"L'analfabeta politico
Il peggior analfabeta è l'analfabeta politico
Egli non sente, non parla, né s'interessa
degli avvenimenti politici.
Egli non sa che il costo della vita.
il prezzo dei fagioli
del pesce, della farina, dell'affitto
delle scarpe e delle medicine
dipendono dalle decisioni politiche.
L'analfabeta politico è cosi somaro
che si vanta e si gonfia il petto
dicendo che odia la politica.
Non sa l'imbecille che
dalla sua ignoranza politica nasce la prostituta,
il bambino abbandonato, l'assaltante
e il peggiore di lutti i banditi
che è il politico imbroglione,
il mafioso, il corrotto,
il lacchè delle imprese nazionali e multinazionali".
Bertold Brecht

I tipi che mandano avanti la vita propria e altrui al ritmo de "se la gà i gamb, la va" e (apparentemente) senza colpo ferire, fanno passare ciò che vogliono e solo ciò che vogliono, alla faccia della legge, del Vangelo, della fraternità.
don Chisciotte Mc, 210120


Tra poco sarà marzo
e pianteremo i girasoli.
don Chisciotte Mc, 210913

«Possa Dio tenerti per mano». Benedizione
di Nunzio Galantino
"La benedizione non è semplicemente un augurio, e non è una pratica superstiziosa o scaramantica. Né «la benedizione è soltanto qualcosa di puramente spirituale, bensì qualcosa che opera in profondità nella vita terrena. Sotto l'influenza della vera benedizione, l'esistenza diviene sana, solida, fiduciosa nel futuro, operosa, proprio perché attinge alle fonti della vita, della forza e della gioia» (D. Bonhoeffer, Lettera 25 agosto 1942). Che ricchezza in queste parole! E che respiro! Mi sembra che esse ridimensionino strumentalizzazioni improprie ed eccessi interpretativi, dovuti alla sovrapposizione (confusione) tra benedizioni invocative e benedizioni costitutive. Di entrambe parla la Bibbia, aggiungendo che, anche se è l'uomo a pronunciare parole di benedizione, è Dio che benedice chi e tutto ciò che entra nel suo progetto di amore. Nessuno può pensare di avere l'esclusiva rappresentanza di Dio, rischiando di trasformare il servizio in potere e l'invocazione in giudizio. È in questo contesto che vanno lette le parole con le quali Balaam riconosce di non avere da sé il potere di benedire: «Ecco, di benedire ho ricevuto il comando: egli ha benedetto, e non mi metterò contro» (Numeri, 23,20). Le parole di benedizione, chiunque le pronunzi, sono aria pulita che spira sui nostri progetti, sulle nostre miserie e sulle nostre speranze. Esprimono il bisogno di essere sostenuti nello sforzo di «superare sospetti, paure e chiusure per assumere il coraggio liberante dell'incontro» (papa Francesco).
Le parole di benedizione sono il contrario delle parole separate dalla vita e dai sentimenti veri che, sofisticati paraventi, si trasformano in strumenti per ingannare e piegare la realtà e le coscienze a interessi di piccolo cabotaggio. Queste non sono parole di benedizione, capaci di alimentare «il coraggio liberante dell'incontro». Queste non sono parole benedette. Non esprimono ciò che porta in grembo la parola benedizione che, nell'Antico Testamento, traduce l'ebraico beràkah; con tanti significati, tutti riconducibili a «parlare bene di», raccomandare, invocare la benevolenza e il favore di Dio. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 30 maggio 2021

Io non sono sicuro al 100% che coloro che scrivono queste cose su Avvenire (anche se appaiono blasonati e il testo citato sembra lucido e coinvolgente) stiano facendo un buon servizio al rinnovamento proposto da papa Francesco. Un mix di imprecisione, ignoranza... e qualcuno che rema in direzione contraria.
don Chisciotte Mc, 210906

Fuori dal tempio
di Lorenzo Fazzini
"Ci sono confessioni di fede che sgorgano da una pagina come fonte di acqua fresca e cristallina. Sono doni che appaiono non spesso, ma quando le incontriamo ci danno la sensazione di un bicchiere d’acqua limpida dopo ore di arsura. Lo statunitense Wendell Berry, al termine del suo "Jayber Crow" (Lindau), ce ne offre una degna di nota: «Interpreto alla lettera le Scritture, e dunque capisco le difficoltà. Nonostante ciò, tutte le domeniche mattina vado in chiesa per la mia strada lastricata di dubbi. Suppongo di essere un uomo difficile. Leggendo e rileggendo le Scritture nel corso degli anni, è cresciuta in me la convinzione che Cristo non è venuto per fondare una religione organizzata, ma una non organizzata. Che è venuto per portare la religione fuori dal tempio e in mezzo ai capi e ai pascoli, lungo le strade e sulle rive dei fiumi, nelle case dei peccatori e dei pubblicani, nelle città come nella natura selvaggia, verso la fratellanza di tutto ciò che esiste». Scritte nel 2000, queste righe sembrano riecheggiare la portata evangelica del messaggio di papa Francesco, quel suo appello alla fratellanza universale, quel suo insistere sul fatto che «tutto è connesso», terra e cielo, sacro e profano, e non c’è più separazione tra un luogo in cui incontrare Dio e il posto in cui Egli abita".
in “Avvenire” del 1° settembre 2021

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A volte nei commenti ai miei post emerge quella domanda: "Tu tiri fuori il problema, scagli il sasso nello stagno... ma cosa proponi concretamente? Cosa fai o cosa si potrebbe fare?". La faccenda è che tutta la mia vita è stata all'insegna del rapporto tra buona prassi e buona "teoria". Ciò che la Bibbia, il magistero e la teologia (che mi sono state trasmesse e che io trasmetto) annunciano, ho cercato di tradurlo in scelte concrete. La mia fortuna (un dono che diventa un impegno) è che io le ho perseguite, viste e sperimentate. Da anni, da decenni. Considerato che nessuno dovrebbe essere contento dello stato in cui versa la vitalità delle nostre comunità, faccio fatica ad accettare che non si ascolti la Rivelazione, non si prendano in considerazione le esperienze positive e feconde, non si scelgano e non si sostengano le vie alla vitalità. Invece, ci si siede su ciò che si è sempre fatto (e - alla lunga - ha mostrato non pochi limiti); si dicono parole vuote nella predicazione; si è incapaci di una progettazione pastorale degna di questo nome; ci si limita a puntellare ciò che non sta in piedi. Io ho visto e toccato con mano e non posso tacerlo.
don Chisciotte Mc 210825

Certe scelte liturgiche non trasmettono e a volte tradiscono le parole e i gesti di Gesù. Faccio un esempio. Le azioni di Gesù nell'Ultima Cena furono: "Prese il pane, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli e disse...". La nostra tradizione teologica - di matrice giuridica latina - ha insistito sulle parole più che sui gesti e quindi ha lasciato in un angolo dei segni carichi di significato: lo spezzare (il sacrificio della sua vita spezzata), il porgere (la sua vita messa a disposizione nella comunione fraterna). Nascondere quei gesti gesuanici è sminuire l'evento, sia quello storico che quello rituale. Intenzione, gesti e parole insieme: così è composta la vita.
don Chisciotte Mc, 210406

Mi inquieta molto che i figli paghino le turbe dei genitori.
don Chisciotte Mc, 210810

