Coralità della vitaDa due anni sono Cappellano militare; ma d'onde viene alla mia vita spirituale questo senso tutto nuovo e originale di pienezza, di dilatazione e di gioia, ordinata e virile che erompe dalle mie profondità, anche nelle inevitabili angustie dell'ora e tra gli spettacoli più angosciosi della guerra? Perché altri Cappellani hanno confessato, come me, che la vita militare ha segnato una generosa rinnovazione del loro sacerdozio?
Sta bene: le Messe al Campo nude e solenni, le Comunioni folte e devote dei soldati, sotto la volta chiara dei cieli mattutini, la predicazione alla truppa - e i soldati ti succhian le parole dalle labbra, come i bimbi al seno della mamma - l'accostamento vasto e avventuroso dei lontani; ma siamo sempre nella zona esterna e sentimentale del fenomeno, perché queste forme, se togli la cornice drammatica, della guerra e delle armi, sono più o meno comuni anche al ministero sacerdotale del tempo di pace. E infine riguardano sempre l'apostolato, cioè gli altri.
Qui invece si tratta di un fatto strettamente personale, di una realtà interiore mai prima d'ora sperimentata, di una nuova e felice dimensione dello spirito che riguarda la mia personalità e quella soltanto.
Qualche cosa che nasce dalla immissione profonda dell'individuo nella massa, dalla consustanzialità dell'uomo con la tragedia del suo tempo e della stretta consanguineità con quelli che ne sono i protagonisti più diretti: i combattenti.
È il sentirsi efficacemente e sperimentalmente irradiati nella storia, fatti carne e sangue con la propria gente, attori di primo piano in questo dramma immane che dà allo spirito questa pienezza vitale, questa socialità gioiosa e questa coralità immensa.
La vita ordinaria del Sacerdote può nascondere l'ambigua e difficile tentazione di segregarsi dalla massa, nell'intento di elevarsi, può creare lentamente diaframmi opachi tra lui e il popolo, e stabilire alla fine, negli spiriti meno vigili e meno vasti, uno stato di "splendido isolamento". Ma questo vivere sotto una stessa divisa che tutti accomuna nella stessa dura sorte, questo mangiare lo stesso pane (come è bello, in linea, quando arriva la spesa, mettersi in fila con gli altri per ricevere la razione!), questo dormire uno accanto agli altri, distesi per terra, nell'uguaglianza macerante della stanchezza e del sonno, questo marciare incorporati nel Battaglione, polverosi come gli altri, col sacco in spalla come tutti, cantando a piena voce le canzoni alpine, dà il senso vivo di una comunione così intima e così eroica, che ogni cosa, anche la più umile e ordinaria, si trasfigura nello spirito all'altezza e alla solennità di un rito e di un sacerdozio nuovo.
Due volte questa sensazione corale mi balenò con un'evidenza così luminosa e così prepotente da sobbalzarne come per un'improvvisa folgorazione interiore. La notte che mi svegliai di soprassalto ai bordi della strada sassosa (erano i giorni dell'avanzata in Grecia e all'alt eravamo piombati a terra come sacchi vuoti) e vidi dilungarsi nella luce fredda e lattiginosa dell'alba la fila dei corpi abbattuti pesantemente nel sonno, come una lunga catena di cui mi sentivo vivo e piccolo anello, e provai accanto a me il tepore umano e il respiro grave dei compagni che mi pressavano da ogni parte. E l'altra volta quando mi trovai copiosamente invaso da quei parassiti che i combattenti di tutte le guerre conoscono e che gli alpini chiamano "carri armati". Ne rimasi dapprima sorpreso e quasi avvilito; ma poi sentii scaturire dal profondo un impetuoso sentimento di allegrezza, di vitalità e di fierezza. Per la prima volta, mi parve comprendere - se è permesso - la sublime e oscura follia di san Benedetto Labre che andava levando ai suoi poveri questi ospiti indesiderati, per potersene riempire.
Se non temessi di forzare il significato delle cose, direi che, in questo sentimento, vi è un po' di quella compiacenza e intenzione per la quale il Cristo amava insistentemente chiamarsi "Figliuol dell'Uomo" o almeno l'eco della fierezza paolina per la quale poteva dire ai suoi connazionali: se voi siete ebrei, anch'io lo sono.
E il soldato domanda, esige dal Cappellano questa compartecipazione di vita. Quando, una volta, cedendo alla stanchezza, salii per una tappa sull'autocarretta - e nessuno dei competenti mi invidierà certamente questo mezzo di trasporto - i miei alpini non me lo perdonarono tanto presto. Ci volle un congruo periodo di "buona condotta" perché mi fosse dimenticato l'appellativo di... "Cappellano autocarrato".
Quando invece riesco a dividere pienamente la mia vita con gli alpini, allora, uscendo dai ranghi per la Messa al Campo, mi pare di gustare e attuare come non mai la pienezza e la verità saporosa della definizione paolina: «Il Sacerdote è scelto di mezzo agli uomini e per gli uomini è posto a trattare le cose di Dio». E se non m'illudo, mi pare di cogliere sul volto maschio della mia gente un tenue sorriso di soddisfazione e di fierezza.
Come se uno di loro fosse scelto, per tutti, a salire l'altare e offrire il sacrificio di tutti al Dio onnipotente.
don Carlo Gnocchi, Cristo con gli alpini, 99-101