«Al presbitero l'evangelista dice: «Apri gli occhi e guarda verso Cristo, che ti viene incontro nella tua vita di ogni giorno: nella tua vita sacramentale, nella tua vita comunitaria, e particolarmente in tutte quelle attività nelle quali percepisci lo Spirito che muove te, che muove altri, che vi unisce insieme e che forma la vita ecclesiale. Cristo è presente per te».
 Carlo Maria Martini, Il vangelo secondo Giovanni, 99

«Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Parole ben chiare. Il verbo "potere" è centrale nella vita: ogni giorno tante volte ci domandiamo cosa possiamo o non possiamo fare. E sogniamo di poter fare tanto, tutto. Siamo convinti che chi può fare tanto-tutto sia "un grande"! Magari "grande" perché Qualcuno (tipo: Dio!) lo ha voluto in quella posizione.
Gesù sa bene che questo modo di fare è proprio agli antipodi rispetto alla natura divina: Dio è Dio non perché domina (quante volte lo abbiamo inteso così!), ma perché serve, perché si abbassa, perché è piccolo, perché sta all'ultimo posto.
Quanta fatica facciamo a vivere e mostrare una gerarchia cattolica fatta al modo indicato da Gesù! E pensare che Lui era stato ben chiaro.
Però non è facile fare diversamente quando le autorità civili ti chiedono e ti impongono questo stile potente; spesso sono gli stessi cristiani che - per abitudine o per pigrizia - chiedono un modo di fare di questo tipo.
E' tutto da inventare, ancora oggi. Papa Francesco ci dà un esempio limpido... e raro.
Anche oggi ci proviamo. Sarebbe bello se gli stili alternativi, gesuanici, fossero portati ad esempio, invece che trascurati o osteggiati.
don Chisciotte Mc, 17.02.2020

Lo spot che è costato alla SAS (la compagnia aerea di bandiera di Svezia, Danimarca e Norvegia) minacce dall'estrema destra è uno straordinario inno all'integrazione. "Cos'è tipicamente scandinavo?". "Nulla, niente di niente". Un'ammissione degli stessi scandinavi, veicolata da una pubblicità della SAS. L'agenzia pubblicitaria danese "&Co", autrice dello spot, ha sottolineato come tutto ciò che viene reputato 'scandinavo', dalla cultura al cibo fino al design, in realtà è stato 'importato' attraverso i viaggi effettuati all'estero, nel corso dei secoli passati, dagli abitanti della penisola. "Ogni volta che oltrepassiamo i nostri confini aggiungiamo colore, innovazione e progresso, portando qui il meglio di ogni luogo", recita la voce narrante di uno spot che, per i valori che trasmette, è stato preso di mira dai gruppi di estrema destra nordici. 14.02.2020

Il percorso di discernimento proposto dal metodo di papa Francesco si basa e si ispira al "metodo" del Dio di Gesù Cristo: la creazione ha significato anzitutto inventare quello che noi chiamiamo "tempo", con la sua caratteristica di dinamicità, spostamento, progressione, gradualità, crescita.
E così si è "mossa" la Parola di Dio incarnata in Gesù Cristo: lungo la storia, dal concepimento alla morte in croce e poi nella vita nuova, risorta.
Le creature, però, hanno travisato questa dinamica, confondendola con assenza, imprecisione, lentezza... accusandola di attendismo.
Altri ne hanno approfittato per starsene con le braccia conserte, in un'attesa passiva.
Alcuni, poi, hanno pensato di prendersi gioco di questo metodo di Dio (ben rappresentato da papa Francesco) e hanno proseguito sulla loro strada fatta di princìpi, leggi fisse, "verità" astratte, ideali astorici... credendo di non modificare nulla.
Così è capitato con la colpevole dimenticanza dell'enciclica programmatica "Evangelii Gaudium".
Così è capitato nella diocesi di Milano durante il cammino sinodale sui temi della buona notizia dell'amore familiare, che ha portato alla esortazione apostolica "Amoris Laetitia": l'arcivescovo Scola e quelli che lo attorniavano hanno scelto di non accettare questo metodo, di non spostarsi dalle loro posizioni, di non camminare e di non far camminare il popolo di Dio.
E così ci troviamo ancora fermi, impreparati... e con le stesse persone ai loro posti di comando.
Ma il popolo di Dio è più ampio e chiede un cambio di passo reale, concreto, storico.
don Chisciotte Mc, 14.02.2020

Fin dall'autunno 2013 avevo interpretato il cammino verso il Sinodo straordinario sulla famiglia come un "EVENTO DI STILE": col famoso e inedito questionario di 38 domande, papa Francesco chiedeva alla Chiesa tutta un "salto di qualità", cioé passare da una visione clericocentrica ad una "ecclesiologia del popolo di Dio". Nella prima, il papa (e semmai qualche vescovo e esperto) sanno cosa fare e cosa dire e ogni tanto "mostrano" di radunarsi, ma in realtà le esortazioni postsinodali hanno delle coordinate diverse (e pre-preparate) rispetto ai lavori collegiali. La via proposta da papa Francesco è, invece, quella di un ascolto reale, di un "consigliare" reale, di un camminare insieme, passo dopo passo, giorno dopo giorno, sapendo bene "solo" il primato dello Spirito Santo e l'orizzonte comunionale.
Così fu per "Amoris Laetitia" e... non fun capito. Il clero chiedeva scelte "fisse" e invece papa Francesco ci chiedeva di camminare, accompagnare, discernere, avviare processi (come avevo indicato in "Evangelii Gaudium").
Adesso ci caschiamo ancora, "lamentandosi" di "Querida Amazonia". Papa Francesco ascolta, rispetta, valorizza il popolo di Dio di quei luoghi (con il proprio episcopato e con tutte le proprie componenti).
Papa Francesco è proprio un "grande" e chiederebbe a noi tutti di essere altrettanto "grandi", "adulti".
Ecco perché vi riporto un passo di Alessandro Manfridi, che ringrazio:
https://www.glistatigenerali.com/america-mondo_clima/francesco-e-un-grande-vi-spiego-perche/?fbclid=IwAR2-DCqoBZZy7-essRkmtSj7mbci4KvPkLjaraXkJO-dWsaf06iCc38tD2Q

