Oggi è la memoria liturgica di sant'Ignazio di Loyola - « (...) Il suo riferimento non è la successione monastica delle ore canoniche, che scandivano il ritmo della natura e del cosmo, ma la successione di momenti interiori nella storia di una coscienza. La via dell’esercizio non soltanto non allontana dall’esistenza concreta e immediata, ma suppone che vi entri completamente, con una fiducia ardente nel tempo presente che è da ricevere e da vivere.
Questa fiducia nel tempo presente è una delle forze più chiare del temperamento di Ignazio. Egli «guarda» il mondo e gli uomini con attenzione, di solito in silenzio, senza giudicare, ma cercando di andare al di là di quello che si dice e di quello che appare. Mirar è la parola spagnola che Ignazio usa di preferenza. Guardare il presente, e nel presente percepire il futuro possibile: guardare, ma con la sfumatura che l’etimologia della parola propone e che riempie lo sguardo di una «ammirazione» controllata. Guardare, per lui, è percepire quello che si presenta, ma è anche riflettere, valutare, lasciarsi interrogare; è, ancor più, pregare. La parola ritorna soprattutto quando si tratta di prepararsi a una decisione, di valutare i pro e i contro, di discernere i tempi e i «passaggi» che abbiamo indicato. Guardare il reale senza paura, ma anche senza illusione: guardarlo come lo guarda Dio, ma anche, e nello stesso tempo, come lo guardano gli uomini.
Per questo Ignazio è pienamente aperto alla vita e agli adattamenti che essa impone. Nelle Costituzioni della Compagnia di Gesù (Cost), egli ripete continuamente che è più «conveniente»», più «utile», più «opportuno» fare una cosa, a meno che le circostanze non conducano a preferire un’altra cosa: la decisione rimane aperta per accogliere ogni urgenza e ogni nuovo appello, a condizione che il cuore sia libero da ogni «disordine» e da ogni «attaccamento» che non abbia come regola e come misura l’amore esclusivo di Dio. (...)».
https://www.laciviltacattolica.it/articolo/la-via-di-ignazio-di-loyola/?fbclid=IwAR2WwTwb4JxfRJ4vrMrb1COdbTjNMtJbs952G1Cs1cjwJsnjUcsMrWHog1s

"Quando si cambia un prete" - 3
Bisogna aver chiaro che l'obiettivo dell'azione del cambio di destinazione di un ministro ordinato non è il cambio stesso e - a rigor di termini - nemmeno l'adempimento formale del rispetto di una clausola dell'incarico (per esempio, una nomina a tempo). Non sarebbe neppure "normale" se lo spostamento fosse lo strumento più usato per "risolvere" inadempienze, incompatibilità, malefatte.
L'obiettivo è - ancora una volta - inserito nel grande "compito" della Chiesa: l'annuncio della Buona Notizia del Dio-con-noi, e - per fare questo - costituire la Chiesa in quanto corpo di Cristo, sacramento qui ed ora del Regno di Dio che verrà.
La domanda fondamentale resta dunque quella vocazionale: a cosa ci spinge lo Spirito Santo qui ed ora? In base a quali criteri corrispondere a Lui? Questa nuova destinazione costruisce la Chiesa e la fa essere evangelizzatrice?
La risposta non può che essere frutto di un discernimento comunitario: conoscere, soppesare, articolare tutto ciò che lo Spirito sta dicendo oggi a questa comunità; invocare la Sapienza e la determinazione per perseguire quell'obiettivo; raccogliere e dotare la comunità di tutte le risorse possibili affinché ci si avvicini a quell'obiettivo.
Tra queste, anche le caratteristiche di quel preciso ministro ordinato, disposto a mettersi al servizio dell'obiettivo identificato, condiviso e via via attuato.
don Chisciotte Mc, 31.07.2020

"Quando si cambia un prete" - 2
Trattandosi di una azione ecclesiale, tutti i soggetti della comunità cristiana sono coinvolti. Il popolo di Dio nella sua interezza invoca la Sapienza affinché sia intuito e perseguito il Meglio; gli operatori pastorali raccolgono e ordinano ricchezze e bisogni di quella situazione; il Consiglio Pastorale intravvede le caratteristiche adatte a perseguire quell'obiettivo spirituale; il vescovo dà compimento a questo processo, ascoltando la voce del santo popolo di Dio, servendolo, con le caratteristiche che gli sono proprie: riconoscere, esaltare, coordinare i carismi che lo Spirito Santo effonde in ogni fedele e in ogni situazione.
Tutti i soggetti siano consapevoli di far parte di questo processo-progetto e sappiano rendere ragione delle loro azioni.
don Chisciotte Mc, 30.07.2020

