollecitano a produrre sempre nuova luce.
Chi si taglia fuori dalla vita, si taglia fuori dalla comprensione del Vangelo. Staccandolo dalla vita. Non c'è peggior tradimento della verità: confinarla in un mondo astratto, staccandola dalla vita. Come se su certe verità incollassimo un'etichetta: «Impossibile». Cose bellissime, poesia insuperabile, ma la vita pratica sarebbe un'altra cosa.
Molto meglio combattere apertamente una verità, piuttosto che relegarla nel limbo delle cose senza rapporto con la vita».
Alessandro Pronzato, "Vangeli scomodi", 247


«Il pittore Arcabas, nell’olio su tela “L’annonce fait a Marie”, se ne era accorto: traduce infatti in pittura quei tratti che in una relazione tra due persone dicono la presenza di un affetto. Nell’opera, l’angelo sembra essere arrivato di corsa in casa di Maria dopo un lungo viaggio, sfiancato: la mano sinistra è floscia e con la destra si tiene il collo, come quando un uomo ha il fiatone per aver fatto una sfacchinata, o è in apprensione perché in attesa di un responso. Affaticato o preoccupato che sia, non si regge in piedi e un ginocchio cede; forse sta pensando: “Finalmente t’ho trovata!”, e dalla sua bocca il pittore fa uscire un sospiro; oppure sta vivendo un tormento: “Dirà di sì? Dirà di no?”, e dalla bocca esce timore. (...) L’angelo non ha occhi se non per lei, per dire che tutto lo sguardo di Dio è per Maria: il suo desiderio vuole raggiungere proprio quella ragazza ritratta seduta, ma senza la sedia. Maria rimane “sospesa per aria” davanti alla voce, al viso, al corpo e al fiato dell’angelo: come ogni ragazza giovane, anche lei “vola” perché si sente desiderata. (...) Maria nello spazio della sua libertà si fida dell’annuncio dell’angelo e diventa Madre di Gesù ma anche di ogni credente, chiamato come lei a giocarsi la vita nella relazione con suo Figlio. Stando al dipinto, il cui pavimento a rombi ricorda una scacchiera, la prima mossa è stata fatta; tocca a ciascuno proseguire nella partita».
  di Paolo Tassinari, su FB 191207 


E' bella/o colei-colui che dà la vita per...
E' buona/o colei-colui che dà la vita per...
E' bello-buono (al femminile e al maschile) il genitore, l'allevatore, l'insegnante, l'operaio, l'educatore, lo sportellista, il bigliettaio, il carabiniere, la suora, il prete, l'allenatore, il meccanico, il contadino, il politico, il medico, il nonno... che dà la vita per...
don Chisciotte Mc 191207

«Il nostro vivere - in ogni giorno e non solo in avvento - deve rendersi attento nell'ascolto, protendendosi nell'attesa di Dio in ogni suo quotidiano svelamento. Ed è un modo di atteggiarsi e di essere che va al di là della preghiera e della sacra liturgia.
È un mettersi in ascolto delle cose più umili e degli eventi in apparenza più insignificanti che invece - tutti - significano la venuta di Dio, nei nostri giorni. Se non coltiviamo questo perenne ascolto è illusorio pretendere che esso si accenda all'improvviso allo scattar del calendario, sia pure liturgico. Occorre invece alimentare un modo di essere costante che, in avvento, si esalta e, dall'ascolto degli avventi di ogni giorno passa all'ascolto dell'avvento assoluto (e pur storico) della nascita terrena del Dio del cielo.
Il Natale, secolarizzato in un'umana celebrazione della natività, non è l'immagine, pur tenera, del bambino Gesù, nella sua culla di paglia, tra gli animali leggendari, Maria adorante e un Giuseppe invecchiato, per tranquillizzare i fedeli. E tanto meno è il folclore delle nostre luminarie, la coda che abbiamo aggiunto alla stella (il Vangelo non parla di cometa) e i presepi di cartapesta, coi fondali di carta e i paesaggi animati da presenze improbabili, con una collezione di arti e di mestieri esercitati stranamente nella notte. Anche i presepi che si allestiscono nelle nostre parrocchie sono spesso rappresentazioni pittoresche che ben poco hanno di storico e di sacro, per non dir poi di teologico».
Adriana Zarri

«Avvento: tempo di attesa in cui si sottolinea, si concentra e si rende specifico di una fase liturgica ciò che è un dato generico e diffuso dell'essere cristiani.
Che cos'è infatti l'atteggiamento del credente - per tutto il tempo dell'anno e della vita - se non l'attesa dell'incontro con Dio? Un'attesa che è stretta parente dell'ascolto e che ci rende attenti e disponibili al disvelarsi dell'eterno nel tempo.
Questo disvelarsi ha il punto culminante nell'Incarnazione in cui Dio - l'Assoluto - sceglie di farsi relativo, accettando la nostra contingenza. È il Verbo eterno che scende nella storia e nella geografia, nasce in un secolo preciso, in una determinata zona del globo; e la sua universalità passa attraverso questa parzialità. È quanto celebriamo nel Natale che commemora ciò che avvenne in un anno della storia, in una regione della terra. Ma è ciò che avviene, in un diverso modo, in ogni regione e in ogni giorno. E l'avvento è stagione perenne».
di Adriana Zarri

«"I preti sanno morire". Da giorni mi martella in testa il titolo dell’ultimo libro di don Mazzolari, scritto per onorare la memoria dei preti morti durante la Seconda guerra mondiale. Sanno morire anche oggi i preti nei Paesi in guerra e in quelli dove la pace è fragile. Sanno morire dentro, per i motivi più diversi, i preti sparsi per il mondo. Una morte mai disgiunta dal mistero immenso della resurrezione. Strana figura quella del prete, rinunciate a volerlo comprendere del tutto. (...) Mai contento, mai soddisfatto, mai sereno; sempre contento, sempre soddisfatto, sempre sereno. Sempre a portata di mano eppure inafferrabile. (...)
"Quel giorno", a piazzale Loreto non mi troverai; a tirare sassi alla donna adultera non ci sarò, e neppure a insultare in massa l’uomo colpevole solo della sua pelle diversa. Il grido della folla: 'Crocifiggilo!', mi fa paura, chiunque sia il condannato e quale che sia la ragione accampata. Il giorno in cui il reo riceverà la giusta pena, mentre gli altri brindano, volentieri resterò accanto alla sua vecchia mamma in lacrime. (...)
La Chiesa deve avere il coraggio di essere pazza. Pazza di amore, ostinata, testarda, povera, buona, disposta a imboccare sempre la strada più scomoda. A difendere sempre le cause dei perdenti. Sempre dalla parte degli ultimi. Nessuno ha chiesto a nessuno di diventare prete. Chi accetta di rispondere alla chiamata, però, deve essere disposto a salire sulla croce e diventare mistero a se stesso».
don Maurizio Patriciello, Avvenire 191120
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/noi-sempre-con-il-fardello-e-dalla-parte-dei-perdenti?fbclid=IwAR2g11bs_QLDchQNyDt3agus-aLezXjTw_WyfUB33yX3mvNTYj-mqoKAyuc

Non capisco perché delle persone sagge, disponibili, da sempre impegnate per il bene della propria comunità cristiana e magari anche con incarichi riconosciuti... debbano subìre l'imprevedibilità, la ignoranza, la arroganza dei ministri ordinati (vescovi, preti, diaconi).
Beh, una ragione ci sarebbe: perché esiste ciò che va contro il Bene... e anche i ministri ordinati non fanno sempre bene e spesso non svolgono la loro funzione.
don Chisciotte Mc 191202

«Come teologi provenienti da vari contesti e latitudini, voi siete mediatori tra la fede e le culture, e prendete parte in questo modo alla missione essenziale della Chiesa: l’evangelizzazione. Avete, nei confronti del Vangelo, una missione generatrice: siete chiamati a far venire alla luce il Vangelo. Infatti vi ponete in ascolto di ciò che lo Spirito dice oggi alle Chiese nelle diverse culture per portare alla luce aspetti sempre nuovi dell’inesauribile mistero di Cristo, in cui «sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della conoscenza» (Col 2,3).  E poi aiutate i primi passi del Vangelo: ne preparate le vie, traducendo la fede per l’uomo d’oggi, in modo che ciascuno possa sentirla più vicina e sentirsi abbracciato dalla Chiesa, preso per mano lì dove si trova, e accompagnato a gustare la dolcezza del kerigma e la sua intramontabile novità. A questo è chiamata la teologia: non è disquisizione cattedratica sulla vita, ma incarnazione della fede nella vita. (...)
solo una teologia bella, che abbia il respiro del Vangelo e non si accontenti di essere soltanto funzionale, attira. E per fare una buona teologia non bisogna mai dimenticare due dimensioni per essa costitutive. La prima è la vita spirituale: solo nella preghiera umile e costante, nell’apertura allo Spirito si può intendere e tradurre il Verbo e fare la volontà del Padre. La teologia nasce e cresce in ginocchio! La seconda dimensione è la vita ecclesiale: sentire nella Chiesa e con la Chiesa, secondo la formula di sant’Alberto Magno: «In dulcedine societatis, quaerere veritatem» (nella dolcezza della fraternità, cercare la verità). Non si fa teologia da individui, ma nella comunità, al servizio di tutti, per diffondere il gusto buono del Vangelo ai fratelli e alle sorelle del proprio tempo, sempre con dolcezza e rispetto.
E vorrei ribadire alla fine una cosa che vi ho detto: il teologo deve andare avanti, deve studiare su ciò che va oltre; deve anche affrontare le cose che non sono chiare e rischiare nella discussione. Questo però fra i teologi. Ma al popolo di Dio bisogna dare il “pasto” solido della fede, non alimentare il popolo di Dio con questioni disputate. La dimensione di relativismo, diciamo così, che sempre ci sarà nella discussione, rimanga tra i teologi - è la vostra vocazione -, ma mai portare questo al popolo, perché allora il popolo perde l’orientamento e perde la fede. Al popolo, sempre il pasto solido che alimenta la fede».
papa Francesco alla Commissione Teologica Internazionale, 29.11.2019

Bella Ciaone
di Massimo Gramellini
Dopo avere detto «la Messa è finita, andate in pace», don Massimo Biancalani è rimasto in guerra davanti all'altare e ha cominciato a cantare «Bella Ciao», iscrivendo Gesù Cristo al movimento delle sardine. Senza dubbio il parroco antileghista avrà prima interpellato il superiore celeste, ma è probabile che ci sia stato qualche problema di comunicazione: chi scacciò dal tempio i mercanti difficilmente vi accoglierebbe certi cantanti. Non è questione di testo, ma di contesto. Provate a immaginare una piazza del Venticinque Aprile che intona il «Gloria in excelsis Deo». Pensereste di essere precipitati in una teocrazia. Allo stesso modo una canzone partigiana che risuona sotto le volte di una chiesa assomiglia, più ancora che a una profanazione, a un'appropriazione indebita. Come se un parroco ultrà montasse sul pulpito del Duomo per dirigere cori da stadio. Come se un politico baciasse madonne e rosari durante un comizio (questo forse qualcuno lo ha fatto).
Si sente parlare di punizioni imminenti da parte del vescovo, quando magari basterebbe suggerire al prete-sardina l'ascolto quotidiano di una sonata di Bach. Rilassa i nervi e schiarisce le idee. «Bella Ciao» è assurta nel tempo a inno planetario contro l'oppressione. Se don Biancalani smania dalla voglia di cantarla in un luogo di culto, potrebbe trasferire la sua ugola nella cattedrale di Hong Kong. Intonare «Bella Ciao» dentro una chiesa ha senso solo nelle nazioni in cui è vietato, o pericoloso, farlo altrove.
in "Corriere della Sera" del 26 novembre 2019
https://www.corriere.it/caffe-gramellini/19_novembre_26/bella-ciaone-92c6d848-0fc1-11ea-bd6b-b9b6fa42a1a4.shtml?refresh_ce-cp

La Chiesa cattolica latina sceglie i suoi vescovi e i suoi presbiteri solo tra coloro che - antecedentemente e a prescindere dalla vocazione a questi ministeri - siano sicuri di essere chiamati al celibato. La Chiesa cattolica latina finora l'ha ritenuta la scelta più opportuna. Nulla vieta che possa decidere di scegliere i suoi presbiteri anche tra coloro che - antecedentemente - abbiano già intuito e deciso di assecondare la vocazione alla vita coniugale.
Entrambe sono vocazioni; entrambe, quindi, sono vie di santità; non sono tra loro incompatibili.
don Chisciotte Mc - 191128

Non capisco proprio (perché una ragione sufficiente non c'è) perché nella Chiesa cattolica latina sarebbe meglio avere dei preti itineranti tra una chiesa e l'altra; di corsa tra una messa e l'altra; impossibilitati a fermarsi per qualificare la cura pastorale; anziani e sfiancati... piuttosto che riconoscere la vocazione al presbiterato anche tra coloro che hanno anche la vocazione al matrimonio.
Una ragione sufficiente non c'è.
don Chisciotte Mc 191127


«La vera ignominia è la stupidità. Perché appartiene allo spirito. L'ignominia della carne non è altrettanto dannosa. Un clero incontinente può annunciare la verità con forza e grandiosità; un clero stupido lotta con la verità che lo possiede e la rivela confusamente; a quest'ultimo viene conferito il segreto potere di renderla stupida».
Julien Green


Le letture della messa ambrosiana: un lezionario che fa disamorare della Parola di Dio.
Sembrerebbe un paradosso, ma è proprio così.
Lo si sente coi cinque sensi: un Lezionario costruito da persone che non hanno amore per la Sacra Scrittura né sanno pregare la Liturgia cristiana, anche se possono aver studiato tanto.
E che - fatto gravissimo! - non ascoltano come prega il santo popolo di Dio e non si sono messi al suo servizio.
E' come far dirigere una scuola-calcio da un team di cervelloni che conoscono a memoria i nomi dei goleador degli ultimi dieci secoli, ma non hanno mai davvero tifato col cuore sugli spalti di uno stadio... e nemmeno avuto un pallone tra i piedi!
don Chisciotte Mc, 191125 (dopo l'ennesima lettura della messa ambrosiana)