La spada
di Gianfranco Ravasi
"Chi prende in mano la spada, di spada perirà. Ma chi non prende la spada (o la lascia cadere) perirà sulla croce".
"Queste parole certamente impressionano. A scriverle è stata una donna ebrea di straordinaria intelligenza, affascinata dal cristianesimo, Simone Weil nella sua opera L’ombra e la grazia, pubblicata postuma nel 1947. Si è di fronte a una verità dai due volti, entrambi necessari. Da un lato, ecco le parole di Gesù davanti al gesto del discepolo che con un colpo di spada aveva mozzato l’orecchio di uno di coloro che stavano arrestando il suo maestro nel Getsemani: «Tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Matteo 26, 52). La scelta della non violenza rompe quella catena di odio e di sangue che la risposta armata genera.
D’altro lato, chi fa questa scelta alta deve anche essere consapevole che può schiudersi davanti a lui il sentiero del Golgota, ossia il divenire vittima. Certo, la non violenza non è mera passività; è impegno a denunciare il male, è testimonianza gridata e coerente per la giustizia. Non per nulla Gesù stesso aveva affermato di essere venuto «a portare una spada» (Matteo 10, 34). Nel Cenacolo aveva esortato a comperare una spada (Luca 22, 36-38). Ma quando un discepolo gli aveva replicato: «Signore, ecco qui due spade!», Cristo amaramente aveva concluso: «Basta!». L’equivoco della «forza» rispetto alla vera «fortezza» della testimonianza era evidente e insuperabile".
in “Il Sole 24 Ore” del 21 marzo 2021

Arguzia. Un sintomo d’intelligenza vivace
di Nunzio Galantino
"L’arguzia è una delle modalità con le quali è possibile interloquire o, più in genere, tenere una relazione. Non è mai la persona arguta a riconoscersi tale abilità. «La prosperità di un’arguzia giace nell’orecchio di colui che ascolta, mai nella lingua di chi la crea» (Shakespeare, "Pene d’amore perdute"). (...)
Nel greco antico la parola arguzia è resa con "eu-trapeleia". Il prefisso "eu" (bene, inteso come avverbio) rassicura sul carattere positivo dell’arguzia, propria di chi è in grado di mettere insieme intelligenza vivace, spirito critico e libertà di pensiero.
Questa linea interpretativa è confermata dalla etimologia della parola arguzia. Essa – come le "argutiae", figure molto presenti nella letteratura latina – deriva dal verbo "arguure". Oltre a significare dimostrare, provare e sostenere, il verbo "arguure" fa riferimento anche alla modalità dell’arguure: vivace, fine, intellettualmente penetrante e profonda. (...)
Questo modo di entrare in relazione e di partecipare al dialogo fa dell’arguzia un’abilità meno frequente dell’ironia e per nulla a essa riconducibile. (...) L’atteggiamento e le parole della persona arguta sono frutto di elasticità mentale, di conoscenza dell’animo umano e, di conseguenza, dei limiti entro i quali è possibile muoversi per evitare che le proprie parole si trasformino in stiletti caustici, capaci solo di trasmettere supponenza. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 18 ottobre 2020


"Ritengo che una scelta sbagliata sia preferibile a non scegliere affatto. Per paura delle decisioni ci si può lasciare sfuggire la vita. Chi ha deciso qualcosa in modo troppo avventato o incauto sarà aiutato da Dio a correggersi. Non mi spaventano tanto le defezioni dalla Chiesa o il fatto che qualcuno abbandoni un incarico ecclesiastico. Mi angustiano, invece, le persone che non pensano, che sono in balia degli eventi. Vorrei individui pensanti. Questo è l’importante. Soltanto allora si porrà la questione se siano credenti o non credenti".
Carlo Maria Martini, Conversazioni notturne a Gerusalemme”, Mondadori, pag. 64

