#Ghiaccio

di Gianfranco Ravasi
"Una mente senza emozioni non è affatto una mente, è solo un’anima di ghiaccio: una creatura fredda, inerte, priva di desideri, di paure, di affanni, di dolori o di piaceri.
Può sorprendere, ma a scrivere queste righe è un neuroscienziato, lo statunitense Joseph Le-Doux, nato in Louisiana nel 1949. Egli abbandona l’asettica concezione di altri colleghi che identificano cervello e mente (o anima) riducendoli al pur impressionante sistema neuronale cerebrale. Il rimando è alle realtà che definiamo col vocabolo di matrice latina «emozione». Una matrice suggestiva perché si regge su due componenti: da un lato, certamente il verbo movère che evoca per eccellenza il moto, il dinamismo, il cammino; d’altro lato, c’è la preposizione ex- che invita a uscire, a sciogliere appunto il ghiaccio in sorgente che si effonde, spumeggia, feconda il terreno.
È l’esperienza che provano gli innamorati veri quando stringono la mano della persona amata o ne fissano gli occhi, trasfondendosi l’uno nell’altra reciprocamente. È il cuore che accelera i suoi battiti quando si vivono le vicende felici o i dolori laceranti. È il fremito della mente e dello spirito davanti alla bellezza di un capolavoro artistico. Queste e altre emozioni non sono riducibili a un algoritmo, né possono essere immesse nell’intelligenza artificiale di una macchina. È, allora, necessario attraversare tutta la gamma dei sentimenti e non solo i percorsi della razionalità per essere veramente persone umane".
in “Il Sole 24 Ore” del 21 novembre 2021


Bici bellissima

di Riccardo Maccioni
"Una regola non scritta dice che se conosci persone 'belle', devi tenertele strette. Sono quelle che vedono spiragli di luce nel buio più nero, che sanno ascoltare, che chiedono: come stai? e poi aspettano la risposta. Se ne trovano, se ne trovano. Leggevo di Chris Froome, il campione di ciclismo nel cui palmarès ci sono quattro Tour, un giro d’Italia e una Vuelta, la corsa a tappe spagnola. Malgrado gli infortuni e i 36 anni, tanti nel suo sport, ha deciso di continuare a correre: la bici, spiega, è fantastica, «pedalare è un mestiere bellissimo». Certo, lui ha fama, successo, denaro, ma la fatica è fatica e ti stronca se la subisci soltanto. La differenza la fa la passione e il modo di affrontare le avversità: se le sai vivere, allenano al bene non solo i muscoli, a partire dal cuore, ma anche la mente. Vale a ogni livello. Vicino a dove lavoro c’è un bar con il dehors. Il giovane dietro il bancone ha una malattia cronica e si alza prestissimo, ma non si lamenta mai. Tanto da fare per lui significa altrettanta allegria. «Ieri ho dovuto preparare cinque caffè per volta, mi sono divertito. Il mio mestiere è il più bello del mondo». Io, se posso, mi fermo da lui, specie quando il giorno gira storto. Una volta glielo dico: il suo sorridere alla vita è una scuola di meraviglia".
in “Avvenire” del 26 novembre 2021

“Ma quando da morte passerò alla vita,
sento già che dovrò darti ragione, Signore.
E come un punto sarà nella memoria questo mare di giorni.
Allora avrò capito come belli erano i salmi della sera;
e quanta rugiada spargevi
con delicate mani, la notte, nei prati, non visto.
Mi ricorderò del lichene che un giorno avevi fatto nascere
sul muro diroccato del Convento,
e sarà come un albero immenso a coprire le macerie.
Allora riudirò la dolcezza degli squilli mattutini
per cui tanta malinconia sentii ad ogni incontro con la luce.
Allora saprò la pazienza con cui m’attendevi;
e quanto mi preparavi, con amore, alle nozze.
Ed io non riuscivo a morire.
Piangevo, mentre ti pascevi, della mia solitudine.
Mai canto di gioia intonò il mio cuore,
stordito dalla fragranza delle creature.
Ogni voce d’amore era singulto.
Invece eri Tu che odoravi nella carne,
Tu celato in ogni desiderio, o Infinito, che pesavi sugli abbracci.
Uno stesso tremolio – o bufera – sulla superficie del mare
come dentro le onde del calice.
Eri dovunque.
E gli altri intanto si baciavano solo sulla bocca,
ma io Ti mangiavo tutte le mattine.
E, allora, perché, perché dunque ero così triste?”
David Maria Turoldo

E' una casta
e una casta resta.
don Chisciotte Mc, 211115


Ci sono persone che amano stare sottomesse (in senso negativo, non cristiano) per comodità, pigrizia, indifferenza.