«La parola flessibilità diventa la qualità altamente desiderabile di chi si adatta al mutare delle circostanze, senza finire schiacciato dal nuovo e dall’imprevisto. E senza pagare, per questo, un prezzo troppo alto, in termini di perdita della propria identità. (...) Proprio perché la vita esige da tutti creatività e progettualità, la flessibilità è figlia di una intelligenza viva e va di pari passo con l’essere accorti, creativi e dinamici. Capaci di entrare, grazie a una corretta flessibilità cognitiva/mentale, in relazione e in dialogo con quanto incrocia la propria strada: altri valori, altri modi di pensare, di progettare e di credere.
Nemico della flessibilità cognitiva è la rigidità cognitiva, che ha un impatto negativo, prima di tutto, sul mondo delle relazioni e che spesso è frutto del bisogno quasi patologico di ridurre a tutti i costi l’incertezza. Soprattutto quella che riguarda le emozioni, che condizionano più di quanto non si pensi la lettura che facciamo del mondo e il modo in cui gestiamo le nostre relazioni. Nella vita di relazione, la flessibilità non è assenza di stabilità emotiva. È piuttosto attitudine a non farsi “spezzare” - nel senso etimologico di “farsi ridurre a pezzi” – dalla paura di sbagliare, da incomprensioni o da situazioni difficili e complesse. La flessibilità, come altre “arti”, non la si eredita come un cromosoma. La flessibilità si impara e in flessibilità si cresce (...)».
Nunzio Galantino, "Il Sole 24 ore", 24.11.2019

« (...) In questo ci siamo irrigiditi su una visione molto formale delle situazioni familiari a cui eravate pervenuti. Abbiamo sbagliato a non considerare altrettanto la situazione personale, i sogni che avevate alimentato, la vostra vocazione alla vita coniugale con i progetti di vita che comportava, seppure incorsi in vicende familiari travagliate, dove tanti fattori possono essere stati decisivi ad ostacolare tutto questo. È proprio in queste situazioni complesse che la responsabilità personale ha bisogno di essere sostenuta e aiutata proprio nelle sue fragilità.
A chi tra voi si è scoraggiato e ha lasciato le nostre comunità parrocchiali, siamo qui per confidarvi che ci mancate e che sentiamo di aver bisogno di voi e della vostra testimonianza di vita. Siamo consapevoli che le vicende travagliate, che avete attraversato e che hanno disturbato e ferito i vostri affetti familiari, possono aiutarci tutti a considerare la vita come un dono mai scontato, come una responsabilità mai conclusa, come un poter ricominciare il percorso dell’esistenza per la promessa che esso rappresenta (...).
« (...) In questo ci siamo irrigiditi su una visione molto formale delle situazioni familiari a cui eravate pervenuti. Abbiamo sbagliato a non considerare altrettanto la situazione personale, i sogni che avevate alimentato, la vostra vocazione alla vita coniugale con i progetti di vita che comportava, seppure incorsi in vicende familiari travagliate, dove tanti fattori possono essere stati decisivi ad ostacolare tutto questo. È proprio in queste situazioni complesse che la responsabilità personale ha bisogno di essere sostenuta e aiutata proprio nelle sue fragilità.
A chi tra voi si è scoraggiato e ha lasciato le nostre comunità parrocchiali, siamo qui per confidarvi che ci mancate e che sentiamo di aver bisogno di voi e della vostra testimonianza di vita. Siamo consapevoli che le vicende travagliate, che avete attraversato e che hanno disturbato e ferito i vostri affetti familiari, possono aiutarci tutti a considerare la vita come un dono mai scontato, come una responsabilità mai conclusa, come un poter ricominciare il percorso dell’esistenza per la promessa che esso rappresenta (...).
https://www.amicodelpopolo.it/2019/11/22/lettera-del-vescovo-ai-coniugi-separati-e-divorziati/



«Chi mi conosce bene sa che da adolescente fui cristiano, e parecchio convinto. Tra i 14 e i 15 anni frequentai addirittura Comunione e Liberazione (all’epoca molto più spirito che affari). In quegli anni imparai a suonare la chitarra e tra i cantautori frequentati, oltre a De André, Guccini e soci, c’era anche il compianto Claudio Chieffo. Molte sue canzoni venivano cantate (e suppongo succeda tuttora) nelle chiese, negli oratori, oltre che nei raduni ciellini. Io ne imparai parecchie, verso la fine dei ‘70. Alcune erano bellissime, e dopo 40 anni mi ritrovo a ricantarle – nonostante il mio ateismo d’acciaio, che certo non mi fa rinnegare quel che fui all’epoca; e nonostante i nostri popoli e le nostre liberazioni abbiano preso strade molto diverse. Ma diversissime sono le acque che confluiscono nei fiumi che noi siamo, e tra la sorgente e la foce può succedere di tutto.
In questo video, il mio piccolo omaggio a Chieffo, con un mix delle mie canzoni preferite».
Mario Domina, su FB 191120


«Comincerei con la definizione di questa parola "eccesso", che può avere anche altri sinonimi; per esempio invece di dire eccesso, eccessivo, potrei dire ciò che è esagerato, ciò che è estatico, cioè che è al di là della media, ciò che travalica, supera l'ordinario tran tran delle cose, quello per cui vado in un negozio e tanto pago tanto ricevo; questa è la vita ordinaria, lo scambio do ut des. Qui invece si tratta del dare in perdita, del dare in gratuità; si tratta di qualcosa di eccedente, di uno squilibrio dell'esistenza; si tratta di qualcosa che esce dai binari ordinari della vita quotidiana in cui uno cerca di mantenere sempre l'uguaglianza. Il tema non è facile, ma è nodale».
Carlo Maria Martini, Maria Maddalena, 99

Come si impara uno stile di vita
di Enzo Bianchi
De Buffon si pose la domanda: «Che cos'è lo stile?», e cercò di rispondervi nel 1753 con una locuzione sintetica: «Lo stile è l'uomo stesso».
Per Schopenhauer «lo stile è la fisionomia dello spirito» e Oscar Wilde affermava: «Non c'è arte dove non c'è stile».
Sì, lo stile è l'uomo stesso, l'uomo reale, corpo e spirito, razionalità e sentimento. Se non c'è stile, dominano il caos o il vuoto! Lo stile dà alla persona un'aura che dipende dalla sua intimità, dalla sua vita interiore, ma si manifesta nel suo parlare, nei suoi gesti, nel suo relazionarsi con le cose e con gli altri, a partire dal mangiare, atto sempre umanizzato e umanizzante, contro ogni depredazione e ogni consumismo. Lo stile così esercitato si rifrange sul tacere, sul toccare, sul guardare, sul sentire il mondo... Assumere uno stile abbisogna di vigilanza e di molto tempo: occorre vigilare su di sé, avere cura del corpo così come della vita interiore, esercitarsi sempre nella responsabilità verso l'altro. Lo stile non può essere episodico, ma deve diventare un habitus, una postura.
Lo stile - oso dire - è l'epifania della passione di un uomo; è l'epifania della sua cella più segreta, il cuore; è il chiarore emanato dal fuoco che ognuno fa ardere in sé. Sono poche le persone che arrivano ad avere un loro stile di vita, ma quando le si incontra si sente in loro un'autorevolezza, un'affidabilità, un'attrazione, e quindi si è spinti a cercarle, a incontrarle, ad ascoltarle, addirittura al solo vederle: certe persone hanno uno stile così eloquente che basta vederle! Questo discorso sullo stile andrebbe particolarmente indirizzato ai giovani, avvertendoli che il loro slancio giovanile, la forza insita in questa stagione della loro vita, deve accogliere e discernere convinzioni di fondo, modi di stare al mondo che rendano la loro vita sensata, al riparo da ogni attacco nichilista. Se avviene in loro questa acquisizione di stile, anche nei gesti più quotidiani, allora nella vita sapranno lottare contro il degrado, la negligenza, la barbarie.
in "la Repubblica" del 11 novembre 2019

Avevo sempre pensato che il narcisismo non andasse molto d'accordo con lo spirito evangelico...
e invece devo ricredermi: si è apprezzati e si ha successo... anche in campo ecclesiastico!
don Chisciotte Mc 191116

«Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non sarà distrutta».
Mi meraviglio di quanto ancora si sia attaccati morbosamente
a questi mattoni, a queste "cose", a questa stessa vita.
don Chisciotte Mc 191115

Quando finirò
- se finirò -
di dire le cose più belle
che scopro nelle persone e nel creato,
allora
comincerò a dire
quelle un po' meno belle.
don Chisciotte Mc 191111

Non è l'oggi che è sbagliato.
Semmai il passato
- che avrebbe dovuto gettare un ponte tra il Vangelo e l'oggi -
non ha fatto del tutto il suo dovere.
don Chisciotte Mc, 191114

«Dimmi cosa pensi degli altri e ti dirò chi sei».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi, 187

Intimità: piccolo viaggio nei misteri del mondo
di Nunzio Galantino
«"A volte succedono cose strane, un incontro,/un sospiro, un alito di vento che suggerisce/nuove avventure della mente e del cuore./ Il resto arriva da solo, nell'intimità dei misteri del mondo". A pochi giorni dall'anniversario di morte di Alda Merini, affido a lei il compito di introdurci nella parola intimità, tanto vicina, ma anche diversa dalla parola interiorità. La parola intimità deriva dal latino intimus («il più dentro possibile»), superlativo assoluto di internus («ciò che è dentro»), mentre interior (più dentro di qualcos'altro) ne è il comparativo.
Evocando l'"intimità dei misteri del mondo", la Poetessa dei Navigli ci spinge ad andare decisamente oltre il comune uso che si fa della parola intimità, ridotta spesso all'intesa fisica tra due persone fino a una eccitante prossimità erotica. L' «intimità dei misteri del mondo», ci introduce a tutto ciò che, non solo a livello personale, va al di là del visibile, del prevedibile e, talvolta, anche del comunicabile. Non per questo l'intimità è lontananza dal frastuono e dalle aggressioni del mondo; né è una sorta di messa al riparo da irruzioni dall'esterno che rischiano di mettere a nudo le mie fragilità e i miei limiti. Nell'intimità è in gioco invece proprio la disponibilità ad aprire un varco attraverso il quale permetto ad altro/i di gettare uno sguardo in quello che, parafrasando Sant'Agostino, possiamo chiamare interior intimo meo, abitato anche da limiti e fragilità. Senza percepirne il disagio (...)».
in "Il Sole 24 Ore " del 10 novembre 2019

http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3514&fbclid=IwAR2XCQ0GAwj7-SHgLcVuH-M9-R_HI7HYDY0vgV6k55FMMlKAODCSeiXGjU0
Quando un prete 'carismatico' cambia parrocchia e la chiesa si svuota, arriva il momento in cui i laici si rimboccano le maniche...

«(...) in questo nostro tempo il presbiterio deve intensificare la sua unità allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all'uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo (Ef 4,12-13).
Perciò io incoraggio tutto il clero, presbiteri e diaconi, a collaborare all'opera comune per il bene della comunità cristiana e della sua unità. Abbiamo da compiere un'opera comune: è più importante il servizio all'unità che l'esibizione della originalità; i trasferimenti dei preti devono essere testimonianza di continuità lungo le linee diocesane, non devono essere cambiamenti radicali che sembrano intenzionati a cancellare la storia e a sconcertare la gente; nessuno deve decidere come se fosse padrone in una comunità, tutti coloro che sono chiamati al ministero sono collaboratori dell'unico vescovo per l'opera comune e l'opera comune è frutto di un procedere sinodale; non siamo chiamati a essere fotocopie, ma dobbiamo mettere tutte le nostre doti singolari a servizio di un'opera condivisa; le proposte diocesane e il calendario diocesano devono essere un punto di riferimento per le proposte parrocchiali e il calendario parrocchiale non solo un articolo al supermercato delle devozioni dove ognuno sceglie quello che più gli piace; il clero deve servire le persone, non farsi servire, i preti devono aiutare le persone a sentirsi pietre vive dell' unica Chiesa, non a occupare incarichi perché amici del prete e perciò maldisposti a collaborare con un altro prete.
Il vescovo senza il clero non può fare niente, tanto meno un vescovo come me. Ma un presbiterio unito, non uniforme, un clero che coltiva rapporti fraterni e non solo amicizie selettive, un clero che vive l'obbedienza non come una zavorra o un fastidio, ma come la fierezza e la gioia di collaborare all'edificazione della Chiesa è un clero che offre nel suo complesso l'immagine del buon Pastore, che manifesta le premure del Signore perché si conservi l'unità dello spirito con il vincolo della pace. (...)».
arcivescovo Mario Delpini, 4 novembre 2019

