Delle prime cose che imparai da solo ricordo questa: imparai a non attendere.
Vedevo che ti spazientivi quando l'autobus tardava, se papà non tornava in orario la sera, oppure la primavera stentava ad affacciarsi. La vita per te era già difficile così come era, senza che si producessero altri contrattempi, senza che quel poco di semplici eventi sui quali uno faceva conto, mettessero anche loro una dose supplementare di incomodo. Era male per te se il quattro d'aprile pioveva, perché il proverbio annunciava: quattro aprilante, giorni quaranta, avvisando che se pioveva quel giorno ci sarebbe stata pioggia fino a metà maggio. Qualche volta pioveva su molta primavera nostra.
Ti spazientivi, avevi moti di sconforto e di stizza, piccoli gesti bruschi o un tono di voce increspato, vicino alla tosse. Io mi stupivo, mi confondevo nel vedere che delle povere incostanze avevano forza di farti cedere nel comportamento, nella tenuta.
Pensai a come chiedere delle informazioni. Come poteva uno stare in pace in attesa di qualcosa, anche se questa cosa non arrivava?
Con preoccupazione decisi di rivolgermi a papà. Diceva che ero un bambino che non sapeva chiedere. Non volevo fare brutta figura con lui. Trattengo a mente i fili di un esile colloquio. Si era di domenica mattina e tu eri uscita a comprare il giornale. Papà si radeva nel piccolo bagno che aveva la serratura difettosa e perciò la porta restava dischiusa. Mi accostai allo spiraglio e chiesi il permesso di fargli una domanda. "Sentiamo," rispose continuando a radersi allo specchio.
Presi sul tragico un mio pensiero ridicolo: che allo specchio erano in due, perciò diceva "sentiamo." Avrei voluto rinunziare perché quella sua espressione mi metteva di fronte a un uditorio ufficiale. Quella che era una mia iniziativa di chiedere si rivoltava in cuor mio in un'interrogazione da parte loro. Oggi so che in ogni frase pronunciata c'è l'anima di una domanda, allora temevo che in ogni domanda fosse contenuta una risposta che non sapevo riconoscere.
Ero lì a prendere la parola davanti agli uomini.
Volevo sapere perché, quando gli eventi tardano, uno è in attesa. Pensavo alla tua caduta in una stizza, in una tensione che trasformava d'improvviso tutta una porzione di tempo in una fissità, in un indurimento di nervi, in un'attesa.
Chiesi perciò attraverso la porta socchiusa del bagno:
Vedevo che ti spazientivi quando l'autobus tardava, se papà non tornava in orario la sera, oppure la primavera stentava ad affacciarsi. La vita per te era già difficile così come era, senza che si producessero altri contrattempi, senza che quel poco di semplici eventi sui quali uno faceva conto, mettessero anche loro una dose supplementare di incomodo. Era male per te se il quattro d'aprile pioveva, perché il proverbio annunciava: quattro aprilante, giorni quaranta, avvisando che se pioveva quel giorno ci sarebbe stata pioggia fino a metà maggio. Qualche volta pioveva su molta primavera nostra.
Ti spazientivi, avevi moti di sconforto e di stizza, piccoli gesti bruschi o un tono di voce increspato, vicino alla tosse. Io mi stupivo, mi confondevo nel vedere che delle povere incostanze avevano forza di farti cedere nel comportamento, nella tenuta.
Pensai a come chiedere delle informazioni. Come poteva uno stare in pace in attesa di qualcosa, anche se questa cosa non arrivava?
Con preoccupazione decisi di rivolgermi a papà. Diceva che ero un bambino che non sapeva chiedere. Non volevo fare brutta figura con lui. Trattengo a mente i fili di un esile colloquio. Si era di domenica mattina e tu eri uscita a comprare il giornale. Papà si radeva nel piccolo bagno che aveva la serratura difettosa e perciò la porta restava dischiusa. Mi accostai allo spiraglio e chiesi il permesso di fargli una domanda. "Sentiamo," rispose continuando a radersi allo specchio.
Presi sul tragico un mio pensiero ridicolo: che allo specchio erano in due, perciò diceva "sentiamo." Avrei voluto rinunziare perché quella sua espressione mi metteva di fronte a un uditorio ufficiale. Quella che era una mia iniziativa di chiedere si rivoltava in cuor mio in un'interrogazione da parte loro. Oggi so che in ogni frase pronunciata c'è l'anima di una domanda, allora temevo che in ogni domanda fosse contenuta una risposta che non sapevo riconoscere.
Ero lì a prendere la parola davanti agli uomini.
Volevo sapere perché, quando gli eventi tardano, uno è in attesa. Pensavo alla tua caduta in una stizza, in una tensione che trasformava d'improvviso tutta una porzione di tempo in una fissità, in un indurimento di nervi, in un'attesa.
Chiesi perciò attraverso la porta socchiusa del bagno: