L'importanza dell'uno

L'evangelista presenta questo episodio [quello del "buon ladrone", il ladro pentito e salvato] come il culmine dell'attività evangelizzatrice e redentiva di Gesù nella sua Passione. Se giudichiamo secondo la nostra maniera umana, ci viene subito spontanea una domanda: è tutto lì? Uno solo!, mentre tanta gente se ne torna a casa, qualcuno un po' scosso, ma sostanzialmente senza aver capito il significato di questa scena. Come mai, un tale spreco di sforzo evangelizzatore per ottenere solo questo piccolo risultato?

Propongo, allora, di rivedere la scena del ladro salvato, alla luce di un capitolo molto importante di Luca, il quindicesimo, che comincia con: «Si avvicinarono a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: Costui riceve i peccatori e mangia con loro. Ed egli disse questa parabola...» e che prosegue con tre parabole: la pecora perduta, la dramma perduta e il figlio perduto. Tre parabole che vanno lette insieme e sulle quali richiamo la vostra attenzione per indicare come ci permettono di capire il Dio del Vangelo che si rivela nel perdono che Gesù dà al ladro, sulla croce.

Intanto notiamo che queste parabole - e non c'era bisogno che lo facessero - insistono tutte sull'uno: una pecora, una dramma, un figlio. Nel caso del figlio, è evidente che uno su due è importante; nel caso delle pecore (una su cento), o nel caso della dramma (una su dieci), vediamo che l'importanza che dà la parabola all'uno ci appare spropositata, esagerata.

«Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta finché non la ritrova» (Lc 15, 4)? Noi diremmo: ma perché lasciare le novantanove nel deserto per cercarne una? Per di più il testo non suppone che il pastore le lasci ben custodite! C'è, in questa immagine del pastore, una certa eccessività, quasi un pizzico di follia: se la mette in spalla, tutto contento, va a casa, chiama gli amici e i vicini perché si rallegrino con lui... Mi pare di avvertire in tutto questo l'importanza che Dio attribuisce all'uno, anche ad uno solo, anche al più piccolo. Tutto ciò non collima affatto, anzi contrasta violentemente con l'immagine pagana di Dio, che pensa sì al mondo, però non perde la testa per uno solo.

Le stesse sottolineature valgono per le altre due parabole, quella della donna che spazza attentamente la casa per trovare la moneta, e quella del figlio prodigo, che ritorna alla casa del Padre.

Qui entriamo proprio nella rivelazione dell'immagine di Dio, che abbiamo sulla croce, quando Gesù compie la salvezza di un malfattore spregiudicato, disperato, abbandonato da tutti. È il marchio di fabbrica del Dio del Vangelo: uno, uno solo è sufficiente a giustificare tutta la cura, l'attenzione, la gioia di Dio. La gioia è sempre sottolineata: il pastore invita a rallegrarsi con lui e «così ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti». La donna dice: «Rallegratevi con me» e Gesù parla di «gioia davanti agli angeli». Per finire, il padre afferma: «Bisognava far festa e rallegrarsi». Ecco il senso del Dio del Vangelo. Dio ha in mano tutto, è il Signore di ogni cosa, è il Re che governa cielo e terra, ma è capace di perdere la testa per uno solo, non si dà pace, anche per uno solo.

A questo corrisponde l'insegnamento che troviamo, più volte, nelle parole di Gesù: «Guai, se uno solo di questi piccoli viene scandalizzato»; «quando l'avete fatto a uno solo di questi l'avete fatto a me» e - notano giustamente gli esegeti - l'insistenza su «uno solo» è una caratteristica tipica del Vangelo. La gioia di Dio si esprime anche quando una sola persona è stata oggetto della salvezza.

Dobbiamo rifletterci molto per il nostro ministero: è vero che noi badiamo a tutti, a tanti, dobbiamo curare una comunità, però soltanto in alcune situazioni privilegiate abbiamo la gioia, la soddisfazione di vedere un frutto pieno di ciò che facciamo. Questa gioia di Gesù esprime la cura piena di Dio per la persona umana, e, di fronte al mondo dice il valore della persona, anche di una sola; e allora, se una sola persona vale tanto, molte persone valgono assai di più e nessuna può essere trascurata.

Chiediamo al Signore la comprensione della misericordiosa attenzione di Dio, che lui comunica a noi, della quale siamo portatori verso la comunità e che chiaramente differenzia l'impegno cristiano da un impegno politico o di efficienza; questi - in ultima analisi - curano i risultati globali senza troppo badare se l'una o l'altra persona vengono trascurate o non vengono accolte.

È vero che questo è solo un aspetto dell'esperienza di Dio: l'esperienza di Dio è, infatti, anche l'esperienza della salvezza di tutti, ma entrare nel mondo del Dio del Vangelo vuol dire cogliere la possibilità di aver a cuore la salvezza di tutti in modo tale che nessuno venga trascurato, offeso, dimenticato e sia dato pieno valore a ciò che ciascuno rappresenta agli occhi di Dio.

card. Carlo Maria Martini, Il vangelo di Maria, 64-67