La televisione che verrà


Ecco la fiction in dialetto


Riscriviamo tre celebri serie nella lingua della località dove si svolgono


di Massimo Gramellini


Scusateci, ma nonostante faccia caldo, o forse proprio per questo, abbiamo preso molto sul serio la provocazione del ministro leghista Luca Zaia. Quello che vuole le fiction in dialetto con i sottotitoli in italiano. Ci siamo detti: e se avesse ragione lui? Se la via d'uscita dalla crisi di idee che attanaglia la drammaturgia italica derivasse proprio dall'uso, talvolta assai incerto, della lingua nazionale? Lo stesso Zaia, se parlasse sempre in dialetto veneto debitamente sottotitolato, forse apparirebbe ancora più affascinante di quanto già non sia. E così abbiamo chiesto a tre firme del nostro giornale di mettere su carta il sogno del ministro. Purtroppo, per inveterata quanto infausta abitudine, glielo abbiamo chiesto in italiano. Ma i tre, cresciuti in un sistema scolastico che ancora insegnava quell'astruso linguaggio, ci hanno capiti lo stesso, e senza neanche ricorrere al traduttore automatico.

Bruno Gambarotta (Regno di Sardegna) ha tradotto la saga de Il commissario Manara in piemontese.

Il vicedirettore Giancarlo Laurenzi (Stato Pontificio) ha romanizzato I Cesaroni, che già sono abbastanza romani per conto loro, ma mai abbastanza per il federalismo televisivo che ci attende.

Quanto a Francesco La Licata (Regno delle Due Sicilie) ha declinato in lingua isolana Il commissario Montalbano per renderlo più simile all'originale di Camilleri.

A questo punto non resta che leggerli e sognare a occhi aperti la tivù sottotitolata che verrà.