Dici di rispettare il santo popolo di Dio,

ma poi non lo consulti,
non lo informi,
non lo rispetti...
La reazione puoi immaginarla.
don Chisciotte Mc, 210120


Di fronte alla vaghezza

e alla stupefacente superficialità
di taluni "uomini" (eufemismo),
ammetto - sob! - di tornare ad apprezzare un po'
la funzione contenitiva
della precisione del diritto (canonico, civile, penale).
don Chisciotte Mc, 210119

«In questo momento la classe dirigenziale tutta non ha il diritto dire “Io”. Si deve dire “Noi” e cercare un'unita davanti alla crisi. Passata la crisi ognuno ritorni a dire “Io”, ma in questo momento, un politico, anche un dirigente, un vescovo, un sacerdote, che non ha la capacità di dire “noi” non è all'altezza della situazione. Deve prevalere il “Noi”, il bene comune di tutti. L'unità è superiore al conflitto». «I conflitti sono necessari, ma in questo momento devono fare vacanze. Bisogna sottolineare l'unità, del paese, della chiesa e della società. Chi dice che 'in questo modo si possano perdere le elezioni' dico che non è il momento, questo è il momento della raccolta. “L'uva si raccoglie in autunno”, questo è il momento di pace e non crisi, bisogna seminare il bene comune». «Io dico a tutti i dirigenti - pastorali, politici, imprenditoriali - di cancellare per un po' la parola “io” e dire la parola “noi”. Perdi un'opportunità: la storia te ne darà un'altra. Ma non fare il tuo negoziato, il tuo negozio sulla pelle dei fratelli e delle sorelle che stanno soffrendo per la crisi».
papa Francesco, intervista 10.01.2021


E' dirompente per me vedere che non riescano ad avere né una linea, né un metodo.

Trovo estremamente stolto che non abbiano la consapevolezza della loro incapacità e che perpetuino degli stili inconcludenti e legati a dinamiche che potrebbero e dovrebbero essere superate.
Questo accade perché non ascoltano davvero e perché non sono umili, così da mettersi in stato di conversione.
E tutto questo non suggerisce segnali di speranza e non la suscita, anzi fa cadere le braccia e disamora.
Meno male che lo Spirito Santo soffia... anche altrove, soprattutto altrove.
don Chisciotte Mc, 210115

“Wittgenstein nei suoi appunti del 1914-16 annotava: «Pregare è pensare al senso della vita». Kierkegaard era ancor più radicale: «Gli antichi dicevano che pregare è respirare. Si vede, allora, quanto sia sciocco chiedersi un “perché”. Perché io respiro? Per non morire. Così con la preghiera». (…)
In questo nostro contesto la preghiera diventa apparentemente «impossibile» e l’anima si intisichisce. Eppure, proprio nel deserto spirituale che la tecnocrazia sta creando, radendo al suolo ogni anelito verso la trascendenza, Jacques Ellul (autore de “L’impossibile preghiera”) è convito che si debba far scorrere il fiume fecondatore dell’orazione. Ma perché le sue acque siano pure, è necessario smitizzare «visioni intime e rassicuranti della preghiera» e ai «fondamenti fragili» sostituirne di solidi, rigenerando il linguaggio.
In questa operazione catartica lo studioso replica anche a «tutte le ragioni per non pregare», a partire da quella implicita ma dominante in molte persone: «E’ perfettamente possibile vivere senza pregare». Introduce, così, la «sola ragione» che motiva il pregare. Essa è a prima vista paradossale, affidata a un comandamento di Cristo: «Vegliate e pregate!». Non possiamo né vogliamo articolare questa «ragione» così sconcertante nel suo stesso autoporsi: solo la lettura del capitolo quarto che è il cuore del libro, con la finezza delle sue argomentazioni, il ricamo delle citazioni, la vivacità stessa del dettato, può dispiegare il senso di questo atto tutt’altro che consolatorio o devozionale e magico. Non per nulla l’ultimo capitolo è - nella linea di un’antica tradizione spirituale che ha un suo archetipo simbolico nella lotta del patriarca ebreo Giacobbe con l’Essere misterioso lungo le rive del fiume Jabboq (Genesi 32,23-33) - segnato dall’immagine del «combattimento» con Dio e persino contro Dio. (…).
di Gianfranco Ravasi, in “Il Sole 24 Ore” del 10.01.2021

Come nostre autorità (civili e religiose) abbiamo spesso scelto, accettato, benedetto, subìto dei personaggi narcisisti, spregiudicati, arrivisti, incompetenti… pensando che così ci avrebbero lasciati in pace nelle nostre pigrizie, comodità e incapacità...
don Chisciotte Mc, 210114


Ieri pomeriggio ho presieduto in chiesa le esequie di una suora; al cimitero ho benedetto prima le ceneri di una signora e poi quelle di un signore; in una funeral home ho pregato davanti alla salma di un defunto.

Il Dio della Vita.
don Chisciotte Mc, 210113

LETTERA APOSTOLICA di papa Paolo VI, IN FORMA DI MOTU PROPRIO
"MINISTERIA QUAEDAM" (15.08.1972)
"Fin dai tempi più antichi furono istituiti dalla Chiesa alcuni ministeri al fine di prestare debitamente a Dio il culto sacro e di offrire, secondo le necessità, un servizio al popolo di Dio. Con essi erano affidati ai fedeli, perché li esercitassero, degli uffici di carattere liturgico e caritativo a seconda delle varie circostanze. Il conferimento di tali uffici spesso avveniva mediante un particolare rito, col quale il fedele, ottenuta la benedizione di Dio, era costituito in una speciale classe o grado per adempiere una determinata funzione ecclesiastica" (...)
III. I ministeri possono essere affidati anche ai laici, di modo che non siano più considerati come riservati ai candidati al sacramento dell'Ordine. (...)
VII. L'istituzione del Lettore e dell'Accolito, secondo la veneranda tradizione della Chiesa, è riservata agli uomini. (...)
Le suddette norme entreranno in vigore dal l° gennaio dell'anno 1973.
papa Paolo VI
http://www.vatican.va/content/paul-vi/it/motu_proprio/documents/hf_p-vi_motu-proprio_19720815_ministeria-quaedam.html


When I am down and, oh my soul, so weary
"Quando sono a terra, oh anima mia, e così depresso
When troubles come and my heart burdened be
quando arrivano i problemi e opprimono il mio cuore
Then, I am still and wait here in the silence
Poi, i sono ancora qui e aspetto nel silenzio
"Until You come and sit awhile with me.
finché non arrivi tu, e stai un po' con me
You raise me up, so I can stand on mountains
Mi porti in alto, così che io possa stare sulle montagne
You raise me up, to walk on stormy seas
Mi porti in alto, per attraversare mari in tempesta
I am strong, when I am on your shoulders
Sono forte, quando sono sulle tue spalle
You raise me up to more than I can be
Mi porti in alto: più di quanto possa fare io.
You raise me up, so I can stand on mountains
Mi porti in alto, così che io possa stare sulle montagne
You raise me up, to walk on stormy seas
Mi porti in alto, per attraversare mari in tempesta
I am strong, when I am on your shoulders
Sono forte, quando sono sulle tue spalle
You raise me up to more than I can be.
Mi porti in alto: più di quanto possa fare io.
You raise me up, so I can stand on mountains
Mi porti in alto, così che io possa stare sulle montagne
You raise me up, to walk on stormy seas
Mi porti in alto, per attraversare mari in tempesta
I am strong, when I am on your shoulders
Sono forte, quando sono sulle tue spalle
You raise me up to more than I can be.
Mi porti in alto: più di quanto possa fare io.
You raise me up, so I can stand on mountains
Mi porti in alto, così che io possa stare sulle montagne
You raise me up, to walk on stormy seas
Mi porti in alto, per attraversare mari in tempesta
I am strong, when I am on your shoulders
Sono forte, quando sono sulle tue spalle
You raise me up to more than I can be.
Mi porti in alto: più di quanto possa fare io.
You raise me up to more than I can be.
Mi porti in alto: più di quanto possa fare io".