don Chisciotte Mc

«Il Papa afferma che non intente né sostituire né ripetere i contenuti del Documento conclusivo stilato dai padri sinodali al termine dei lavori.
«Ho preferito non citare tale Documento in questa Esortazione, perché invito a leggerlo integralmente.
Dio voglia che tutta la Chiesa si lasci arricchire e interpellare da questo lavoro, che i pastori, i consacrati, le consacrate e i fedeli laici dell’Amazzonia si impegnino nella sua applicazione e che possa ispirare in qualche modo tutte le persone di buona volontà» (QR nn. 3-4)
Dalle parole citate pare evidente che Francesco, dopo aver affermato che non intende sostituire il Documento finale con la sua sintesi della Esortazione Apostolica, auspichi che pastori, consacrati, laici e persone di buona volontà possano applicare le conclusioni dei padri sinodali, che egli invita a leggere integralmente. Interessante invito, con conseguenze e sviluppi da considerare attentamente.
Francesco, evidentemente, come più volte ha indicato con il suo magistero, non intende “calare dall’alto” le soluzioni e le direttive in merito al governo della Chiesa,
Ma suggerire, col suo bagaglio esperienziale legato ad una pastorale presbiterale che deve “odorare delle pecore”, e ad una realtà ecclesiale sudamericana che ha vissuto le sue punte più profonde nell’opzione preferenziale per i poveri e nella condivisione della difffusa realtà delle comunità ecclesiali di base, che ciascuno di noi riscopra la categoria, ricordata dalla LUMEN GENTIUM, dell’azione e del protagonismo di quel Popolo di Dio che cammina comunionalmente, superando dunque gli inconvenienti, da lui più volte denunciati, del clericalismo e del clericocentrismo.
Traducendo: voi invocate una riforma che sia ancora una volta diretta dalle scelte clericali e calata dall’alto dal magistero papale? Imparate a camminare come Popolo di Dio (così come ci è stato mostrato nella consultazione e nei lavori sinodali) e sarà questo popolo stesso il protagonista della riforma da voi auspicata!».

«Non c'è forse cosa più triste che offrire la fede e vederla respinta, oppure dovere continuamente fare i conti con interpretazioni riduttive della fede, che tentano pertanto di spogliarci di noi stessi e di «atterrarci», di ridurci a terra, mostrando che la nostra fede non è niente».
 Carlo Maria Martini, Il vangelo secondo Giovanni, 98

Come contributo al discernimento di tutto il santo popolo di Dio a proposito del rinnovamento del messale ambrosiano, propongo di fare una sobria antologia delle espressioni non chiare, incomprensibili, dal punto di vista linguistico o teologico.
Dedichiamo a questo servizio la pagina FB "Rinnoviamo il messale e il lezionario".
Ovviamente non saranno accettate le espressioni violente o offensive, né gli off-topics.
Non si tratta nemmeno di aprire una discussione se sia utile o non utile una tale pagina, né lanciare reciproche "scomuniche": chi non fosse d'accordo con questa raccolta, può semplicemente non aderire al progetto e non frequentare la pagina.
Se insieme riusciremo a fornire uno strumento utile, supereremo - in piccola parte - quella sorta di impossibilità ad esprimersi di quella che già anni fa fu definita "l'opinione pubblica cristiana" e che, in realtà, è una delle modalità di espressione del "sensum fidelium". Grazie!
don Chisciotte Mc, 9.2.2020

Un cambio radicale del vivere la chiesa
di Enzo Bianchi
(...) La Chiesa è ancora capace di essere missionaria, di rendere eloquente la fede che professa? (...) Abbiamo lasciato la sponda e navighiamo verso un'altra terra che ancora non conosciamo. Le sfide si presentano con una novità inedita e, dunque, alla Chiesa tutta è richiesta un'operazione di discernimento, per attuare il mandato di Gesù risorto, sempre attuale: «Andate, evangelizzate in tutto il mondo, portate la Buona notizia a ogni creatura» (cf Mc 16,15).
Dobbiamo confessare oggi un'astenia delle Chiese locali, soprattutto nell'emisfero settentrionale del mondo: un'astenia nei confronti della missione, una mancanza di coraggio nel lasciare la propria terra segnata dal benessere per terre che sono ancora toccate dalla fame, dalla miseria e spesso anche dalla violenza e dalla guerra. (...)
Da quando ha assunto il ministero di Pietro, papa Francesco chiede con frequenza alle Chiese di porsi "in uscita", di volgersi alla missione in condizioni dinamiche, aperte, libere, per poter portare la Buona notizia del Vangelo. Ma dietro a queste espressioni, che rischiano di essere ripetute semplicemente come slogan, c'è in realtà la richiesta di un cambiamento radicale del vivere la Chiesa, ben prima del vivere la missione che le è inerente. Si richiede, in primo luogo, che ogni battezzato e ogni comunità cristiana si sentano responsabili dell'evangelizzazione. (...) Tutti i cristiani sono chiamati ad assumere la responsabilità di essere inviati a uomini e donne che non conoscono Gesù Cristo; devono, dunque, essere soggetti capaci di esprimere la fede cristiana e, di conseguenza, di edificare la Chiesa con il loro specifico contributo culturale, religioso e umano. (...)
Oggi siamo tutti convinti che l'Europa è terra di missione, come


«Storie che mostrano la forza dell'amore anche in tempi di guerra...
Storie che restano nel cuore!
Hamza e Qais sono fratelli.
Hamza pensava che Qais fosse stato ucciso nel bombardamento.
Le foto di quando ha scoperto che suo fratello è ancora vivo.
Questo incontro è una nuova vita per loro.
Questa storia è una delle milioni in #Siria dove i bambini lottano per vivere».
tratto dalla pagina FB "Children of Syria", 5.2.2020

«I santi sono stati i più imprevedibili interpreti di questa novità evangelica. Hanno stupito il mondo proprio grazie alle loro pazzie, bizzarrie, audacie, itinerari inediti, oserei dire grazie alla loro fantasia scatenata.
Noi, invece, abbiamo relegato in soffitta, tra i robivecchi, la fantasia, l'inventività, e magari l'abbiamo fatto in nome dell'ortodossia!
E così siamo diventati stanchi ripetitori di una verità che teniamo custodita nella cassaforte della nostra ristrettezza mentale. Continuiamo a compiere monotonamente gesti sempre uguali. Siamo rimasti bloccati in clichés sbiaditi.
Le nostre risposte sono ampiamente scontate. Le abbiamo già bell’e pronte, confezionate a dovere negli appositi cassetti. Ne teniamo una per ogni questione. Le abbiamo ricavate di peso dai manuali. Le spariamo addosso al nostro interlocutore, con fredda precisione, senza sgarrare di una virgola.
Così non stupiamo più nessuno. Siamo diventati i notai, i burocrati della novità cristiana. Viviamo placidamente di rendita sulle imprese degli altri. Di nostro, di personale, di originale non mettiamo proprio nulla. Logico che deludiamo coloro che ci avvicinano».
Alessandro Pronzato, Vangeli scomodi (1967), p. 200-201

(...) «La disperazione – stato d’animo e situazione emotiva dal forte carattere pervasivo e penetrante – coincide con una mancanza di attesa e con l’assenza di progetti da realizzare.
Nella disperazione viene meno insomma la dimensione del futuro; la stessa che Orazio contribuisce a delegittimare con il suo: Carpe diem.
A fronte dell’allettante invito del poeta epicureo, ogni uomo e donna esperti della realtà, delle possibilità e delle difficoltà che la compongono capiscono il non senso e l’insopportabilità del vivere senza desiderare di guardare oltre, condannati alla logica dell’ormai e dell’assenza di futuro.
Lo stesso che manca ad Adrianus Jacobus Zuyderland, raffigurato da V. van Gogh nel dipinto Sulla soglia dell’eternità. L’espressione del veterano di guerra ritratto, la postura accovacciata e ripiegata su se stessa, le mani che nascondono il viso concorrono a restituirci una visione disperata della vita, o almeno di alcuni momenti di essa.
Momenti nei quali, come nel dipinto di van Gogh, l’uomo si sente schiacciato sotto il peso interiore che non gli permette di alzare il suo sguardo, semmai per permettere a qualcuno di accorgersi delle lacrime che solcano quel volto e tentare di asciugarle» (...)
Nunzio Galantino, "Il Sole 24 Ore" 3.11.2019

«Vado incontro agli altri oppure sono contro gli altri? Appartengo alla Chiesa universale (buoni e cattivi, tutti) oppure ho una ideologia selettiva? Adoro Dio o adoro le formulazioni dogmatiche? Com’è la mia vita religiosa? La fede in Dio che professo mi rende amichevole oppure ostile verso chi è diverso da me? (...)
Colpire un membro della Chiesa è colpire Cristo stesso! Anche coloro che sono ideologi perché vogliono la “purità” – tra virgolette – della Chiesa, colpiscono Cristo» (...).
papa Francesco, 9.10.2019

Un breve racconto della tradizione islamica: "Gesù incontrò un uomo e gli chiese: «Che cosa stai facendo?». «Mi dedico a Dio», rispose l’uomo. Gesù gli chiese: «Chi si prende cura di te?». «Mio fratello», rispose l’uomo. Gesù disse: «Il tuo fratello è più devoto a Dio di te»".
È noto che la figura di Gesù ha un grande rilievo nella tradizione islamica. Da essa abbiamo tratto questo apologo la cui lezione è semplice e si connette alla famosa dichiarazione di Cristo: «Tutto quello che farete a uno solo di questi fratelli più piccoli l’avete fatto a me» (Matteo 25,40). L’atto d’amore verso l’affamato, l’assetato, il malato, il carcerato, il forestiero è un atto di fede e di culto, ben più importante del ripetere: «Signore, Signore!», come ancora osservava Gesù (Matteo 7,21).
Vorremmo, però, mettere l’accento proprio su quel «prendersi cura», presente nella piccola parabola. Ai nostri giorni, nel segreto delle case, ci sono tante persone che consumano ore, energie, sentimenti per curare un anziano malato, un figlio disabile, un parente in difficoltà. Nessuno mai ricorderà questo lungo e paziente servizio, se non Dio. Questo amore è, in verità, la più autentica testimonianza di fede.
di Gianfranco Ravasi in “Il Sole 24 Ore” del 6 ottobre 2019

Chissà cosa diranno di me, di noi adulti, ma anche di voi adolescenti e giovani, fra 75 anni!

Lo si coglie da moltissimi segni, in primis le energie ad essa destinate e la rilevanza sui mezzi di comunicazione istituzionale (ecco lo screenshot di uno dei giorni vicini alla Festa della Sacra Famiglia). Mi dispiace: anni di parole, a cui mai seguono i fatti. E intanto pochissimi chiedono il sacramento del matrimonio e facciamo finta che non sia un dato grave, per il presente e il futuro. Mi dico che forse è provvidenziale che questa accada...
don Chisciotte Mc, 27.01.2020

Voliamo sopra i fili spinati.
Gettiamo sguardi.
Costruiamo ponti.

Proposta all'arcivescovo Mario Delpini. Facciamo un questionario in cui ascoltiamo il santo popolo di Dio a proposito del celebrare. Un questionario fu proposto da papa Francesco in occasione del Sinodo sulle tematiche familiari e poi ancora per il Sinodo sulla trasmissione della fede alle nuove generazioni. La liturgia non è il campo esclusivo degli "addetti ai lavori". Per favore, ascolti la voce dello Spirito Santo!
don Chisciotte Mc, 12.12.2019

"Dietro la Gioia dei Bimbi;
dietro l’arrivo del pagliaccio,
ci sono tante vite che si mettono in gioco.
Oggi vi porto qualche minuto con me a Baghdad,
è il mio modo per ringraziare TUTTI!
Come e sempre…
Per far Sorridere il Cielo".
Il Pimpa 🔴
https://www.facebook.com/claunilpimpa/videos/484627232203043/

Per favore, arcivescovo Mario Delpini, blocchi la semplice ristampa dell'attuale messale ambrosiano. Ancora due anni di lavoro, per non cambiare sostanzialmente nulla, con un inutile dispendio di tempo, energie, denaro. La prego: il popolo di Dio ha bisogno e invoca un nuovo modo di celebrare... e qualcuno dovrà pur cominciare, nella linea del Concilio Ecumenico Vaticano II. Ascolti il santo popolo di Dio, come è scritto in tutti i documenti magisteriali, teologici e spirituali.
don Chisciotte Mc, 26.01.2020, guardando sconsolato il prefazio della messa della Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe

«La clonazione del pensiero pone, a mio avviso, un'altra riflessione inquietante, quella di una possibile fine biologica della democrazia, la cui sostanza è il diritto di ogni cittadino ad esprimere la propria scelta consapevole al momento del voto; ma se gli individui clonati votano a comando come se qualcuno pigiasse un bottone e ordinasse, more militari, ciò che si deve o non si deve votare, allora la somiglianza con una dittatura diviene evidente.
Nei regimi dittatoriali la polizia impedisce di esprimere il proprio pensiero, ma non impedisce di pensare liberamente, nella democrazia digitale degli individui robotici c'è tutta la libertà di esprimere quello che vuoi, ma con i pensieri di altri inseriti nel tuo cervello, oggi, con una sorta di ipnosi verbale, ma domani, con tutta probabilità, trasferendo nei cervelli un'accelerazione dei desideri con microchip microscopici a formare il simbionte, incestuoso connubio di uomo e robot. È difficile invertire rotte tracciate con grande maestria dal potente pastore; io non vedo altra possibilità che ripartire dall'educazione».
di Lamberto Maffei, neuroscienziato, presidente emerito dell'Accademia dei Lincei
in "Avvenire " del 14 dicembre 2019

