Alla ricerca del giusto pensiero

di Gianfranco Ravasi
«(…) Certo non si può ignorare che mai come oggi dovrebbe essere praticata un'ecologia anche del linguaggio, un'igiene del parlare e dello scrivere, consapevoli come siamo che i demagoghi ingaggiano ogni giorno «una battaglia di parole». (…)
Ora, perché la parola possa essere epifanica, sapiente e pura, è necessario che sia generata dal grembo dell'intelligenza che ne certifica e convalida il contenuto. L'anoressia del pensiero contemporaneo paradossalmente produce un'ipertrofia della chiacchiera che è la parola degenerata. Bisogna ritrovare il rigore della ragione, esercitare con impegno l'"intus legere", che è la base etimologica del termine "intelligere", cioè l'approfondimento che esorcizza la superficialità e la banalità. È, questo, un altro caposaldo delle riflessioni del latinista Ivano Dionigi, il cui motto ideale è «Osa sapere», nella consapevolezza che - come dice il verbo “considerare” - la comprensione è uno «stare insieme con (cum) le stelle (sidera)». È, quindi, un'ascesa verso l'alto, l'eterno e l'infinito, è un meditare che conduce fino all'escatologia, cioè al senso ultimo dell'essere e dell'esistere. (…)
In questo procedere a più livelli noi non siamo i primi ad avanzare, altri ci hanno preceduto. È così che il nostro autore introduce un altro tema a lui caro, la "tradizione", che è efficacemente rappresentata in un gioco lessicale suggestivo e trasparente, retto dalla legge dell'inclusivo, armonico e coerente et et, contro l'esclusivo, aggressivo e separante aut aut. Detto in altro modo, il notum dei padri e dei maestri deve intrecciarsi con il novum dei figli e dei discepoli. Il classico, che non è una fredda eredità cristallizzata, ma un seme fertile, deve coniugarsi con la modernità. È un esercizio "simbolico". (…) Solo così si riesce a vivere in pienezza il proprio tempo, «la cosa più preziosa di tutte», come affermava Seneca».
in "Il Sole 24 Ore " del 28 giugno 2020

«(...) Per il fedele attuale, vescovi compresi, il Catechismo della Chiesa Cattolica è il riferimento concreto e ordinario, benché relativo, che ci permette di verificare, qui e ora, la rettitudine delle nostre idee della fede, come traduzione adeguata del Vangelo per la realtà di oggi. (...)
Come mai, allora, questi vescovi non si curano di queste mancate corrispondenze con il CCC? Faccio alcune ipotesi. Forse, per alcuni non c’è davvero la conoscenza sufficiente del CCC. E se fosse così, il rimedio non sarebbe troppo difficile, ma ci sarebbe da chiedersi con quale criteri, allora, vengano scelte queste persone per essere vescovi.
Per altri, invece, forse queste espressioni servono a non perdere il contatto con la propria situazione geo – culturale, che magari è percepita ancora non abbastanza adeguata al riconoscimento pieno del CCC. Se fosse così, allora ci sarebbe da rimettere in discussione il senso dell’esistenza di un catechismo universale unico per tutta la chiesa cattolica.
Esistono poi coloro che hanno la certezza che il CCC debba essere riformato, per essere adeguato al proprio pensiero, che spesso è a servizio di una battaglia ecclesiale sulla direzione teologica che deve prendere la fede oggi. Se fosse così dovremmo dire, allora, che in nome di una presunta auto investitura di “paladini” della vera fede, costoro ipotizzino che il CCC sia proprio eretico, almeno in alcune parti.
Infine, forse, c’è anche chi si pone obiettivi “altri”, non relativi alla fede cattolica, ma ad interessi politici, economici e di potere della lobby a cui si appartiene, che possono essere più facilmente raggiunti “utilizzando” proprie letture della fede cattolica. E, se fosse così, sarebbe evidente come il bene della Chiesa venga messo a servizio del bene di qualche altra realtà non ecclesiale.
In ogni caso, non si può negare che il problema del rispetto del CCC esista, anche all’interno della gerarchia. La pluriformità delle letture di fede è sempre stata presente fin dalle origini all’interno del Cristianesimo. E non si può negare che oggi, tale pluriformità non solo sia possibile in teoria, ma sia anche ammessa di fatto senza che produca sanzioni disciplinari di natura ecclesiale per una parte per l’altra. (...)».

