Prendere in spalla Giuda

Papa Francesco, aprendo la sera del 16 giugno 2016 in San Giovanni in Laterano il convegno della diocesi di Roma, ha parlato di un antico capitello medievale che a un estremo rappresenta Giuda e all’altro Gesù che porta il traditore ormai morto sulle spalle: «Don Primo Mazzolari fece un bel discorso su questo, era un prete che aveva capito bene questa complessità della logica del Vangelo: sporcarsi le mani come Gesù, che non era pulito andava dalla gente e prendeva la gente come era, non come doveva essere».  Francesco ha fatto riferimento a un capitello della basilica di Vèzelay, in Borgogna. In alto, sul primo capitello a destra per chi entra, c’è una scultura poco conosciuta, anche a motivo dell’altezza a cui è posta, circa venti metri dal suolo. Una scultura che vista da vicino colpisce e sconcerta. Da un lato si vede Giuda impiccato, con la lingua di fuori, circondato dai diavoli. E fin qui nulla di nuovo: esistono tante rappresentazioni della drammatica e violenta fine da suicida dell’apostolo che aveva tradito Gesù vendendolo per trenta denari. La sorpresa arriva dall’altro lato del capitello. Si vede un uomo che porta sulle spalle il corpo di Giuda. Quest’uomo ha una strana smorfia sul volto: metà bocca appare corrucciata, l’altra metà sorridente. L’uomo veste la tunica corta ed è un pastore. È il Buon Pastore che porta sulle sue spalle la pecora perduta, la centesima pecora per cercare la quale ha lasciato le altre 99. L’artista che ha scolpito la scena e il monaco che l’ha ispirata ha voluto rappresentare qualcosa di estremo ipotizzando che anche Giuda vi sia stata salvezza.  
A commento di questa immagine, Papa Francesco ha citato un’omelia che don Primo Mazzolari, il parroco di Bozzolo precursore del Concilio Vaticano II, tenne il

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Sorrisi divini

«Io penso che Dio si diverta molto a vederci, quando ad esempio prendiamo molto sul serio anche le cose banali della vita. Io invece ho capito che Dio ci vuole sereni e allegri e che non dobbiamo prenderci troppo sul serio. Io sono vescovo, tu puoi essere professore, l’altro un medico ma quando arriveremo dall’altra parte e capiremo che cosa ha significato che Dio ci ha amati, allora capiremo anche la pochezza di ciò che facciamo in questo mondo. E ci meraviglieremo perché Dio ci ha amati in maniera così grande e non potremo non chiederci: ma se non abbiamo fatto niente, come mai ci ha amato così tanto? Sicuramente ci scapperà da ridere e diremo: meno male che Dio è così buono e che nonostante tutte le stupidaggini che abbiamo fatto ci prende con sé in Paradiso. Quale migliore speranza di questa? Allora – concluse – anche nelle difficoltà cerchiamo sempre di tenere presente questo punto di arrivo, questa prospettiva rovesciata. E io sono certo che quando saremo tutti lì, ci faremo una risata generale perché finalmente avremo capito».
don Tonino Bello, omelia una settimana prima della morte

Ragioni spirituali del "materiale"

«Dio parla il mondo. Parla all’uomo attraverso il mondo. Dio e l’uomo si parlano attraverso il mondo. Il Logos di Dio struttura il mondo e il suo Soffio lo anima, lo fa tendere verso la pienezza e la bellezza. (…) Il visibile è dunque l’epifania dell’invisibile, il suo simbolo. Ora il soggetto… è da una parte il Logos divino, dall’altra l’uomo loghikós, chiamato ad esprimere i logoi, “le ragioni spirituali” delle cose».
Olivier Clément, Occhio di fuoco, 41-43

Uomini

“Lì dentro abbiamo trovato uno strato di materiale biologico alto 80-90 cm steso lungo tutti i 23 metri della nave. Erano persone – racconta Roberto Di Bartolo, ingegnere capo della squadra dei Vigili del fuoco che hanno recuperato la maggior parte delle salme dei mille migranti morti nella più grave tragedia avvenuta nel Mare Nostrum nel dopoguerra – quei poveri cristiani erano ammassati uno sull’altro. Prima di salpare gli scafisti li avevano fatti sedere su tavoloni fissati su vari piani alle murate. Nel momento in cui il peschereccio si è prima ribaltato e poi è colato a picco, sono stati tutti scaraventati giù. E lì sono rimasti”.

“Lavorando su materiale di quel tipo e volendo procedere per fronti di avanzamento, provavamo a tirare questi corpi fuori dal cumulo ma finivamo per romperne dei pezzi e questo fatto non ci faceva stare a posto con la coscienza e non rispettava l’indicazione che avevamo ricevuto di recuperarli in maniera più leggibile possibile. Quindi decidemmo di procedere non più su fronti ma su strati, dall’alto in basso, in quel modo, però, avremmo dovuto lavorare con i piedi sui cadaveri. E noi vigili del fuoco abbiamo una regola non scritta, che osserviamo in tutti i teatri in cui siamo chiamati a operare, dagli interventi ordinari ai terremoti come quelli de L’Aquila o del Centro Italia: non mettiamo mai i piedi sui morti. Per questo a quel punto i nostri ragazzi, piuttosto che camminarci sopra, hanno preferito lavorare stando sdraiati sui corpi. Sa cosa significa? Ma era questione di rispetto”.

3 anni fa, il 18 aprile 2015, si consuma la più grande strage di migranti del mar Mediterraneo. Naufraga, a nord della costa libica, un peschereccio con circa 1000 persone a bordo. Soltanto 28 i superstiti.

"Non si può parlare di Dio senza metterlo nel cuore delle cose della vita e delle persone"

Come parlare di Dio. Anti-manuale di evangelizzazione 
di Monique Hébrard 
Fabrice Hadjadj, Comment parler de Dieu aujourd'hui?, Anti-manuel d'évangélisation, ed. Salvator. Il libro è la riscrittura di una conferenza pronunciata dall'autore all'assemblea plenaria del Pontificio 
Consiglio per i laici nel novembre 2011

Come parlare di Dio? Parlare di Dio è all'opposto delle “strategie di comunicazione”. Non ha niente a che vedere con il discorso fondamentalista, né con quello dell'ateo, per i quali è sufficiente dire Dio, perché tutto sia risolto, “o per una promozione meccanica, o per un'utopica liberazione”. 
Non bisogna comunque neppure accontentarsi di essere lievito nella pasta. Il levito nascosto nella pasta ricorda il talento sotterrato della parabola... e “come il fondamentalismo provoca la reazione dell'ateismo, l'anonimato dei cristiani, in nome dell'umiltà e del primato degli atti sulle parole, provoca la reazione dell'agnosticismo”.
Parlare di Dio comporta almeno due tipi di obblighi: verso colui di cui si parla, e verso colui a cui si parla. 
Non si può pretendere di parlare di Dio senza cominciare col sapere a chi se ne parla: non c'è parola di Dio se non rivolta a qualcuno e attualizzata nell'oggi. L'autore sviluppa questa idea nella linea di Gaudium et Spes, un'idea che ha molto in comune con l'ultimo libro di Jean Vanier (Les signes du temps à la lumière de Vatican II, ed.Albin-Michel) sul Concilio Vaticano II: non si può parlare di Dio senza metterlo nel cuore delle cose della vita e delle persone, con una parola “sempre attenta alle creature, sempre ospitale, che si fa sempre tabernacolo o cattedrale: ogni essere

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Tutti insieme siamo popolo di Dio