"Quando si cambia un prete" - 1
Espressione un po' fredda e semplicistica, ma è quella che affiora sulle labbra di coloro che vengono a sapere che "un prete va via" o che "cambiamo il parroco" o "spostano il don"...
Si tratta del cambio di destinazione di un ministro ordinato, per lo più un presbitero.
Il primo passo è ricordare che si tratta di un'azione ecclesiale (non "aziendale"). Come la Chiesa ha una natura misterica (cioè partecipa del mistero di Dio), così anche le sue azioni dovrebbero rispondere alla stessa natura misterica (non "misteriosa", intesa come segreta e incomprensibile ai più), cioè guidata dallo Spirito di Dio, la terza Persona della Trinità.
Tutti i soggetti coinvolti si pongono in atteggiamento di docilità allo Spirito Santo: silenzio; invocazione; ascolto della Parola di Dio che si manifesta nella Sacra Scrittura, nella Storia, nel popolo di Dio, nelle persone.
don Chisciotte Mc, 200728


Fascino. Sicurezza, delicatezza, unicità

di Nunzio Galantino
« (...) Un punto di partenza sicuramente più efficace per introdursi nel campo semantico della parola "fascino" è quanto Diotima dice a Socrate nel Simposio di Platone. Parlando dell'uomo «che ha imparato a contemplare l'infinito universo della bellezza», la sacerdotessa dei culti misterici afferma: «... le sue parole e i suoi pensieri saranno pieni del fascino che dà l'amore per il sapere» (210d). 
Per Platone, il fascino è espressione di una misteriosa sicurezza, che attiene più all'interiorità e all'intelligenza che alla fisicità. Anche se questa - attraverso gesti, sguardi, sorrisi e parole -contribuisce a risvegliare e provocare partecipazione di grande intensità emotiva. È questo il significato di "fascino" che fa suo anche Albert Camus, considerandolo «quella cosa per cui ti senti rispondere "sì" senza aver posto alcuna domanda precisa».
(...) Dal francese "charme" al tedesco "Ausstrahlung". In entrambi i casi, ci si riferisce all'innata delicatezza, alla grazia e comunque a un modo di essere e di rapportarsi personale che supera la mera apparenza, facendo emergere invece l'unicità di gesti, la sensatezza di parole e la profondità di sguardi puliti che attraggono. Insomma, la persona affascinante non è un replicante né uno che programma in maniera ossessiva la conquista degli altri. Questo lo fanno i mediocri. E la mediocrità, si sa, impedisce di sognare e dispiegare le ali per osare il nuovo e l'inedito.
in "Il Sole 24 Ore " del 26 luglio 2020

«Dovessimo cercare un paragone adatto al ruolo del predicatore, forse sarebbe giusto ricorrere all'immagine di un innamorato, che ogni domenica in cinque minuti spiega e rispiega ad altri amanti come e perché lui personalmente è stato preso da quel messaggio che ha appena letto. Che cosa lo ha catturato vitalmente del Vangelo. Come mai si è fatto convincere così profondamente da un certo Gesù di Nazaret».
Roberto Beretta, Da che pulpito. Come difendersi dalle prediche, 108

«Passa da casa un amico prete e mentre beviamo un caffè insieme commenta il mio ultimo articolo sulla fuga, inarrestabile, della gente dalla chiesa.
“Non avrei immaginato di vedere un crollo di questo genere nella mia vita”
“In pochi anni sono passato dal vedere oratori pieni e chiese affollate a oratori semideserti e chiese popolate per lo più da persone di una certa età. In teologia parlavamo della fine ingloriosa della chiesa di Francia. Non pensavamo di certo che sarebbe toccato presto anche a noi”. “Sei spaventato?” Gli chiedo. “No, però mi rendo conto che è avvenuto un cambio di paradigma che ci ha ribaltati. Comprendo chi si illude che basti poco per poter tornare a prima: due parole d’ordine, la processione durante la festa patronale, i sacramenti dati a prescindere, l’impegno, prima del Covid, per i Crest.
Non cambia nulla ma intanto fai movimento e ti convinci che sei ancora indispensabile.
Io invece a volte brancolo nel buio. So che così come stiamo facendo ora non andremo avanti a lungo ma faccio fatica, non ad immaginare, ma a realizzare forme pastorali nuove. Anche perché, te lo dico francamente, il carico di lavoro attorno a cose non essenziali che, come parroco, sono tenuto ad osservare è notevole.”
“Certo che avete fatto poco per aiutare i laici a centrarsi sulle – poche – cose che contano..”
“Hai ragione. Non dimenticare però che, molte volte sono i laici stessi a stare dentro il clichè clericale e a chiederci di occupare spazi – da preti – piuttosto che avviare processi”.
“Non mi convinci”, gli dico. “In fondo, il modello tridentino, risposta cattolica alla Riforma protestante – modello mai del tutto abbandonato – era del tutto costruito attorno al prete. La comunità dei credenti, tanto evocata dopo il Concilio Vaticano II, è ancora tutta da realizzare…”
Nella città di tutti
Quello che mi pare certo è che