Il sogno dei re magi

1120-1130 - Gislebertus scultore francese - Capitello del coro - Cattedrale di San Lazzaro - Autun - Francia
«E avvertiti in sogno di non tornare da Erode, ritornarono per un'altra via al loro paese. » Vangelo secondo Matteo (2-12)
L'angelo indica la stella con la mano sinistra e tocca con la mano destra un re mago che si sveglia e apre gli occhi. Gli altri due re hanno gli occhi chiusi, dormono ancora. La scena è raccontata con tutta la chiarezza, la semplicità e la freschezza che caratterizza l'arte romanica. I magi non sono rappresentati in prospettiva, ma in modo graduato, l'uno sopra l'altro. Ciò permette di mostrare chiaramente le tre corone e soprattutto i tre volti dei magi che si possono così facilmente riconoscere. Rappresenta le tre età della vita: il giovane imberbe dorme tra l'uomo adulto baffuto e il vecchio uomo barbuto. Se si guardano bene i loro occhi, ci si accorge anche che il mago il cui angelo tocca il dito ha i due occhi spalancati mentre il suo vicino ne apre solo uno e il terzo dorme ancora. Lo scultore ha adottato questo processo pieno di ingenuità e umorismo per evocare uno svolgimento nel tempo, come una decomposizione del movimento di risveglio.


Oggigiorno, fare ancora gli auguri alle donne perché “befane” è uno dei segni della bassezza culturale, della misoginia e della superficialità spirituale del nostro Paese (e dei cristiani).

don Chisciotte Mc, 210106


Il potere ignorante e malefico attecchisce e si nutre di non-conoscenza.
La conoscenza, invece, dona libertà.
don Chisciotte Mc, 210105

(...) "Il Catechismo scrive: «Ogni avvenimento e ogni necessità può diventare motivo di ringraziamento» (n. 2638). *La preghiera di ringraziamento comincia sempre da qui: dal riconoscersi preceduti dalla grazia*. Siamo stati pensati prima che imparassimo a pensare; siamo stati amati prima che imparassimo ad amare; siamo stati desiderati prima che nel nostro cuore spuntasse un desiderio. Se guardiamo la vita così, allora il “grazie” diventa il motivo conduttore delle nostre giornate. Tante volte dimentichiamo pure di dire “grazie”.
Per noi cristiani il rendimento di grazie ha dato il nome al Sacramento più essenziale che ci sia: l’Eucaristia. La parola greca, infatti, significa proprio questo: ringraziamento. I cristiani, come tutti i credenti, benedicono Dio per il dono della vita. Vivere è anzitutto aver ricevuto la vita. Tutti nasciamo perché qualcuno ha desiderato per noi la vita. E questo è solo il primo di *una lunga serie di debiti che contraiamo vivendo. Debiti di riconoscenza*. Nella nostra esistenza, più di una persona ci ha guardato con occhi puri, gratuitamente. Spesso si tratta di educatori, catechisti, persone che hanno svolto il loro ruolo oltre la misura richiesta dal dovere. E hanno fatto sorgere in noi la gratitudine. Anche l’amicizia è un dono di cui essere sempre grati.
*Questo “grazie” che dobbiamo dire continuamente, questo grazie che il cristiano condivide con tutti, si dilata nell’incontro con Gesù*. I Vangeli attestano che il passaggio di Gesù suscitava spesso gioia e lode a Dio in coloro che lo incontravano. I racconti del Natale sono popolati di oranti con il cuore allargato per la venuta del Salvatore. E anche noi siamo stati chiamati a partecipare a questo immenso tripudio. (...)
Questo è il nocciolo: *quando tu ringrazi, esprimi la certezza di essere amato*. E questo è un passo grande: avere la certezza di essere amato. È *la scoperta dell’amore come forza che regge il mondo*. Dante direbbe: l’Amore «che move il sole e l’altre stelle” (Paradiso, XXXIII, 145). Non siamo più viandanti errabondi che vagano qua e là, no: *abbiamo una casa, dimoriamo in Cristo*, e da questa “dimora” contempliamo tutto il resto del mondo, ed esso ci appare infinitamente più bello. Siamo figli dell’amore, siamo fratelli dell’amore. Siamo uomini e donne di grazia.
Dunque, fratelli e sorelle, cerchiamo di stare sempre nella gioia dell’incontro con Gesù. Coltiviamo l’allegrezza. Invece il demonio, dopo averci illusi - con qualsiasi tentazione - ci lascia sempre tristi e soli. *Se siamo in Cristo, nessun peccato e nessuna minaccia ci potranno mai impedire di continuare con letizia il cammino, insieme a tanti compagni di strada*.
Soprattutto, non tralasciamo di ringraziare: *se siamo portatori di gratitudine, anche il mondo diventa migliore*, magari anche solo di poco, ma è ciò che basta per trasmettergli un po’ di speranza. Il mondo ha bisogno di speranza e con la gratitudine, con questo atteggiamento di dire grazie, noi trasmettiamo un po’ di speranza. Tutto è unito, tutto è legato e ciascuno può fare la sua parte là dove si trova. La strada della felicità è quella che San Paolo ha descritto alla fine di una delle sue lettere: «Pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie: questa infatti è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi. Non spegnete lo Spirito» (1 Ts 5,17-19). No spegnere lo Spirito, bel programma di vita! *Non spegnere lo Spirito che abbiamo dentro ci porta alla gratitudine*.
*Catechesi di papa Francesco*, 30.12.2020

