La morte di Dio in prima serata

di Riccardo Chiaberge


Applaudire il Papa non costa nulla, ed è il miglior salvacondotto per continuare a fare il contrario di quello che il Papa si aspetta da noi. Come ha osservato Aldo Grasso, il j'accuse di Benedetto XVI contro il «meccanismo perverso» dei media che amplificano il male e intossicano i cuori è stato approvato con fervore sospetto proprio da quelli che più praticano un certo tipo di televisione: «A cominciare da Bruno Vespa che per anni ha vissuto sui trans, sulle escort, sui delitti di Cogne e di Garlasco, facendo vedere cadaveri e sangue, e non sembra avere nessuna intenzione di smettere». «La tv è un mezzo straordinario, di una complessità meravigliosa», sostiene il critico del Corriere, che ha partecipato al convegno «Dio oggi» promosso dalla Cei: ma in essa non c'è posto per l'assoluto. Soltanto il relativo fa audience. Ecco dove si annida il cancro relativista e nichilista che sta divorando la civiltà cristiana, e dal quale il pontefice non si stanca di metterci in guardia: non nei laboratori del Cnr o nelle aule della Sapienza, ma negli studi di Saxa Rubra e di Mediaset. Nei salotti catodici in cui tutto è opinione, perfino le sentenze passate in giudicato. Dove i saccenti hanno la meglio sui sapienti, dove il parere di una showgirl odi un bellimbusto ignorante vale più di quello di un magistrato poco telegenico, i condannati per assassinio diventano divi, le profezie maya sono messe sullo stesso piano dei modelli elaborati dai climatologi, e i pregiudizi ideologici di un sottosegretario hanno un peso superiore ai giudizi di uno scienziato. (...) «Senza verità, senza fiducia e amore per il vero, non c'è coscienza e responsabilità, e l'agire sociale cade in balia di privati interessi e di logiche di potere»: sono parole di Joseph Ratzinger, nella sua ultima enciclica. Già, la verità. Povera veritas, quante volte ci capita di vederla seduta sui divanetti televisivi, affollati di imbonitori? Altro che Scientismo ateo: è dal Saccentismo mediatico che dobbiamo guardarci. Anche e soprattutto quando si finge devoto.

in “Il Sole 24 Ore” del 13 dicembre 2009