Ignazio "presupponeva l'indifferenza" nei suoi re­ligiosi, ossia supponeva che avessero raggiunto la li­bertà interiore come frutto degli esercizi spirituali; prima di proporre una missione, "verificava l'inclinazione" direttamente o indirettamente, per poter "te­ner conto delle disposizioni", perché contava sulla persona più che sull'idea del progetto; tuttavia, rac­conta Gonçalves da Câmara, Ignazio manifestava di apprezzare molto la disposizione del religioso che "quanto a inclinazione diceva di voler non averne af­fatto", perché la totale libertà è garanzia di obbe­dienza vera, dal momento che allora si può cercare in tutto di fare soltanto la volontà di Dio.

Racconta an­cora Gonçalves che, una volta attribuita la missione, Ignazio poteva anche firmare in bianco fogli che sa­rebbero serviti a compiere bene un mandato, fidan­dosi totalmente della libertà e della creatività del reli­gioso in missione. (...)

II modo di governare di Ignazio, "gentile e autore­vole" insieme, ha un segreto: prima di tutto, Ignazio dedicava tempo e attenzione alla cosa in questione prima di decidere; secondo, pregava molto a questo proposito e riceveva luce da Dio; terzo, non decideva nulla di preciso prima di aver ascoltato il parere di chi se ne intendeva, interrogando ognuno su molte cose, tranne su quelle di cui lui stesso aveva piena conoscenza.

Il superiore deve dare una reale attenzio­ne ai suoi religiosi nel discernimento e avere fiducia in coloro che avranno libertà di iniziativa nella mis­sione. Lo Spirito Santo parla attraverso le persone, gli eventi, i pensieri, i sentimenti, per cui rispettare l'originalità di uno, le idee di un altro, le tendenze di un altro non è accondiscendere, ma riconoscere l'a­zione dello Spirito Santo in loro e favorire il di più di un servizio, non il minus. Spirituale è quindi il gover­no dove il superiore è un "esperto" dello Spirito Santo di cui egli è come il "portavoce", o il contem­platore.

Non sorprende quindi che il principio del gover­no per sant'Ignazio sia la docilità allo Spirito Santo. Essa spiega insieme la sua esigenza e la sua capacità di rispettare i sudditi. Senza la prassi del discerni­mento degli spiriti, una tale esigenza e una tale lar­ghezza rischierebbero di degenerare in autoritarismo o in lassismo. Il discernimento degli spiriti d'altronde non è possibile senza un'intensa vita di preghiera, di conoscenza della Parola di Dio. Il discernimento non è autentico senza la purificazione dell'ascesi che per­mette alla carità di risplendere. (...)



Il modo di comprendere il governo - e quindi l'obbedienza - è costitutivo del carisma e del cammi­no di formazione che una comunità propone ai suoi membri. Per questo è pericoloso prendere un aspetto di una tradizione spirituale e, sic et sempliciter, appli­carlo ad un'altra.

Se i concetti di "governo", di superiore, di obbe­dienza vengono estrapolati dal contesto di una spiri­tualità complessa, si favoriscono le aberrazioni e gli abusi. Come l'abuso di chi ha l'autorità e richiama i suoi sudditi all'obbedienza cieca di sant'Ignazio senza averne il genio mistico e la carità, senza cioè assi­curare una formazione adeguata che verifichi il grado di adesione a Cristo della persona, senza che sia ga­rantita, insieme alla prassi dell'obbedienza, la pre­ghiera personale, l'autentica pratica del discernimen­to, lo stesso zelo per la carità fraterna e l'aspirazione all'umiltà perfetta. Vi è una sottomissione che fa del religioso un mercenario o un fariseo, un ateo sterile.

L'obbedienza, invece, deve portare alla contemplazione di Dio.



Michelina Tenace, Custodi della sapienza. Il servizio dei superiori, 51-55