(...) «Il modello ecclesiale del Vaticano II non è mai stato veramente attuato, e lo sbandierato sacerdozio comune dei fedeli è rimasto di fatto solo un concetto. Ciò anche perché, lo stesso concilio, sceglie di leggere il sacerdote essenzialmente come “persona Christi”, cioè ri-presentatore reale di Cristo alla comunità, mettendo in ombra totalmente il suo essere “persona “Ecclesiae”, cioè ri-presentatore reale della comunità di fronte a Cristo. E’ evidente che lui è entrambe le cose, ma spostare l’accento sulla prima non favorisce la valorizzazione della comunità come insieme di battezzati che hanno tutti un sacerdozio comune da vivere.
Anche la riforma liturgica del concilio, che ha posto il prete dall’altra parte dell’altare, “in front of” assemblea, è stata inesorabilmente concausa della separazione tra sacerdote e comunità. Con ciò non vorrei ritornare alla messa tridentina, ma se non cambia il contesto ecclesiale e la dinamica di fondo dei rapporti di potere nella Chiesa, probi viri ordinati e donne prete non sono la soluzione.
Metto lì una provocazione. Come hanno fatto i cattolici giapponesi tra il 1641 e il 1843, durante la fase del “paese blindato” in cui nessun prete aveva potuto restare presente? Come fu possibile che nel 1850, i primi missionari gesuiti ammessi in Giappone trovarono, con loro grande sorpresa, gruppi di cattolici che avevano mantenuto la fede con la bibbia e il battesimo? Mancava la pienezza della Chiesa, perché senza eucarestia, e senza vescovi, ma la fede era rimasta viva. Oggi, temo, a volte ci troviamo nella situazione ecclesiale opposta: abbiamo la pienezza della Chiesa con eucarestia e vescovo, ma la fede dei fedeli latita fino quasi a spegnersi.
La situazione amazzonica assomiglia a quella giapponese? Non lo so. Di certo, però, so che cercare di trasferire in amazzonia il modello pastorale europeo non porterà da nessuna parte.
La questione della ordinazione dei probi viri (e delle donne) va posta non per mancanza di preti, ma per ristrutturazione del ruolo del sacerdote, rispetto ai laici e alla comunità tutta. Possiamo continuare a ritenere sensato lo spostamento di un prete da una parrocchia all’altra? O non è forse meglio immaginare che ogni comunità parrocchiale trovi al suo interno chi possa ricoprire questo ruolo, come era all’origine del cristianesimo? (...)».
Gilberto Borghi, 25.10.2019
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3513&fbclid=IwAR1Nlvly92cR99zLMj26s1N5OsVGYU7Pcd_py-ARxIZ6vmnyQTBFuPoP4p4

https://www.chiesadimilano.it/news/chiesa-diocesi/verso-la-nuova-edizione-del-messale-ambrosiano-292109.html

Fuori dal tempo, fuori dal mondo
- Vengono recepiti i nuovi titolini a partire dal "nuovo" (problematico) Lezionario, quello di 10 anni fa.
- Vengono ricomposti alcuni pochi formulari.
- Integrate le liturgie dei santi e beati "nuovi"... cioé degli ultimi 30 anni.
- 18 anni per vedere la edizione italiana del testo della terza edizione latina.
- Tre frasi cambiate.
- "Fratelli e sorelle"... si potrà ufficialmente dire.
- Saranno inserite le cosidette «preghiere eucaristiche svizzere» (composte negli anni '80).
- "Non praticabile, almeno per il momento, la via di una nuova versione integrale dei canti, delle preghiere e dei prefazi e ha preso la decisione di mantenere inalterato il testo in uso".
- Il tutto forse per la fine del 2021.

* Nel 2009 usciva l'Iphone 3GS e oggi vendono l'Iphone 11; nel giugno 2010 era sul mercato il Galaxy S e tra qualche settimana uscirà il Galaxy S11.
* E' già uscita l'edizione 2020 dello Zanichelli, dopo che ne è uscita una edizione nel 2019, nel 2018, nel 2017, nel 2016...
* Poco più di un mese fa i ragazzi hanno cominciato a giocare a FIFA 20, mentre 10 anni fa la cover di FIFA 10 riportava tre volti di calciatori oggi ormai sconosciuti.
* In quel tempo il presidente degli USA era Obama e in Italia c'era il quarto governo Berlusconi.
* Facebook è arrivato in Italia nel maggio 2008, Whatsapp nel 2009 e Instagram nel 2010.

Noi prima o poi ci arriveremo sul pianeta Terra. Per ora suscitiamo sì e no mezzi sorrisetti, ironici o tristi.
don Chisciotte Mc, 4 novembre 2019 

«Durante la seconda guerra mondiale, gli alleati mapparono i fori di proiettile negli aerei colpiti dalla contraerea nazista.
La deduzione logica degli ingegneri e dei costruttori fu quella di rinforzare le aree maggiormente colpite, al fine di blindare ulteriormente i velivoli, dando loro maggiore resistenza al fuoco nemico.
Un matematico, di nome Abraham Wald, giunse però a tutt'altra conclusione:i puntini rossi, che vediamo nell'immagine, rappresentano solo i danni subiti dagli aerei che tornarono alla base, e non di quelli abbattuti.
Secondo lo studioso infatti, le aree che dovevano esser rinforzate erano quelle in cui non c'erano puntini rossi, poiché se fossero state colpite l'aereo e il suo pilota non avrebbero più fatto ritorno a casa.
Questo fenomeno si chiama "Pregiudizio di Sopravvivenza". Avviene quando guardiamo le cose che sono sopravvissute quando invece dovremmo concentrarci su quelle che non ce l'hanno fatta».
Paolo Acciai, su FB 31.10.2019

«Sei disposto a far passare l'uomo PRIMA di ogni altra cosa?».
Alessandro Pronzato, I vangeli scomodi, 118

«Il 31 dicembre 2017 i cattolici sparsi in tutte le aree del mondo erano 1.313.278.000, registrando un aumento complessivo, rispetto l’anno precedente, di 14.219.000 fedeli. Numeri che devono essere paragonati alla popolazione mondiale, come è stato fatto nel grafico sotto. In totale sono 7.408.374.000 le persone nel mondo,  56.085.000 in più rispetto al 2016.
Stringendo il focus su ciascun continente: in Africa il numero di cattolici ha registrato l’incremento maggiore, pari a +33.572.000. Seguono l’Asia con 11.975.000 fedeli in più, l’America (+8.738.000), poi l’Europa (+1.059.000) e l’Oceania chiude con soli 741mila fedeli in più rispetto l’anno precedente. In termini percentuali le persone che professano fede cattolica pesano per il 17,73% sulla popolazione mondiale. La crescita registrata è dello 0,06%, che colma lo 0,05% di segno negativo dell’anno precedente. (...)
Il numero dei sacerdoti cattolici nel mondo, invece, continua a diminuire, fino a quota 414.582, segnando un -387 in termini assoluti. La diminuzione più consistente si registra in Europa, dove ci sono 2.946 preti in meno, segue l’Oceania con un -97.  Africa (+1.192), America (+40) e Asia (+1.424) registrano, invece, degli aumenti» (...).
https://www.truenumbers.it/chiesa-cattolica/

«Sono questi i miracoli più grandi di Gesù. Riconsegnarci, normali, gli esclusi, i condannati. I pubblicani, la Samaritana, le peccatrici, Zaccheo, l’adultera, i ladri.
Avevamo accettato, come un fatto normale, la loro condanna, la loro perdita.
Cristo, invece, ce li restituisce normali. Come noi».
Alessandro Pronzato, I vangeli scomodi, 115