E altri no.
Ci sono persone che "stanno imbucate" e cacciano fuori solo un minimo della testa - all'ultimo momento - per lamentarsi del fatto che altri "decidono tutto loro".
E altri no.
Ci sono persone che - amando loro stare nell'angolo confortevole dell'ombra, che ben s'addice a loro - additano coloro che stanno alla luce del sole come degli esagerati, degli imprudenti, dei frettolosi.
E altri no.
don Chisciotte Mc, 211112

A proposito del *Sinodo della Chiesa italiana*.
(...) "Per fare sinodo *occorre cacciare i mercanti e rovesciare i loro tavoli*. Non sentiamo oggi il bisogno di un calcio dello Spirito, se non altro per svegliarci dal torpore? Ma chi sono oggi i «mercanti del tempio»? Solo una riflessione intrisa di preghiera potrà aiutarci a identificarli. Perché non sono i peccatori, non sono i «lontani», i non credenti, e neanche chi si professa anticlericale. Anzi, a volte essi ci aiutano a capire meglio il tesoro prezioso che conteniamo nei nostri poveri vasi di argilla. *I mercanti sono sempre prossimi al tempio, perché lì fanno affari, lì vendono bene*: formazione, organizzazione, strutture, certezze pastorali. I mercanti ispirano l’immobilismo delle soluzioni vecchie per problemi nuovi, cioè l’usato sicuro che è sempre un «rattoppo », come lo definisce il Pontefice. I mercanti si vantano di essere «al servizio » del religioso. Spesso offrono scuole di pensiero o ricette pronte all’uso e geolocalizzano la presenza di Dio che è «qui» e non «lì».
Fare sinodo allora *implica essere umili, azzerare i pensieri*, passare dall’«io» al «noi», aprirsi. (...)
Antonio Spadaro, Avvenire, 4.11.2021
https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/lo-spirito-autentico-dei-sinodi-nel-sapersi-mettere-in-gioco

Il potere (quello manifesto e quello occulto) sostiene e alimenta il "sistema": resta immobile, ti lascia da solo, per lungo tempo, in attesa che schiatti sotto il peso della fatica o della rassegnazione, per poi rinfacciarti, con fare paternalista: "Ecco, vedi che hai fatto troppo, e tutto da solo, con troppa fretta".
don Chisciotte Mc, 211102

Ricordare i morti per onorare la vita
di Enzo Bianchi
"Già il grande Omero osservava che “le generazioni umane sono come le foglie degli alberi”, e anche noi in questi giorni autunnali vedendo le foglie che cadono dagli alberi siamo portati a questo paragone.
D’altronde anche l’abbreviarsi dei giorni, il sopraggiungere del buio, l’apparire delle nebbie… Tutto ci parla della vigilia dell’inverno, quando la terra riposa e la vita sembra abbandonarla. Forse per l’atmosfera è stata fatta la scelta di ricordare i morti in questi giorni.
Ricordare i morti, pensare ai morti, è semplicemente riconoscerci debitori verso chi ci ha preceduto ed essere consapevoli che trasmettiamo ciò che da loro abbiamo ricevuto. Viviamo un’ora in cui sovente ci viene ricordato che siamo debitori verso le generazioni future, che determiniamo la vita di chi verrà dopo di noi, a livello culturale, politico, economico, ecologico; ma è possibile lasciare una buona eredità se non si è capaci di riconoscere l’eredità ricevuta?
Ricordare i morti è assumere una responsabilità, è acquisire una dimensione necessaria al nostro passaggio su questa terra come mortali, inseriti in genealogie non solo familiari ma culturali. È molto significativo che nella tradizione ebraica e cristiana sia stato percepito come necessario il seppellimento, un luogo nel quale il corpo trova collocazione, segnato da una pietra che testimonia, attraverso il nome, un’esistenza terrena unica conclusasi con la morte.
Proprio perché il ricordo è essenziale all’umanizzazione, non solo l’Homo Sapiens, ma già l’uomo di Neanderthal dava sepoltura ai suoi morti, sovente li riuniva in un luogo e deponeva fiori sui loro cadaveri. Testimonianza, questa, di una coscienza della morte inscritta tra gli elementi più decisivi nella differenziazione tra umani e animali.
Ricordare i morti, però, conduce anche a pensare la morte e a interrogarci sul senso della vita. La certezza di dover morire unisce uomini e donne, è la base dell’etica dell’empatia, della compassione, è ciò che ci spinge a sentirci tutti e tutte insieme fragili, con un comune destino, e nello stesso tempo ci porta a essere consapevoli del valore della nostra vita: unica, una sola, una vita di istanti eterni.
Nella nostra tradizione ebraica e cristiana in questi giorni si va a “visitare” i morti nei cimiteri: luoghi dove si piange, si vivono nostalgie, si misurano e si contano i propri giorni. Credenti e non credenti compiamo questo gesto che sentiamo doveroso verso chi abbiamo amato, verso coloro ai quali, proprio perché li amavamo, dicevamo con convinzione: “Tu non morirai!”, come suggerisce Gabriel Marcel. Ma i cimiteri sono anche luoghi di pace, in cui quelli che erano nostri nemici sono morti, e quindi ora non sono più nemici, mentre quelli che erano amici, anche se morti, continuano a essere tali, fedelmente. (...) La pienezza di vita nell’accettazione della finitudine accende la nostra speranza e ci impedisce di pensare a una eternità nel nulla".
in “la Repubblica” del 1 novembre 2021