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/i-vescovi-e-il-catechismo/?fbclid=IwAR2je2EcbBi_G2GdZCEoVGT3aPVBYoqfWIe_clMMxTTDc5hhP53DOqgF3U4

Ingenuità. Vivere la nobiltà d'animo
di Nunzio Galantino
(...) Derivata dal latino, l'ingenuitas era un termine legale nell'antica Roma. Indicava - come vuole la radice della parola, composta da in (dentro) e gignere (generare, nascere) - la condizione di una persona libera, nata all'interno della società romana e riconosciuta tale nel momento in cui il padre se la poneva sulle ginocchia (genua). Ciò ne faceva una persona naturale, nobile e sincera. Senza bisogno di imporsi e di guadagnare posizioni nella società. Era persona libera. Distinta dai liberti che erano, sì, liberi ma provenienti da una condizione pregressa di schiavitù. (...)
Nessuno oggi vuole essere considerato ingenuo. L'ingenuità è ritenuta una condizione di svantaggio. Come lo è ritenuto il lasciarsi andare ai propri sogni, scommettere su di essi, credere che tutto di valido può ancora accadere e che ci si può spendere per gli altri senza aspettarsi un ritorno. È ritenuto molto più appagante oggi vedersi ed essere riconosciuti come persone dotate di una buona dose di furbizia. Insomma la parola ingenuità non rimanda più alla condizione di libertà e di sincerità, dal momento che gran parte della cultura contemporanea considera una conquista lo stare al mondo in maniera astuta.
Non la pensa così Soren Kierkegaard, che vede nella perdita dell'ingenuità uno dei segnali allarmanti dell'imbruttimento e dell'imbarbarimento della civiltà moderna. Dopo aver scritto: «Non è affatto segno di maturità il perdere completamente l'ingenuità...», il filosofo danese, in un eccesso di fiducia nell'umanità, afferma: «All'esistenza umana sana e onesta appartiene sempre fino all'ultimo un certo momento di ingenuità». Il "momento di ingenuità" riconosciuto da Kierkegaard assomiglia tanto all'ingenuità schilleriana, che consiste nel saper vivere pienamente inseriti nella realtà senza perdere di vista l'ideale, senza rinunziare all'esercizio di una efficace difesa dalle avversità, dai nemici e dai furbi. Questa ingenuità è sinonimo di nobiltà, mai di dabbenaggine.
in "Il Sole 24 Ore " del 5 luglio 2020

Ciao, don Renato!
Sono quattro anni che mi sorridi dal posto preparato per te dal Figlio di Dio.
Quest'anno hai accolto don Diego, tu che lo apprezzavi tanto, e adesso sorridete insieme.
So che guardate con amorevole attenzione la nostra diocesi: pregate tanto per lei, voi che l'avete servita con competenza e calore umano.
E regalate un po' della vostra bontà anche a noi, che non sorridiamo facilmente come voi.
So che non siete avari!
don Chisciotte Mc, 200707

Dodici interviste ad altrettanti teologi, studiosi di scienze umane, operatori pastorali, per definire meglio cos’è l’omosessualità per la Chiesa di oggi, ricordando quanto Papa Francesco ribadisce in Amoris laetitia (250) e cioè che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare “ogni marchio di ingiusta discriminazione” e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza»; attenzione che si estende alle loro famiglie a cui va assicurato «un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita».
"Chiesa e omosessualità", di Luciano Moia, coordinatore redazionale del mensile di «Avvenire» “Noi famiglia & vita”, come recita il sottotitolo è un’inchiesta alla luce del magistero di Papa Francesco (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2020, pagine 206, euro 18). (...) Ecco le risposte dell’intervista fatta dall’autore al cardinale arcivescovo di Bologna.