 [...] "Disse poi una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi mai". Questi "sempre" e "mai", parole infinite e definitive, sembrano una missione impossibile. Eppure qualcuno c'è riuscito: «Alla fine della sua vita frate Francesco non pregava più, era diventato preghiera» (Tommaso da Celano).
Ma come è possibile lavorare, incontrare, studiare, mangiare, dormire e nello stesso tempo pregare? Dobbiamo capire: pregare non significa dire preghiere; pregare sempre non vuol dire ripetere formule senza smettere mai. Gesù stesso ci ha messo in guardia: «Quando pregate non moltiplicate parole, il Padre sa...» (Mt 6,7). Un maestro spirituale dei monaci antichi, Evagrio il Pontico, ci assicura: «Non compiacerti nel numero dei salmi che hai recitato: esso getta un velo sul tuo cuore. Vale di più una sola parola nell'intimità, che mille stando lontano».
Intimità: pregare alle volte è solo sentire una voce misteriosa che ci sussurra all'orecchio: "Io ti amo, io ti amo, io ti amo". E tentare di rispondere.
Pregare è come voler bene, c'è sempre tempo per voler bene: se ami qualcuno, lo ami giorno e notte, senza smettere mai. Basta solo che ne evochi il nome e il volto, e da te qualcosa si mette in viaggio verso quella persona. Così è con Dio: pensi a lui, lo chiami, e da te qualcosa si mette in viaggio all'indirizzo dell'eterno: «Il desiderio prega sempre, anche se la lingua tace. Se tu desideri sempre, tu preghi sempre» (sant'Agostino). Il tuo desiderio di preghiera è già preghiera, non occorre star sempre a pensarci. La donna incinta, anche se non pensa in continuazione alla creatura che vive in lei, diventa sempre più madre a ogni battito del cuore.
Il Vangelo ci porta poi a scuola di preghiera da una vedova, una bella figura di donna, forte e dignitosa, anonima e indimenticabile, indomita davanti al sopruso. «C'era un giudice corrotto. E una vedova si recava ogni giorno da lui e gli chiedeva: fammi giustizia contro il mio avversario!». Una donna che non si arrende ci rivela che la preghiera è un no gridato al «così vanno le cose», è il primo vagito di una storia neonata: la preghiera cambia il mondo cambiandoci il cuore. Qui Dio non è rappresentato dal giudice della parabola, lo incontriamo invece nella povera vedova, che è carne di Dio in cui grida la fame di giustizia.
Perché pregare? È come chiedere: perché respirare? Per vivere! Alla fine pregare è facile come respirare. «Respirate sempre Cristo», ultima perla dell'abate Antonio ai suoi monaci, perché è attorno a noi. «In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
Allora la preghiera è facile come il respiro, semplice e vitale come respirare l'aria stessa di Dio.
Ermes Ronchi
grazie a Giampaolo Martinelli per la foto del 191019
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/come-e-possibile-pregare-sempre?fbclid=IwAR170FyKHvJYc4t9T6oerEKdhp-QmgIg5hBj9D76PW9fAhVFaszhl4oxpxE

«Il segno grafico dell’interrogazione è già eloquente col suo ricciolo che sembra artigliare la mente del lettore: segno ben più complesso dell’esclamativo con la sua linea retta che si impone in modo imperativo. Già lo stesso lessico mostra le varie iridescenze dell’atto di domandare: chiedere, ma anche interpellare, cercare, postulare, consultare e persino indagare e scrutare. Sui banchi del liceo di un tempo si imparava la distinzione latina tra il quaerere, un «domandare» per sapere, e il petere, un «chiedere» per ottenere. L’implacabile sequenza dei «perché?» del bambino rivela che il desiderio di sapere, capire, scoprire è strutturale alla natura umana, prima che sia sterilizzato dalla banalità delle risposte stereotipate o dai giochi elettronici».
Gianfranco Ravasi, Il Sole 24ore, 20.10.2019

«Può accadere, certe mattine, che mentre ascolti le notizie della rassegna stampa ti ritrovi in lacrime, quasi senza accorgertene, nonostante il sole s'affacci alla tua finestra. Ma non c'è luce che tenga, se senti parlare di una chat intitolata "shoah party" frequentata da adolescenti o se ascolti la testimonianza di una guardia costiera di fronte ai corpi annegati dei profughi, tra cui bambini, in fondo al mare di Lampedusa. Puoi anche distogliere lo sguardo, tornare a quel sole che illuminerà moltitudini di cose belle che stanno accadendo proprio ora sul pianeta - ma la sensazione di impotenza e di solitudine non se ne andrà, le lacrime faranno fatica ad asciugarsi».
Mario Domina, 191017

«Vi auguro di essere eretici.
Eresia viene dal greco e vuol dire scelta.
Eretico è la persona che sceglie e, in questo senso, è colui che più della verità ama la ricerca della verità.
E allora io ve lo auguro di cuore questo coraggio dell’eresia.
Vi auguro l’eresia dei fatti prima che delle parole,
l’eresia della coerenza, del coraggio, della gratuità, della responsabilità e dell’impegno.
Oggi è eretico chi mette la propria libertà al servizio degli altri;
chi impegna la propria libertà per chi ancora libero non è.
Eretico è chi non si accontenta dei saperi di seconda mano,
chi studia, chi approfondisce, chi si mette in gioco in quello che fa.
Eretico è chi si ribella al sonno delle coscienze,
chi non si rassegna alle ingiustizie.
Chi non pensa che la povertà sia una fatalità.
Eretico è chi non cede alla tentazione del cinismo e dell’indifferenza.
Eretico è chi ha il coraggio di avere più coraggio».
don Luigi Ciotti

«II voto consultivo dei laici non può essere equivocato (...) come semplice "aiuto" prestato ai ministri ordinati. La funzione del sacerdozio comune e del "sensus fidei" non è quella di aiutare il sacerdozio ministeriale, ma di esprimere la propria testimonianza e la propria opinione sulla fede e sulla disciplina ecclesiale».
Eugenio Corecco, canonista, vescovo, 1990

«Dovunque entriate in una casa, rimanetevi finché non sarete partiti di lì. Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi come testimonianza per loro».
Gesù sta pensando ai suoi correligionari: credenti in Dio, ma incapaci di accogliere la novità della sua persona.
Non lo accolgono perché non lo ascoltano. Non lo ascoltano perché non lo accolgono.
Qualche gesto di testimonianza verso questi correligionari ci vuole!
don Chisciotte Mc 191023

Vanamente ho cercato sul sito della diocesi qualche report dell'andamento delle elezioni per il rinnovo dei consigli pastorali: affluenze, percentuali, novità, regressioni...
Non vi è traccia.
Una fonte autorevole mi ha detto che una percentuale significativa delle parrocchie (più del 30%) non ha svolto le elezioni, perché non si sono trovati i candidati. E quindi si procederà esclusivamente per nomina da parte dei parroci.
Non è chi non veda che bisognerebbe interrogarsi come mai a distanza di 50 anni dal Concilio questi strumenti "non funzionino".
 Io sono certo che questa riflessione non ci sarà, ma ho qualche idea (già espressa nelle sedi opportune) su alcune responsabilità di questa situazione.
E intanto - proprio in questi giorni - è riunito il Consiglio presbiterale con un titolo altisonante, ma vuoto...
don Chisciotte Mc 191021