Cambiamento. Un nuovo modo di pensarsi
di Nunzio Galantino
«Oggi più che mai, la parola cambiamento sembra garantire il superamento di ogni criticità, individuale o collettiva. Quasi fosse di per sé una soluzione. Basta pronunciarla per sentirsi dispensati dal precisare cosa si intende cambiare, a quali condizioni si promette di farlo e con quali risorse. A livello esistenziale, culturale, sociale o politico.
A parte gli eccessi, bisogna prendere atto che ci troviamo continuamente chiamati ad affrontare moltissimi cambiamenti e a una velocità straordinaria. Cambiamenti che non ci rendono necessariamente migliori nei pensieri, nelle emozioni e nelle relazioni.
La parola cambiamento - e in particolare il verbo "cambiare" - deriva dal greco kamptein , che è ''atto di curvare, piegare". A partire dallo stesso verbo, il cambiamento è inteso anche come possibilità di aggirare un ostacolo (girare intorno) per creare una situazione nuova. (...)
Il cambiamento autentico, quello che trasforma, parte dalla consapevolezza di quello che si è e delle condizioni nelle quali si vive. Per mettersi in moto, la decisione di cambiare ha bisogno di un "perché" condiviso, che spinge il singolo o la collettività a scegliere azioni, parole e comportamenti che aprono a forme nuove di vita.
Ogni percorso di cambiamento è chiamato a fare i conti con la resistenza, che non è necessariamente segno di pigrizia mentale o di ingiustificato rifiuto di ideali alti. A volte, è una forma istintiva di protezione di sé. Altre volte, esprime in maniera sbagliata legittime esigenze di comprensione e di maggiore chiarezza degli obiettivi intravisti con il cambiamento. (...)
in "il Sole 24 Ore " del 19 luglio 2020

«Con questa sua capacità di smascheramento, che sa applicare a molte questioni, Francesco dimostra come l’impegno spirituale cristiano sia sempre legato alla verità e quindi alla giustizia, e a come queste vengano vissute nel momento storico. Questo spiega il successo – ma anche le molte opposizioni – a colui che nei fatti è veramente un papa scomodo».
Lucetta Scaraffia, "L’Osservatore Romano", 2 dicembre 2018


Il desiderio di cambiare nasce dall'intreccio di due fattori: il bisogno e il desiderio.

Il bisogno spinge a migliorare al fine di colmare una mancanza; il desiderio spinge a modificarsi perché attratti da un fascino.
Sono indispensabili - in un modo o nell'altro - una sana consapevolezza della propria condizione di necessità e il coraggio necessario per seguire l'intuizione affascinante.
La constatazione seria delle mancanze è figlia di "Fiuto della situazione" e "Verifica sana";
il coraggio è figlio di "Discernimento delle risorse" e "Utopia della realizzazione".
Se si preferiscono altre linee genitrici, si partorirà altro... o si resterà sterili.
don Chisciotte Mc, 200720


Sicuramente la pandemia prosegue nel mondo ed è una tragedia per milioni di persone.

Sicuramente questa esperienza ha segnato e ferito ciascuno e tutti interiormente - psicologicamente e spiritualmente - più di quanto uno si renda conto.
E' sempre triste quando non ci si rende conto di ciò che si vive, del contesto in cui si vive, della propria identità mentre si vive.
Ancor più triste quando non ci si vuole rendere conto o non ci si attrezza per prendere consapevolezza dell'oggi e del vissuto.
Credevo fosse impossibile, ma c'è chi non guarda i telegiornali, non legge i giornali, non frequenta le pagine web, squalifica apertamente i social... e pretende di capire gli uomini e le donne.
La realtà è che se non capisci il contesto, non capisci nemmeno te stesso.
E - ancora più grave - non capisci cosa il Signore sta dicendo oggi, perché il Signore della Storia e della Incarnazione non prescinde mai dal "qui e ora", e qui e ora sta operando, con questi uomini e queste donne, con le loro mani e le loro gambe, le loro emozioni e i loro neuroni.
Che ci piaccia o non ci piaccia, Lui agisce così!
«Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5).
don Chisciotte Mc, 200719