Democrazia della clonazione
di Lamberto Maffei, neuroscienziato, presidente emerito dell'Accademia dei Lincei
(...) I potenti, affascinanti mezzi di comunicazione, nelle mani dei politici e dei grandi mercanti hanno distribuito cinicamente interessi particolari, talvolta addirittura personali, facendoli passare, camuffandoli, come interessi comuni del tutto ragionevoli e fonte di progresso e benessere. La strategia di manipolazione del cervello della gente è biologica e avviene trasferendo nei cervelli un'accelerazione dei desideri più primitivi e istintuali come la gioia dello shopping, del compra usa e getta, in sostanza scaricando nel cervello una nuova razionalità suffragata dal trionfo tecnologico che tinge di razionale anche l'irrazionale, che rende il superfluo necessario e il falso vero. (...)
E l'individuo creato unico, per il credente da Dio e per altri dall'evoluzione, unico per corredo genico ed esperienza di vita, ha perso, forse con sofferenza, ma senza bisogno e senza la forza necessaria per una ribellione - ad esempio nel caso dei ragazzi neet (che non studiano e non lavorano) -, la sua unicità. Si ha l'inquietante impressione di un gregge di pecore abilmente guidato da un potente pastore.
La maggioranza delle persone appare costituita da individui clonati, non con mezzi della biologia molecolare, ma con quelli della comunicazione, del mercato. (...)
in "Avvenire " del 14 dicembre 2019

Benedire con il «tangere»
di Gianfranco Ravasi
C'è nel Vangelo di Marco una pagina che segna in modo inequivocabile l'originalità di Gesù e la sua discontinuità dal terreno del giudaismo (...): l'incontro con un malato particolare, il lebbroso, un'affezione dai risvolti non solo clinici (era ritenuta fortemente infettiva) ma anche etico-religiosi. Infatti, per la cosiddetta "teoria della retribuzione", secondo la quale a ogni delitto corrisponde una punizione, questa sindrome era anche il sintomo di una colpa vergognosa segreta che rendeva il malato uno "scomunicato". Per questo era relegato nelle periferie degradate, ospite di caverne, segregato tra gli immondezzai, come nel caso di Giobbe, colpito da «piaga maligna».
II libro biblico delle norme sacrali, il Levitico, non aveva esitazioni: «Il lebbroso indosserà stracci, starà a capo scoperto, si velerà la barba e andrà gridando: Impuro, impuro!» (13,45-46). Era, quindi, socialmente un cadavere ambulante, schivato con orrore dai sani, timorosi di essere infettati non solo fisicamente ma anche moralmente e sacralmente. Ecco, invece, la scelta scandalosa di Cristo: «Commosso profondamente, tese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii purificato!». Quel gesto, in nome della compassione, viola le norme socio-rituali e quella mano che tocca, quasi ad assumere su di sé il male, diventa un segno provocatorio e liberatorio. (...)
Punta l'obiettivo su questo verbo, il "toccare". Tra parentesi, il greco haptomai ricorre 39 volte nel Nuovo Testamento, mentre chéir, la "mano" ben 177 volte. Il tatto, un senso primordiale che rivela prossimità e reciprocità (...). C'è nei Vangeli un toccare taumaturgico per guarire o benedire, c'è il contatto compassionevole e tenero, c'è il sostegno della parola che arricchisce e scioglie i significati del gesto, c'è il riflesso tattile del desiderio (...).
in "Il Sole 24 Ore " del 10 novembre 2019

Credente ateo*
di Aldo Antonelli
È da tempo che mi porto dentro una lotta che si fa sempre più dura tra il credente e il non credente: una lotta dura ma, devo dire, anche bella ed entusiasmante. I due personaggi dentro di me si vanno purificando e fecondando a vicenda.
Il non-credente fa sì che la fede resti alta e impegnativa, disintossicandola da tutti gli «ismi» che la possono inficiare: assolutismi, relativismi, devozionismi, religionismi, ritualismi... Il credente, a sua volta, libera il mio ateismo e la mia laicità dalle derive riduzionistiche dei loro altrettanto deleteri «ismi»: indifferentismo, qualunquismo, menefreghismo, pessimismo, nichilismo. Una convivenza difficile ma entusiasmante, come amava ripetere il card. Martini: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano puntualmente domande pungenti e inquietanti l'uno all'altro. Solo dando voce con pazienza e con metodo a queste due voci si può raggiungere la propria maturità umana e cristiana».
Non sono solo, quindi, in questa distretta, esistenziale distretta, in cui la mia fede non dorme mai sonni tranquilli, né può scorrere sicura lungo gli argini già tracciati di una religiosità pacificamente acquisita. Al di là della benedizione di un cardinale, poi, trovo la compagnia di un laico impegnato come Pietro Scoppola, studioso della coscienza religiosa moderna che, in quello che possiamo considerare

«La logica economica è all'origine delle religioni antiche, che nascono attorno all'idea mercantile di scambio tra gli uomini e le loro divinità. Il primo homo oeconomicus è stato l'homo religiosus, che ha letto la fede come commercio, come dare e avere con il divino, come debiti e crediti da gestire tramite offerte e sacrifici. La Bibbia e poi il cristianesimo hanno lottato con tutte le loro forze per liberare gli uomini dall'idea economica di Dio. Oggi, con l'affievolimento culturale della religione ebraico-cristiana, nell'orizzonte secolarizzato si è riaffacciata l'antica idea del dio economico, e quindi delle colpe, dei meriti, dei demeriti, di nuovi sacrifici e nuovi idoli. Nel 'crepuscolo degli dei' ci siamo risvegliati incatenati da una religione-idolatria che riporta con sé anche l'idea arcaica del povero come colpevole. Ma il suo colpo di genio più grande sta nel riuscire a presentarcela come una innovazione morale, come una forma più alta di giustizia, semplicemente chiamandola con un nome evocativo: meritocrazia. (...) La meritocrazia sta diventando una legittimazione etica della condanna morale del povero, che prima interpreta la mancanza di (alcuni tipi di) talento come colpa, poi condanna il povero come demeritevole e infine lo scarta insieme a chi si occupa di lui».
Luigino Bruni, in "Avvenire " del 30 aprile 2019