Quando ho scritto giorni fa il post a proposito della celebrazione dei sacramenti "senza manifestazione" della fede, sapevo che non pochi non sarebbero stati d'accordo. Le conosco le obiezioni, figlie di un'apologetica secolare.
1. "Come mi permetto?!"; "La fede non si può misurare!"; "Il Signore guarda il cuore". Banale difesa dell'indifendibile. Andate a dire a una coppia di amarsi senza frequentarsi; di sposarsi senza avere lavoro; di metter su famiglia senza casa; di fare la spesa senza pagarla... Andate a dire a Gesù: "Sì, penso che qualche giorno credo nella tua esistenza; ogni tanto, invece, penso a una realtà sopra di noi, in cielo... Ma non ti vengo dietro, non ti riconosco come persona reale e vivente". La fede cristiana è relazione (a meno di intenderla in termini filosofici); la fede cristiana è vita nella comunità. La fede è vita concreta, vissuta al modo di Gesù. Che poi il Signore Iddio - proprio perché è fatto a suo modo, originalissimo - alla fine consideri tutti figli e tutti salvati, è un altro discorso!
2. "E dove le mettiamo le colpe della istituzione?!". Sì, infiniti "mea culpa", perché noi ministri ordinati abbiamo formato le coscienze in modo disordinato, confuso, insufficiente. Abbiamo semplicisticamente detto dei "No" nelle materie morali e un sacco di "Devi" per quanto riguarda la liturgia. Non abbiamo formato le coscienze (si veda cosa ne pensa il papa in Evangelii gaudium e in Amoris laetitia)
3. "Non credi nella Grazia di Dio?!". Ci credo eccome e sono certo che la Grazia (che è lo Spirito del Padre e del Figlio) voglia la collaborazione delle creature, non trattarle da materia informe e inconsapevole.
4. Il sacramento non è a nostra (del clero, dei musicisti, dei catechisti, dei genitori o dei wedding planners) disposizione. Se il sacramento è un'invocazione dello Spirito Santo, e la Trinità è una comunione di Persone, non è cosa buona nè giusta tirarle da una parte o dall'altra a nostro piacimento; se lo fa la logica del mondo, Dio Amore si lascia fare, ma non è bello che lo facciano i figli della Chiesa.
5. Non c'è solo il sacramento! Soprattutto noi cattolici abbiamo sottovalutato il ruolo della Parola di Dio, che suscita l'appello alla fede (cfr At 2), che si manifesta nella scelta di chiedere il sacramento e trova il suo compimento nell'amore al prossimo. Esistono tante altre forme di vicinanza del Signore e di annuncio della Buona Notizia e di cura ecclesiale, senza correre subito al sacramento. Povero sacramento bistrattato, perché "usato" per altri scopi.
6. "Così facendo allontani le persone che manifestano un lumicino di fede!". Non certo io allontano! Li allontanano coloro che non fanno percorsi formativi; coloro che si fanno grandi dicendo di avere la manica larga più di quella di Dio; coloro che sono i guru di una religiosità "del cuore", che sarebbe contrapposta e più profonda di quella "dei riti". E non sono certo stato io a creare quella mai discussa "tradizione di pratiche e devozioni" che ci ha condotto a questo impoverimento del quadro teologico, liturgico e spirituale.
Dovremmo rinnovare e non lo vogliamo fare, a partire dall'alto. Basta dirlo.
don Chisciotte Mc, 210813


A questa idea di "tirar dietro" i sacramenti a chi non li desidera, io non ho mai creduto.

Battezziamo neonati e infanti che non possono esprimersi, accompagnati da genitori che non manifestano i segni dell'essere discepoli di Gesù, con padrini-madrine che non manifestano i segni della appartenenza ecclesiale.
Diamo Comunione e Cresima (in questo ordine non adeguato) a bambini e ragazzi che non hanno voglia di stare all'oratorio, a catechismo, a messa... non siamo significativi per loro.
Facciamo unire in matrimonio uomini e donne che da tempo hanno perso la frequentazione del Signore, non sanno la "misura" di quell'amore che lega Cristo alla sua Chiesa... e ne dovrebbero essere "immagine viva".
Mi sa che gli unici che anelano al sacramento siano coloro che camminano verso il sacramento dell'Ordine. Alcuni anelano anche troppo.
don Chisciotte Mc, 210810