Gesù disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori. Voi però non fate così; ma chi tra voi è più grande diventi come il più giovane, e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22,25-27).
Il Figlio di Dio vive la vita di Dio Padre, il quale è il modo originalissimo di essere "principio di tutto", di essere "prima di tutto e sopra tutto", di essere Vita: dona, condivide, non trattiene, non schiaccia, non teme concorrenza, non ha interessi. Dio Padre esalta, promuove, crea, chiama per nome, vivacizza... in questo senso genera.
Gesù nell'Incarnazione sperimenta e si scontra con ciò che è agli antipodi di questo modo di essere (l'unico vivo, vitale, vivificante): il potere che non rispetta, schiaccia, sottovaluta, relega in un angolo, banalizza... e quindi soffoca, isterilisce, impoverisce, fa terra bruciata.
Il potere sta a tavola e si fa servire. Il potere pensa di non aver bisogno (e pensare che lo stesso Dio Padre - in modo sommamente libero e sovranamente signore di sé - non ha voluto restare da solo, fuori dal tempo e dallo spazio!). Il potere pretende di conoscere. Il potere obbliga. Il potere non ama e quindi non capisce. Il potere è contemporaneamente e insipientemente omicida e suicida.
Nel vangelo di oggi non si tratta di una vaga "disposizione a servire". E' l'appello estremo di Gesù ad entrare nella logica di una diversa costituzione e costruzione dell'essere. L'essere è ciò che Gesù ha trovato adatto nominare con l'espressione "Abbà", "papà"; non lo ha chiamato "re", "maestà", "eccellenza", "dottor"... tutti titoli che sussistono in un'altra logica.
Siamo tutti figli, nella vita e nella Chiesa; anche figli gli uni degli altri, se e solo se entriamo nella logica di paternità-maternità al modo di Abbà.
Altre modalità di potere saranno pure allettanti e apparentemente efficaci, ma permangono nella "dark side" dell'animo umano, alternative alla Via della Vita.
don Chisciotte Mc, 200718

Emozione estetica
di Nuno da Silva Goncalves
Il processo di creazione artistica assume forme molto diverse. Ce ne rendiamo conto quando gli artisti accettano di raccontarsi. In questi racconti, oltre alle gioie, spesso intravediamo processi creativi faticosi e, in particolare, intravediamo delle lotte con la materia che è trasformata e ricreata, con le parole che acquisiscono nuovi significati, oppure con i suoni e i silenzi che confluiscono nelle composizioni musicali.
Attraverso la diversità dei processi creativi, l'artista racconta se stesso, comunica emozioni c pensieri e, più o meno esplicitamente, interviene nel dibattito sociale. Per lo spettatore, in una prospettiva simmetrica ugualmente diversificata, la percezione o il godimento di un'opera d'arte è un processo di comunione, alle volte non immediato, a causa della ricchezza dei significati che ci sono proposti, oppure a causa dell'ermeticità dei simboli con cui ci confrontiamo. Davanti all'opera d'arte, occorre accoglienza, umiltà, educazione dei sensi, sensibilità e disponibilità all'incontro, atteggiamenti che ci aiutano ad andare oltre le possibili difficoltà iniziali per farci entrare nel mistero della bellezza e della comunione, ovvero, nel mistero di ciò che mi hanno insegnato a chiamare "emozione estetica". In questo senso, se la creazione artistica assume forme molto diverse, è ugualmente vero che la percezione di un'opera d'arte e cosi diversa quante le persone coinvolte.
I gesti della creazione artistica ci avvicinano al gesto creatore per eccellenza che è quello di Dio stesso. Siccome la creazione di Dio è un mistero che sveliamo lentamente, così la creazione artistica è un mistero in cui solo a poco a poco possiamo addentrarci. Perciò avvicinare esperienza spirituale e creazione artistica è quanto mai urgente e necessario. Probabilmente, esso è il vero cammino per far fronte all'allontanamento tra gli artisti dalla Chiesa, un divorzio che san Paolo VI e i suoi successori tanto si sono sforzati di superare, consapevoli che la via pulchritudinis è indissociabile dalla missione evangelizzatrice di tutti i battezzati. (…)
su “L’Osservatore Romano”, 15.07.2020