Tutto parte dall’incendio di Roma provocato (così si dice) da Nerone con l’accusa ai cristiani di esserne all’origine. Sospettati perché «stavano seminando nella popolazione dell’impero un’idea pericolosa per lo stato».
Dalla persecuzione si risale all’indietro, fino a Nazareth, uno sperduto villaggio di povera gente della Galilea, dove si avvia la vicenda di Gesù.
Ed eccolo battezzato nel Giordano e tentato nel deserto. «Lunghi giorni nel deserto a pregare e a pensare: come fare? Un tempo per decidere e il tormento del dubbio, dell’incertezza sulla strada da intraprendere. Fu allora che si insinuarono le tentazioni del diavolo». Il miracolo clamoroso, il potere politico, la forza incontenibile del divino «erano vaneggiamenti che gli passavano per la testa, nell’immensa solitudine del deserto? Ma poteva essere, davvero, l’ostentazione della sua potenza divina a cambiare il cuore degli uomini? Gli fu chiaro: era una tentazione diabolica».
La storia dei suoi miracoli e delle sue parole si snoda con un’evidenza sempre maggiore non solo del legame con la Legge del popolo d’Israele, ma anche che una consapevolezza e autorità non compatibile con un semplice maestro e rabbino. Guariva i malati, ma «i suoi miracoli dovevano essere il segno della compassione di Dio per la sofferenza umana e la testimonianza che Dio ama gli uomini». Così i confini si allargano ai popoli, così chiunque è chiamato a nascere una seconda volta, come ha chiesto a Nicodemo in un lungo dialogo notturno.
Storie affascinanti e incontri sorprendenti come con la samaritana al pozzo o dialoghi amicali come nella casa di Marta e Maria lievitano una dimensione spirituale che si apre alla preghiera e al mistero. Percorso pericoloso per tutti i poteri.
«Egli non aveva nessuna autorità, neppure era un sacerdote, non poteva permettersi di contestare le norme che regolavano la vita del tempio. “Un giorno il tempio – egli disse con incredibile audacia – potrebbe anche essere distrutto. Chi crede in me saprà sempre come e dove cercare Dio”. Fu la goccia che fece traboccare il vaso. Dopo pochi giorni sarà catturato, consegnato ai romani e crocifisso».
Ma poi è risorto. «Era questa la buona notizia che egli consegnava (ai discepoli) e voleva che essi diffondessero dovunque. Che l’amore vince l’odio e la morte: questa la speranza capace di cambiare il mondo. Li lasciò così, di colpo, senza che potessero dire come se n’era andato».
Agli apostoli e a noi è rimasto il gesto di quell’ultima cena. Le generazioni cristiane non se lo dimenticheranno mai. «È il più importante atto di culto, per il quale i cristiani si radunano ogni domenica e rendono gloria a Dio, ripetendo quel gesto di Gesù».
http://www.settimananews.it/teologia/dianich-vi-racconto-gesu/?fbclid=IwAR360HyRnB1r2U7oaSULoXR10sdPUVMALHzRp5MCdG0AfppoQE3IguIXd0Q


"Building Bridges", una gigantesca installazione costituita da 6 coppie di mani che partono dai due argini per intrecciarsi e formare un ponte. L’opera, alta 15 metri e lunga 20, vuole celebrare 6 valori universali dell’uomo, e la scelta di Venezia non è casuale:  “Venezia è una città patrimonio mondiale ed è la città dei ponti. È il luogo ideale per diffondere un messaggio di unità mondiale e pace in modo che molti di noi in tutto il mondo costruiscano ponti con gli altri piuttosto che muri e barriere” ha spiegato l’artista per raccontare l’opera più grande che abbia mai realizzato fino ad ora.  Amicizia, saggezza, aiuto, fede, speranza e amore: valori che  insieme costituiscono un messaggio di pace e di comunanza, atto a permettere l’incontro tra culture e il superamento delle divisioni.

Poveri e teoremi della «colpa»
di Luigino Bruni
Una delle più grandi novità morali dell'umanesimo cristiano ed europeo è l'aver liberato i poveri dalla colpa per la loro povertà. Il mondo antico ci aveva lasciato come eredità l'idea, molto radicata e diffusa, che la povertà non era altro che la maledizione divina meritata per qualche colpa commessa dalla persona o dai suoi avi. I poveri si ritrovavano così condannati due volte: dalla vita e dalla religione (il libro di Giobbe è una delle vette etiche dell'antichità proprio perché è una reazione contro l'idea della povertà come colpa), e i ricchi si sentivano tranquilli, giustificati e doppiamente benedetti. In Europa, però, non sono state le città e gli Stati con le loro istituzioni politiche a liberare i poveri dalla loro maledizione.
Anzi, fin dai tempi dell'impero romano e poi per tutto il Medioevo e l'Età moderna, gli statuti e le leggi cittadine erano molto attenti a individuare i cosiddetti poveri e mendicanti volontari e quindi colpevoli, per poi cacciarli fuori dalla mura cittadine. Non dobbiamo dimenticare che la storia politica delle città europee è anche (e a tratti soprattutto) una storia di esclusione di poveri, ebrei, migranti, eretici e vagabondi, perché non erano in possesso di quella 'affidabilità' necessaria per entrare nel club dei mercati delle nuove città. Ma, grazie a Dio, le istituzioni europee non erano soltanto quelle politiche delle città borghesi e mercantili: c'erano anche le istituzioni nate dalla fede religiosa. Il cristianesimo aveva portato una grande innovazione in tema di povertà. Una religione fondata da un uomo non ricco e con molti apostoli e discepoli poveri, e che osava chiamare i poveri 'beati', in un contesto religioso e culturale che scartava e malediva i poveri. E che nella sua vita fece di tutto per mostrare che i malati e i poveri non erano colpevoli della loro malattia e/o povertà (si pensi al cieco nato, al paralitico, ai lebbrosi...). (...)
C'è questa cancellazione dello stigma di maledizione alla radice dei molti ospedali, scuole, orfanotrofi che hanno fondato il welfare europeo. (...)
in "Avvenire ", 30 aprile 2019

Il corpo nella bibbia. La persona al centro
di Lidia Maggi - in “Avvenire” del 13 ottobre 2019
«Noi siamo corpo. Nasciamo dal corpo di nostra madre e, prima ancora, dall’incontro di due corpi. È attraverso il corpo, con la sapienza dei sensi e i suoi confini, che impariamo a relazionare con l’altro per raggiungerlo con un abbraccio, un sorriso, per ascoltarlo, respingerlo o accoglierlo.
La vita biologica, come quella relazionale, nasce dall’incontro di corpi. Questo paradigma, tuttavia, è messo in discussione dai mutamenti epocali legati alla percezione del corpo quale assoluto protagonista della nostra cultura. Sottratto alle maglie della morale, dove era schiavo, attraverso un processo di emancipazione, si è liberato fino a trasformarsi in tiranno. La sana riconquista di una consapevolezza del corpo è stata a tal punto enfatizzata da trasformare il corpo nel Signore delle nostre vite: un idolo da gratificare e adorare, con tanto di liturgie predisposte allo scopo. E come per ogni divinità che si rispetti, il corpo dovrà apparire come “l’essere perfettissimo”; ed avere i suoi santuari e i suoi riti religiosi, tutti all’insegna del benessere e della comodità, i cui ingredienti sono diete, moda, palestre, chirurgia estetica e selfie in quantità. Nasce il mito del corpo immortale, eternamente giovane.
Il recupero della corporeità – la cui verità è affermata dal Dio di Gesù Cristo percepito come attestato dalla Scrittura... (continua qui:

https://alzogliocchiversoilcielo.blogspot.com/2019/10/il-corpo-nella-bibbia-la-persona-al.html?fbclid=IwAR3Vs3BmhriPNpSqRv266hiH_cADK-QERT_gfX4jRI1w6oBw_rqTnDUhEJk