Abolire il nemico
di Raniero La Valle
(...) "L'abbandono della logica del Nemico avrebbe una portata epocale. Fin dal principio la società si è conformata a una lotta degli uni contro gli altri, un antico frammento di Eraclito faceva della guerra l’origine di tutte le cose, di tutti re, e nella modernità è stato Carl Schmitt a sostenere che il confronto amico-nemico è il criterio e la sostanza stessa del politico.
La competizione selvaggia dell’età della globalizzazione e il precipizio della politica nelle spire del bipolarismo, del maggioritario, della lotta al proporzionale, del populismo carismatico e dell’esclusione dei perdenti ne sono il prezzo.
Gli sconfitti sono scartati, papa Francesco la chiama società dello scarto, perché i soccombenti, i poveri, non solo vi sono sfruttati ma sono esclusi, non possono lottare, di fatto non ci sono: ai naufraghi e ai migranti sono negati i porti e la terra della loro salvezza, sono restituiti al mare o alle torture dei lager libici.
Il problema è però che l’ideologia del Nemico non è più compatibile con la conservazione della società umana. Nella condizione della lotta degli uni contro gli altri né la pandemia può essere fermata nelle sue estrose varianti, né il clima può essere governato in modo da preservare la vita sulla terra, né la guerra può essere ripudiata nella sua inesauribile proliferazione; e a questo punto l’uscita dalla sindrome del Nemico non è solo una questione di etica pubblica, è una questione di sopravvivenza e ci sfida a passare a un’altra antropologia. Mai nella storia si era dato quest’obbligo.
Ma questo è il tempo che ci è toccato in sorte. Sta a noi prenderne atto.
Una tale conversione chiama in causa la Chiesa italiana e il suo prossimo Sinodo, di cui finalmente si è avviato il cammino. il cui Manifesto recita: “Annunciare il Vangelo in un tempo di rinascita”. “Koinonia”, la rivista di padre Alberto Simoni, lo interpreta come l’atteso kairós o momento di grazia, nel quale il Vangelo sia riproposto come vino nuovo in otri nuovi. La vera novità starebbe proprio nell’annuncio dell’amore dei nemici. Il Vangelo è l’unico codice che lo prescrive. Non potrebbe esserci oggi, per la vita delle persone e per la società tutta, un carisma più grande di questo. Se questa rivoluzione avvenisse, sarebbe stabilita la condizione dell’unità umana per salvare la terra, i populismi cadrebbero, nessuno sarebbe scartato. Sarebbe il dono fatto al mondo dalla Chiesa di papa Francesco.
in “www.chiesadeipoverichiesaditutti.it” del 28 luglio 2021

(...) "Queste donne (della Bibbia) non agiscono perché qualche voce le chiama dall’alto o da fuori. Agiscono perché intercettano una voce che parla da dentro gli eventi – gli eventi emettono un ultra-suono che spesso le donne sanno percepire per un istinto naturale.
Anche la Provvidenza vista dalle donne è diversa. Sanno che la sua Mano esiste e che opera, ma sentono che quella Provvidenza deve essere attivata dalle loro azioni concrete, che quella grande Mano ha bisogno della spintarella gentile delle loro mani più piccole e creative, soprattutto quando avvertono che i disegni divini iniziano ad assumere tinte fosche e ri- schiano di guastarsi. Qui prendono l’iniziativa, diventano co-protagoniste delle commedie divine, senza che nessun angelo abbia dato loro il permesso. Anticipano gli uomini, anticipano Dio, purché la vita continui.
Continuano a inventare e raccontare nuove storie ogni sera purché la morte ritardi il suo arrivo fino a dimenticarsi di dover arrivare. E non importa se le storie sono vere o inventate da loro al solo scopo di provare a vincere la morte. Il fatalismo è parola maschile, la sollecitudine è sostantivo femminile. Questa è anche una delle forme che assume la preghiera: ogni preghiera autentica è una piccola mano che si posa su un’altra Mano, e toccandola la sospinge, la desta, la commuove, qualche volta la muove. (...)
Anche questo dice la laicità della Bibbia e il suo non essere un trattato di buona educazione. Una laicità talmente radicale da diventare imbarazzante, perché preferisce imbarazzarci che tradirci. La sua salvezza passa per le azioni umane, non tutte per bene e costumate. Nella genealogia di Gesù c’è questo infilarsi dentro un letto di un uomo, anche un pezzo di questa carne è diventato Logos.
La Bibbia e i Vangeli non hanno paura dell’umanità intera. (...) Nell’umanesimo biblico anche i limiti, gli errori e persino i peccati sono inseriti dentro una oikonomia della salvezza più grande. Qui non ci salvano solo le nostre virtù e il nostro lato di luce, ci salvano anche il buio e l’ombra". (...)
Luigino Bruni, Avvenire, 30.05.2021

Alcuni spunti dalle argomentazioni del professor Telmo Pievani, filosofo bergamasco, ordinario presso il Dipartimento di Biologia dell’Università degli Studi di Padova, dove è titolare della prima cattedra italiana di Filosofia delle Scienze Biologiche, raccolte nel suo testo “Nell’epoca delle nuove superstizioni. L’incerta alleanza fra scienza e società”.