Fonti autorevoli mi dicono che - per la Chiesa - gli snodi più importanti e quelli ancora più ostici da risolvere sono la liturgia e la formazione dei preti (cioè il seminario).
Anni fa avevo detto questa cosa (e certamente non ero e non sono il solo)... e infatti sono stato allontanato (senza dirmi per quale ragione).
Ma il problema resta!
don Chisciotte Mc 191020

«Non c'è giorno che non mi chieda se val la pena essersi risvegliati (e dunque esser nati): scruto il cielo ansioso, in cerca di segni.
E non c'è notte, per quanto buia, che non venga trapuntata da una cazzo di stella: luce debolissima e tremolante, a smentire la nera insensatezza di quel cielo».
Mario Domina - 191019

«Dal Vaticano II abbiamo ricevuto in dono la collegialità»
di Paola Panzani
«Il Concilio Vaticano II è un enorme tesoro che ci è stato donato: uno scrigno colmo di doni tra cui il valore della collegialità. Lo hanno scoperto da subito i Padri conciliari perché non era affatto scontato che sapessero stare insieme, che imparassero un metodo di lavoro e che riuscissero a dare forma concreta alla loro collegialità. Non è un caso che uno dei frutti del Concilio siano stati proprio gli organismi di partecipazione: Consigli pastorali parrocchiali, diocesani, per gli affari economici.
Al numero 12 della Lumen gentium si dice: «Tutti i battezzati sono profeti, hanno uno spirito di profezia e tutti hanno il sensus fidei, cioè una capacità di penetrare il senso spirituale della Parola e di interpretare l’azione dello Spirito, i disegni di Dio all’interno della storia». In altre parole tutta la comunità è chiamata a costruire una fraternità evangelica e a farsi carico della fede degli altri, della fede dei fratelli anche attraverso questi strumenti di partecipazione.
L’esperienza dei Consigli pastorali rimanda, tuttavia, spesso a un’immagine in cui è evidente il divario tra ideale (tutti i battezzati sono corresponsabili e devono farsi carico della missione evangelizzatrice della Chiesa) e realtà spesso insoddisfacente e ben lontana dalle aspettative. Possiamo trovarne la causa

« 2.2.2 La Chiesa dalle genti è una Chiesa dove non basta “fare per” ma dove diviene essenziale apprendere a “fare con”; non basta “fare” tante opere a favore dei migranti, quanto piuttosto imparare ad “essere” con loro, costruendo una nuova soggettività, frutto del riconoscimento reciproco e della stima vicendevole. La Chiesa si è sperimentata nella sua verità di fondo, popolo in cammino, desideroso di rinnovarsi per dire in forma credibile i significati elementari che danno senso e sapore al vivere: la bellezza di uscire da sé, l’importanza dell’incontro, la libertà di vivere il Vangelo, la gioia di aprirsi al dono, la responsabilità di portare i pesi delle fragilità proprie e altrui» (dal Documento finale del Sinodo "Chiesa dalle genti").


Nino Fezza fotoreporter, su Facebook

L’intolleranza in sala d’attesa 
di Concita De Gregorio e Maria Batticore 
«Eseguo annualmente controlli medici per una brutta, bruttissima, malattia avuta da ragazza. In principio erano controlli settimanali, poi per fortuna, con il tempo, si sono diradati sempre di più. L’ospedale è rimasto comunque la mia seconda casa, un luogo in cui mi sento a mio agio, in cui mi sento protetta. Nutro un profondo rispetto per i pazienti e gli accompagnatori nelle sale d’attesa degli ospedali; corridoi e stanze silenziose, sguardi schivi. 
Queste attese sono diverse dalle altre; rievocano velocemente demoni sopiti e dolori del passato che fanno a pugni con pensieri razionali, la fiducia nella ricerca o semplicemente la speranza. L’altro giorno ad aspettare eravamo in 5, tutte donne, il silenzio è rotto da una discussione dal tono un po’ alterato tra una signora con accento dell’est e l’operatrice all’accettazione. Sembra che la signora si fosse presentata ad una visita che però in precedenza aveva cancellato; questo secondo quanto diceva l’operatrice. Secondo la paziente, invece, la visita non era mai stata cancellata. La signora fa presente che non si sarebbe mai sognata di annullare l’appuntamento che le era stato dato, anche perché per essere presente aveva dovuto prendere una giornata di ferie dal lavoro. Mi colpisce da subito il tono un po’ aggressivo e accusatorio dell’operatrice all’accettazione, per intenderci: se si fosse rivolta a me in quel modo, avrei chiesto prima di tutto di moderare i toni. Ma la cosa che mi lascia davvero esterrefatta è che quando la signora viene invitata in un ufficetto per chiarire la questione, dal niente esplode in sala d’attesa un chiacchiericcio non solo ingiustificato, ma terrificante: "Vengono a casa nostra e pretendono di avere anche ragione!", dice una ad alta voce e un’altra ribatte : "E ci sono anche quelli che ce li vogliono!". E aggiunge la terza: "Che poi se ti rubano in casa non puoi neanche sparargli!". Sono rimasta in silenzio, scombussolata dalla valanga di considerazioni inopportune e terribili vomitate in pochi secondi, non ho voluto rispondere temendo di aizzare ancora più insofferenza, ma dopo me ne sono terribilmente vergognata. Eppure credevo che almeno nelle sale d’attesa degli ospedali vigesse una tacita solidarietà e che la cosa più importante, a prescindere da chi può aver commesso l’errore (può capitare davvero a chiunque), sia magari, trovare una rapida soluzione». 
Maria Batticore , 36 anni, napoletana trapiantata a Siena, due lauree, da tempo in cura
in “la Repubblica” del 6 ottobre 2019

Incompiutezza 
di José Tolentino Mendonça 
Credo che nella nostra vita si registra un momento di svolta quando guardiamo all’incompiutezza in un’altra maniera, non soltanto come a un indicatore o sintomo di mancanza, ma come a una condizione inderogabile del nostro essere. E così ci rendiamo capaci di vivervi assieme in pace. 
L’avventura di essere non è altro che abitare, in tensione creativa, la propria incompiutezza e quella del mondo. È vero che a tal fine dobbiamo imparare ad abbracciare il vocabolario della vulnerabilità. Ciò comporta un esercizio di distacco e di povertà interiore. Accettare di non conseguire tutti gli obiettivi che ci eravamo prefissati. Accettare che il punto cui siamo arrivati è ancora una versione provvisoria, una versione da rivedere, piena di imperfezioni. Accettare che ci mancano le forze, che c’è una freschezza di pensiero che non otteniamo meccanicamente con il solo insistere. 
Accettare, probabilmente, che domani dovremo ripartire da zero, e per l’ennesima volta. Ma questa riconciliazione con l’incompiutezza ci apre anche all’esperienza della reciprocità, forse come non l’avevamo ancora vissuta. La vita di ciascuno di noi non basta a se stessa: avremo sempre bisogno dello sguardo altrui, che è uno sguardo altro, che ci osserva da un’altra angolazione, con un’altra prospettiva e un’altra disposizione d’animo. Il senso della vita non si risolve individualmente. Il suo vero significato lo si raggiunge nell’incontro, nella condivisione e nel dono. 
in “Avvenire” dell'8 giugno 2019 

Grazie, Walter Kostner!