Francesco, appena eletto, ha parlato di «cammino insieme di popolo e vescovo di Roma» 
di DarioVitali 
Se una formula ecclesiologica può definire al meglio la recezione del Vaticano II da parte di papa Francesco, questa è "popolo di Dio". (...) In Evangelii Gaudium, documento programmatico del suo pontificato, Francesco indica il popolo di Dio come soggetto della missione evangelizzatrice della Chiesa. Il capitolo III è costruito sul presupposto che «tutto il popolo annuncia il Vangelo». Se «l'evangelizzazione è compito della Chiesa», «il soggetto dell'evangelizzazione è ben più di un'istituzione organica e gerarchica, perché anzitutto è un popolo in cammino verso Dio. Si tratta certamente di un mistero che affonda le sue radici nellaTrinità, ma che ha la sua concretezza storica in un popolo pellegrino ed evangelizzatore, che trascende sempre ogni pur necessaria espressione istituzionale» (EG 111). 
Il fatto di riferirsi contemporaneamente allaTrinità e al popolo di Dio in cammino nella storia, mostra una sintesi originale dell'ecclesiologia conciliare da parte di Francesco. Egli compone in una visione armonica i capitoli I e II di Lumen gentium, rispettivamente sul mistero della Chiesa e sul popolo di Dio. Questa sintesi appare anche quando afferma che «la Chiesa è inviata da Gesù Cristo come sacramento della salvezza offerta da Dio» (EG 112). «Essere Chiesa», ribadisce il Papa, «significa essere popolo di Dio, in accordo con il grande progetto d'amore del Padre» (EG 114). «Questo popolo che Dio si è scelto e convocato è la Chiesa» (EG 113). (...)
Francesco ha una sua visione di Chiesa-popolo di Dio che si può cogliere, ad esempio, nel modo in cui legge la correlazione tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale. Quando dice che «i laici sono semplicemente l'immensa maggioranza del popolo di Dio; al loro servizio c'è una minoranza: i ministri ordinati» (EG 102), egli non sottolinea soltanto la necessaria «presa di coscienza della responsabilità che nasce dal battesimo e dalla confermazione», ma evidenzia come «un eccessivo clericalismo li mantiene ai margini delle decisioni». Idea ribadita nella lettera al cardinale Ouellet (2016): «La Chiesa non è un'élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma tutti formano il santo popolo fedele di Dio».
in “Vita Pastorale” del marzo 2018

Utopia, sogno, proposito

«Il termine utopia è la maniera più comoda per liquidare quello che non si ha voglia, capacità, o coraggio di fare.
Un sogno sembra un sogno fino a quando non si comincia da qualche parte, solo allora diventa un proposito, cioè qualcosa di infinitamente più grande».
Adriano Olivetti (11 aprile 1901 – 27 febbraio 1960)

Un cammino

La vera essenza del perdono 
di Enzo Bianchi 
I cristiani che vogliono vivere quotidianamente e concretamente il Vangelo sanno che una delle difficoltà più grandi che incontrano è la pratica del perdono. Gesù è stato molto chiaro al riguardo: «Amate i vostri nemici, perdonate a chi vi ha fatto del male, pregate per i vostri persecutori» (Mc 11,25; Mt 5,44-45; Lc 6,27-28.35-37). Il perdono richiesto da Gesù settanta volte sette (Mt 18,22), cioè sempre rinnovato nei confronti di chi fa il male, è l'apice della legge dell'amore del prossimo, e dobbiamo essere grati agli ebrei i quali, fondandosi sulle Scritture dell'AnticoTestamento, giudicano questo perdono a volte impossibile per noi, impossibile come l'amore verso il nemico. 
Oggi assistiamo addirittura a una mancanza di rispetto e di pudore, quando soprattutto i giornalisti chiedono alle vittime se perdonano quanti hanno fatto loro del male. Come se il perdono coincidesse con una dichiarazione verbale fatta pubblicamente e carpita come una confessione di bontà o una risposta dura, in entrambi i casi a favore di telecamera... 
Mi pare, però, che i cristiani non sempre comprendano cosa

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Nella vita

“…E non finisce mai di nascere, e non finisce mai di morire, e non finisce mai di risorgere, nella carne e nel mondo. Nasce non tanto «nell’anima», come un’ascesi tutta spiritualistica ci ha insegnato a ripetere: nasce nella vita; nasce dal nostro ascolto, dalla nostra attesa, dal nostro umile e docile accordarci con i ritmi profondi delle cose. E noi gli siamo utero, cesto, nido”.
Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca

«Coloro che fanno del vestito una parte principale di se stessi finiscono in generale per non valere più del loro abito»

Ecclesiastici di gran stoffa 
di Gianfranco Ravasi 
Da un lato, ecco un intenso e fin emozionante saggio biblicamente intitolato "Hai coperto la mia vergogna", tradotto lo scorso anno dal francese: a scriverlo èAnne Lécu, una religiosa domenicana che è anche medico e che dal 1997 esercita queste due sue «professioni» in un carcere dell’Ile-de-France. È una sorta di inchiesta biblica, teologica e spirituale «al tempo seria e allegra – come confessa l’autrice –, un vagabondaggio nel paese delle tuniche di pelle e di lino», alla ricerca non tanto dei tessuti ma dei simboli connessi, la nudità, la vergogna, l’innocenza, la malizia, il manto di gloria. Un viaggio che parte dal Creatore che come un padre-sarto confeziona – all’inizio della Bibbia e della storia – «per l’uomo e sua moglie tuniche di pelle per vestirli» (Genesi 3,21). 
D’altro lato, immaginiamo di ricreare e rivedere l’ironica e grottesca sfilata di moda cardinalizia evocata dal regista Federico Fellini in una sequenza per certi versi esilarante del suo film Roma del 1972, quando per altro Paolo VI aveva già di molto semplificato il sontuoso abbigliamento cardinalizio, mozzando ad esempio le lunghe code delle cappe di porpora. Domani 26 febbraio nel Palazzo Colonna di Roma verrà presentata in anteprima una mostra particolarmente suggestiva intitolata Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic Imagination. Basata su una ricca selezione di paramenti e vesti sacre provenienti dall’imponente patrimonio liturgico del Vaticano, l’esposizione si svolgerà dal 10 maggio all’8 ottobre al Metropolitan Museum di NewYork sotto l’egida del suo Costume Institute, a cura di Andrew Bolton, mentre l’evento di Palazzo Colonna vedrà anche la presenza della vicedirettrice del Metropolitan Debora Carrie Barratt. Il coinvolgimento delle testate di moda, a partire naturalmente da Vogue, attesta quanto il complesso dei paramenti sacri, oltre ad avere una dimensione artistica, riflette la sensibilità delle varie epoche, proprio come accade per l’abbigliamento profano. 
I paramenti liturgici, così come l’arredo dedicato al culto, costituiscono infatti un vero e proprio specchio delle varie fasi vissute dalla Chiesa cattolica. È ciò che accade anche in generale per l’abito comune e gli oggetti domestici, tant’è vero che uno dei più popolari scrittori dell’Ottocento francese, Honoré de Balzac, poteva comporre un intero "Trattato della vita elegante" (1830) ponendolo idealmente all’insegna di questo motto: «Il vestito è espressione della società», ne è in pratica l’autoritratto. La veste, infatti, non è

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Presenza e assenza

«La solitudine è importante
non solo per gustare la gioia di Dio vicino
ma anche per soffrire l'angoscia di Dio lontano
e nel non volersene consolare,
se non, solo, col suo ritorno.
E' questa angoscia che ci dice
ciò che Dio è per noi.
Dio è come l'aria,
quasi non ci accorgiamo di averne bisogno
perché è sempre lì:
è il nostro naturale
e inconsapevole respiro.
E' quando manca che misuriamo quanto valga;
e che senza non si può vivere.
Nei giorni,
nei quali il bisogno spasmodico dell'uomo
è il segno di un rallentato rapporto col Signore,
l'angoscia va bevuta fino in fondo
senza cercare scappatoie,
come la fonte buia di Dio,
la sua presenza tenebrosa».
Adriana Zarri

Sorprese e variabili

Algoritmo. Manca quello della felicità 
di Nunzio Galantino 
Dal latino medievale algoritmus o algorismus, a sua volta derivato dal nome del matematico arabo Muhammad Ibn MusaAl-Khwarizmi (IX secolo), algoritmo sta diventando un termine/concetto cruciale per l’informatica, e non solo. Proprio per questo, le definizioni che lo riguardano variano a seconda dell’ambito di impiego: dalla matematica all’informatica.
È convinzione che l’algoritmo risolva tutti i problemi e risponda a tutte le domande. E, in parte, è vero. Infatti, tra istruzioni e operazioni, un passo dopo l’altro, l’algoritmo conduce a una meta. In maniera rigida, determinata e fredda. Se non che la matematica Cathy O’Neil getta un’ombra su questa sicurezza. Un invito, il suo, che alimenta una riflessione inquietante: «Gli algoritmi sono opinioni inserite in un codice. La gente pensa che siano oggettivi ma è un trucco del marketing». 
Una volta cioè dettati i parametri... niente sentimenti, sorprese, variabili incontrollate o incontrollabili. Niente affidamento ingenuo e spontaneo. Solo fede nella rigidità delle procedure e nella certezza del risultato. Insomma, l’algoritmo non ammette l’imprevedibilità. Tutto ciò, sia chiaro, non ha niente a che vedere col culto della razionalità come unico faro. L’algoritmo è solo un’implacabile successione di istruzioni in codice binario. 
Negli ultimi anni, senza chiedere permesso, l’algoritmo è entrato

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Reazioni divine

Un uomo nota un serpente che sta morendo bruciato e decide di toglierlo dal fuoco. Appena lo fa il serpente lo morde. Per la reazione del dolore, l'uomo lo libera e l'animale cade di nuovo nel fuoco. L' uomo cerca di tirarlo fuori di nuovo e di nuovo il serpente lo morde. Qualcuno che stava osservando si avvicinò all'uomo e disse: "Mi scusi, ma lei è testardo! Non capisce che tutte le volte che prova a tirarlo fuori dal fuoco va a finire così?". L' uomo rispose: "La natura del serpente è mordere, e questo non cambierà la mia, che è aiutare". Quindi, con l'aiuto di un pezzo di ferro, l'uomo tira fuori il serpente dal fuoco salvandogli la vita. Non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa del male.