«Una volta depurato da finzioni ed esibizionismi, il racconto e la condivisione degli avvenimenti più significativi della vita del prete si carica di una valenza positiva. Dalle foto e dai post pubblicati può emergere la ricchezza di un ministero tutt’altro che triste e monotono. Incontri ed esperienze, idee e intuizioni, attività stimolanti e appaganti: c’è tutto questo nella nostra vita sacerdotale. Non una rinuncia alla propria umanità, ma la possibilità di godere appieno dei doni elargiti dal Signore. E i social network ne diventano il luogo della testimonianza. Una testimonianza nuova e inedita, che non passa attraverso prediche e raccomandazioni moralistiche, ma proviene dallo stile con cui il prete si mostra e parla di sé».
https://www.lastampa.it/vatican-insider-it/libri/2019/11/28/news/l-identikit-del-prete-social-1.38027188?utm_source=dlvr.it&utm_medium=facebook

Mistero, progetto d’amore invisibile
di Nunzio Galantino
«L’assenza di mistero, tipica della nostra vita moderna, è il nostro decadimento e la nostra povertà». Penso che D. Bonhoeffer confermerebbe in maniera convinta questa sua affermazione, soprattutto al cospetto delle banalità spettacolarizzate che riempiono pagine social e trasmissioni dedicate a “mistero e misteri”. E, quasi in forma di sfida, lo stesso teologo luterano, fatto impiccare da Hitler, ritiene che «il mistero è la radice di quanto è comprensibile, chiaro e manifesto. E quando vogliamo aggredire tale mistero, calcolarlo, spiegarlo e selezionarlo, il risultato è che, così facendo, uccidiamo la vita e non scopriamo il mistero». La vita insomma è mistero. La vita ha bisogno del mistero. (...) Mistero è il suo progetto d’amore perché ogni uomo abbia una vita piena e riuscita. (...) Il mistero più grande per noi, siamo noi stessi».
in “Il Sole 24 Ore” del 22 dicembre 2019
Per la foto, grazie a Luca Autelli

Debolezza evangelica e fragilità umana
di Enzo Bianchi
Il grande monaco Bernardo di Clairvaux coniò una straordinaria esclamazione: "Optanda infirmitas!", "O desiderabile debolezza!" (Discorsi sul Cantico dei cantici 25,7). Nella vita di ciascuno di noi è infatti decisivo sperimentare la debolezza, esperienza inevitabile che ci può dare la consapevolezza del non essere Dio, ma creature "mancanti", bisognose l'una della presenza e della cura dell'altra. Esperienza che può preservare, se la cecità non è dominante, dall'orgoglio, dal narcisismo e dal culto egolatrico del proprio "io". (...)
Vulnerabilità significa capacità di essere feriti, apertura ed esposizione all'altro, e nasce da fiducia, rinuncia al controllo, desiderio di apertura all'altro. Dalla vulnerabilità nasce la fraternità, perché cade il muro dell'indifferenza, scompare il velo della legge (cf. 2Co 3,13-16) e il cuore di pietra si trasforma in cuore di carne (cf. Ez 11,19; 36,26). (...)
Vivere richiede di avere fiducia nella vita, di lottare in favore della vita e di amarla con tutte le proprie forze. (...)
in "Jesus " del dicembre 2019
Per la foto, grazie a Luca Autelli su FB

«La scena grandiosa del battesimo di Gesù, con il cielo squarciato, con il volo ad ali aperte dello Spirito sulle acque del Giordano, con la dichiarazione d'amore di Dio (...) accade ancora a ogni quotidiana ripartenza. La Voce, la sola che suona in mezzo all'anima, ripete a ciascuno: "Tu sei mio figlio, l'amato, in te ho posto il mio compiacimento". Parole che ardono e bruciano: figlio mio, amore mio, gioia mia.
"Figlio" è la prima parola. Figlio è un termine potente sulla terra, potente per il cuore dell'uomo. E per la fede. (...)
"Amato" è la seconda parola. Prima che tu agisca, prima che tu dica «sì», che tu lo sappia o no, ogni giorno, ad ogni risveglio, il tuo nome per Dio è «amato». Di un amore che ti previene, che ti anticipa, che ti avvolge a prescindere da ciò che oggi sarai e farai. Amato, senza se e senza ma. La salvezza deriva dal fatto che Dio mi ama, non dal fatto che io amo lui. E che io sia amato dipende da Dio, non dipende da me! Per fortuna, vorrei dire; o, meglio, per grazia! Ed è questo amore che entra, dilaga, avvolge e trasforma: noi siamo santi perché amati.
La terza parola: "Mio compiacimento". Termine desueto, inusuale eppure bellissimo, che nel suo nucleo contiene l'idea di piacere. La Voce grida dall'alto del cielo, grida sul mondo e in mezzo al cuore, la gioia di Dio: è bello con te, figlio mio; tu mi piaci; stare con te mi riempie di gioia. (...)
Io sono immerso in Dio e Dio è immerso in me; io nella Sua vita, Lui nella mia vita; «stringimi a te, stringiti in me» (G. Testori). Sono dentro Dio, come dentro l'aria che respiro, dentro la luce che mi bacia gli occhi (...).
di Ermes Ronchi, Avvenire 9.01.2020

Il pontefice dei gesti materni
di Shahrzad Houshmand Zadeh
Papa Francesco ha un rispetto profondo per la figura femminile e per le donne, e lo dimostra con parole chiare e importanti: «Una chiesa senza le donne è come il Collegio Apostolico senza Maria». Cioè un luogo svuotato dalla sua stessa radice, identità e senso. Una chiesa senza le donne dunque non vive; ha una struttura, dei confini, delle mura, ma resta senza identità realizzata.
Francesco è un papa che dice anche: «La chiesa è femmina, è sposa, è madre». Ed è un papa che, suggerendo alle donne di dire no quando viene loro chiesta «una cosa più di servitù che servizio», pone all'attenzione il grande tema del discernimento. Quando un atto religioso, umano, sociale, famigliare o spirituale si attua con lo spirito di servizio diviene sacro, diventa un sacrificio. È offrire il proprio tempo, la propria conoscenza, se stessi, per amore di Dio, del popolo o dell'essere umano. Annientare la propria dignità, che in se stessa è sacra (essendo ogni singola persona, donna o uomo che sia, un'opera di Dio), non è né un servizio né un atto sacro, ma un'azione mortificante e negativa, che perciò va rifiutata. «Dì di no!»: un «no» che si ripercuote anche a livello sociale.
Francesco è un papa che legge, vede e riconosce il potere trasformatore di bellezza e di accoglienza nella donna e lo ripropone al mondo: «Senza la donna non c'è l'armonia nel mondo. È la donna che porta quell'armonia che ci insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e che fa del mondo una cosa bella».
Troviamo parole indicative anche nella Lettera alle donne scritta da San Giovanni Paolo II nel 1995: «Grazie a te donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità. Tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani». Anche il papa emerito Benedetto XVI spende pensieri interessanti: «Tutti i poteri delle violenze del mondo sembrano invincibili, ma Maria ci dice che non sono invincibili. La donna è più forte perché Dio è più forte». Ma che cosa di papa Francesco colpisce una donna?
Non sono solo le parole spese a favore delle donne. È il suo comportamento. Lui insegna ad accarezzare, ad amare con tenerezza e a fare del mondo una cosa bella (usiamo volutamente le sue stesse espressioni).
Francesco è un papa che ha atteggiamenti estremi di