Il 2020 è stato l'anno del "memento mori"
I morti silenziosi. Nudi, a faccia in giù con un tubo in gola e seppelliti in sordina.
Il 2020 è stato l'anno del "memento mori". Nessuno di noi, che non sia stato lambito dalla guerra, potrà ricordare un'ecatombe di portata simile. Quasi 70mila vittime, non per mano di un nemico in divisa, che potremmo permetterci anche di odiare. Sono state strozzate da un quasi nulla, un microscopico grumo, una pallina di pochi nano millimetri. Un filamento infinitesimale di RNA che abbiamo giocato a raffigurare come fiore velenoso con una corolla di glicoproteine, qualcosa sospeso tra un abbozzo di organismo e un ultra corpo alieno.
Allo scoppio della pandemia è cominciata a circolare la notizia di una strage; si moriva a grappoli, silenziosamente bombardati a tappeto dal Covid 19. Noi, che all'inizio ci sentivamo al sicuro nelle retrovie, abbiamo però pensato che la cosa ci riguardasse non più di tanto. Per esorcizzare un male concreto lo abbiamo spostato nell'universo delle narrazioni incrociate, ci siamo creati ad personam il simulacro della nostra paura, proprio come gli antichi ritraevano sotto la forma di demoni ungulati e cornuti le loro afflizioni senza spiegazione.
Abbiamo tutti contribuito al favoleggiare, fino a ridurre a un mito ambiguo quel virus incoronato. Intanto quello ha continuato a uccidere, moltiplicandosi e togliendo il respiro ai più fragili tra noi. Questo ci ha notevolmente destrutturato, solo però perché siamo stati costretti a riconsiderare grande parte delle nostre certezze, sedimentate su abitudini che consideravamo non più negoziabili. Il morire altrui per i più superficiali di noi era quindi ben poca cosa, di fronte alla libertà di muoversi per strada, di essere parte di una folla, di ballare, correre, abbracciare, scambiarsi fluidi e moine.
Questo è l'apice più atroce dei tanti coefficienti che hanno condannato all'esser salme desolate le vittime del Covid. Abbiamo invocato il diritto alla movida di fronte a carni che si raffreddavano lontane dalle lacrime di chi potesse rimpiangerle. Ci siamo industriati a cercare di fare tutto come se niente fosse accaduto, abbiamo finto di non vedere come