Orgoglio sano che stimola a gesti imprevedibili

Orgoglio.Purché sia quello sano 
di Nunzio Galantino 
Le derivazioni etimologiche più attendibili rimandano al provenzale orgohl (francese antico orgueil) o al tedesco antico urgoli. In tutti i casi compare la particella intensiva ur e, a seconda delle lingue di derivazione, guol/geil/gil/gal (petulante, notevole). Nell’uso comune, l’orgoglio è lo stato d’animo di chi nutre una eccessiva considerazione di se stesso. «Il desiderio di essere ciò che si è solo sulla base delle proprie forze – avverte Dietrich Bonhoeffer – è un orgoglio fuori luogo. Anche ciò che dobbiamo agli altri ci appartiene ed è una parte della nostra vita... L’uomo costituisce un tutt’uno con ciò che egli stesso è e con ciò che riceve». 
Nella tradizione cattolica, l’orgoglio - vizio capitale - è amore disordinato e spropositato del proprio «io», che porta a riconoscersi buone qualità, meriti e pregi.Anche in loro assenza. L’orgoglio, insomma, è una forma patologica della considerazione di sé: «Ne ha rovinato più del petrolio», cantaVasco Rossi. Non va confuso con quello che viene chiamato e ritenuto, in genere, “sano orgoglio” per un gesto opportuno, una parola detta al momento giusto e con toni giusti o per una scelta effettuata in maniera responsabile e consapevole. Il sano orgoglio funge da stimolo per ulteriori gesti, parole e scelte altrettanto opportuni, responsabili e consapevoli. Un papà o una mamma

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Mi fa pensare

Nella cattedrale di Würzburg, in Germania, si trova questo Crocifisso del XIV secolo. Il Signore ha le mani staccate dalla croce e le tiene incrociate sul petto, quasi per abbracciare qualcuno.
Una leggenda racconta che, durante la guerra dei Trent’anni (conflitto armato che dilaniò l’Europa dal 1618 al 1648), un soldato nemico, entrato in quella chiesa e, visto che il Crocifisso portava una splendida corona d’oro sul capo, si fece avanti per rubargliela.
Quando il ladro si trovò di fronte a Gesù e alzò la mano verso la corona, il Signore staccò le braccia dalla croce, si chinò in avanti, abbracciò il ladro e lo accostò delicatamente al cuore. Il ladro non resse a tanto amore. Fu trovato morto ai piedi della croce.
Da quel giorno Cristo non ha più allargato le sue braccia, ma ha continuato a tenerle così, come sono ora, strette in un abbraccio.
(A. Barth, Enciclopedia Catechetica, Ed. Paoline)

Dio inquietante e scomodo

«Il nostro è un Dio inquietante e scomodo, perché è tra noi e con noi. Ha la faccia da uomo. Ha fame, ha sete, è solo, è senza vestiti, è malato. Ce lo possiamo trovare tra i piedi. Parla con la samaritana, con l’adultera, non si vergogna di andare da Zaccheo, prepara la festa per il figlio mascalzone, rivaluta i rottami della società.
E’ il Dio che sta dalla nostra parte.
Anzi "quando lo cerchiamo nel tempio, Lui si trova nella stalla; quando lo cerchiamo tra i sacerdoti, si trova in mezzo ai peccatori; quando lo cerchiamo libero, è prigioniero; quando lo cerchiamo rivestito di gloria, è sulla croce ricoperto di sangue" (Frei Betto)».
(Dalla Prolusione del card. Francesco Montenegro, al 38° Convegno nazionale delle Caritas diocesane, Sacrofano (Rm), 18 aprile 2016).

Da fabbricante di mine a sminatore. Grazie a don Tonino Bello

Vito è morto ogni volta che una mina antiuomo Tecnovar faceva clic.Vito è risorto ogni volta che le sue mani hanno impedito altri lutti. Perché Vito era l’uomo che fabbricava la più vigliacca delle armi. Oggi è l’eroe che ha vinto il suo passato, bonificando la dorsale minata dei Balcani.

«La morte odora di resurrezione» scriveva Eugenio Montale. Nella ex Jugoslavia avrebbero avuto più di un motivo per odiare l’ingegnere pugliese. Oggi ne hanno molti di più per dirgli falënderim. Il grazie dei superstiti kosovari. Le trappole di Vito Alfieri Fontana erano tra le migliori in commercio. La Tecnovar di Bari era un’eccellenza italiana. Erede designato del (continua cliccando sul link:

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/laddio-alle-armi-di-vito-oggi-risorto

Parole vibranti


“Forse finora avete creduto che le parole che usate tutti i giorni fossero solo strumenti per poter comunicare con gli altri.
Questo è certamente vero, ma esse hanno anche un’altra importante funzione: contengono infatti l’elemento della vibrazione, che svolge un ruolo vitale nel grande disegno della natura”.
Masaro Emoto

"Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri" - 3

La conversione della propria prospettiva.

«Monsignor Romero era stato Arcivescovo soltanto per tre anni. Nominato il 3 febbraio 1977, era entrato a San Salvador il 2 febbraio. Al tempo della sua elezione era poco conosciuto, ed era però definito piuttosto come “spiritualista”. quasi a indicare che appariva lontano dalle concrete lotte del suo popolo. Un uomo pacato e prudente, del quale si diceva: non darà noia a nessuno.

Ma pochi giorni dopo il suo ingresso in Diocesi, il 12 marzo 1977, ci fu una notte decisiva: venne infatti ucciso in un agguato nella campagna, insieme con due contadini, uno dei preti più validi e stimati dell’arcidiocesi, il gesuita padre Rutilio Grande. Romero, che lo conosceva personalmente, accorse subito sul luogo della tragedia e passò un’intera notte dì veglia e di preghiera presso il corpo massacrato dell’amico. Più tardi confidò che le lunghe ore di preghiera erano state per lui come il momento di una nuova conversione, di una nuova apertura degli occhi. Gradualmente la sua voce cominciò a levarsi sempre più forte contro ogni ingiustizia e persecuzione, la sua parola, pur se forte, si manteneva pacata e piena di fede». (Carlo Maria Martini)

https://www.fondazionecarlomariamartini.it/news/cosi-il-cardinale-ricordava-oscar-romero/

La folla non perdona

«Colpisce che la gente sia pronta a gridare: «Osanna al Figlio di Davide!», per poi cambiare idea solo pochi giorni dopo e urlare con la stessa intensità: «Crocifiggilo, crocifiggilo!».
La gente. La gente è stufa, era stufa quel giorno a Gerusalemme, è stufa oggi e probabilmente lo sarà sempre. Sembra sia una caratteristica identitaria della gente, trasversale a ogni identità. Non il primo né l’ultimo, Gesù viene osannato dalla gente, stufa delle vessazioni dei padroni, delle commistioni dei propri capi, dei compromessi, di sentirsi raccontare che una volta si stava meglio.
Entrando in Gerusalemme sul dorso di un’asina, Gesù richiama l’attenzione della gente. Da quelle parti il re vittorioso e liberatore non entra con un cavallo bianco, ma su un’asina, quasi a volersi mostrare più vicino alla dimensione della gente, che infatti esulta.
È il Rubicone di Gesù perché, richiamando l’attenzione della gente, si consegna a essa, al suo giudizio, alla sua condanna. «Tu non sei quello che volevamo»: questa in definitiva l’accusa del violentissimo Tribunale del Popolo, che non ammette appello. La gente si lamenta del potere, ma spesso inconsciamente dimentica di essere il potere, di incarnarlo nella sua variante più spietata.
Anche il più terribile dei Pilati può provare pietà, può graziare un condannato, ma la gente mai. La gente non perdona. Reclama la certezza della pena, quella stessa gente che s’ingegna a eludere i diritti altrui e i doveri propri.
Gesù sa che cosa lo attende, ma sa anche che, solo offrendosi alla gente, ci sarà la suprema epifania dell’amore di Dio per gli esseri umani».
Peter Ciaccio, in “Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi – del 23 marzo 2018

