Vocazioni in crisi, un'idea estrema

di Giorgio Grigolli

Quelli del card. Martini non li considero quesiti accademici. Sorprende, semmai, che spesso rimangano là, a fare testimonianza solitaria. Ultimamente, sul «Corriere», ha alimentato il suo dialogo con i lettori, inserendo in rubrica un quesito penetrante, tra interrogativi di mondo attuale. Così superbo, sofferto, contraddittorio. Ha scritto che la Chiesa farebbe bene a «interrogarsi sulla sua grave situazione in Occidente», quanto a vocazioni: tra le altre cose, «anche una revisione delle norme di accesso al ministero potrebbe aiutare in questo senso». E' un tema che il cardinale ha rilanciato di recente in «Conversazioni notturne a Gerusalemme» e in «Siamo tutti sulla stessa barca», scritto con don Verzè: il celibato è «un grande valore e segno evangelico», ma «non per questo è necessario imporlo a tutti». Del resto, se nella Chiesa latina è un obbligo, quelle cattoliche di rito orientale ammettono preti sposati. Così Carlo Maria Martini ha proposto di discutere «la possibilità di ordinare viri probati», ovvero «uomini sposati che abbiano già una certa esperienza e maturità». Non è una voce isolata. Sul «Corriere» del 30 novembre, Gian Guido Vecchi, tra i convergenti, ha ricordato che nel 2005 il sinodo dei vescovi bocciò l'ipotesi di alcuni: «E' stata valutata come una strada da non percorrere». Ma il cardinale Peter Turkson, appena nominato presidente del Pontificio Consiglio per la Giustizia e la Pace, tutto maiuscolo, spiegò: «La proposta dei viri probati è stata messa da parte, come poggiata su uno scaffale». Nulla di definitivo. E ogni tanto c'è chi la tira fuori. Quest'anno, a metà giugno, un cardinale autorevolissimo come Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna, ha consegnato a Benedetto XVI un appello dei fedeli laici austriaci che chiedevano l'abolizione dell'obbligo del celibato. Ultimamente, la Costituzione apostolica con la quale il Papa ha definito le regole per gli anglicani che vogliono entrare nella Chiesa cattolica, ha previsto la possibilità che anche in futuro gli «ordinariati» degli ex anglicani possano chiedere al Papa, «caso per caso», di ordinare uomini sposati, «dopo un processo di discernimento basato su criteri oggettivi e le necessità dell'Ordinariato». Tuttavia, la norma sul celibato «non cambia», ha precisato il Vaticano. Ma c'è chi pensa che il "modello" potrebbe essere esteso in futuro. Benedetto XVI, comunque, non manca mai di insistere sull'importanza della «verginità consacrata» dei sacerdoti. «Quella dei viri probati è una questione su cui si deve riflettere, ma è una soluzione estrema, non "la" soluzione", ha detto Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, teologo. Afferma poi che non sia vera la sensazione secondo la quale le vocazioni calino, in percentuale: «In alcune diocesi è il contrario: è che ci sono meno giovani in assoluto, il dramma dell'Occidente è la denatalità». La sua richiesta ai fedeli è di fare più figli. Pare, peraltro, che i connotati dell'economia non incoraggino, al momento. Momento prevedibilmente a corso lungo. Tornando al tema, un ragguaglio, più che una tesi, porterebbe a ricordare che il celibato dei preti non mette di mezzo una verità di fede, è una legge della Chiesa latina che risale al 1139 ed è stata poi fissata dal Concilio di Trento. Nell'attualità, andrebbero riconosciuti a Martini connotati di presenza e saggezza, nonostante quel suo persistente Parkinson. Anche l'insistenza a invocare nella Chiesa uno stile di confronto sulle attualità. Incurante, lui, dei rilievi su una propensione attribuitagli per un Concilio Terzo. Ha smentito. Ma è incoraggiante questa sua sottolineatura. Già nel 1999 aveva introdotto una subordinata. Mettiamoci a confronto, aveva detto. Aveva elencato temi: la carenza di ministri ordinati; la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali; la posizione della donna; la sessualità; la disciplina del matrimonio; il ravvivamento della speranza ecumenica. Una sottolineatura scarsamente raccolta presso l'ufficialità. Eppure, a conforto suo e di tanti, emerge un incitamento lontano. Fu quando, il 17 marzo 1950, a un congresso dei giornalisti cattolici, Pio XII sostenne la necessità che nella Chiesa si sviluppi un'opinione pubblica. Almeno sui temi esenti dal vincolo dell'infallibilità. Detto da Pio XII! La tesi dovrebbe persistere, è immaginabile. A meno che non la si voglia "tradurre" in una specie di muraglia dei principi detti non negoziabili. Prossima occasione di riscontro, il dibattito sulla legge del testamento biologico. Insostenibile il testo votato dal Senato, occorrerà intendere alla Camera le voci suadenti e costruttive.

da “Il nostro tempo” del 17 dicembre 2009