Ma in cielo fa freddo
di Massimo Gramellini
Con il linguaggio disadorno dei messaggeri di morte, un comunicato Air France segnala il ritrovamento di un corpo assiderato di circa dieci anni in fondo al carrello del Boeing 777 che durante la notte aveva viaggiato dalla capitale della Costa d’Avorio fino a Parigi. La prima immagine che mi entra in testa è questo bambino aggrappato a una rete di recinzione, mentre osserva gli aerei che atterrano e decollano, sognando di volare in un altrove dove tutti assomigliano a quei passeggeri vestiti bene che trascinano eleganti valigie con le rotelle. Chissà per quanto tempo si sarà perso dietro sogni di libertà, che nel suo caso significava anzitutto libertà dal bisogno. La Costa d’Avorio produce più ricchezza di qualsiasi altra nazione dell’Africa occidentale, ma non è capace di farla colare lungo i gradini della scala sociale e il quaranta per cento dei suoi abitanti conosce la miseria assoluta. Il bambino doveva far parte di quel quaranta per cento. Ma non era un numero. Era un bambino. Lo vedo dilatare gli occhi nella contemplazione degli enormi carrelli che si ritraggono nel grembo degli aerei, una volta spiccato il volo. Lì dentro mi sentirò al sicuro, avrà pensato, mentre aggirava i tiepidi controlli per andare a sistemarsi nella sua bara di gelo. Una follia, ma non aveva esperti con cui confidarsi: solo disperati da cui scappare. Spero sia morto senza accorgersene. Come un novello Icaro in fuga da un labirinto di cui non riesce a trovare l’uscita.
Corriere della Sera, 9 gennaio 2020
https://www.corriere.it/caffe-gramellini/20_gennaio_09/ma-cielo-fa-freddo-9fb7293c-3257-11ea-bc0f-5b1ee8f7f455.shtml?fbclid=IwAR1b3xfXpWAN0dwlxJylzYPMbIunaBxV__e8z19d-_n9FFA_fAkLOUSXSBk

Quando gridano le pietre
di Enzo Bianchi
(...) Comprendiamo l'urgenza delle parole pronunciate recentemente da papa Francesco al Memoriale della Pace di Hiroshima: «L'uso dell'energia atomica per fini di guerra è immorale, come allo stesso modo è immorale il possesso delle armi atomiche». Parole attorno alle quali, però, si è subito creato un cordone sanitario di tacitamento, al punto che Francesco le ha volute riprendere, sottolineando la sua intenzione che «questa condanna deve essere presente nel Catechismo della Chiesa cattolica».
Questo è il destino di ogni voce profetica all'interno della società: da un lato non stancarsi di farsi "voce di chi non ha voce", dei più indifesi, delle vittime di guerre di cui non sanno il perché; dall'altro, constatare come questa voce sia osteggiata e silenziata da chi ha maggiore potenza mediatica.
Infatti, ogni volta che il magistero papale ha affrontato il tema del disarmo — in particolare nucleare — come via per la pace giusta, ha incontrato la stessa congiura di silenzio: dalla Pacem in terris di papa Giovanni, con la sua affermazione che «è estraneo alla ragione» pensare di poter ristabilire la giustizia attraverso la guerra, fino al discorso di Paolo VI all'Onu o alle parole di Giovanni Paolo II contro la guerra in Jugoslavia e in Iraq, sempre la portata dirompente di queste parole è stata smorzata, coperta da discorsi fuorvianti, svilita in distinguo speciosi, persino all'interno della chiesa stessa.
Certe parole non le si vuole proprio ascoltare: forse perché si teme che, ascoltate e prese sul serio dall'opinione pubblica, potrebbero ispirare qualche politico o responsabile di governo ad agire di conseguenza.
Significativa l'annotazione che il monaco Thomas Merton scrisse nel suo diario all'uscita dell'enciclica Pacem in terris, dopo che negli anni precedenti i suoi stessi superiori avevano censurato gli scritti da lui dedicati alla pace: «Se papa Giovanni avesse dovuto passare al vaglio dei censori dell'ordine trappista, questa enciclica non sarebbe mai uscita». Eppure, vale per i profeti quanto Gesù disse a chi criticava i bambini che lo accoglievano con gioia: «Se questi taceranno, grideranno le pietre!».
in "la Repubblica" del 6 gennaio 2020

«(...) I Magi era esperti di stelle e di scienza. È bella questa presenza della sapienza e della scienza nel presepe, una benedizione necessaria in questo tempo di crisi; come è anche bello vedere uomini, maschi che sono capaci di fare doni: maschio è Erode, maschi sono i magi, ieri e oggi. (...)
Non basta credere in altri dèi per essere nemici della fede biblica. I primi avversari dei profeti e del popolo d’Israele sono stati i falsi profeti, che credevano e adoravano lo stesso YHWH, che conoscevano perfettamente la Legge e la citavano a memoria. La visita dei magi ci dice allora che Dio resta vero e unico anche se ognuno lo chiama con un nome diverso. Non siamo i padroni del nome di Dio, che è sempre più grande e plurale dei nostri tentativi vani di imprigionarlo dentro la nostra religione. (...)
Non c’è dono senza un cammino, senza un viaggio materiale o spirituale. Ci si alza, si va a trovare quella persona che abbiamo deciso di onorare con la nostra visita e con il nostro dono. Quasi tutto quello che volevamo dire a quella persona lo diciamo andandola a trovare: è il corpo in movimento a dirle le cose più importanti. (...)
Poi c’è la stella. Nei doni, di certo in quelli più importanti, non si parte senza l’apparizione di una "stella" - senza una voce, un segno, una convocazione. Ci si mette in cammino perché qualcuno o qualcosa ci chiama dentro - qualche volta è un grido. (...)
È la gioia la tipica reciprocità di questi doni, una gioia speciale e grandissima che conosciamo solo se e quando facciamo i doni-stella. Sembrano doni unilaterali, ma non è vero, perché questa "gioia grandissima" è una forma essenziale di reciprocità. (...)
Chi sa donare non occupa spazi, li libera. È discreto. Parte in fretta, sa stare senza fretta, in fretta riparte. Non si appropria del tempo della reciprocità. E porta via con sé solo quella "grandissima gioia".
Luigino Bruni, Avvenire 4.01.20202
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/luigino-bruni-epifania

