«Miei cari fratelli, se anche non destinatari del sacro crisma, dobbiamo essere come Gesù martiri di pace, vuol dire che per la pace dobbiamo salire sulla croce. E si sale sulla croce ogni volta che si contrastano le logiche correnti tributarie degli schemi pagani del profitto, della sicurezza, dello schieramento dei blocchi, della deterrenza. Si sale sulla croce ogni volta che si afferma che la produzione delle armi, il commercio degli strumenti di morte e il segreto che copre il loro traffico sono una grossa violenza alla giustizia e un attentato gravissimo alla pace: anzi sono già guerra. Si sale sulla croce quando si vuole scendere, dalle sporgenze utopiche, sul terreno delle mediazioni pratiche. Quando più che additare i grandi progetti e tracciare mete ultime, si disegnano mete penultime e tappe intermedie. E quando, più che fare discorsi sui massimi sistemi, si cerca di incarnare coraggiosamente il discorso della pace nelle condutture legislative, nelle strumentazioni delle scelte concrete, nei dispositivi che innervano i comportamenti umani. Si sale sulla croce ogni volta che, sperimentata l'inutilità di certe strade per arrivare a forti prese di coscienza sulla pace, si è costretti a ipotizzare alcune scelte per le quali si scatena la sufficienza dei dotti, l'ira dei potenti. lo scandalo dei pii, il compatimento dei superficiali, l'indifferenza della massa. Si sale sulla croce ogni volta che si vuol dare una mano agli ultimi, ai poveri, ai diseredati, partendo dal loro angolo prospettico e non dall'osservatorio dei benpensanti e dei garantiti. Si sale sulla croce ogni volta che si è chiamati a quella forma di martirio, straziante e dolcissimo, che si chiama perdono, nel cui oceano, in questo momento, vorremmo chiedere al Signore di poter tutti naufragare».


mons. Tonino Bello, dall'omelia del Giovedì Santo 1986