La cultura antiscientifica ha radici profonde

Innanzitutto Pievani sottolinea, fatto assolutamente non scontato, che la cultura antiscientifica che stiamo notando in questa fase delicata della nostra storia ha radici profonde e, lungi dall’essere un effetto della mancanza di informazioni, di ignoranza o di rifiuto del sapere scientifico, essa risulta invece trasversale, tanto da trovare seguaci in tutti gli strati sociali e in diversi orientamenti politici e culturali. Adepti di questa cultura antiscientifica sono anche persone con titoli di studio importanti, con lauree e specializzazioni, che, insoddisfatte dalle offerte istituzionali, ritengono di poter capire tutto con una ricerca in Google post cena. Il problema serio, sottolinea il filosofo, sono le fake news, che non sono proposte da gente ingenua, ma frutto del lavoro di diffusori professionisti di disinformazione, nel caso della pandemia sul tema della salute.

 L’atteggiamento di opposizione finisce per rafforzare le “fake news”

Il comportamento di chi diffonde fake news, ad esempio quelle che negano la validità del vaccino, dell’utilizzo delle mascherine e dei distanziamenti, conduce chi

Nell'anniversario della morte di papa Paolo VI, un suo intervento che fa venire i brividi, tanto è preciso e appassionato. Commovente.
"Noi ci siamo chiesti più volte quali siano i bisogni maggiori della Chiesa, noi che dalla meditata sapienza del Concilio abbiamo approfondito la conoscenza e la coscienza di questo fenomeno umano, polarizzato in Gesù Cristo, definito Popolo di Dio, suo Corpo mistico, di Cristo, in Lui compaginato e articolato (Cfr. Eph. 4, 16), destinato a fare del genere umano una società di fratelli, dall’aspetto così luminoso da orientare gli uomini, come segno e strumento, al loro destino religioso (Lumen Gentium, 1); noi, che dall’esperienza del mondo moderno, gigante meraviglioso di scienza e di potenza, ma a tratti cieco e folle su ciò che più importa, l’amore e la vita; noi, che intravediamo designarsi nei secoli passati e aprirsi al secolo nuovo più chiara, più diritta, più impellente la vocazione santificatrice e missionaria di lei, la Chiesa, e che la sentiamo impegnata a collaborare nel superamento del dislivello sociale, quasi scala, non ostacolo, che ancora separa e contrappone fra loro gli uomini a causa della diversa e spesso ingiusta fruizione del regno della terra, mentre tutti sono invitati, e più lo sono i poveri, al godimento del regno dei cieli; noi, quale bisogno avvertiamo, primo e ultimo, per questa nostra Chiesa benedetta e diletta, quale?
Lo dobbiamo dire, quasi trepidanti e preganti, perché è il suo mistero, e la sua vita, voi lo sapete: lo Spirito, lo Spirito Santo, animatore e santificatore della Chiesa, suo respiro divino, il vento delle sue vele, suo principio unificatore, sua sorgente interiore di luce e di forza, suo sostegno e suo consolatore, sua sorgente di carismi e di canti, sua pace e suo gaudio, suo pegno e preludio di vita beata ed eterna (Cfr. Lumen Gentium, 5).
La Chiesa ha bisogno della sua perenne Pentecoste; ha bisogno di fuoco nel cuore, di parola sulle labbra, di profezia nello sguardo".
Paolo VI, 29.11.1972