A complicare, siam tutti esperti, a esser felici, siam tutti incerti

Mudimbi, Il mago
«C'è chi mi chiede: Mudimbi, come stai?
Se rispondo tutto bene, poi mi chiede come mai?
La gente guarda male se non sei pieno di guai
Meglio dire son vegano e sto anche in mano agli usurai
Faccio ciò che posso, non vivo a Dubai
Ho un conto in banca all'osso che nemmeno i macellai
Vivo la realtà, senza mentirmi mai
La mia dolce metà sembra la copia di un bonsai

La mia vita va che una favola-la
Non c'è niente che mi preoccupa-pa
Risolvo ciò che c'è da risolvere-re
E compro una vocale per rispondere

Va-come va, va-come va, come va
Va bene anche se male
Va-come va, va-come va, come va
Il trucco è farla andare
Bevo il bicchiere mezzo pieno finché mi ubriaco
E poi svanisco in un sorriso... come fa il mago

Il mago, il mago, voilà
Il mago, il mago

A complicare, siam tutti esperti
A esser felici, siam tutti incerti
La verità sta tra

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Buona idea!


"Di tanto in tanto è bene fare una pausa nella nostra ricerca della felicità ed essere semplicemente felici". 
Guillame Apollinaire

Nessun "allarme", solo modifiche salutari

Mancanza di sacerdoti, il percorso della Chiesa udinese 
di Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine
Gentili di Vatican Insider, sono Luca Bagnarol, operatore pastorale presso l’arcidiocesi di Udine, occasionalmente scrivo per il settimanale diocesano La Vita Cattolica. Quando ho letto il vostro articolo «il vuoto che allarma la Chiesa», mi è sembrato di rivedere considerazioni che, nella nostra Arcidiocesi, furono già espresse dal «Sinodo Diocesano Udinese V», conclusosi nel 1985. Già all’epoca si lavorò per aggregare le comunità, operare in ambiti inter parrocchiali, coinvolgere i laici, già si ragionava di organizzare i sacerdoti in piccoli gruppi che operassero a livello di forania. 
Da allora iniziarono i primi accorpamenti, ma si provarono anche soluzioni audaci, come affidare parrocchie alla cura di diaconi o persino di operatori pastorali laici, si è diffusa anche la prassi delle «Liturgie in Assenza di Sacerdote», celebrate la domenica in alternanza con la santa messa. Questi percorsi ebbero risultati ambivalenti, vuoi perché sperimentali, vuoi perché discontinui, vuoi anche per resistenze, non solo sul fronte interno. 
Su quest’ultimo aspetto, chiarisco che i fedeli della nostraArcidiocesi hanno ben presente la distinzione tra una Liturgia in Assenza di Sacerdote e la santa messa, così come mai salterebbe in mente a un referente laico nostrano di confondersi con il parroco. È quindi impossibile che nella nostraArcidiocesi si sviluppino fraintendimenti analoghi a casi nordeuropei, a meno che non si vogliano cercare pretesti per bloccare l’intraprendenza del laicato. 
Perché dunque queste iniziative non sono state incoraggiate e valorizzate? La fase delle unità pastorali l’abbiamo superata già da un bel po’, i nostri parroci sono condivisi anche tra sette/otto parrocchie, molte in montagna, e l’Arcidiocesi sta lavorando a un nuovo piano di riorganizzazione basato sulle collaborazioni pastorali, sul modello della diocesi di Treviso, da cui è originario l’attuale nostro arcivescovo. 
Già sappiamo che anche questa sarà una soluzione temporanea, in attesa dei

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Antirughe

Per mantenere la propria libertà

Adattamento.Per cercare la propria strada 
di Nunzio Galantino 
Dal verbo latino adaptare - composto da ad, che indica il movimento verso un fine/scopo e aptare (accomodare, orientare) - l’adattamento è l’azione non necessariamente fisica con la quale si interviene per adeguare (rendere “atto”) qualcosa, qualcuno o se stessi a un determinato scopo o ambiente. 
In biologia, l’adattamento si configura come correlazione fra le strutture, le funzioni degli organismi e le condizioni dell’ambiente in cui essi vivono. La concezione finalistica della vita ritiene ogni specie fatta per vivere in un determinato ambiente. La concezione evoluzionistica della vita vede invece nell’adattamento un processo attivo e indispensabile che interviene sugli organismi adattandoli, appunto, alle esigenze determinate dalle variazioni ambientali. 
Nella specie umana, l’adattamento è un processo attraverso il quale un individuo si adegua all’ambiente (fisico e/o sociale), modificando i propri schemi di comportamento (adattamento passivo) o operando sull’ambiente stesso per trasformarlo in funzione delle proprie necessità (adattamento attivo). In entrambi i casi l’adattamento richiede partecipazione, responsabilità e disponibilità. Il livello di esse ed

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Vocati alla vita

I giovani e l'educazione alla vita 
di Enzo Bianchi 
Ci stiamo preparando a un sinodo voluto da papa Francesco come momento privilegiato per interrogare tutta la chiesa sul suo esercizio del discernimento, sui giovani: la loro vita, le loro storie e, di conseguenza, la loro vocazione. Vocazione significa “chiamata”, ma quando se ne parla nella chiesa subito il pensiero corre all’itinerario di figure ecclesiali che da sempre si vogliono obbedienti a una vocazione specifica: presbiteri, religiosi e religiose, monaci e monache. Dal concilioVaticano II in poi si parla di vocazione battesimale, di chiamata universale dei fedeli alla santità, ma poi si attua una “pastorale delle vocazioni”, si organizza la “giornata delle vocazioni”, si intraprendono iniziative per i giovani pensando sempre a quelle vocazioni specifiche, soprattutto oggi che queste si sono rarefatte, segno inequivocabile di una mancanza di fecondità del grembo ecclesiale. 
Dobbiamo ammettere che i giovani di oggi nella nostra

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Operatori... del fotostampatore

Dal vangelo di oggi: “Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?”. Ma allora io dichiarerò loro: “Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!” (Mt 7).

Signore, Signore, non abbiamo noi fatto tante fotocopie?! E pensare che c'è qualche prete che si vanta pure di aver fatto centinaia di migliaia di fotocopie all'anno! Vergogna!

Bellezza

Ciao!


Riscopriamo il valore del salutare 
di José Tolentino Mendonça 
Il villaggio globale ci ha reso solo vicini: non ci ha presentato gli uni agli altri. Noi ci dedichiamo alla condivisione di una quantità colossale di informazioni, ma rimaniamo dei perfetti estranei. 
Tutt’al più è cresciuto il voyeurismo che sorvola l’esistenza altrui e ci disperde dalla nostra. Alle nostre società ipertecnologiche mancano i protocolli dell’incontro che, per esempio, gestivano con la più grande naturalezza la quotidianità delle società primitive. Tra i popoli del deserto, quando uno sconosciuto era accettato come ospite si seguiva questo rituale di avvicinamento: «Consìderati il benvenuto! Ricevi il mio saluto. Come procedono i tuoi giorni? Come vanno i figli diAdamo? E la tua famiglia? E la tua tenda? E la tua gente? E tua madre? E come sta andando il viaggio che stai facendo?». 
Si capisce come l’accoglienza implicasse l’ascolto dell’altro in profondità. È questo che sta in gioco in un incontro genuino. Le formule possono essere più o meno lunghe o brevi, l’essenziale è che si conservi uno spirito di cerimonia. Esso umanizza le nostre traiettorie. Nella

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Bannato da Facebook

Sono stato bannato da Facebook per il post di lunedì scorso: il post è stato considerato non corrispondente alla linea di Facebook (evidentemente il loro "correttore" ha visto parole che di solito stanno in bocca a razzisti & company) e quindi per 24 ore non potrò agire su FB.