«Papa Francesco in Amoris laetitia, e successivamente il Sinodo dei giovani nel Documento finale, sintesi molto equilibrata ed esigente, invita i sacerdoti, e tutti quelli che seguono pastoralmente le persone, ad accompagnare tutti quanti a conoscere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita. Se leggiamo tutta l’esortazione, e in particolare il capitolo 8, ci rendiamo conto che questo invito è per tutti, non solo per le persone omosessuali. Il Papa, e la Chiesa con lui, non è interessato a portare le persone a osservare delle regole esteriori, per quanto buone in sé e opportune. Il suo interesse è di aiutare le persone a fare la volontà di Dio; cioè entrare in relazione personale con Dio, e da Lui ascoltare la Parola opportuna per la vita di ciascuno. Infatti, ciascuna persona potrà realizzare questa Parola di Dio — unica per tutti — nella pienezza che le è propria; quella pienezza possibile iscritta nella propria natura e soprattutto nella propria storia.

Quella di Dio, infatti, è una Volontà incarnata nella storia della persona, è la Sua volontà che compie la nostra. Non dobbiamo quindi


«Il solo cristianesimo che sopravviverà alla modernità, sarà quello fondato su convinzioni interiori profonde; perché non basteranno più le tradizioni esterne o i fenomeni di massa».
Carlo Maria Martini, Per amore, per voi, per sempre. Parole ai consacrati


Io cercherei chi
- secondo lo spirito proprio delle creature umane -
pensa.
Anche se non come me,
basta che sia pensante.
Meglio se "pensa" non con la sola testa;
ma almeno con quella.
Ma se anche non pensasse
lo accoglierei comunque,
perché così fa Dio Papà.
don Chisciotte Mc, 200702


Visioni di Oltre e di Altro,

qui ed ora, proprio qui e proprio ora,
ma non solo non vengono né capite né condivise,
ma non vengono nemmeno intuite.
don Chisciotte Mc, 200702

Sarebbe bello se le persone potessero vivere con gratitudine,
accorgendosi del bello che viene regalato
dalla natura, dalla vita, dalla storia, dall'impegno di tanti.
Invece troppi vivono senza accorgersene,
non sanno dire grazie,
non sanno manifestare gioia,
annusando con la stessa indifferenza
sia il letame che le gardenie.
don Chisciotte Mc, 200701

5 minuti con… Roberto Repole – «La Chiesa è già fuori»
29 Giugno 2020
Quali sono i temi principali che l’emergenza COVID-19 ha posto alla Chiesa? Ne abbiamo parlato con Roberto Repole, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale.
«Pur non potendo dare un giudizio globale, credo che l’emergenza COVID-19 abbia smascherato il fatto che la nostra struttura ecclesiale, soprattutto quella parrocchiale, risente ancora di modalità di vita e di espressione che certamente non sono più conformi al tempo che stiamo vivendo. Questa vicenda ha fatto sì che molte comunità cristiane si trovassero sguarnite (una volta che alcune delle esperienze normali, come quella del catechismo e della vita dei gruppi, erano interrotte), nel pensare e nell’immaginare altro. Non sempre le strutture che manteniamo in piedi sono veramente vitali, perché vitale è un’effettiva vita comunitaria. Nel momento in cui non si è più potuto fare le cose di sempre, in alcuni ambiti si è potuto percepire anche una povertà strutturale.
Metterei in evidenza anche un altro tema: il rapporto della Chiesa con il mondo mediatico, soprattutto con quello dei new media. Come e in che misura questi strumenti di comunicazione sono delle nuove possibilità? E in che modo e in che misura possono rappresentare invece una trappola per ciò che la Chiesa è in ordine all’annuncio evangelico? Un caso abbastanza evidente riguarda il fatto che in questo tempo quasi l’unica voce udita è stata quella del papa. Certamente una voce molto importante, decisiva e anche molto vitale per la realtà della Chiesa. Ma mi preme sottolineare che questo mondo mediatico, offrendo certi modelli, mostra una certa immagine di Chiesa. Per cui possiamo parlare molto anche di sinodalità di collegialità episcopale, ma poi dobbiamo fare i conti con il fatto che il mondo mediatico offre un’altra immagine ecclesiologica. E su questo credo che ci sia una scarsa riflessione sul piano pratico ed ecclesiale, e forse anche una scarsa riflessione di tipo ecclesiologico. È un tema che non abbiamo ancora preso in sufficiente considerazione. Oggi, a dispetto di una visione più sinodale della Chiesa e più collegiale del ministero, il rischio è che il modello mediatico, quello della persona singola che in qualche modo diventa leader, possa segnare fortemente anche la visione della Chiesa».

Questa pandemia pone dunque delle domande alla teologia?
«Una prima domanda concerne la capacità che la teologia ha avuto e ha di parlare in maniera appropriata all’interno del mondo attuale – un mondo segnato evidentemente dallo sviluppo scientifico e tecnico, con tutto il bene e il bello che questo porta con sé – della finitudine creaturale. Mi sembra che questa occasione abbia smascherato la fatica del mondo attuale a fare i conti con la finitudine, ma forse anche la fatica che la stessa teologia ha ancora a elaborare in maniera appropriata ed evangelica questo tema.
In questi giorni ho riflettuto anche sul fatto che questa è la prima volta, dopo i drammatici eventi della Seconda guerra mondiale, che nel mondo occidentale si rifanno i conti con il dolore, con la sofferenza, con la precarietà e in maniera anche un po’ brutale con la morte. Ci sembra che alcuni temi sorgano adesso, ma forse questa è un’occasione anzitutto per

Anche in questi giorni,
come in tutti gli ultimi 27 anni
(e anche prima, perché sono fatto così)
ho lavato bagni e raccolto da terra cartacce e mozziconi;
ascoltato la Parola del Vangelo e di tanti fratelli e sorelle;
igienizzato le panche e firmato assegni;
ho indossato bermuda per l'attività coi ragazzi e la casula per la messa;
ho alzato la voce e sussurrato parole;
ho mangiato la frutta senza sbucciarla e ho distribuito pacchi viveri...
Però ho anche conseguito un dottorato in teologia
e insegno a livello universitario.
Mi sento offeso da chi si ritiene "clero badilante"
- a differenza di "voi che siete studiati" -
solo perché giustifica la propria ignoranza imbarazzante
e si vanta di vivere senza progetti nè pensieri.
Chissà se vedrò mai il giorno in cui noi clero eviteremo di dire - solo per occupare il tempo - cose banali.
don Chisciotte Mc, 200628

Balloon-tree!

Una vittima dell'epoca
di Michele Serra
La cacciata del deputato Sgarbi dal Parlamento, portato via come l'ultimo dei casseurs da commessi energici e sbigottiti, mette tristezza. Non perché sia stato sbagliato cacciarlo: è stato sacrosanto e tardivo (e siamo felici che a decidere l'espulsione sia stata Mara Carfagna, rara incarnazione di una destra liberale e gentile). Ma perché Sgarbi è un mostro costruito dal cinismo (ben più mostruoso di lui) dei nostri anni.
La sua maleducazione patologica, il suo imbarazzante narcisismo, la sua aggressività insopportabile, sono stati protetti e nutriti, per decenni, da conduttori e autori televisivi entusiasti di proporre allo spettabile pubblico, come fece Barnum con la Donna Barbuta, l'Uomo che Strilla. Sono stati incentivati e premiati da sponsor politici convinti che l'arroganza e il disprezzo degli altri fossero manifestazioni di "libertà". E da elettori entusiasti di quell'idea, deprimente e fasulla, di "libertà". I veri autori di Sgarbi sono loro, non Sgarbi. Sgarbi è solo vittima dei loro applausi. Così un ragazzo intelligente e colto è diventato un fenomeno da baraccone, e addirittura un viceleader politico, solamente perché la nostra epoca, della cultura e dell'intelligenza, non sa che farsene. E se ne frega dell'umiltà, della mitezza, della gentilezza, considerati segni di debolezza. Ignorare la forza d'animo e premiare gli energumeni, deridere chi parla a bassa voce ed esaltare i prepotenti, è in questa bolla nefasta che Sgarbi ha potuto diventare Sgarbi, senza che nessuno lo aiutasse, e gli volesse bene quel tanto che bastava per dirgli: Smettila, ti rendi ridicolo, meriti di meglio.
in "laRepubblica" del 26 giugno 2020

