Da don Stefano Sgueglia, parroco della parrocchia S. Vincenzo Martire di Briano, una riflessione dalla Bibbia alla vita, in merito al funerale di mons. Raffaele Nogaro (Udine 1933 - Caserta 2026), vescovo emerito di Caserta, scomparso nei giorni scorsi.
"𝗗𝘂𝗲 𝗰𝗮𝗻𝘁𝗶, 𝘂𝗻𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗮 𝗰𝗼𝘀𝗰𝗶𝗲𝗻𝘇𝗮. 𝗡𝗼𝗴𝗮𝗿𝗼. 𝗗𝗮𝗹 𝘀𝗮𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹 𝗰𝗶𝗲𝗹𝗼: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗲𝗱𝗲 𝗼𝘀𝗮 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗮 𝗹𝗮 𝘀𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮
Prima Bella ciao, sul sagrato, tra la gente. Poi il Magnificat, che si alza come una preghiera antica e indomabile. Non uno contro l’altro. Non uno a correggere l’altro. In successione. Come una rivelazione progressiva.
Fuori dalla Cattedrale di Caserta non si è consumato uno strappo, ma un attraversamento. Il sagrato è diventato confine e passaggio: luogo teologico prima ancora che simbolico. È lì che la fede ha smesso di parlare per categorie rassicuranti e ha lasciato parlare la carne della storia. Bella ciao è esplosa dal basso, senza regia, senza mandato. È il canto di chi si sveglia e vede. Non spiega, non argomenta: constata. Dice che esiste un “invasore”, cioè qualcosa che ruba umanità, dignità, futuro. Ogni epoca ha il suo. È il canto di una coscienza che non accetta di addormentarsi mentre il mondo brucia. È ruvido, diretto, non liturgico. È la voce del popolo quando riconosce una vita che non ha mai patteggiato con l’ingiustizia.
Poi, senza soluzione di continuità, si leva il Magnificat. Non per neutralizzare, non per “rimettere ordine”. Ma per portare a compimento. Perché il Magnificat non è il canto dei devoti, è il canto dei sovvertimenti: potenti rovesciati, affamati colmati, ricchi rimandati a mani vuote. È il testo più incendiario del cristianesimo, pronunciato da una donna senza potere, senza armi, senza protezioni. È Bella ciao portato alla sua radice ultima: Dio che prende parte. Qui sta la ricchezza che spiazza.
Il primo canto nasce dalla storia ferita. Il secondo nasce dalla fede che legge quella ferita e la giudica.
Uno grida dalla terra.
L’altro risponde dal cielo.
E insieme dicono la stessa cosa: la neutralità non è cristiana. Dentro questa sequenza si comprende Raffaele Nogaro. Non come icona pacificata, ma come biografia attraversata. Una vita che non ha separato il Vangelo dalla città, l’altare dalla strada, la preghiera dalla giustizia. Per questo il popolo ha trovato prima un canto di resistenza e subito dopo un canto biblico: perché quella vita stava esattamente in mezzo, senza fratture. Non c’è nulla da condannare. C’è molto da comprendere. Sul sagrato, la Chiesa ha parlato con due lingue diverse e un solo cuore. Come nei profeti. Come in Turoldo. Come nello stile di chi sa che il Vangelo non è mai neutro, ma sempre incarnato, sempre esposto, sempre rischioso.
Prima il grido.
Poi il canto.
E in mezzo, una vita che continua a giudicare la nostra.
Questo è ciò che è accaduto.
E lascia senza fiato perché non chiede commenti: chiede conversione".