Tempo amico

Me lo ricordo

"Mi ricordo l'Italia di tanti anni fa, quando non c'erano i negri, i barconi, gli immigrati, i clandestini, i musulmani. 
Mi ricordo quel paradiso quando eravamo solo noi italiani e mi sbirluccicavano gli occhi. 
Mi ricordo che nessun italiano ammazzava nessuno e se lo faceva aveva comunque cura di farlo sparire sciogliendolo nell'acido o utilizzandolo per l'edilizia. 
Nessun italiano stuprava nessuno, e se lo faceva aveva cura di farlo in casa e non come questi porci in mezzo alla spiaggia. E se una donna veniva stuprata (parolone, disonorata) aveva comunque la fortuna di essere obbligata a sposare il suo stupratore con il matrimonio riparatore altrimenti tu stuprata dovevi vergognarti che se noi italiani lo sapevamo ti trattavamo come la peggiore p****.
E poi mi ricordo non c'erano tutti questi terroristi. Sì è vero, gli italiani per anni hanno fatto saltare per aria centinaia di innocenti, bambini, vecchi, donne, tutti, piazzando bombe nelle piazze, nelle banche, nei treni ad agosto, o magari in autostrada. Certo in Italia parliamo da 15 anni di terrorismo islamico anche se non hanno fatto scoppiare nemmeno un petardo, mentre gli italiani hanno fatto saltare in aria centinaia di italiani. Ma vuoi mettere essere ridotto a brandelli da una bella bomba italiana e non islamica? Di quelle belle bombe piazzate da italianissimi fascisti, brigatisti e mafiosi e servizi segreti?
Mi ricordo i bei giorni dei sequestri di persona, quando i bambini venivano allegramente sequestrati per anni da italianissima brava gente che poi per non far preoccupare i parenti aveva cura di rispedire a casa il figlio un pezzo la volta, partendo solitamente dall'orecchio. 
E il lavoro signora mia, il lavoro! Nessuno ci rubava il lavoro! Certo allora c'erano i terroni che rubavano il lavoro, ma mica erano italiani quelli, erano terroni di m****. Ora sì, sono italiani pure loro perché i negri sono più terroni di loro, e loro si comportano con i negri come gli italiani si comportavano con i terroni. È il loro momento di gloria, finalmente anche loro hanno una razza inferiore da poter insultare e cacciare.
Signora mia non vedo l'ora si torni a quei bei tempi. 
Prima gli italiani".
Emilio Mola

Pensare politicamente


«La politica, che intendo come costruzione della città dell'uomo, resta la più alta attività umana: come quella che dovrebbe realizzare quel bene comune che è da intendere quale condizione per il massimo sviluppo possibile di ogni persona; questa è la politica in se stessa. E non solo è la più alta attività umana, ma è anche la più difficile, perché in essa convergono campi diversi che riguardano la persona umana in tutti i suoi aspetti, per cui ogni problema va risolto secondo la tecnica propria di quel problema, ma naturalmente dentro la visione globale e d'insieme. 
Saper pensare politicamente [ ... ] è una cosa difficile, perché il giudizio politico è un giudizio sintetico, deve tener conto di vari fattori e deve valutarli tutti insieme non uno alla volta; deve tener conto di quella che è la situazione storica in cui il giudizio viene pronunciato e deve sapere che le proposte politiche valide sono quelle che, al di là della validità tecnica della proposta, hanno validità storica. Non è facile combinare tutti questi elementi». 
Giuseppe Lazzati

Fare spazio

La sfida di essere "multi"

Non è un posto qualsiasi il quartiere Gorizia a Baranzate. E non è un parroco negli “schemi” don Paolo. Il contesto è quello di una delle realtà più multietniche e multireligiose d’ Italia: 4 mila abitanti, più del 60 per cento di origine straniera, 72 nazionalità rappresentate in una strada (via Gorizia appunto) e i suoi paraggi. «Siamo una multinazionale!», scherza don Paolo. «Ma soprattutto siamo un laboratorio di futuro. Con tutti i problemi e le potenzialità del caso. Ma con il desiderio di sperimentare strade nuove, come degli sherpa che conoscono perfettamente i sentieri, ma che guardano sempre avanti, cercando vie nuove. Alla fine nessuno conosce il loro nome. Ma senza di loro non si arriverebbe mai in cima».
«Vangelo e poveri. Mai l’ uno senza gli altri. In un equilibrio che può oscillare, più da una parte o più dall’ altra, a seconda dei momenti e delle circostanze. Perché siamo calati profondamente nella realtà e ne siamo interpellati. Anzi, la realtà è sempre un po’ più avanti!».
Nella parrocchia Sant’ Arialdo è certamente così. Perché qui, già oggi, si vede l’ Italia − e la Chiesa − di domani. Attualmente il nostro Paese, in termini di presenze straniere, è ciò che questo quartiere di Baranzate era già vent’ anni fa. E se vogliamo capire cosa sarà l’ Italia tra vent’ anni, occorre guardare a via Gorizia oggi. Alla scuola materna l’ 85 per cento degli alunni non sono di cittadinanza italiana. In oratorio dal 35 al 40 per cento dei bambini sono figli di immigrati.
Tra quelli che ricevono la comunione, circa la metà ha genitori stranieri. «Per noi è inevitabile confrontarci con questa presenza variegata, che porta con sé svariate problematiche, ma si traduce anche in potenzialità spesso inattese», dice il parroco.
Molto dipende dal modo in cui ci si incontra. «Per me le relazioni sono fondamentali, prioritarie. Vengono prima delle riunioni. Vengono prima delle strutture o del calendario. Significa incontrarsi, conoscersi, condividere le responsabilità, poter vivere la diversità come un dono, in un atteggiamento di apertura».
http://m.famigliacristiana.it/articolo/don-paolo-steffano-il-grande-dono-della-diversita.htm

Rispetto

Chapeau

Teandrici

Dio ama... e stop


Dio ama ciò che è perduto
di Dietrich Bonhoeffer
«Dio non si vergogna della bassezza dell'uomo, vi entra dentro Dio è vicino alla bassezza, ama ciò che è perduto, ciò che non è considerato, l'insignificante, ciò che è emarginato, debole e affranto; dove gli uomini dicono "perduto", lì egli dice "salvato"; dove gli uomini dicono "no", lì egli dice "sì".
Dove gli uomini distolgono con indifferenza o altezzosamente il loro sguardo, lì egli posa il suo sguardo pieno di amore ardente e incomparabile. Dove gli uomini dicono "spregevole", lì Dio esclama "beato".
Dove nella nostra vita siamo finiti in una situazione in cui possiamo solo vergognarci davanti a noi stessi e davanti a Dio, dove pensiamo che anche Dio dovrebbe adesso vergognarsi di noi, dove ci sentiamo lontani da Dio come mai nella vita, proprio lì Dio ci è vicino come mai lo era stato prima.
Lì egli vuole irrompere nella nostra vita, lì ci fa sentire il suo approssimarsi, affinché comprendiamo il miracolo del suo amore, della sua vicinanza e della sua grazia».

Evidenza

Digiuno per amore


“Un giovane parroco, di una piccola parrocchia di una piccola diocesi del nord Italia, nel foglietto informativo settimanale, lascia al fedele affidatogli, precise indicazioni riguardo il suo rapporto col cibo nel giorno del mercoledì delle ceneri. In realtà il giovane parroco non ha fatto altro che riportare, in modo diligente, la legislazione vigente su questa materia, ossia la Delibera n. 60, del 4 ottobre 1994 della CEI. 
Non voglio contestare il giovane confratello, e tanto meno santa madre Chiesa, ma che tristezza… Termini come legge, obbligo, proibizione e questo tono così direttivo e impositivo pensavo appartenessero ad un lontanissimo passato. 
Mi domando dove sia finito il Vangelo, quel Gesù che ‘ci ha liberati perché restassimo liberi, e non ci lasciassimo imporre di nuovo il giogo della schiavitù’ (cfr. Gal 5, 1). Che fine abbia fatto il monito di Paolo: «In virtù delle opere della legge nessun uomo sarà giustificato davanti a lui, perché per mezzo della legge si ha solo la conoscenza del peccato» (Rm 3, 20); e ancore «Tutti quelli che si basano sulle opere della legge sono sotto maledizione; perché è scritto: “Maledetto chiunque non si attiene a tutte le cose scritte nel libro della legge per metterle in pratica”. E che nessuno mediante la legge sia giustificato davanti a Dio è evidente, perché il giusto vivrà per fede» (Gal 3, 10-13). 
Gesù dimostra che la comunione con Dio non si raggiunge attraverso l'osservanza di Leggi e di riti, ma solo attraverso la somiglianza al suo amore liberante e creativo. La legge impedisce all'uomo di crescere e di diventare figlio di Dio (cfr. Gv 19, 7). 
E poi mi viene incontro Isaia: 
«Non è piuttosto questo il digiuno che voglio:
sciogliere le catene inique,
togliere i legami del giogo,
rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?
Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato,
nell'introdurre in casa i miseri, senza tetto,
nel vestire uno che vedi nudo,
senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne?» (Is 58, 6-8).
Certo, perché «pieno compimento della legge è l’amore» (Rm 13, 10)”.
Scquizzato Paolo - 14.02.2018

Sei vicino


«Ti voglio vicino, mio Bene 
(quanto ti chiamo la notte!) 
Ti voglio vicino, mio Amato.
Da solo, nessuno pensa 
sia piu` povero e infelice.
Povero e infelice, 
e nulla che mi riesca!...
Ma tu mi sei vicino,
mi devi essere vicino!
Mio Dio: 
anche tu 
solo!
E per amore così esposto 
e impotente.
Anche tu infelice 
mendicante d'amore: 
seduto alle porte della citta`.
Perfino seduto
alle porte del tempio: 
da chi entra non degnato 
di uno sguardo.
Insieme, insieme, mio Dio, 
saremo felici!».
David Maria Turoldo, "O sensi miei..."