«Abbiamo tutti dentro un mondo di cose; ciascuno un suo mondo di cose! E come possiamo intenderci, signore, se nelle parole ch'io dico metto il senso e il valore delle cose come sono dentro di me; mentre, chi le ascolta, inevitabilmente le assume col senso e col valore che hanno per sè, del mondo com'egli l'ha dentro? Crediamo d'intenderci; non c'intendiamo mai!».
Luigi Pirandello, Sei personaggi in cerca di autore

L'unica "soluzione" è fare riferimento a una Parola che viene da "fuori" di noi, da "sopra" noi, da "oltre" noi.
don Chisciotte Mc, 200623


Passione. Lo slancio per ridisegnare la storia
di Nunzio Galantino 
«(…) Passione vuol dire sofferenza, ma anche slancio e decisione di non fermarsi. Soprattutto quando il presente che si vive porta impressi in sé i segni di una fatica insopportabile, e il futuro è ancora tutto da decifrare perché si stenta a scorgerne i contorni, all’orizzonte. Lo sapevano bene i Greci, che introdussero nel loro vocabolario la parola “Pathos”. Uno dei termini più ricchi e complessi. Adatto a indicare sofferenza ma anche piacere, dolore ma anche godimento, patimento ma anche spinta potente verso il raggiungimento di un obiettivo. La lingua italiana, nell’uso comune, ha gradualmente abbandonato questo modo di esprimersi dei Greci. Con la parola passione essa ha finito per indicare, di fatto e prevalentemente, un sentimento intenso, capace di scatenare e sostenere una forte propensione nel raggiungimento di un obiettivo. Si è così messo parzialmente da parte il significato letterale della parola “passione”, la cui etimologia rimanda al tardo latino “passio/nis”, derivato di “passus”, participio passato del verbo “pati” (patire, soffrire). La passione intesa come sofferenza è frutto della traduzione greca dei Vangeli, nei quali la sofferenza di Gesù viene indicata con la parola “pathos”. Questo ha fatto sì che, nella lingua italiana, la passione come dolore e sofferenza la si ritrovi prevalentemente riferita alle sofferenze che precedettero e accompagnarono la crocifissione e la morte di Gesù. (…)
Vi sono momenti, e sono i nostri, nei quali i due principali significati della parola passione vanno tenuti insieme. La passione - immane sofferenza che accompagna muta e intensa la perdita di vite umane e la consapevolezza della nostra fragilità - non può abitare solitaria le nostre strade. Non può occuparne tutte le corsie. Mai come in questo momento, senza passar sopra alla sofferenza, va recuperata e contagiata la passione, intesa come slancio e interesse, indispensabile per ridisegnare una storia personale e comunitaria messa a dura prova. (…)
in “il Sole 24 Ore” del 5 aprile 2020

« (...) La figura dell’oste sta a indicare lo sguardo di chi non scorge alcun mutamento. Il suo viso non esprime stupore. Tutto nel mondo procede come sempre (cfr. 2Pt 3,4). Nella realtà terrena quanto conta sono le solite cose: mangiare, bere, guadagnare. Nel Vangelo di Luca non c’è alcun oste; Caravaggio, introducendolo, dischiude una nuova comprensione dell’episodio. Il mondo è pieno di osti. Anzi tante volte lo siamo noi stessi. Apparteniamo a quella categoria sia perché "uomini di poca fede", sia perché obbligati a esserlo dalla logica del mondo. (...)».
Piero Stefani, "L'oste di Caravaggio", 200427
https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2020/04/piero-stefani-loste-di-caravaggio.html?fbclid=IwAR2CVtsZ6-6wPK66vu6Qy0pM9OYETWrnOkhClz7q3N_vhOi-Mg-cztOHfYk

«Chi come noi è cresciuto a Bibbia e Guccini»: così ha scritto ieri don Massimo Maffioletti, in occasione del compleanno di Guccini.
E' coetaneo di mio padre.
Anche Guccini è stato tra coloro che mi hanno introdotto alle realtà dense della vita.
E Guccini è stato il criterio secondo cui affinare il gusto musicale e accogliere (o rifiutare) altre figure di "paternità": odore di terra, di sentimenti radicati, di visioni alte, di battaglie spesso perse.
Sete di sentimenti basici, ma radicati.
Bravo l'autore dell'articolo citato qui sotto, che raccoglie in accenni tante canzoni di Guccini. Conclude con ciò che pensavo ieri: «Ognuno di noi ha una sua canzone preferita, per ognuno diversa, ma tutti abbiamo una cosa in comune: almeno una volta abbiamo istintivamente alzato il pugno mentre ascoltavamo di quella locomotiva, lanciata bomba contro l’ingiustizia».
Io lo facevo già nel secolo scorso, da preado spensierato in pensieri di futuro, tornando in bicicletta... da un rosario decanale!
Grazie!
https://www.radiopopolare.it/francesco-guccini-compie-80-anni/
don Chisciotte Mc, 200615



Perché la Chiesa stende le mani su un uomo, invoca lo Spirito Santo e lo ordina vescovo, presbitero o diacono? Sul fatto che esista questo evento non ci piove (anche se in questi giorni non smette mai di piovere, in questa zona), ma la ragione è di difficile rinvenimento. Ciascuno dice la sua: "Per consacrare l'ostia!"; "Per fare del bene!"; "Per guidare la Chiesa"; "Perché non si può fare nulla senza i preti"; "Perché è un bravo ragazzo"...
Così scrivevo in una delle pubblicazioni che ho dedicato al tema: «L’evento sacramentale della ordinazione invoca una specifica effusione dello Spirito Santo affinché si ripresenti nella storia una forma particolare di servizio: la cura – in forma stabile ed autorevole – della custodia e della trasmissione della originale e paradigmatica relazione che Gesù ebbe con i “suoi”, quella che fa della chiesa ciò che essa è: convocazione originata dall'azione gratuita e preveniente del Signore e dalla risposta graziosa di coloro che hanno accolto la sua chiamata e hanno vissuto con lui lungo il suo ministero e nella sua Pasqua» (Marco Paleari, Presbiteri nel popolo di Dio. A servizio della comunione, p. 77).
Il ministero ordinato (vescovi, presbiteri, diaconi) è al servizio della comunione nella Chiesa; vescovi, presbiteri e diaconi sono servitori del popolo di Dio affinché esso si riconosca e viva per ciò che è: il Corpo di Cristo, nella comunione tra le varie membra.
Poiché viviamo "dopo il capitolo 3 del libro della Genesi", non è scontato che la Chiesa viva di comunione fraterna, anzi; è stata la brutta sorpresa con cui ha dovuto fare i conti anche Gesù, rispetto ai suoi discepoli della prima ora. Gesù dona questa relazione fraterna che viene dalla Trinità e la rende ogni giorno possibile attraverso la presenza dello Spirito Santo, che suscita carismi personali per il bene di tutti. Tra gli "strumenti" (in senso nobile) a servizio della comunione ecclesiale, ci sono la Sacra Scrittura, i Sacramenti (tra cui l'ordinazione), la Tradizione.
Se il ministero ordinato non valorizza i carismi del popolo di Dio, favorendo così la vivacità ecclesiale e la coesione profonda, non serve. Su questa base (che mi è stata insegnata e che io stesso insegno da anni) possiamo verificare il servizio reso da vescovi, preti e diaconi.
Su questa base verifico il mio attuale servizio... e farò le mie valutazioni.
don Chisciotte Mc, 200612

