"Basta sacro business"

"Chiesa non sia supermarket e lasci affari ai laici", raccomanda il super-visore vaticano degli affari economici

di Giacomo Galeazzi

Gli enti ecclesiastici quando indicono un appalto non possono guardare a logiche fondate puramente su profitto ma devono essere attenti al profilo etico, in particolare al rispetto dei diritti dei lavoratori: in generale la Chiesa e i cattolici nelle attività economiche devono guardare ai risvolti sociali e di solidarietà delle loro imprese. Inoltre per la Chiesa è meglio lasciare la gestione degli 'affari' ai laici per evitare di trasformarsi in un supermarket. È quanto afferma all«Osservatore romano», l'economista coreano Thomas Hong-Soon Han, dal novembre scorso Revisore internazionale della Prefettura degli Affari Economici, l'organismo a cui spettano la vigilanza e il controllo sulle amministrazioni che dipendono dalla Santa Sede. «Bisogna sempre porsi un interrogativo di fondo - spiega l'economista -  qual è lo stile di vita che vogliamo portare in queste attività? È chiaro che come cristiani non possiamo seguire soltanto la logica del profitto più alto al più basso costo possibile». «Poniamo il caso che un ente ecclesiastico indica un appalto per costruire un edificio - prosegue Hong-Soon Han - Io dico che le offerte non devono essere valutate soltanto in base alla convenienza economica. Bisogna vedere che cosa c'è dietro i costi di realizzazione proposti da una determinata ditta: quali sono le condizioni di lavoro, qual è il livello dei salari, insomma come viene realizzata concretamente la giustizia nell'organizzazione dell'attività produttiva«. Quindi «se per esempio si verificano situazioni di sfruttamento dei lavoratori, è evidente che accettare l'offerta vorrebbe dire per la Chiesa rendersi corresponsabile, sia pure solo indirettamente, di quella logica ingiusta». «Perciò - spiega - un'offerta del genere va bocciata. Del resto, questo è l'unico mezzo di pressione che abbiamo per convincere i responsabili di un'impresa a rispettare le condizioni della giustizia e della carità». Il Revisore degli affari economici della Santa Sede ricorda poi che in passato «i comportamenti dei cristiani non sono stati sempre inappuntabili. È facile cedere alla tentazione di ottenere anzitutto condizioni favorevoli dal punto di vista economico. A volte questo viene giustificato in nome delle esigenze della carità: il risparmio in un settore, si dice, può significare maggiore disponibilità per altre attività sociali e umanitarie. Però si dimentica che in ogni caso 'la carità esige la giustizia', come scrive il Papa nella Caritas in veritate». Quindi l'economista illustra le caratteristiche del suo lavoro: «La Prefettura ha un collegio internazionale dei revisori composto da cinque laici di vari Paesi del mondo, che si riuniscono due volte all'anno. Il nostro compito principale è quello di esaminare bilanci preventivi e consuntivi della Santa Sede e del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, per offrire indicazioni in vista di una migliore gestione economica e patrimoniale. E se pure le indicazioni del del collegio di revisori non sono vincolanti, devo riconoscere che la Prefettura è sempre molto attenta alle nostre osservazioni».«Non ci sono limiti al nostro giudizio - spiega ancora il revisore economico della Santa Sede - del resto, un bilancio non è solo uno strumento tecnico: è il risultato di un modo di intendere e di gestire i beni economici. E noi dobbiamo dire la nostra anche su questo, altrimenti rischiamo di fermarci alla superficie delle cose». « 'Ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale' ricorda Benedetto XVI nella sua enciclica sociale», rileva l'economista coreano. «Con una battuta, direi che valutare le cose unicamente in termini di efficienza non è molto efficiente». Alla Chiesa Thomas Hong-Soon Han suggerisce «due cose». Anzitutto di lasciare gestire le attività economiche «a professionisti laici. E poi di evitare la tentazione di ampliarle sempre di più: il rischio è che una parte della struttura ecclesiastica finisca per trasformarsi in una sorta di ente commerciale, per non dire in un grande supermarket».