Cappellani sì, militari no

Pax Christi Italia ha appreso che “il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di Intesa tra la Repubblica italiana e la Santa Sede sull’assistenza spirituale alle Forze armate”.
Per ora le scarsissime notizie al riguardo non depongono a favore  di un buon risultato a proposito della smilitarizzazizone dei cappellani per la quale Pax Christi da molti anni ha sollevato la questione. (…)
Pax Christi si augura che ci sia ancora possibilità di modificare questa intesa il cui contenuto sarà sottoposto alla firma delle due parti, Stato e Santa Sede, e dovrà essere recepito con apposito disegno di legge. Rinnova la sua disponibilità a riflettere insieme e a contribuire alla definitiva stesura dell’intesa in modo limpido e sinodale, anche per evitare si ripeta quanto è successo con la nomina di Papa Giovanni XXIII a patrono dell’esercito italiano.  (…)
A 25 anni dalla sua morte, ricordiamo le parole di don Tonino Bello, che intervistato da Panorama il 28 giugno 1992 sui cappellani militari, si dichiarava sensibile soprattutto ai costi relativi alla credibilità evangelica ed ecclesiale.
Per lui, e per noi, è necessario mantenere un servizio “pastorale” distinto dal ruolo militare. “Accade già nelle carceri”, osservava: “non si vede per quale motivo non potrebbe accadere anche nelle forze armate. Cappellani sì, militari no”.
Firenze, 14 febbraio 2018
Pax Christi Italia - http://www.paxchristi.it/?p=13741

Verifichiamo

"Ognuno vede nel mondo ciò che porta nel suo cuore".
Goethe

W Como!

“Chi, nella nostra diocesi, si incammina con impegno e umilità nel percorso indicato, lasciandosi ‘plasmare’ dalla grazia del Signore, giungendo attraverso il discernimento personale e pastorale a riconoscere di avere maturato le condizioni segnalate, può essere riammesso, dopo l’assoluzione sacramentale, alla mensa eucaristica nella propria comunità”. È questo in sintesi il cuore della nota pastorale sull’attuazione del capitolo VIII di Amoris Laetizia presentata il 14 febbraio dal vescovo di Como, mons. Oscar Cantoni. Al suo fianco il delegato diocesano per la Pastorale della famiglia, don Luigi Savoldelli. Il documento riprende dall’esortazione apostolica Amoris laetitia il percorso di accompagnamento e discernimento che viene affidato ai fedeli in condizioni di “irregolarità” in dialogo con i loro sacerdoti. Quattro i passaggi richiesti: “la verifica della propria vita cristiana”; “un atteggiamento di umiltà e consapevolezza della propria condizione irregolare”; “un pentimento sincero per il fallimento del precedente matrimonio, con la verifica anche delle responsabilità e dei doveri che da essi derivano, nei confronti del coniuge e di eventuali figli”; infine, il punto più delicato, “la verifica dell’irreversibilità morale, oltre che pratica (ad esempio per la presenza di figli nati dalla nuova unione o accolti dalla precedente) del nuovo legame di tipo coniugale”. Quello indicato, sottolineano dalla diocesi di Como, è un “percorso impegnativo e dinamico, sempre attento alla condizione della singola persona e al bene che qui e ora essa può e deve compiere”. “Concretamente – si legge nella nota – ciò significa che non necessariamente il cammino di discernimento avrà come esito unico e scontato la riammissione ai sacramenti”. Per aiutare le coppie e i sacerdoti diocesani in questo percorso il vescovo ha istituito un “servizio diocesano” per le situazioni di fragilità familiare che, in coordinamento con l’Ufficio per la pastorale familiare, “possa favorire la formazione degli operatori, rispondere a eventuali dubbi e offrire consulenza ai fedeli che volessero chiarire la propria posizione”.
Su Facebook il video della presentazione: 

Scapoloni pettegoli

«Le cose che non mi tolgono la pace, ma sì mi addolorano, sono i pettegolezzi. E a me i pettegolezzi dispiacciono, mi rattristano. Accade spesso nei mondi chiusi. Quando accade in un contesto di sacerdoti o di religiosi, a me viene da chiedere: ma come è possibile? Tu che hai lasciato tutto, hai deciso di non avere accanto una donna, non ti sei sposato, non hai avuto figli... vuoi finire come uno scapolone pettegolo? Oh, mio Dio, che vita triste! (...).
Davanti alla difficoltà non dico mai che è una “resistenza”, perché significherebbe rinunciare a discernere, cosa che invece voglio fare. È facile dire che c’è resistenza e non rendersi conto che in quel contrasto può esserci anche un briciolo di verità. Questo mi aiuta anche a relativizzare molte cose che, a prima vista, sembrano resistenze, ma in realtà è una reazione che nasce da un fraintendimento... Quando invece mi rendo conto che c’è vera resistenza, certo, mi dispiace. Alcuni mi dicono che è normale che ci sia resistenza quando qualcuno vuol fare dei cambiamenti. Il famoso “si è sempre fatto così” regna dappertutto, è una grande tentazione che tutti abbiamo vissuto. Le resistenze dopo il Vaticano II, tuttora presenti, hanno questo significato: relativizzare, annacquare il Concilio. Mi dispiace ancora di più quando qualcuno si arruola in una campagna di resistenza. E purtroppo vedo anche questo. Non posso negare che ce ne siano, di resistenze. Le vedo e le conosco. Ci sono le resistenze dottrinali. Per salute mentale io non leggo i siti internet di questa cosiddetta “resistenza”. So chi sono, conosco i gruppi, ma non li leggo, semplicemente per mia salute mentale. Se c’è qualcosa di molto serio, me ne informano perché lo sappia. È un dispiacere, ma bisogna andare avanti. Quando percepisco resistenze, cerco di dialogare, quando il dialogo è possibile; ma alcune resistenze vengono da persone che credono di possedere la vera dottrina e ti accusano di essere eretico. Quando in queste persone, per quel che dicono o scrivono, non trovo bontà spirituale, io semplicemente prego per loro. Provo dispiacere, ma non mi soffermo su questo sentimento per igiene mentale».
Parole che Papa Francesco ha rivolto ai gesuiti durante il colloquio a porte chiuse avvenuto lo scorso 16 gennaio a Santiago del Cile. Il colloquio è stato trascritto da padre Antonio Spadaro, esce sul prossimo numero de La Civiltà Cattolica ed è stato anticipato dal Corriere della Ser a nell'edizione di giovedì 15 febbraio 2018.

http://www.corriere.it/cronache/18_febbraio_15/papa-francesco-blog-che-mi-chiamano-eretico-conosco-chi-li-scrive-non-li-leggo-a4b0eaee-11c6-11e8-9c04-ff19f6223df1.shtml?cmpid=tbd_8e574827EB

http://www.lastampa.it/2018/02/15/vaticaninsider/ita/vaticano/francesco-non-leggo-i-siti-internet-che-mi-accusano-di-eresia-Efs5ojZlYvOci5wddo2V6J/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

La liturgia prima del Concilio Vaticano II


«La liturgia veniva considerata un tempo come l'aspetto cerimoniale dei riti sacri (non a caso veniva abitualmente insegnata nei seminari dal 'Cerimoniere vescovile', il sacerdote che nelle cattedrali guidava i riti presieduti dal vescovo), mentre gli aspetti dottrinali venivano studiati nella teologia 'sacramentaria', che trattava appunto l'Eucaristia e gli altri sacramenti. Per questo si invitava ad 'assistere' alla Messa e, fra l'altro, essendo celebrata in latino e per una certa parte secreto, cioè sottovoce, si suggeriva ai fedeli più devoti di accompagnarla con la recita del rosario o - nei seminari - con la meditazione. Sembrava quasi che la Messa fosse il rito sacro che, tramite la transustanziazione (la consacrazione infatti era il momento centrale, più solenne, segnalato perciò dal suono del campanello che invitava ad una particolare riverenza), induceva la presenza reale di Gesù nell'Ostia, da adorare poi nei momenti successivi, che alimentavano la vera devozione».