Non solo il rito e il culto
di Severino Dianich
«La singolare esperienza di questi mesi, che ha privato i fedeli e i loro pastori della comune celebrazione liturgica, è una opportunità di ripensare il senso del sacerdozio cristiano, quello comune e quello particolare dei ministri ordinati. Ci si è sentiti tutti smarriti, e i preti più di altri, per non poter celebrare insieme i riti della fede: un parroco mi diceva di sentirsi tristemente inutile. Se riascoltiamo l'Apostolo, possiamo comprendere in cosa veramente consista il sacerdozio: «Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui». Con sorpresa, ci sentiamo dire che lo scopo del sacerdozio, piuttosto che celebrare riti, è «proclamare le opere ammirevoli di Dio». Eppure, non dorremmo sorprenderci: nella messa crismale, la grande rentrée di quest'anno nella solennità dello spazio celebrativo, abbiamo ascoltato le parole di Gesù che si dichiara il "consacrato dall'unzione", in quanto mandato a «portare ai poveri il lieto annuncio» (Le 4,18). La Lettera agli Ebrei enuncia con forza che Gesù è il solo vero sacerdote, ma ci tiene a precisare che Gesù apparteneva a una tribù «della quale nessuno mai fu addetto all'altare»: della sua tribù, infatti, quella di Giuda, «Mosè non disse nulla riguardo al sacerdozio» (Eb 7,14). In perfetta coerenza gli Apostoli e i loro collaboratori mai si sono attribuiti la qualifica di sacerdoti, bastando a loro presentarsi come annunciatori del vangelo di Gesù. Con tutto ciò, il Nuovo Testamento non disconosce affatto il dovere di rendere lode a Dio e di implorare la sua grazia nella celebrazione del culto. La comunità cristiana, come Gesù ha voluto (Mt 28,19), si costituisce in forza della grazia datale nella celebrazione del battesimo e si riconosce come corpo di Cristo «nello spezzare il pane e nelle preghiere» (Atti 2,42). La fede cristiana, però, ha operato un decisivo spostamento di accenti nella concezione del sacerdozio e della ritualità. Paolo esalta la grazia dell'apostolato, che gli è stata data, quella di essere il leitourgòs Christoù Iesoũ, il «ministro di Cristo Gesù tra le genti». La sua liturgia è «il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio». Egli presenta a Dio, come un

Movimento. Linguaggio pieno della voglia di cambiare
di Nunzio Galantino
« (...) Poche note, ma sufficienti per farci passare da una concezione del movimento inteso come traslocazione fisica a una visione metaforica del movimento, che riguarda sia le scelte di vita personali sia le scelte e le attività sociali. Qui, la parola movimento finisce per essere molto vicina a passione, coraggio, voglia di progredire e impegno a trasformare sogni e desideri in realtà. Tutte azioni che, pur non escludendole, non richiedono necessariamente spostamenti fisici. Esigono invece forte carica emotiva, grande consapevolezza e ben radicate motivazioni. Non è un caso che “movimenti” vengano chiamate le formazioni sociali che, sostenute da chiare motivazioni, finalizzano le loro energie al raggiungimento di scopi bene identificati. E, a proposito di motivazioni, è il caso di notare che i termini “motivazione” e “movimento” derivano entrambi dal latino motus, che indica la spinta o tensione verso qualcosa di desiderato. Quasi a dirci che quando nella vita mancano motivazioni forti, manca anche il movimento, inteso come desiderio di mettersi in gioco e di spendersi per cambiare la propria condizione fisica, spirituale o sociale. Quando invece le motivazioni sono presenti, il movimento si arricchisce di forme e significati diversi. Diviene linguaggio che permette al soggetto di entrare in relazione, di rivelare la propria voglia di cambiamento e di manifestare sentimenti ed emozioni (...)».
in “Il Sole 24 Ore” del 12 luglio 2020

«La passione, la nostra passione, sì, noi l'attendiamo. Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che ne scocchi l'ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover essere consumati. Come un filo di lana tagliato dalle forbici, così noi dobbiamo essere separati. Come un giovane animale che viene sgozzato, così noi dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l'attendiamo. Noi l'attendiamo, ed essa non viene.

Vengono, invece, le pazienze.
Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
E' l'autobus che passa affollato;
il latte che trabocca,
gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gli invitati che nostro marito porta in casa e quell'amico che, proprio lui, non viene;
E' il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
E' la voglia di tacere e il dover parlare,
E' la voglia di parlare e la necessità di tacere;
E' voler uscire quando si è chiusi
e rimanere in casa quando bisogna uscire;
E' il marito al quale vorremmo appoggiarci
e che diventa il più fragile dei bambini;
E' il disgusto della nostra parte quotidiana,
E' il desiderio febbrile di tutto quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostre pazienze, in ranghi serrati o in fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.
E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando - per dare la nostra vita - un'occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato che come ci son rami che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato che se ci sono fili di lana tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno per giorno si consumano sul dorso di quelli che l'indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso: ce ne sono di sgranati da un capo all'altro della vita.
E' la passione delle pazienze».
Madeleine Delbrel, La gioia di credere, Gribaudi