Se volevate comunicarci che la comunicazione ecclesiale è una questione di clero, ci siete riusciti... ma non sarei d'accordo con questa impostazione.
Se volevate comunicarci altro, non ci siete riusciti e non siete granché esperti di comunicazione.
E quindi ritengo questo video una pessima presentazione di un corso di comunicazione.
(senza nulla togliere alla dignità dei confratelli del video, soprattutto del vescovo Marco Busca, che stimo tantissimo!).
don Chisciotte Mc, 200601

 

Queste parole le ha scritte Bernardelli... ma erano giorni che avrei voluto scriverle io!
«(...) Tra le cose che più mi hanno rattristato in questi giorni c’è un grafico che ho visto circolare parecchio sui social network. Si tratta di una tipica fake news in salsa cattolica. «Cifre alla mano» mostra una «coincidenza straordinaria» tra il picco nei decessi da Covid19 in Italia e la preghiera del Papa nella piazza San Pietro deserta: entrambe le cose – testimonia l’ormai immancabile curva – sono accadute il 27 marzo. «Quindi, vedete che ha funzionato?…».
Peccato, però, che i conti non tornino affatto. Perché questo accostamento è figlio di uno sguardo malato, che come al solito guarda solo a noi. (...)
Ancora una volta: a non funzionare davvero sono i nostri occhi che cercano nella preghiera un toccasana miracolistico, anziché un balsamo per purificare il nostro cuore prima che una liberazione dalla malattia. Ancora di più, però, a non funzionare sono le nostre orecchie. Perché basterebbe riascoltare le parole che Papa Francesco ha pronunciato proprio quella sera per capire che questa caccia alla coincidenza è un’operazione completamente fuori strada» (...).
Giorgio Bernardelli, 1 giugno 2020
https://www.vinonuovo.it/teologia/ma-la-preghiera-contro-il-coronavirus-funziona/

(...) «Come possiamo pensare il rapporto di incarnazione del divino nell’umano? Mi pare evidente che quando il divino entra nell’umano non ne stravolge la configurazione, i dati, le regole, le dinamiche. Non si sostituisce cioè all'umano, svuotandolo dei suoi limiti e delle sue potenzialità e riempiendolo con quelle divine. Ma al contrario, il divino accetta di configurarsi secondo i limiti e le potenzialità dell’umano e proprio stando dentro ad esse si esprime e si realizza sulla terra.

Dire che tra le due nature non c’è confusione, né cambiamento (dogma cristologico, definito nel 451 nel concilio di Calcedonia: “Uno e lo stesso Cristo, Figlio, Signore, Unigenito, riconosciuto in due nature senza confusione, senza cambiamento, senza divisione, senza separazione; la distinzione tra le nature non è affatto annullata dall’unione, ma piuttosto le caratteristiche di ciascuna natura sono conservate e procedono assieme per formare una persona”), significa continuare a riconoscere ad entrambe le loro caratteristiche e il loro statuto, senza che una “divori” l’altra; dire che tra le due nature non c’è divisione, né separazione significa che le loro dinamiche sono congiunte, agiscono sempre insieme e l’una può diventare luogo di realizzazione e manifestazione dell’altra. Non a caso infatti, quando le specie eucaristiche degradano chimicamente, la Chiesa ha sempre pensato che la presenza reale di Cristo scompaia da esse.

