Mboli, storia di un rifugiato in Congo

«Ogni mattina 25 frustate per colazione». Lui è tra i 250 mila sfollati che hanno dovuto abbandonare le loro case

«Ogni mattina ci svegliavano con 25 frustate. Era la nostra colazione». Mboli ha 16 anni. Lui, come il fratello Muka, e tanti suoi coetanei, è stato rapito dal suo villaggio nella Repubblica Democratica del Congo dalla Lord's Resistance Army (LRA), un gruppo di ribelli ugandese. Storie che si intrecciano in un'Africa martoriata dalla guerre civili. Dalle lotte intestine. E dalle torture e dai soprusi che ogni giorni devono subire i civili. Donne e bambini. Anziani e uomini. Nessuno escluso. Ed ecco quindi la testimonianza di Mboli, raccolta da Medici senza frontiere. Un ragazzo tra tanti. Uno dei 250 mila congolesi che hanno dovuto abbandonare le proprie case. Essere divisi dalla famiglia. E vivere nel terrore. Perché i soldati della LRA arrivano anche dove si cerca un rifugio. Come nel Sud Sudan e negli stati del Central e Western Equitoria al confine sudanese.

Per tre giorni Mboli e il fratello hanno dovuto camminare con i ribelli. Costretti a essere testimone di atrocità e violenze. «Hanno ucciso le persone a cui passavamo accanto sulla strada, proprio davanti a me. Li colpivano con bastoni, con le baionette e gettavano i loro corpi nel fiume. Temevo che se mi fossi fermato per prendere fiato, anche io sarei stato ucciso, perciò ho marciato a lungo sotto il peso di quella grande sacca», ha raccontato Mboli. E alla fine l'hanno lasciato andare. Solo lui, però, perché il fratello è rimasto con i soldati. È tornato a casa, dove ad aspettarlo c'era la sua famiglia. Insieme sono partiti. Fuggiti da una nuova ondata di violenza attraverso la foresta pluviale che unisce il Congo e il Sud Sudan. Condannati a scappare non solo dai ribelli, ma anche dagli animali feroci. A nutrirsi di radici nella giungla, nella speranza di arrivare «alla salvezza».

Una volta arrivati in Sudan, i rifugiati cercano riparo nei campi oppure si costruiscono rifugi temporanei. Restano vicino alle strade nella speranze di ricevere notizie dei propri cari. Insomma, cercano riparo in un Paese altrettanto difficoltoso. Violenza e povertà sono all'ordine del giorno. Una vita precaria che la squadra di Medici senza frontiere cercano di migliorare. Un equipe di psicologi organizza sessioni individuali e di gruppo. «La violenza ha distrutto molte vite», spiega Francesca Mangia coordinatrice del progetto. E l'incertezza del futuro pesa su ognuno di loro, anche su chi, come Mboli, è riuscito a sopravvivere.