Alla ricerca del giusto pensiero

di Gianfranco Ravasi
«(…) Certo non si può ignorare che mai come oggi dovrebbe essere praticata un'ecologia anche del linguaggio, un'igiene del parlare e dello scrivere, consapevoli come siamo che i demagoghi ingaggiano ogni giorno «una battaglia di parole». (…)
Ora, perché la parola possa essere epifanica, sapiente e pura, è necessario che sia generata dal grembo dell'intelligenza che ne certifica e convalida il contenuto. L'anoressia del pensiero contemporaneo paradossalmente produce un'ipertrofia della chiacchiera che è la parola degenerata. Bisogna ritrovare il rigore della ragione, esercitare con impegno l'"intus legere", che è la base etimologica del termine "intelligere", cioè l'approfondimento che esorcizza la superficialità e la banalità. È, questo, un altro caposaldo delle riflessioni del latinista Ivano Dionigi, il cui motto ideale è «Osa sapere», nella consapevolezza che - come dice il verbo “considerare” - la comprensione è uno «stare insieme con (cum) le stelle (sidera)». È, quindi, un'ascesa verso l'alto, l'eterno e l'infinito, è un meditare che conduce fino all'escatologia, cioè al senso ultimo dell'essere e dell'esistere. (…)
In questo procedere a più livelli noi non siamo i primi ad avanzare, altri ci hanno preceduto. È così che il nostro autore introduce un altro tema a lui caro, la "tradizione", che è efficacemente rappresentata in un gioco lessicale suggestivo e trasparente, retto dalla legge dell'inclusivo, armonico e coerente et et, contro l'esclusivo, aggressivo e separante aut aut. Detto in altro modo, il notum dei padri e dei maestri deve intrecciarsi con il novum dei figli e dei discepoli. Il classico, che non è una fredda eredità cristallizzata, ma un seme fertile, deve coniugarsi con la modernità. È un esercizio "simbolico". (…) Solo così si riesce a vivere in pienezza il proprio tempo, «la cosa più preziosa di tutte», come affermava Seneca».
in "Il Sole 24 Ore " del 28 giugno 2020

«(...) Per il fedele attuale, vescovi compresi, il Catechismo della Chiesa Cattolica è il riferimento concreto e ordinario, benché relativo, che ci permette di verificare, qui e ora, la rettitudine delle nostre idee della fede, come traduzione adeguata del Vangelo per la realtà di oggi. (...)
Come mai, allora, questi vescovi non si curano di queste mancate corrispondenze con il CCC? Faccio alcune ipotesi. Forse, per alcuni non c’è davvero la conoscenza sufficiente del CCC. E se fosse così, il rimedio non sarebbe troppo difficile, ma ci sarebbe da chiedersi con quale criteri, allora, vengano scelte queste persone per essere vescovi.
Per altri, invece, forse queste espressioni servono a non perdere il contatto con la propria situazione geo – culturale, che magari è percepita ancora non abbastanza adeguata al riconoscimento pieno del CCC. Se fosse così, allora ci sarebbe da rimettere in discussione il senso dell’esistenza di un catechismo universale unico per tutta la chiesa cattolica.
Esistono poi coloro che hanno la certezza che il CCC debba essere riformato, per essere adeguato al proprio pensiero, che spesso è a servizio di una battaglia ecclesiale sulla direzione teologica che deve prendere la fede oggi. Se fosse così dovremmo dire, allora, che in nome di una presunta auto investitura di “paladini” della vera fede, costoro ipotizzino che il CCC sia proprio eretico, almeno in alcune parti.
Infine, forse, c’è anche chi si pone obiettivi “altri”, non relativi alla fede cattolica, ma ad interessi politici, economici e di potere della lobby a cui si appartiene, che possono essere più facilmente raggiunti “utilizzando” proprie letture della fede cattolica. E, se fosse così, sarebbe evidente come il bene della Chiesa venga messo a servizio del bene di qualche altra realtà non ecclesiale.
In ogni caso, non si può negare che il problema del rispetto del CCC esista, anche all’interno della gerarchia. La pluriformità delle letture di fede è sempre stata presente fin dalle origini all’interno del Cristianesimo. E non si può negare che oggi, tale pluriformità non solo sia possibile in teoria, ma sia anche ammessa di fatto senza che produca sanzioni disciplinari di natura ecclesiale per una parte per l’altra. (...)».

https://www.vinonuovo.it/teologia/pensare-la-fede/i-vescovi-e-il-catechismo/?fbclid=IwAR2je2EcbBi_G2GdZCEoVGT3aPVBYoqfWIe_clMMxTTDc5hhP53DOqgF3U4