papa Francesco, omelia della notte di Natale 2020
"La sua nascita è *per noi: per me, per te, per tutti* noi, per ciascuno. Per è la parola che ritorna in questa notte santa: «Un bambino è nato per noi», ha profetato Isaia; «Oggi è nato per noi il Salvatore», abbiamo ripetuto al Salmo; Gesù «ha dato se stesso per noi» (Tt 2,14), ha proclamato San Paolo; e l’angelo nel Vangelo ha annunciato: «Oggi è nato per voi un Salvatore» (Lc 2,11). Per me, per voi.
Ma che cosa vuole dirci questo per noi? Che il Figlio di Dio, il benedetto per natura, viene a farci figli benedetti per grazia. Sì, Dio viene al mondo come figlio *per renderci figli di Dio*. Che dono stupendo! Oggi Dio ci meraviglia e dice a ciascuno di noi: *“Tu sei una meraviglia”*. Sorella, fratello, non perderti d’animo. Hai la tentazione di sentirti sbagliato? Dio ti dice: “No, *sei mio figlio!*” Hai la sensazione di non farcela, il timore di essere inadeguato, la paura di non uscire dal tunnel della prova? Dio ti dice: *“Coraggio, sono con te”*.
Non te lo dice a parole, ma facendosi figlio come te e per te, per ricordarti *il punto di partenza di ogni tua rinascita: riconoscerti figlio di Dio, figlia di Dio*. Questo è il punto di partenza di qualsiasi rinascita. È questo il cuore indistruttibile della nostra speranza, il nucleo incandescente che sorregge l’esistenza: al di sotto delle nostre qualità e dei nostri difetti, più forte delle ferite e dei fallimenti del passato, delle paure e dell’inquietudine per il futuro, c’è questa verità: siamo figli amati.
E *l’amore di Dio per noi non dipende e non dipenderà mai da noi: è amore gratuito*. Questa notte non trova spiegazione in altra parte: soltanto, la grazia. Tutto è grazia. Il dono è gratuito, senza merito di ognuno di noi, pura grazia. Stanotte, ci ha detto san Paolo, «è apparsa infatti la grazia di Dio» (Tt 2,11). Niente è più prezioso.
(...) Viene un dubbio: il Signore ha fatto bene a donarci così tanto, fa bene a nutrire ancora fiducia in noi? Non ci sopravvaluta? *Sì, ci sopravvaluta, e lo fa perché ci ama da morire. Non riesce a non amarci*. È fatto così, è tanto diverso da noi. *Ci vuole bene sempre, più bene di quanto noi riusciamo ad averne per noi stessi*. È il suo segreto per entrare nel nostro cuore. Dio sa che *l’unico modo per salvarci, per risanarci dentro, è amarci: non c’è un altro modo*. Sa che noi miglioriamo solo accogliendo il suo amore instancabile, che non cambia, ma ci cambia. Solo l’amore di Gesù trasforma la vita, guarisce le ferite più profonde, libera dai circoli viziosi dell’insoddisfazione, della rabbia e della lamentela. (...)
http://www.vatican.va/content/francesco/it/homilies/2020/documents/papa-francesco_20201224_omelia-natale.html

Il vescovo Derio presenta il salmo 131:
 

 

Apprezzo quando qualcuno sa fare il suo mestiere (anche il pubblicitario).
Apprezzo quando si sa cogliere il proprio tempo e rileggerlo in modo creativo.
Apprezzo quando la nascita di una nuova vita è considerata una Bella Notizia!

 

 

« ... E’ del tutto ragionevole che la eccezionalità dei tempi di “contagio” suggerisca ai pastori la possibilità di ricorrere alla “terza forma” del sacramento della penitenza. A maggior ragione ciò può essere consigliabile nel momento in cui si avvicina uno dei due appuntamenti (Natale e Pasqua) che attira il maggior numero di penitenti lungo l’anno liturgico. Il rituale mette a disposizione la III forma di qualsiasi pastore. Ma l’utilizzo è subordinato ad una valutazione che spetta al Vescovo. Ovviamente, trattandosi di un rito che interviene “in casi eccezionali”, non sempre la eccezionalità è prevedibile.
Nel caso specifico, una riflessione, iniziata da marzo scorso, ha preparato il campo a decisioni ragionevoli, che vengono a porsi in modo armonico con quelle più immediate, in relazione alla scorsa pasqua, che avevano preferito ricorrere al concetto di “votum sacramenti”, spostando la dinamica sul piano del “desiderio della coscienza del singolo”, impedito dalla condizione di presidio sanitario, piuttosto che sul piano di una confessione/assoluzione generale. Considerata la recezione di questo nuovo orientamento, vorrei segnalare una serie di questioni che potrebbero essere considerate in questo ambito:

a) Il distanziamento e la comunità di perdono
Il modello adottato durante il “lockdown duro” di marzo-maggio ricorreva al tema del “desiderio di confessione”, del “votum sacramenti”. Oggi si pensa alla “terza forma” del sacramento, che ha altri vantaggi, ma limiti almeno altrettanto gravi. Poiché presuppone una qualche forma di “raduno”, anche se non esige le forme dell’avvicinamento individuale al singolo confessore. Per questo, però, incontra la difficoltà di “grandi raduni”, sia pure distanziati, sul modello del raduno eucaristico.

b) La difficile penitenza nella esperienza generale di confessione
Un secondo punto da considerare è il seguente: se il “votum sacramenti” patisce il limite della mancanza di interlocutore ecclesiale, la “terza forma” del sacramento è un consistente e autorevole annuncio del perdono a cui non corrisponde però, necessariamente, né la elaborazione della parola personale né il lavoro sulla libertà. E questo, lo si deve riconoscere, non è un limite da poco.

c) La forza della parola di perdono e la fragilità della risposta
D’altra parte, nella condizione di sofferenza comunitaria determinata dalla pandemia, la forza di