Luigi Bettazzi, Non spegnere lo Spirito, 16

Affascinante e indomabile, lucido nella sua pazzia!

Le 4 parole di Bergonzoni per "Contromafiecorruzione".
Il messaggio di Alessandro Bergonzoni per "Contromafiecorruzione" che si è svolto dal 2 al 4 febbraio a Roma.
 

Dichiarazione


«Mi dichiaro colpevole di fidarmi dell’altro
di sognare a voce alta
di cercare la poesia.
Mi dichiaro colpevole
di dire quello che sento
di scommettere sul sentire
di credere nel detto.
Mi dichiaro colpevole
di sentire che è possibile
piangere un’assenza
un incontro.
Mi dichiaro colpevole
di vivere un altro tempo
di fidarmi di un gesto
di insistere per la verità
Mi dichiaro colpevole
Si.
Mi dichiaro colpevole.
Non me ne pento».
Araceli Mariel Arreche

Ascoltare nel profondo


“Il primo servizio che si deve al prossimo è quello di ascoltarlo. Come l’amore di Dio incomincia con l’ascoltare la sua Parola, così l’inizio dell’amore per il fratello sta nell’imparare ad ascoltarlo. Chi non sa ascoltare il fratello, ben presto non saprà neppure più ascoltare Dio; anche di fronte a Dio sarà sempre lui a parlare”.
Dietrich Bonhoeffer

Lasciare spazio


Il paese resta senza “don”? Più responsabilità ai laici 
di Riccardo Maccioni 
A volte anche nella Chiesa le ragioni della logica devono prevalere su quelle del cuore. Così nessuno si stupì più di tanto quando il vescovo decise di trasferire don Angelo Ricci da San Martino a Sant’Anselmo. E che altro poteva fare dopo la morte di don Alfio, visto che di preti non ce n’erano?. I numeri oltretutto parlavano chiaro: la nuova parrocchia contava 3.900 anime, contro le 450, tra cui molti anziani, della comunità dov’era stato oltre vent’anni. Inizia in questo modo, dalla notizia di un distacco doloroso e digerito a fatica Le campane di San Martino il racconto (Edizioni Itaca, 88 pagine, euro 10) con cui Maurizio Fileni, parroco a sua volta, descrive il calo delle vocazioni osservato con gli occhi di chi si vede, suo malgrado, “portar via” il prete. Un testo agile, dalla narrazione semplice come le fede dei suoi protagonisti, come la vita quotidiana nel piccolo centro di San Martino, «uno dei quei paesi» che «non ci abiteresti manco morto eppure sono belli fino a far scendere le lacrime». A renderlo vivo e affascinante, nella sua sobria quotidianità, sono le storie della gente del posto, che d’inverno alle sei di sera è già a casa, che magari ti guarda storto per farti pesare un’offesa ma subito dopo è pronta ad aiutarti.
Però con don Angelo che se ne va, cambia tutto e per tutti, compresi Arnaldo de la Peperina, Spajiccia, Gni-Gno e Ni’ de Falaschi, che pure in chiesa non andavano mai. No, non può essere che la domenica non suonino più le campane, che la Messa delle 11.30 ci sia, se va bene, una volta al mese. Che fare, per vincere una sofferenza che «si tagliava a fette»? La soluzione più logica è lo sdoppiamento, o dimezzamento che dir si voglia, dei sacerdoti disponibili. Come il frate che, poveretto, è sempre di corsa e con la gente del posto si prende poco. O don Leo (che in realtà si chiamava Leonardo) il generosissimo

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In prima classe

«Succede in treno che arrivi nel tuo posto di seconda classe prenotato e lo trovi occupato da un bambino di colore che dorme tenendo in braccio il proprio fratellino anch'esso dormiente. Succede che non solo il vagone è pieno e non c'è un posto manco a ripagarlo, ma che nel sedile accanto c'è la loro mamma con un terzo bimbo sempre dormienti. Come si fa a svegliarli? Come si fa a dire loro che il posto è mio? Allora succede che vai dal controllore, gli fai cenno di parlare piano e lo avvicini alla scena mentre gli indichi sul biglietto la tua prenotazione. Nel frattempo tutti hanno cominciato a guardare e improvvisamente abbassano la voce, ti guardano, capendo che è giusto cosi, che non possiamo svegliarli. È allora che bisbigli al controllore che "abbiamo un problema, ma è un problema bello". Lui si guarda attorno, tutti sorridono divertiti e scatta l'intesa collettiva. Il controllore si commuove, mi prende sotto braccio e mi porta in prima classe. Mi fa sedere, mi ringrazia e, alle mie rimostranze sul fatto che avevo pagato per la seconda classe, ribatte in modo sorprendente: "Guardi che, grazie a come si è mosso poco fa, lei ha permesso che la nostra umanità si guadagnasse un posto in prima classe ". Ecco... l'Italia è questa, la parte migliore di noi».
di Federico Pichetto - 4.2.2018

Profezia è anche responsabilità


Profezia. Creare il futuro 
di Nunzio Galantino
«L’esperienza è l’unica profezia dei saggi» (A. De Lamartine); un’esperienza che, per il profeta, diventa compito. Profezia è una parola composta dal prefisso (pro, “davanti, prima”, ma anche “per”, “al posto di”) e dal verbo (femì, “parlare, dire”). Il profeta quindi è letteralmente “colui che parla prima o al posto di…”; “al posto di Dio”, nell’ambito religioso. Per questo la profezia è il messaggio che Dio, attraverso il profeta, fa giungere agli uomini. Non necessariamente per rivelare un evento futuro. Profezia è una lettura della storia e sulla storia fatta con lo sguardo di Dio. 
Giovanni XXIII, in apertura del Concilio Vaticano II e pur riferendosi alla Chiesa, ha permesso di recuperare la dimensione “laica”, ma non per questo meno decisiva, del ruolo del profeta, presentandolo come colui che è capace di far fare «un balzo in avanti» alla storia, rispondendo «alle esigenze del nostro tempo» e accompagnandolo verso orizzonti inediti. Semmai sussurrando - in tanti piccoli frammenti e con una presenza che parla della sua “esperienza” - percorsi nuovi e coraggiosi. Tutto …“a poco a poco” (A. Casati). La profezia quindi non è necessariamente previsione né monito irruente. Essere profetici significa

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Agire

Ne gioisco!

Senza domande è un peccato


#Domande 
di Gianfranco Ravasi 
«Ieri mi sono comportata male nel cosmo. / Ho passato tutto il giorno senza fare domande, / senza stupirmi di niente».
Quando nel 1996 ricevette il premio Nobel, pochi avevano letto qualche poesia della polacca Wislawa Szymborska.
Eppure i suoi versi, spesso ironici, semplici eppure non di rado vertiginosi, potevano diventare – per usare un’immagine biblica (Qohelet 12,11) – «come pungoli o chiodi piantati» nel cervello e nell’anima del lettore. Accade così anche alle parole sopra citate che lanciano una stoccata contro una malattia molto diffusa ai nostri giorni.
Essa può ricevere diverse denominazioni: indifferenza, superficialità, vacuità, banalità, volgarità. È appunto il «passare tutto il giorno» senza un sussulto dello spirito o della coscienza, senza lo stimolo di una domanda (una delle prime raccolte poetiche della Szymborska s’intitolava proprio Domande rivolte a se stessa), senza un briciolo di stupore, senza il fremito di un sentimento profondo. È, questo, il peccato che la poetessa confessa per una sua giornata vuota, ed è quello che invece non è neppure avvertito da chi lascia scivolare via giorni e giorni come fossero solo granelli aridi di sabbia della clessidra del tempo.
in “Il Sole 24 Ore” del 7 gennaio 2017 