«Il Sinodo per l’Amazzonia, possiamo dire che ha quattro dimensioni: la dimensione pastorale, la dimensione culturale, la dimensione sociale e la dimensione ecologica. La prima, la dimensione pastorale, è quella essenziale, quella che comprende tutto. Noi la affrontiamo con cuore cristiano e guardiamo alla realtà dell’Amazzonia con occhi di discepolo per comprenderla e interpretarla con occhi di discepolo, perché non esistono ermeneutiche neutre, ermeneutiche asettiche, sono sempre condizionate da un’opzione previa, la nostra opzione previa è quella di discepoli. E anche con occhi di missionari, perché l’amore che lo Spirito Santo ha posto in noi ci spinge all’annuncio di Gesù Cristo; un annuncio — lo sappiamo tutti — che non va confuso con il proselitismo. Noi cerchiamo di affrontare la realtà dell’Amazzonia con questo cuore pastorale, con occhi di discepoli e di missionari, perché quello che ci preme è l’annuncio del Signore. E inoltre ci avviciniamo ai popoli amazzonici in punta di piedi, rispettando la loro storia, le loro culture, il loro stile del buon vivere nel senso etimologico della parola, non nel senso sociale che spesso attribuiamo loro, perché i popoli hanno una propria identità, tutti i popoli hanno una loro saggezza, una consapevolezza di sé, i popoli hanno un modo di sentire, un modo di vedere la realtà, una storia, un’ermeneutica e tendono a essere protagonisti della loro storia con queste cose, con queste qualità. E noi ci avviciniamo estranei a colonizzazioni ideologiche che distruggono o riducono le specificità dei popoli. Le colonizzazioni ideologiche oggi sono molto diffuse. E ci avviciniamo senza ansia imprenditoriale di proporre loro programmi preconfezionati, di “disciplinare” i popoli amazzonici, di disciplinare la loro storia, la loro cultura; ossia quest’ansia di “addomesticare” i popoli originari. Quando la Chiesa si è dimenticata di questo, cioè di come deve avvicinarsi a un popolo, non si è inculturata; è arrivata addirittura a disprezzare certi popoli. E quanti fallimenti di cui oggi ci rammarichiamo».
papa Francesco, 7.10.2019

(...) "“Un'altra sera a Rogoredo. Quanto malessere in giro anche oggi... Qualcuno cercava riposo arrotolato in una coperta sulla banchina, tanti hanno chiesto ristoro al nostro punto di distribuzione viveri. Ma stasera c'era qualcosa di più. Al boschetto la roba non c’era. Un via vai infinito di persone in continua ricerca di qualsiasi indizio, voce, indicazione che potesse far trovare qualche pusher. Abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza per Alessio che in piena crisi di astinenza, mi ha chiesto disperatamente di farlo. E dopo di lui ne ha avuto bisogno anche un altro ragazzo... freddo, crampi allo stomaco e voglia di morire... Dobbiamo davvero preoccuparci se queste persone non vengono sostenute, accompagnate... prese in carico... È assurdo solo pensarlo ma... senza sostanze che succederà?”
Che succede senza le sostanze? "Pensate al gioco del biliardo. Con il primo tiro si spacca il triangolo di palle. Con le due retate della scorsa settimana abbiamo tirati una fucilata su Rogoredo creando un fenomeno di dispersione incontrollata ovunque. Un nuovo presidio delle droga, per esempio, l’abbiamo registrato nei pressi della stazione della metropolitana Porto di Mare.
I prezzi delle droga sono schizzati. Per l’eroina parliamo di 25 euro al grammo. Molto di più rispetto a prima, dove con due euro recuperavi una microdose. Il consumatore, il tossico, è solo l’ultimo anello della catena: non riesce a drogarsi, sta male, va in astinenza e sono necessari gli interventi ospedalieri. Le persone con questo tipo di vissuto, con questo dolore dentro, sentono di non farcela".
In che senso? "Sono rassegnati davanti all’assenza di sostanze e tanto è il dolore che chiedono di chiudere gli occhi per sempre. Sono persone che hanno perso tutto e se tu non gli riconosci neanche un briciolo di dignità, per loro il pensiero della morte, quello di “lasciarsi andare”, torna sempre più" prepotente. (continua) http://www.vita.it/it/interview/2019/10/08/boschetto-di-rogoredo-che-succede-se-resta-senza-droga/280/

«Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà». 
La polarizzazione dei sentimenti ha favorito nell’ultimo anno il consolidarsi e il rafforzarsi della cultura del dono, una cultura che va portata nelle scuole per radicarla nelle nuove generazioni. «Dobbiamo promuovere la cultura del dono per incrementare il tasso di fiducia sul futuro nel nostro Paese». 
Ma come può essere successo che, dopo un declino ultradecennale e che sembrava irreversibile, quest’anno il Rapporto ha registrato una seppur lieve inversione di tendenza nel numero delle persone che effettuano donazioni? Una risposta l’ha tentata Paolo Anselmi, vice presidente del centro di ricerca Gfk. «Nel 2005 arrivammo ad avere il 33% della popolazione italiana formata da donatori, con il picco registrato dopo lo tsunami del 2004. Si è scesi poi fino al 18% nel 2017, perdendo 6-7 milioni di donatori. Il fenomeno fu messo in relazione generalmente alla crisi economica. Ma cosa è accaduto nell’ultimo anno da riuscire a fermare il declino? Io propendo per l’ipotesi della polarizzazione culturale. Quanto più si rafforzano le posizioni contrarie all’accoglienza, alla solidarietà, al dono, tanto più una parte degli indifferenti si è svegliata e ha sentito la necessità di un gesto di solidarietà», ha detto Anselmi. 
«I donatori hanno una posizione positiva sul futuro. Inoltre un atteggiamento non ideologico è più orientato al fare e all’idea che anche il piccolo gesto è positivo. Le persone che donano sono più felici, dichiarano una maggiore soddisfazione nella propria vita». Quest’ultima considerazione è suffragata da alcuni dati statistici: «Nell’ultimo anno si è registrato un calo di 6 punti di coloro (che comunque restano maggioranza) che si dicono preoccupati del futuro, si è arrestato poi il declino della felicità, e ci sono alcuni segnali che vendono valori come l’amicizia e la cultura che tendono a risalire», ha aggiunto Anselmi. 
L’economista Leonardo Becchetti ha detto che «le persone che ricevono devono essere a loro volta soggetto di un dono: il dono è positivo se alimenta a sua volta la capacità di dare».
Valeria Reda, della Doxa, ha raccontato che dal 2015 aumentano le persone «che donano informalmente (come durante la Messa) e con donazioni disintermediate: 4 italiani su 6 hanno fatto nell’ultimo anno almeno una donazione informale».

http://www.vita.it/it/article/2019/10/03/aumenta-la-cultura-del-dono-in-italia-il-motivo-la-polarizzazione-dei-/152845/