“Epifania” (espressione greca) significa “manifestazione”; ricordiamo quindi le prime manifestazioni di Gesù: la visita dei Magi; il battesimo al fiume Giordano; la trasformazione dell’acqua in vino a Cana.
Per i cristiani è la quarta festa più importante dell’anno liturgico (dopo la Pasqua, la Pentecoste e il Natale) e non ha nulla a che spartire con la storpiatura del nome in “befana” (è da ignoranti – oltre che da maleducati – augurare “Buona befana” o dare della “befana” alle signore).
Noi crediamo e speriamo che la manifestazione di Dio al mondo sia accompagnata e veicolata dal profumo di vita buona che portano i figli di Dio. In particolare, considerata la provenienza dei personaggi stranieri arrivati a Betlemme seguendo una stella, noi preghiamo in modo particolare affinché la Chiesa si manifesti “comunità delle genti e dalle genti”, capace di accogliere i diversi linguaggi e modalità in cui si esprimono le culture dei popoli.
don Chisciotte Mc 200106

"L'uomo è fatto per comunicare e per amare, secondo il disegno creativo di Dio. E ciascuno di noi vive l'immensa nostalgia di poter comunicare a fondo e autenticamente; nessuna persona umana sfugge a questo intimo desiderio che penetra in tutte le nostre relazioni, rimane anche là dove tutto il resto sembra depravato e corrotto. Persino negli abissi della più cupa disperazione e disgusto di sè affiora, come una stella alpina sull'abisso, la voglia comunque di comunicare davvero con qualcuno, di trovare una persona che in qualche modo ci capisca e ci accetti.
Questo stigma che portiamo dentro per sempre è un riflesso di Colui che ci ha creati e insieme testimonia le storture che noi abbiamo imposto a tale desiderio, a tale diritto sano".
Carlo Maria Martini, "Ritrovare se stessi"

Giuseppe, un padre concreto e sognatore
di Ermes Ronchi
Il Vangelo racconta di una famiglia guidata da un sogno. Oggi noi, a distanza, vediamo che il personaggio importante di quelle notti non è Erode il Grande, non è suo figlio Archelao, ma un uomo silenzioso e coraggioso, concreto e sognatore: Giuseppe, il disarmato che è più forte di ogni Erode. E che cosa fa Giuseppe? Sogna, stringe a sé la sua famiglia, e si mette in cammino. Tre azioni: seguire un sogno, andare e custodire.
Tre verbi decisivi per ogni famiglia e per ogni individuo; di più, per le sorti del mondo.
Sognare è il primo verbo. È il verbo di chi non si accontenta del mondo così com'è. Un granello di sogno, caduto dentro gli ingranaggi duri della storia, è sufficiente a modificarne il corso. Giuseppe nel suo sogno non vede immagini, ascolta parole, è un sogno di parole. È quello che è concesso a ciascuno di noi, noi tutti abbiamo il Vangelo che ci abita con il suo sogno di cieli nuovi e terra nuova. Nel Vangelo Giuseppe sogna quattro volte (l'uomo giusto ha gli stessi sogni di Dio) ma ogni volta l'angelo porta un annunzio parziale, ogni volta una profezia breve, troppo breve; eppure per partire e ripartire, Giuseppe non pretende di avere tutto l'orizzonte chiaro davanti a sé, ma solo tanta luce quanta ne basta al primo passo, tanto coraggio quanto serve alla prima notte, tanta forza quanta basta per cominciare.
Andare, è la seconda azione. Ciò che Dio indica, però, è davvero poco, indica la direzione verso cui fuggire, solo la direzione; poi devono subentrare la libertà e l'intelligenza dell'uomo, la creatività e la tenacia di Giuseppe. Tocca a noi studiare scelte, strategie, itinerari, riposi, misurare la fatica. Il Signore non offre mai un prontuario di regole per la vita sociale o individuale, lui accende obbiettivi e il cuore, poi ti affida alla tua libertà e alla tua intelligenza.
Il terzo verbo è custodire, prendere con sé, stringere a sé, proteggere. Abbiamo il racconto di un padre, una madre e un figlio: le sorti del mondo si decidono dentro una famiglia. È successo allora e succede sempre. Dentro gli affetti, dentro lo stringersi amoroso delle vite, nell'umile coraggio di una, di tante, di infinite creature innamorate e silenziose. «Compito supremo di ogni vita è custodire delle vite con la propria vita» (Elias Canetti), senza contare fatiche e senza accumulare rimpianti. Allora vedo Vangelo di Dio quando vedo un uomo e una donna che prendono su di sé la vita dei loro piccoli; è Vangelo di Dio ogni uomo e ogni donna che camminano insieme, dietro a un sogno. Ed è Parola di Dio colui che oggi mi affianca nel cammino, è grazia di Dio che comincia e ricomincia sempre dal volto di chi mi ama.
https://www.avvenire.it/rubriche/pagine/giuseppe-un-padre-concretoe-sognatore?fbclid=IwAR2tuToW7DUFFQGrTWZv4FE-orYTOaH_UpKiLAz4xTWlOj1gJMIrNyaoStA

Si può sperare solo insieme
di Enzo Bianchi
«Il tempo scorre inesorabilmente, un altro anno è passato, ed ecco ne inizia uno nuovo, al quale quasi sempre leghiamo attese, speranze; ma soprattutto, rimandiamo all'anno che inizia ciò che dovevamo fare e non abbiamo ancora fatto.
Anche questo però dipende dalle stagioni della vita che viviamo, perché con il passare degli anni si impone sempre più davanti a noi il principio della realtà: e così siamo posti di fronte alle difficoltà incontrate, ai progetti caduti nel vuoto, a sogni che si mostrano illusori, a fallimenti ineludibili... Vengono inoltre meno le energie e gli entusiasmi della giovinezza e appaiono le tentazioni, prima sconosciute, connesse al crescente cinismo.
Così il passare del tempo ci opprime, «non abbiamo più tempo», ripetiamo spesso, anche a causa della dittatura dei tempi della tecnica e dell'informatica, e finiamo per non vivere più nel tempo ma nell'accelerazione del tempo. Abitare il tempo significa invece abitare ciò che viviamo, ritrovare il senso della durata, darsi tempo per guardare indietro, in avanti, e dunque per considerare con sapienza il presente, assumendo la realtà: in una parola, siamo chiamati a fare del tempo il luogo, lo spazio della vita. Ed ecco che allora, finalmente, il tempo si manifesta come il senso della vita». (continua)
su "La Repubblica", 30.12.2019