Correre

Avere cuore


Coraggio. Avere un cuore energico 
di Nunzio Galantino 
L’etimologia della parola coraggio rimanda sia al provenzale coratge sia al latino volgare corat-cum, aggettivo di coratum, forma popolare di cor (cuore). C’è anche chi riconduce l’etimologia di coraggio acor (cuore) habere (avere) o cor agere (agire col cuore). In ogni caso, al centro resta il riferimento al cuore. Sicché avere coraggio significa letteralmente avere cuore. Possedere cioè la forza d’animo, la volontà necessaria e la conseguente capacità di affrontare situazioni pericolose, difficili, penose o imprevedibili.Avere coraggio, comunque, non equivale ad avere un cuore... qualsiasi.
La persona coraggiosa ha un cuore energico, forte, determinato che diventa elemento propulsore di gesti, scelte e progetti pieni di vita, capaci di percorrere strade nuove e, per questo, coraggiosi. La persona coraggiosa provoca ammirazione, spesso catalizza attenzione, coinvolge e trascina. Talvolta può anche indispettire e frustrare la voglia di agire degli altri. Importante è – esercizio difficile ed impegnativo - coltivare il

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Tu non ci tenti


"Padre nostro, tu non ci tenti"
di Gianfranco Ravasi
È stato uno stillicidio che mi ha accompagnato da anni. La domanda era sempre la stessa, anche da parte dei lettori di questa pagina: come si giustifica la sesta delle sette invocazioni di quell’oratio perfectissima di Gesù – come la definiva s. Tommaso d’Aquino – che è il Padre nostro, cioè «non ci indurre in tentazione»? I giornali hanno già riferito le considerazioni di papa Francesco sulla incongruità di questa resa a cui poi si è associata la Conferenza Episcopale Italiana, mentre altri vescovi di varie lingue avevano da tempo introdotto variazioni del tipo «non abbandonarci alla tentazione», «non farci entrare nella tentazione», «non lasciarci entrare in tentazione» e così via.
È curioso notare che la «brutalità» della resa latina della Vulgata – ne nos inducas in tentationem – creava imbarazzo già nell’VIII secolo: due manoscritti latini dei

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In ascolto di adulti e genitori

Festa della Santa Famiglia - 28 gennaio 2018
“Oggi devo fermarmi a casa tua”,
dove abitano coloro che consideri tua famiglia! 
scheda

Con chi


“Oggi devo fermarmi a casa tua”, dove abitano coloro che consideri tua famiglia!

Gira che ti rigira, siamo sempre qui

I “cristiani del campanile” e quelli del vangelo
di Enzo Bianchi
Questa mia riflessione mensile vuole essere una lettura di ciò che accade nella chiesa che è in Italia, delle sue virtù donatele dal Signore sempre fedele. Ma anche delle sue debolezze che, a volte, la estenuano e la pongono in contraddizione con il Vangelo di Gesù Cristo. È questa l'unica parola del Signore che permane e chiede una "forma", uno "stile" al cristiano e alle comunità cristiane presenti nella storia. Non si può negare e trovandomi sovente in altre Chiese europee ne ricevo la testimonianza — che la Chiesa italiana è ancora una presenza viva, ricca di doni e tutt'altro che marginale nella società. L'elemento maggiormente attestato è la testimonianza di carità che essa offre.
In tutto il territorio della penisola, in ogni diocesi c'è stata in questi anni una costante attenzione ai deboli e ai poveri: i fedeli, attraverso il volontariato e la disponibilità dei doni, hanno reso possibile un'organizzazione della carità veramente efficace, capace di raggiungere, in modo capillare, le realtà della sofferenza e del bisogno. Soprattutto le strutture diocesane della Caritas, ma non solo, conferiscono alla Chiesa un volto caritatevole, attento prioritariamente ai poveri. È un tratto tipico della Chiesa italiana fin dal XIX secolo. E papa Francesco ha trovato ad accogliere la sua insistente predicazione sui poveri — destinatari sì della carità, ma anche soggetti che insegnano ed evangelizzano — una Chiesa che, in forme adeguate al mutare dei tempi, sapeva offrire una bella testimonianza.
Questo atteggiamento caritativo è dovuto anche alla sua capacità di prossimità con la gente: i presbiteri, in particolare, sono vicini alle persone, stanno in mezzo al gregge, «conoscono», direbbe papa Francesco, «l'odore delle pecore». Specialmente nelle realtà delle parrocchie di montagna, di campagna e delle piccole cittadine, i presbiteri "ci sono": non sono lontani, non vivono atteggiamenti da burocrati o funzionari.
Potranno essere più o meno "santi" agli occhi della gente, più o meno simpatici, ma

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Ma noi preferiamo i preti veri.


Don Matteo piace perché non assomiglia ai preti veri 
di Marco Marzano 
In tempi di secolarizzazione galoppante, il popolarissimo prete-investigatore televisivo Don Matteo rappresenta un magnifico spot per la Chiesa Cattolica: incarna la figura del sacerdote ideale, della guida spirituale modello.Terence Hill è un attore eternamente giovane malgrado i quasi ottant’anni, è bello, alto, biondo, è fisicamente prestante e così agile da scendere con una sola mossa dalla sua vecchia bicicletta.
Don Matteo vive in una bellissima canonica, arredata con gusto ed è un tipo elegante, con la sua lunga tonaca nera e il basco sulla testa, il corpo curato e slanciato. Poi è simpatico e intelligentissimo, scopre prima dei carabinieri, anche grazie alla complicità del maresciallo Cecchini (il bravo Nino Frassica), i colpevoli degli innumerevoli reati che si consumano in quel magnifico angolo di Umbria (prima Gubbio ora Spoleto) dove la serie è girata.
È inoltre un uomo totalmente devoto alla causa della fede e al servizio dell’istituzione, perfettamente e completamente asessuato, privo di una vita privata e intima, senza contraddizioni, sofferenze, lacerazioni interne, stupide complessità esistenziali, in definitiva senza desideri che non siano quelli di servire l’istituzione che ama e il suo popolo, credente e non. La gente gli porta rispetto, gli chiede consiglio e gli dà del lei; lui usa sempre un tu inferiorizzante e tratta tutti, vecchi e giovani, con la paternalistica sollecitudine che meritano le pecorelle di un gregge di anime smarrite, persone inferiori per status e dignità. Non ha ovviamente una famiglia propria, ma vive con la perpetua e il sacrestano, bruttini e un po’ imbranati, ma anche onesti e volenterosi.
Un “lei” più rispettoso Don Matteo lo adopera solo con i capi della locale stazione dei carabinieri, riconosciuti come suoi pari nella gerarchia sociale, come persone davvero degne di rispetto e di autentica considerazione. Nella serie di Rai1 al prete in sottana nera è attribuito il monopolio assoluto della virtù: in ogni episodio Don Matteo impartisce qualche lezioncina moralistica, spiega, soprattutto ai colpevoli, quale sia il vero senso della vita e illustra il valore e la bellezza della conversione al cristianesimo e della redenzione. È un pastore misericordioso e comprensivo, sempre

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Parola di Dio del giorno


I brani della Parola di Dio
nella Messa quotidiana in rito ambrosiano,
dal sito della Diocesi di Milano.

Il libro consigliato



Walter Kasper,
Misericordia,
anno 2013, 320 pagine

 

Sto Leggendo

TEOLOGIA
* I. Zizioulas, Comunione e alterità, pp. 358


SPIRITUALITA'
* S. Decloux, El Espiritu Santo vendrà sobre ti pp. 190

* D. Caldirola - A. Torresin, I sentimenti del prete. Vangeli, affetti e vita quotidiana, pp. 141
* Montini-Paolo VI, Invito alla gioia, pp. 94



LETTERATURA
* Erri De Luca, La faccia delle nuvole, pp. 88

SAGGISTICA
* J.-L. Marion, Il fenomeno erotico, pp. 286

 

Pensieri fissi

Non è il Vangelo che cambia: siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio
papa Giovanni XXIII

Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo
Gandhi

Quando si ama il proprio uditorio, si può diventare poeta
card. Danneels

Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario
Orwell

Solamente chi non perde la speranza può essere una vera guida
Gandhi

L'amore è molto di più che l'amore
Chardonne

Non insegno mai ai miei allievi, cerco solo di metterli in condizione di poter imparare».
Albert Einstein

Perché il male trionfi è sufficiente che i buoni rinuncino all'azione.
Edmund Burke

Ma per noi non si tratta semplicemente di sogni. O se proprio si vuole, dei sogni di Dio, più lucidi di qualsiasi veglia.
Olivier Clément

«Tutto vale la pena, se l'anima non è piccola».
Fernando Pessoa

Il cioccolato è la prova che Dio vuole bene all'uomo.

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Breve antologia di testi
di presentazione della
AMORIS LAETITIA
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Schede per coppie
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