Non è questione da teologi annoiati. Se ne facciamo esemplificazioni concrete se ne vedono immediatamente le conseguenze. Gli effetti di benessere della preghiera rendono inutile gli strumenti della psicologia? La preghiera sostituisce la medicina nelle guarigioni? La forza di conversione di un sacramento agisce indipendentemente dalla volontà umana di chi lo riceve? Il governo della società umana va rimesso direttamente nelle mani di Dio? Le regole etiche di Dio, devono sostituire quelle che l’uomo può individuare con le sue sole forze? La ricerca umana della verità va soppiantata e deve lasciare il posto solo alla verità rivelata?

Poste così sembrano domande con risposte facile. Eppure in questi mesi abbiamo visto e letto cose che sembrano davvero rimettere in discussione tale facilità. Soprattutto sembra davvero che il Covid 19 abbia rivelato molto del retroterra culturale di tante persone, cristiane e non, su questo punto. (continua a leggere: https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/chimica-ed-eucarestia/?fbclid=IwAR20ig86pyluYyXf472ahv6vLquhMw2IvIQLDejojv6b5HDXmdVfto4kWF0)
Gilberto Borghi, 3 giugno 2020

Samuel Bak, Carried Away, 2017
«Dopo la celebrazione comunitaria di appena una settimana del Tempo pasquale, riprende quello Ordinario. Cosa ci dirà, reduci da tre mesi di “quarantena”? *Come ci troverà?*
Saremo *in cammino*, simili ai portatori di candela di Samuel Bak. Con aria preoccupata ci guardiamo indietro, perché ancora c’è sgomento e paura… Ma siamo capaci anche di guardare avanti e di continuare il cammino, pur feriti: si stacca un braccio, una gamba, un ginocchio è diventato strada, la portantina si è rotta: impossibile in queste condizioni camminare e portare un peso…
Eppure, ed è questa la *grande speranza*, si continua a reggere il cero pasquale, che la nostra fede ha acceso. E la sua fiamma si confonde con un cielo scuro e ventoso, ma incapace di spegnere quel fuoco di speranza. Sarà così il nostro Tempo Ordinario: il cammino dell’impossibile nelle realtà possibili, la testardaggine della speranza, più forte di ogni ferita!».
parrocchia San Bonaventura, Cadoneghe (PD)

«(...) Di fronte a certe notizie, di fronte alla situazione odierna, più che sentire il bisogno di camminare, si avverte il desiderio di fuggire: fuggire dalla realtà, che appare minacciosa; fuggire da se stessi; dagli altri, da convivenze diventate insopportabili. *Siamo uomini in fuga*. Simili ai portatori di candela di Samuel Bak. Alcuni indizi rendono evidente che i due qui ritratti stanno fuggendo da una minaccia terribile: il passo furtivo e l’aria preoccupata, soprattutto dell’uomo che sta dietro; il braccio del primo che sembra già staccarsi dalla mano e, allo stesso modo, la gamba dal piede. Il secondo guarda indietro e non s’avvede che la portantina sta sfuggendogli di mano, gli resteranno solo i bastoni. Tale e tanta è la stanchezza per la fuga che, anch’egli, perde un ginocchio, confuso ormai col terreno. Nonostante ciò, ed è questa la grande speranza, *si continua a reggere quella candela* (...)».
Gloria Riva, Avvenire, 21.03.2019

«Abbiamo tanto bisogno della luce e della forza dello Spirito Santo! Ne ha bisogno la Chiesa, per camminare concorde e coraggiosa testimoniando il Vangelo. E ne ha bisogno l’intera famiglia umana, per uscire da questa crisi più unita e non più divisa. Voi sapete che da una crisi come questa non si esce uguali, come prima: si esce o migliori o peggiori. Che abbiamo il coraggio di cambiare, di essere migliori, di essere migliori di prima e poter costruire positivamente la post-crisi della pandemia».
papa Francesco, Regina Caeli 31.05.2020