Mi addolora molto,
ma non ha ancora capito.
don Chisciotte Mc, 17.12.2020

«Quale forza contenuta nella cosa donata fa sì che il donatario la ricambi?» si chiedeva all'inizio del secolo scorso Marcel Mauss. Possiamo oggi riproporre la domanda, ricordando però che la reciprocità che fonda l'economia del dono non si riduce a uno scambio tra due individui. La reciprocità genera un terzo elemento: la relazione. Se questa relazione sarà generativa, avremo un'economia del dono. Se si limiterà a un generico e momentaneo sfogo di buone intenzioni, non avremo generatività, ma stagnazione.
"La reciprocità è una costante nelle relazioni umane. Può essere quella negativa della vendetta – in cui viene ricambiato un colpo ricevuto – o quella positiva del dono. L’idea che il dono più autentico escluda la reciprocità mi sembra sbagliata e anche paradossale. Dopotutto, se c’è più gioia nel dare che nel ricevere, non sarebbe ingeneroso privare di questa gioia il destinatario del dono? Il bello del dono è che fa nascere il desiderio di dare a propria volta. Ma la reciprocità non prende sempre la forma di uno scambio diretto. Chi riceve un dono può farne uno a un terzo, alimentando così una catena di reciprocità positiva che coinvolge sempre nuove persone" (Mark Anspack, antropologo).
segue: http://www.vita.it/it/article/2020/12/01/donare-e-un-rischio-che-dobbiamo-correre/157550/?fbclid=IwAR10f9nPL9zH3EhGcml3i_ZZr680P6fx1LeWHKgzVdcHd6c7Ob5QcOwKdkE






Solo le pido a Dios
Solo chiedo a Dio
Que el dolor no me sea indiferente
Che il dolore non mi sia indifferente
Que la reseca muerte no me encuentre
Che la morte arida non mi trovi
Vacía y sola sin haber hecho lo suficiente
Vuota e sola senza aver fatto a sufficienza
Solo le pido a Dios
Solo chiedo a Dio
Que lo injusto no me sea indiferente
Che l'ingiustizia non mi sia indifferente
Que no me abofeteen la otra mejilla
Che non mi schiaffeggino l'altra guancia
Después que una garra me arañó esta suerte
Dopo que un artiglio mi ha graffiato questa fortuna
Solo le pido a Dios
Solo chiedo a Dio
Que la guerra no me sea indiferente
Che la guerra non

Un video - tratto dal film profetico "Habemus papam - che mi fa sorridere e mi fa piangere allo stesso tempo.
 

 

Per l'inculturazione della liturgia. Il Messale in rito zairese. È il primo
papa Francesco, martedì 1 dicembre 2020
Pubblichiamo la prefazione del Pontefice al volume “Papa Francesco e il Messale Romano per le diocesi dello Zaire” (Libreria Editrice Vaticana, 228 pagine, 20 euro) curato da Rita Mboshu Kongo. Si tratta, come scrive lo stesso Bergoglio, di uno strumento per conoscere meglio il rito zairese (Zaire è l’ex nome della Repubblica Democratica del Congo), finora «l’unico rito inculturato della Chiesa latina approvato dopo il Concilio Vaticano II» e come tale «esempio di inculturazione liturgica».
Il volume curato da suor Rita Mboshu Kongo è uno strumento per conoscere approfonditamente diversi aspetti del Messale Romano per le diocesi dello Zaire. Il 1° dicembre 2019, prima domenica di Avvento, abbiamo celebrato l’Eucaristia secondo il « Missel Romain pour les diocèses du Zaïre », approvato dalla Congregazione per il Culto divino il 30 aprile 1988. Finora è l’unico rito inculturato della Chiesa latina approvato dopo il Concilio Vaticano II. Il rito zairese del Messale Romano è ritenuto come esempio di inculturazione liturgica. Si sente che nella celebrazione secondo il rito zairese vibra una cultura e una spiritualità animata da canti religiosi a ritmo africano, il suono dei tamburi e altri strumenti musicali che costituiscono un vero progresso nel radicamento del messaggio cristiano nell’anima congolese. Si tratta di una celebrazione gioiosa. È un vero luogo di incontro con Gesù. Si vive ciò che abbiamo scritto: « La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia » ( Evangelii gaudium 1). Nel volume c’è giustamente un richiamo alla necessità di andare più in profondità, a qualcosa che tocchi l’animo, il pensiero, la sensibi-lità, il mondo culturale delle persone. La liturgia deve toccare il cuore dei membri della Chiesa locale ed essere suggestiva. «Il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale», bensì, «restando pienamente se stesso, nella totale fedeltà all’annuncio evangelico e alla tradizione ecclesiale, esso porterà anche il volto delle tante culture e dei tanti popoli in cui


