Paolo VI e la pace dei giovani

di Arrigo Levi

Vorrei ricordare, a distanza di 40 anni giusti, alcuni pensieri di Paolo VI sulla pace. In un secolo insolitamente ricco di grandi figure papali e di travagli per la Chiesa, impegnata in un'opera di difficile «aggiornamento», come allora si disse, per confrontare la sua fede antica e i suoi riti col mondo del Novecento, papa Montini fu l'anello indissolubile fra l'istinto innovatore di Giovanni XXIII e il profetismo di Giovanni Paolo II. Fu il Papa che rese nell'essenza immodificabile la svolta conciliare. Figlio di un deputato popolare, fortemente antifascista, padre spirituale di quella prima generazione di deputati democristiani che guidò l'Italia negli anni della ricostruzione e della scelta costituzionale insieme col Pci, Paolo VI fu anche figura chiave nella storia d'Italia: fino al suo definitivo, sofferto rifiuto, per la sopravvivenza della democrazia, di ogni compromesso con le Br, anche se questo costò la vita al suo discepolo più amato, Aldo Moro. Era un uomo sincero, ricco di umana gentilezza e perspicacia, sereno nonostante le tante prove che la sua fede dovette affrontare. Così mi apparve quando, dovendo iniziare la collaborazione alla Stampa dell'amico Ronchey, e volendo offrire al mio nuovo giornale qualcosa di straordinario, ebbi l'insolito privilegio di una intervista col Papa. Era la terza della storia (dopo quelle concesse a Montanelli e Cavallari: tutti e tre assai laici, e io anche ebreo). Quando chiesi l'intervista, don Macchi mi disse che erano giacenti due o trecento richieste; ma mi incoraggiò a essere audace.

Il 30 dicembre 1968 ebbi il colloquio, che fu lungo e affettuoso, e si concluse con una benedizione a tutti coloro che lavoravano per La Stampa, e con uno scambio di calorosissimi shalom. Il primo gennaio '69 si celebrava nel mondo, per iniziativa del Papa, la seconda Giornata della pace, e la pace fu il tema che il Papa aveva prescelto per l'incontro: facilitato dalla sua antica amicizia con Arturo Carlo Jemolo, autorevolissima firma della Stampa, da lui protetto in Vaticano, insieme con tanti altri, nel tremendo inverno romano del 1943. La pace: una speranza, ma anche un cruccio immenso. L'estate del '68 - il fatidico Sessantotto - aveva visto l'invasione della Cecoslovacchia, la fine del «comunismo col volto umano», il ritorno al gelo profondo della Guerra Fredda. Il suo primo pensiero andava ai giovani, che occorreva «educare al senso umano, alla forza del carattere, al rifiuto dell'uso di armi (salvo la necessità di legittima difesa); educare all'ideale dell'umanità pacifica, laboriosa e solidale». Sapeva bene che passavano allora tra i giovani «correnti di agitazione radicale, un'onda di inquietudine, di ribellione, di contestazione». Ma invitava a «guardare più a fondo nella psicologia della gioventù, oggi ribelle ed esasperata: essa cela in fondo un'ansia di sincerità, di giustizia, di rinnovamento che non va disconosciuta ma piuttosto interpretata come evoluzione, per certi aspetti legittima, verso forme più mature di convivenza sociale». Invitava perciò «la saggezza dei dirigenti e l'antiveggenza dei giovani» a incontrarsi «per dare alla società nuovi ordinamenti, i quali non potranno non essere conformi alle insopprimibili esigenze della pace, sia sociale, che internazionale». Metteva in risalto i grandi slanci di generosità dei giovani, ogni volta che essi venivano «a contatto con disgrazie altrui»: e ricordava «la presenza spontanea, seria, efficace» dei giovani nelle calamità nazionali: il Vajont, le inondazioni di Firenze, i terremoti in Sicilia e Piemonte. (...) Non mi apparve dominato dallo sconforto, come taluni asserivano. «Guardiamo avanti, non indietro. La costruzione della pace è un'opera lenta e lunga. Conosciamo la fragilità degli uomini, ma anche la loro innata propensione alla pace: una necessità storica la impone». E poi, «noi uomini religiosi rimaniamo persuasi che una segreta, buona e paterna provvidenza giuoca nei destini dell'umanità, e perciò speriamo sempre». Il fatto che i rapporti tra la Chiesa cattolica e le altre confessioni si stessero «polarizzando verso amichevoli intese, ieri impensabili, oggi probabili» confortava la sua speranza: la «Giornata della pace è iniziativa che sta diventando comune». Su questa via occorreva procedere, sostenendo «le grandi istituzioni internazionali sorte appunto per promuovere le intese fra i popoli e la pace nel mondo». Primo, tra i fini da raggiungere, «un vero disarmo mondiale, specie nelle armi micidiali di cui oggi l'umanità terrorizzata dispone». Troppe speranze, troppo in anticipo sui tempi? Forse sì, oggi come allora. Ma fa bene ricordare la fede forte, limpida, riflessiva, di un vero credente religioso, saldo nei principi come nelle aperture al mondo, quale fu Paolo VI. Oggi come allora, è di conforto e incitamento anche per un credente laico qual io sono.