Ingenuità. Vivere la nobiltà d'animo
di Nunzio Galantino
(...) Derivata dal latino, l'ingenuitas era un termine legale nell'antica Roma. Indicava - come vuole la radice della parola, composta da in (dentro) e gignere (generare, nascere) - la condizione di una persona libera, nata all'interno della società romana e riconosciuta tale nel momento in cui il padre se la poneva sulle ginocchia (genua). Ciò ne faceva una persona naturale, nobile e sincera. Senza bisogno di imporsi e di guadagnare posizioni nella società. Era persona libera. Distinta dai liberti che erano, sì, liberi ma provenienti da una condizione pregressa di schiavitù. (...)
Nessuno oggi vuole essere considerato ingenuo. L'ingenuità è ritenuta una condizione di svantaggio. Come lo è ritenuto il lasciarsi andare ai propri sogni, scommettere su di essi, credere che tutto di valido può ancora accadere e che ci si può spendere per gli altri senza aspettarsi un ritorno. È ritenuto molto più appagante oggi vedersi ed essere riconosciuti come persone dotate di una buona dose di furbizia. Insomma la parola ingenuità non rimanda più alla condizione di libertà e di sincerità, dal momento che gran parte della cultura contemporanea considera una conquista lo stare al mondo in maniera astuta.
Non la pensa così Soren Kierkegaard, che vede nella perdita dell'ingenuità uno dei segnali allarmanti dell'imbruttimento e dell'imbarbarimento della civiltà moderna. Dopo aver scritto: «Non è affatto segno di maturità il perdere completamente l'ingenuità...», il filosofo danese, in un eccesso di fiducia nell'umanità, afferma: «All'esistenza umana sana e onesta appartiene sempre fino all'ultimo un certo momento di ingenuità». Il "momento di ingenuità" riconosciuto da Kierkegaard assomiglia tanto all'ingenuità schilleriana, che consiste nel saper vivere pienamente inseriti nella realtà senza perdere di vista l'ideale, senza rinunziare all'esercizio di una efficace difesa dalle avversità, dai nemici e dai furbi. Questa ingenuità è sinonimo di nobiltà, mai di dabbenaggine.
in "Il Sole 24 Ore " del 5 luglio 2020

Ciao, don Renato!
Sono quattro anni che mi sorridi dal posto preparato per te dal Figlio di Dio.
Quest'anno hai accolto don Diego, tu che lo apprezzavi tanto, e adesso sorridete insieme.
So che guardate con amorevole attenzione la nostra diocesi: pregate tanto per lei, voi che l'avete servita con competenza e calore umano.
E regalate un po' della vostra bontà anche a noi, che non sorridiamo facilmente come voi.
So che non siete avari!
don Chisciotte Mc, 200707

Dodici interviste ad altrettanti teologi, studiosi di scienze umane, operatori pastorali, per definire meglio cos’è l’omosessualità per la Chiesa di oggi, ricordando quanto Papa Francesco ribadisce in Amoris laetitia (250) e cioè che «ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare “ogni marchio di ingiusta discriminazione” e particolarmente ogni forma di aggressione e violenza»; attenzione che si estende alle loro famiglie a cui va assicurato «un rispettoso accompagnamento, affinché coloro che manifestano la tendenza omosessuale possano avere gli aiuti necessari per comprendere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita».
"Chiesa e omosessualità", di Luciano Moia, coordinatore redazionale del mensile di «Avvenire» “Noi famiglia & vita”, come recita il sottotitolo è un’inchiesta alla luce del magistero di Papa Francesco (Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2020, pagine 206, euro 18). (...) Ecco le risposte dell’intervista fatta dall’autore al cardinale arcivescovo di Bologna.

«Papa Francesco in Amoris laetitia, e successivamente il Sinodo dei giovani nel Documento finale, sintesi molto equilibrata ed esigente, invita i sacerdoti, e tutti quelli che seguono pastoralmente le persone, ad accompagnare tutti quanti a conoscere e realizzare pienamente la volontà di Dio nella loro vita. Se leggiamo tutta l’esortazione, e in particolare il capitolo 8, ci rendiamo conto che questo invito è per tutti, non solo per le persone omosessuali. Il Papa, e la Chiesa con lui, non è interessato a portare le persone a osservare delle regole esteriori, per quanto buone in sé e opportune. Il suo interesse è di aiutare le persone a fare la volontà di Dio; cioè entrare in relazione personale con Dio, e da Lui ascoltare la Parola opportuna per la vita di ciascuno. Infatti, ciascuna persona potrà realizzare questa Parola di Dio — unica per tutti — nella pienezza che le è propria; quella pienezza possibile iscritta nella propria natura e soprattutto nella propria storia.

