«Garelli nota che le nuove generazioni di preti hanno dei riferimenti culturali diversi da quelli consolidati e questo desta preoccupazione. Si domanda: "È in grado questo clero che tende ad invecchiare e che è oberato da molti compiti, di interpretare la nuova stagione sociale e religiosa? Prevale tra i preti il rimpianto dell'egemonia e dei modelli del passato o essi sono capaci di ridefinire il loro ruolo in un'epoca non facile per le sorti della fede?".

Lo studioso riconosce che nel nostro clero convivono modelli di formazione e modi di affrontare il compito pastorale che riflettono diverse epoche della Chiesa. Alcuni si occupano di pastorale ordinaria, limitandosi al contatto quotidiano con la gente comune; altri sono spinti, magari anche dal loro carisma, a impegnarsi in situazioni particolari, come nel campo della carità, della giustizia sociale, della legalità ecc.

È evidente che questi modi diversi di intendere il compito pastorale modificano anche il rapporto preti-laici e così si ridistribuiscono le responsabilità ed i compiti.

Diventa quindi necessario pensare un nuovo modo di essere preti e la domanda di Garelli non è inopportuna: "Quanto i preti italiani sono pronti a svolgere un ruolo di 'direttori d'orchestra' di una comunità che si compone di molti carismi?".

Si tratta di una domanda fondamentale proprio perché nella Chiesa di domani i preti, tra loro e con i laici, dovranno necessariamente collaborare in sfide pastorali complesse. La situazione dei preti italiani dopo il Concilio "è marcata da una difficile transizione che è della Chiesa tutta, ma che coglie soprattutto il clero: il turbine dell'accelerazione rende la situazione instabile ed espone la vita del prete ad una serie, anche contraddittoria, di sollecitazioni"».

G. Frausini, Il presbiterio. Non è bene che il vescovo sia solo, 28