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Omelia del 31.12.2025 – don Marco
“Glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto”: questa sembra essere la risposta che la Parola di Dio dà alla domanda: “Come è andato l’anno?”.
Sinceramente io ho provato a far dire alla Parola di Dio qualche altra cosa, che fosse più soddisfacente per il mio palato, a volte troppo amaro.
La liturgia, coi suoi brani biblici – per una volta breve e centrati – ci annuncia questo: durante il 2025 abbiamo avuto motivi sufficienti per lodare e glorificare il Signore Dio.
“Abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù”: nell’avvicinarsi alla sua morte, quali sentimenti erano in Gesù? Che bilancio faceva il Signore Gesù della sua vita in questo mondo? E dei suoi tre anni di ministero pubblico? E del gruppo dei Dodici amici discepoli? Davvero non ci pensava? Davvero avrebbe potuto sospendere il suo giudizio?
Nell’anno 1300 – quasi cento anni dopo le vicende di san Francesco d’Assisi – i cristiani di Roma – impauriti dalla fine del secolo - cercavano una via semplice, non impegnativa come quella indicata da san Francesco, per mettere a posto la coscienza: chiedono a più riprese una Indulgenza plenaria, un azzeramento delle pene dei peccati. Il papa di quell’anno, Bonifacio VIII, richiede che ci sia almeno un piccolo gesto di conversione: andare ad una delle basiliche romane (o San Pietro o San Paolo) ed entrare per almeno trenta giorni di fila. E il papa quell’anno celebrò solo quattro riti speciali in più rispetto al calendario liturgico consueto.
Bonifacio VIII aveva fissato che il Giubileo seguente sarebbe stato dopo cento anni… e già il suo successore, papa Clemente VI, riduce l’arco di tempo a cinquant’anni e poi un altro papa lo fisserà ogni venticinque anni… e poi ci sono i Giubilei straordinari, l’Indulgenza della Porziuncola, quella nel Tempo dei defunti…
Insomma, non siamo tanto seri nemmeno nel rispetto delle richieste ascetiche per avere la Indulgenza. E gli uomini e le donne del 2025 l’hanno capito bene: “Buoni o cattivi, non è la fine!”. Dio Misericordia non premia se fai il bravo, non ti manda all’inferno (“fuori dalla balle”, direbbe qualcuno) anche se non ami. Le tregue di Natale vanno bene nei libri di storia o nelle favole per i bambini che hanno scaricato la batteria del cellulare.
Anche nella nostra Comunità Pastorale ci abbiamo provato a fare diversamente dalla mentalità comune, ad essere diversi; molti hanno proseguito a fare come avevano sempre fatto; altri – obbedienti alla paraboletta del Vangelo, hanno fatto di sì con la testa, ma poi hanno proseguito a fare come hanno voluto loro, pensando che non ce ne fossimo accorti; non pochi si sono chiusi nella permalosità, ritenendo che parlare di “conversione della vita” fosse un’offesa alla dignità delle loro coscienza immacolate.
La comunità dei cristiani non deve fare il bilancio di un Ente del Terzo Settore, tantomeno di una Società per Azioni… se non di “buone azioni”. Meno male che la Chiesa non è nemmeno una ONG, altrimenti l’avrebbero espulsa dalla Terra Santa.
A malincuore, mi viene da pensare che l’espressione sintetica che raccoglie le considerazioni dopo un Anno Santo potrebbe essere: “Non serve a nulla. Dopo settecento anni è onesto concludere che non funziona più, come tante cose in questo mondo ricco, che non ha bisogno di nulla, tantomeno di modifiche al sistema”.
Ma accanto a questa espressione io ne metterei un’altra, dopo ogni Anno Santo: “Speriamo che ne arrivi presto un altro! Perché ne abbiamo bisogno, tanto bisogno”.
Nel 2033 ci sarà l’Anno Santo della Redenzione, a 1200 anni dalla Pasqua di Gesù Cristo.
Ma da domani comincia l’ottavo centenario dalla morte di san Francesco, il suo beato transito.
E dopo domani celebreremo il transito alla Vita eterna di due fedeli della nostra Comunità Pastorale e sabato il transito di suor Candida…
Insomma, se vogliamo essere membra vive del Corpo di Cristo che è la Chiesa, ogni occasione è buona!