Quella di Dio, infatti, è una Volontà incarnata nella storia della persona, è la Sua volontà che compie la nostra. Non dobbiamo quindi


«Il solo cristianesimo che sopravviverà alla modernità, sarà quello fondato su convinzioni interiori profonde; perché non basteranno più le tradizioni esterne o i fenomeni di massa».
Carlo Maria Martini, Per amore, per voi, per sempre. Parole ai consacrati


Io cercherei chi
- secondo lo spirito proprio delle creature umane -
pensa.
Anche se non come me,
basta che sia pensante.
Meglio se "pensa" non con la sola testa;
ma almeno con quella.
Ma se anche non pensasse
lo accoglierei comunque,
perché così fa Dio Papà.
don Chisciotte Mc, 200702


Visioni di Oltre e di Altro,

qui ed ora, proprio qui e proprio ora,
ma non solo non vengono né capite né condivise,
ma non vengono nemmeno intuite.
don Chisciotte Mc, 200702

Sarebbe bello se le persone potessero vivere con gratitudine,
accorgendosi del bello che viene regalato
dalla natura, dalla vita, dalla storia, dall'impegno di tanti.
Invece troppi vivono senza accorgersene,
non sanno dire grazie,
non sanno manifestare gioia,
annusando con la stessa indifferenza
sia il letame che le gardenie.
don Chisciotte Mc, 200701

5 minuti con… Roberto Repole – «La Chiesa è già fuori»
29 Giugno 2020
Quali sono i temi principali che l’emergenza COVID-19 ha posto alla Chiesa? Ne abbiamo parlato con Roberto Repole, docente di Teologia sistematica presso la Facoltà Teologica dell’Italia settentrionale.
«Pur non potendo dare un giudizio globale, credo che l’emergenza COVID-19 abbia smascherato il fatto che la nostra struttura ecclesiale, soprattutto quella parrocchiale, risente ancora di modalità di vita e di espressione che certamente non sono più conformi al tempo che stiamo vivendo. Questa vicenda ha fatto sì che molte comunità cristiane si trovassero sguarnite (una volta che alcune delle esperienze normali, come quella del catechismo e della vita dei gruppi, erano interrotte), nel pensare e nell’immaginare altro. Non sempre le strutture che manteniamo in piedi sono veramente vitali, perché vitale è un’effettiva vita comunitaria. Nel momento in cui non si è più potuto fare le cose di sempre, in alcuni ambiti si è potuto percepire anche una povertà strutturale.
Metterei in evidenza anche un altro tema: il rapporto della Chiesa con il mondo mediatico, soprattutto con quello dei new media. Come e in che misura questi strumenti di comunicazione sono delle nuove possibilità? E in che modo e in che misura possono rappresentare invece una trappola per ciò che la Chiesa è in ordine all’annuncio evangelico? Un caso abbastanza evidente riguarda il fatto che in questo tempo quasi l’unica voce udita è stata quella del papa. Certamente una voce molto importante, decisiva e anche molto vitale per la realtà della Chiesa. Ma mi preme sottolineare che questo mondo mediatico, offrendo certi modelli, mostra una certa immagine di Chiesa. Per cui possiamo parlare molto anche di sinodalità di collegialità episcopale, ma poi dobbiamo fare i conti con il fatto che il mondo mediatico offre un’altra immagine ecclesiologica. E su questo credo che ci sia una scarsa riflessione sul piano pratico ed ecclesiale, e forse anche una scarsa riflessione di tipo ecclesiologico. È un tema che non abbiamo ancora preso in sufficiente considerazione. Oggi, a dispetto di una visione più sinodale della Chiesa e più collegiale del ministero, il rischio è che il modello mediatico, quello della persona singola che in qualche modo diventa leader, possa segnare fortemente anche la visione della Chiesa».

Questa pandemia pone dunque delle domande alla teologia?
«Una prima domanda concerne la capacità che la teologia ha avuto e ha di parlare in maniera appropriata all’interno del mondo attuale – un mondo segnato evidentemente dallo sviluppo scientifico e tecnico, con tutto il bene e il bello che questo porta con sé – della finitudine creaturale. Mi sembra che questa occasione abbia smascherato la fatica del mondo attuale a fare i conti con la finitudine, ma forse anche la fatica che la stessa teologia ha ancora a elaborare in maniera appropriata ed evangelica questo tema.
In questi giorni ho riflettuto anche sul fatto che questa è la prima volta, dopo i drammatici eventi della Seconda guerra mondiale, che nel mondo occidentale si rifanno i conti con il dolore, con la sofferenza, con la precarietà e in maniera anche un po’ brutale con la morte. Ci sembra che alcuni temi sorgano adesso, ma forse questa è un’occasione anzitutto per