#contemplazione

di Gianfranco Ravasi
"Tutto ciò che è geniale, eroico o santo procede dalla contemplazione".
Parola solenne e un po’ misteriosa è «contemplazione»: essa ha alla base il verbo latino contemplare che significa «osservare attentamente il cielo» e che a sua volta si fondava su templum. La convinzione era quella di trovarsi in un tempio cosmico la cui volta è il cielo stellato, le cui colonne sono i monti e i fedeli sono tutte le creature viventi. Non per nulla l’ultima riga del libro biblico della preghiera, i Salmi, finisce letteralmente così: «Tutto ciò che respira dia lode al Signore» (150,6).
Nello spazio mistico della contemplazione si colloca Simone Weil, straordinaria figura di ebrea francese affascinata dal cristianesimo, morta nel 1943 a soli 34 anni. È, infatti, nei suoi Quaderni che ci imbattiamo nell’affermazione che proponiamo in questi giorni estivi che sono tradizionalmente legati alla sosta delle vacanze.
La creazione geniale, l’atto eroico, la vita santa non germogliano dall’agitazione frenetica, dall’accumulo di esperienze e di immagini, dalle ondate di parole. È invece nell’oasi silenziosa e meditativa che si raggiunge il fondo dell’anima, si distilla la verità pura, si accende il fuoco dell’amore e brilla la luce del pensiero. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 1 agosto 2021

«Tempo fa mi hai detto che credevi in Dio».
Il vecchio agitò una mano. «Può darsi», disse.
«Ma non vedo perché lui dovrebbe credere in me. Oh, mi piacerebbe parlarci un attimo, se potessi».
«Che cosa gli chiederesti?».
«Be’, credo che gli direi semplicemente: Aspetta un secondo. Aspetta un secondo prima di darmi addosso. Prima che tu apra bocca vorrei solo sapere una cosa. E lui direbbe: Che cosa? E allora io gli chiedo: Si può sapere perché mi hai messo in mezzo a questa partita a dadi quaggiù? Non ci ho mai capito un accidente».
Suttree sorrise. «E lui cosa credi che dirà?».
Il cenciaiolo sputò e si asciugò la bocca. «Non credo che possa rispondere», disse. «Non credo che ci sia una risposta».
Cormac McCarthy, Suttree

«Gesù pianse per Lazzaro" - disse il capraio -. Non c’è scritto, ma suppongo che anche Lazzaro deve aver pianto quando si ritrovò di nuovo in questa valle di lacrime dopo essere stato bello morto per quattro giorni. Garantito che era in paradiso. Gesù non l’avrebbe certo fatto tornare dall’inferno, no? Io non sopporterei di andare in paradiso e poi dover tornare indietro, e lei?».
«Immagino di no».
«Stai sicuro che quando lo vedo glielo chiedo».
«Quando vede chi?».
«Gesù».
«Vuole chiedere a Gesù com’è andata con Lazzaro?».
«Altroché. Lei non lo farebbe? Io ho intenzione di prepararmi un paio di cose da chiedergli. Un giorno o l’altro gli parlerò proprio come sto parlando a lei. Mi conviene avere qualcosa di pronto».
Cormac McCarthy, Suttree

Confusione. Serbatoio di energie e crescita
di Nunzio Galantino
"La contemporanea presenza, nel nostro mondo interiore e in quello che ci circonda, di esperienze, sollecitazioni e informazioni tra loro contrastanti è all’origine della confusione. Stato emotivo, accompagnato dalla sensazione di non riuscire a tenere sotto controllo quanto si muove dentro e intorno a noi. Ma anche esperienza dal carattere paradossale, a causa del modo imprevedibile in cui si danno appuntamento sensazioni contrastanti e desideri inconciliabili. Paradossale è anche il rapporto tra l’etimologia e il significato della parola confusione. Prese infatti separatamente, le due parti che la compongono - prefisso con più verbo latino fundere - fanno riferimento all’atto di unire, ricomporre e amalgamare. Riunite nell’unico termine «confusione», fanno invece riferimento alla mescolanza disordinata di cose, persone, emozioni o informazioni. È ciò che segna la differenza tra la confusione e la complessità. Dove la complessità, sul piano personale e del reale, può trasformarsi in invito alla ricerca e spinta alla valorizzazione di tutto ciò che è diverso, la confusione provoca invece perdita di certezza, fatica di pensare, stati d’ansia, tensione e paure che aprono la strada alla sensazione di vuoto esistenziale. (...)
in “Il Sole 24 Ore” del 25 luglio 2021