Ma le ho sentite solo io, in ciascuna delle sacrestie in cui sono stato in ciascuna delle notti di Natale in cui ho vissuto la tradizionale (per nulla paragonabile alla Veglia pasquale!) "messa di mezzanotte", le espressioni acidule: «Chiesa piena di gente che non viene mai a messa»; «I soliti natalini»; «Sono qui solo per fare sfoggio degli abiti eleganti»; «Son qui per bere il vin brulè alla fine della messa»; «Metti tanto incenso nel turibolo, che a questi qui dà fastidio persino il fumo delle candele»; «Oh, due ore di celebrazione... non finiva più»?!

Santi abitatori di sacrestie... smemorati!
Io queste frasi non le dicevo, ma le ricordo bene.
don Chisciotte Mc, 201130

Esiste la *messa "nella notte*, ma non è scritto da nessuna parte che debba essere alle ore 24. E se lo dice anche "Aleteia"...!
https://it.aleteia.org/2020/12/01/messa-natale-mezzanotte-storia-tradizione/?fbclid=IwAR15Hu06CPjqgROC5kYnatMjcDekWms6YV6v7PN4X_QLVSVUBrL5Se9Nv3o

«Messe di notte, digiuno, luce elettrica, ordine pubblico e ordine morale. Può essere utile ricordare che fino alle riforme di Pio XII (1950) le celebrazioni eucaristiche di notte erano percepite come impossibili per molti motivi: obbligo di digiuno dalla mezzanotte precedente, ordine pubblico e assenza di illuminazione elettrica. Così voleva il Concilio di Trento...e noi spesso ci dimentichiamo di come era il mondo fino a 4 generazioni fa. Senza contare il giudizio morale sulle azioni notturne: il Card Siri nel 1951, suggeriva di riservare le veglie pasquali notturne, cui era contrario, solo per attori, circensi e prostitute... (...)
Il tratto che accomuna alcune posizioni del 1951 sulla Veglia e certe posizioni di oggi sulla Messa della notte di Natale è proprio la rigidità disciplinare e dottrinale: come allora si puntavano i piedi contro le nuove evidenze, restando nella inerzia dei comportamenti “acquisiti”, così oggi ci si irrigidisce sulle acquisizioni degli ultimi decenni, come se le nuove evidenze – di carattere pubblico e sanitario – fossero semplicemente un attentato alla identità e alla tradizione. Si usano le novità elaborate dalla riforma a partire dal 1950, sulla base non solo di antichi documenti, ma anche di nuove evidenze tecnologiche, culturali e teologiche, come se fossero dati arcaici e intoccabili, che la Chiesa da sempre avrebbe osservato. Ma non è così: la logica “trasgressiva” dei riti esige un altro approccio, mentre la Veglia pasquale e la Messa di mezzanotte vengono ridotte in questo modo a mere “occasioni disciplinari e apologetiche”: notte buia allora, notte buia oggi».
di Andrea Grillo, 2 dicembre 2020
Leggi l'intero articolo: http://www.cittadellaeditrice.com/munera/la-trasgressione-delle-tenebre-le-messe-di-notte-la-nuova-veglia-pasquale-e-una-lettera-del-cardinal-siri-del-1951/?fbclid=IwAR2ODzn-j7tHE_Lep6_TX9qCIKVTkVHFGA5_UKCHn3acgGKkrcSkyLB3als

"Ma ci pensate che bello: sono le ore 24,00 tra il 24 e il 25 dicembre. Tutte le famiglie sono in casa e si collegano fra loro e con il prete della parrocchia. Ogni famiglia davanti al presepe: si mette Gesù nella mangiatoia mentre viene letto il brano di Luca o di Matteo della Natività. Un momento di silenzio e chi vuole si prenota e legge una sua preghiera. Poi tutti assieme di canta "Tu scendi dalle stelle". Si termina facendosi gli auguri. Poi tutti a nanna".
Fiorenzo De Molli, 27.11.2020 su FB